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lunedì 16 gennaio 2017

L'albero della vita


L’albero della vita è un simbolo e un archetipo che fa parte del mondo della mitologia, è legato soprattutto alla tradizione celtica e alla Cabala. 
 L’immagine dell’albero della vita accompagna molte religioni e credenze, con il significato principale di un albero che serve a rappresentare il mondo e l’universo, oppure una particolare genealogia, assumendo il significato di albero genealogico.
 A volte l’albero della vita assume il significato di albero della conoscenza che connette il mondo in cui viviamo con l’oltretomba o con il paradiso.
 Nel mondo della scienza Charles Darwin ha utilizzato l’immagine dell’albero della vita per spiegare la teoria dell’evoluzione. 

 L’albero della vita viene definito come un albero mistico e magico e costituisce un simbolo proprio di numerose culture fin da tempi molto antichi.
 In generale questo albero simboleggia la fonte della vita con alcune sfumature differenti nelle varie culture. 
 Nell’albero della vita troviamo alcune parti principali: le radici, il tronco, le foglie e diversi tipi di frutti che maturano sullo stesso albero.
 Le radici sono profonde e rendono stabile l’albero della vita verso la terra mentre i rami si protendono verso il cielo. 
Alle foglie dell’albero della vita sono associate proprietà curative mentre i frutti sono un simbolo di nutrimento non solo concreto ma anche spirituale. 

 Non dimentichiamo che in tutte le culture l’albero è un simbolo universale della vita.
 Dona l’ossigeno che permette la nostra sopravvivenza e ci consente di avanzare nella nostra esistenza.
 Gli alberi sono anche fonti di energia positiva e di vibrazioni naturali che ci donano maggiore energia ed è per questo motivo che ci sentiamo molto meglio dopo una passeggiata in un parco o in un bosco, muovendoci tra gli alberi.


Nella Cabala e nel misticismo ebraico l’albero della vita diventa un simbolo fondamentale ed è formato da dieci nodi interconnessi tra loro.
 L’albero della vita qui rappresenta l’obiettivo di riportare armonia in tutta la Creazione. 
 Il simbolo dell’albero della vita proprio dell’antica Cabala è stato in seguito adottato da diverse tradizioni religiose e teologie esoteriche oltre che da pratiche magiche anche con diversi significati.
 Dal rinascimento in poi infatti la Cabala ebraica è entrata a fare parte della cultura occidentale anche tra i non ebrei e ha raggiunto anche il cristianesimo, l’occultismo e l’esoterismo. 
 L’albero della vita nella Cabala è legato alla formula complessa dell’esistenza e della creazione, con il flusso della creazione dal Divino alla Terra e con il ritorno al Divino.


Nella Cabala l’albero della vita è composto da dieci sefira, con ventidue sentieri comunicanti.
 La parola sefira viene ricollegata al termine sfera ma in realtà ha altri significati: libro o racconto, luce o pietra preziosa, numero. La colonna di sinistra rappresenta l'aspetto femminile della creazione e contiene tre sefira: Intelligenza, Forza, Splendore.
 La colonna di destra rappresenta gli aspetti maschili della creazione e contiene tre sefira: Saggezza, Amore, Eternità.
 Il pilastro centrale rappresenta l’equilibrio tra i pilastri maschili e femminili. Contiene quattro sefira: Corona, Bellezza, Fondamento, Regno.
 Si aggiunge anche un quinto punto che indica la Conoscenza. L’albero della vita della Cabala è associato all’albero del giardino dell’Eden, custodito da un serpente e accanto a cui scorre un fiume la cui acqua è fonte di vita e nutrimento.


Il popolo celtico era molto legato agli alberi. La tradizione ha fatto arrivare fino a noi l’oroscopo celtico a cui ad ogni periodo dell’anno è associato a un albero che dà un significato particolare alla propria data di nascita.
 Nell’albero della vita celtico abbiamo rami che si intrecciano e si uniscono formando una trama complessa. 
Nella simbologia celtica il tronco dell’albero della vita rappresenta il mondo in cui viviamo. Le radici sono il collegamento con i mondi inferiori mentre i rami dell’albero ci portano verso i mondi superiori.
 In gaelico l’albero della vita è chiamato Crann Bethadh.
 I rami rappresentano la complessa trama della vita e con i loro nodi stanno ad indicare i diversi eventi che compongono l’esistenza e gli ostacoli da affrontare.

 

Quando parliamo di albero della vita per i Celti parliamo anche di evoluzione spirituale perché questo albero rappresenta l’evoluzione dello spirito dai mondi inferiori verso i mondi superiori.
 L’idea è dunque di un miglioramento della persona attraverso gli ostacoli da affrontare nella vita. 
I rami chiusi e i nodi possono rappresentare i sentieri ‘sbagliati’ e le strade senza uscita che ci capita di incontrare nella vita. Nell’esistenza delle popolazioni celtiche – e non solo – l’albero rappresentava un rifugio per le persone e per gli animali ma anche una fonte di cibo grazie ai suoi frutti e di cura e medicine grazie alle sue foglie o alle sue bacche.
 Tagliare un albero per i Celti equivaleva ad un grave crimine. 

 Ora comprendiamo meglio il significato dell’importanza degli alberi e della natura per queste antiche popolazioni e speriamo di imparare proprio dai loro simboli e tradizioni un maggior rispetto per l’ambiente.

 Marta Albè

venerdì 13 gennaio 2017

La curiosa storia del frosone, l’uccello “spaccasemi”


In inverno molte specie di uccelli italiani devono adattarsi alla mancanza di risorse alimentari, alle difficoltà di poter superare le temperature gelide della notte, quando il termometro scende molti gradi sotto lo zero.
 In quel momento gli uccelli cercano qualsiasi risorsa possa offrire il territorio ed è in quel momento che una specie in particolare trova il modo di primeggiare andando a selezionare semi e granaglie che per molti sarebbero inaccessibili: stiamo parlando del frosone (Coccothraustes coccothraustes). 
Questo volatile lievemente più grande del fringuello deve il suo nome scientifico proprio alla sua abilità di rompere i semi più duri. Infatti il suo nome scientifico deriva dalle parole greche kokkos (seme) e thrauō (rompere).


Ben distribuito in Italia, soprattutto sui rilievi alpini, il frosone talvolta colonizza anche parchi e boschetti planiziali. 
In inverno può spingersi anche verso sud e sovente si stabilisce anche nelle aree urbane, attirato dalle mangiatoie, sebbene preferisca le cime degli alberi più alti. 
Il suo becco così robusto è un vero tritatutto. Pensate che riesce ad aprire persino noccioli molto duri come quelli del bagolaro, del ciliegio selvatico e i frutti del tasso a lui molto graditi, esercitando con il suo becco una forza non indifferente di 30-50 kg. 


 Fonte rivistanatura.com

giovedì 12 gennaio 2017

Lumia, l'agrume un po' cedro e un po' limone


Lumia (Citrus x lumia) è il nome di una pianta di agrumi e del frutto che produce. 
Appartiene al genere Citrus. Con il nome comune di lumia si fa riferimento sia alla pianta che al suo frutto.
 La famiglia degli agrumi è molto più ampia di quanto pensiamo. Conosciamo bene le arance, i mandarini e i limoni, ma non dimentichiamo che tra gli agrumi esistono anche il cedro, il pompelmo e il pomelo, insieme alla meno conosciuta lumia.

 La lumia è un frutto molto profumato, dalla scorza di colore giallo molto spessa.
 La parte bianca all’interno del frutto non è commestibile.
 La lumia viene coltivata soprattutto come pianta ornamentale ma esistono degli usi alimentari del frutto.
 Il frutto della lumia ricorda il limone e il cedro.

 La varietà più conosciuta di lumia è detta Citrus lumia pyriformis e la si distingue per la caratteristica forma di pera. 
Per questo motivo è nota anche con il nome di Pera del commendatore.
 In Italia la coltivazione della lumia avviene soprattutto in Sicilia. 
 Il frutto più comune del Citrus lumia è parente del cedro, del limone e del pomelo. 
Una delle estremità del frutto è più stretta dell’altra e ciò lo rende simile a una pera nella forma.
 Il colore della buccia del frutto maturo è giallo brillante e il profumo è quello tipico degli agrumi che già conosciamo. 
La buccia del frutto a volte è liscia, altre volte è ruvida. La polpa del frutto ha un sapore acidulo.

Non sempre la lumia è piriforme. 
Esistono anche lumie di forma tondeggiante, come la lumia pomo d’Adamo e la lumia Castagnetola. 
 Il gusto della polpa e del succo del frutto ricorda quello del cedro e del limone.
 La pianta ha foglie di forma lanceolata, dentate sui bordi. 
I fiori sono grandi e profumati, disposti a grappolo. 
La fioritura avviene due volte all’anno e il frutto maturo può rimanere a lungo sulla pianta. 

 Le piante del genere lumia sono conosciute fin dall’antichità e sono considerate un ibrido tra l’arancio e il limone cedrato. 
 E' difficile vedere la lumia dal vivo se si vive al di fuori della Sicilia.
 Un aiuto per riconoscerla arriva però dall'arte grazie alle tele di Bartolomeo Bimbi, pittore mediceo, che (tra la fine del '600 e l'inizio del '700) fissò per la gioia dei futuri botanici una enorme varietà di agrumi e di frutta.


La lumia sia come pianta che come frutto viene coltivata soprattutto a scopo ornamentale, per abbellire orti e giardini. Potrete infatti trovare la lumia nei vivai proprio tra le piante ornamentali.
 Le proprietà e le caratteristiche benefiche per la salute della lumia come frutto sono al momento in corso di studio. 
Sappiamo in ogni caso che questo frutto è ricco di vitamine e di sali minerali come gli altri agrumi e che in sé riassume le caratteristiche del cedro e del limone. 
 Secondo uno studio giapponese del 1996, l'albedo (lo strato interno, in genere di colore bianco, della buccia caratteristica degli agrumi) estratto dal frutto della lumia ha dimostrato di possedere la più alta attività inibitoria nei confronti della cicloossigenasi (IC50 = 24 mg / ml), tra gli altri agrumi studiati. 
 La parte bianca del frutto della lumia non andrebbe consumata perché non è considerata commestibile.
 Il suggerimento è dunque di gustare solo la polpa e eventualmente la buccia della lumia come di solito si fa con gli altri agrumi. 

 Con la polpa della lumia si possono preparare succhi e spremute. Si può anche utilizzare questo frutto in abbinamento ad altri agrumi per realizzare marmellate, confetture e conserve fatte in casa, oltre che gelatine e canditi.
 Naturalmente i frutti devono provenire da piante coltivate a scopo alimentare, dunque preferibilmente in modo biologico, per assicurarsi di poter consumare con sicurezza la lumia. 

 Marta Albè

L’indecifrabile sito di Naupa Iglesia


Fino a pochi anni fa nessuno sapeva della sua esistenza, eppure è uno dei più affascinanti ed enigmatici siti di tutta l’America precolombiana. 
 Il complesso di Naupa Iglesia (Tempio degli Antichi) si trova a ridosso di un dirupo delle Ande, nel territorio di Choquequilla, Perù.
 Oltre a poche immagini piuttosto intriganti, si sa molto poco su questo straordinario complesso. Per chi è interessato, le coordinate del sito sono: 13.2977461S; 72.2551421W. 

 Si tratta di un monumento unico nel suo genere. 
La prima cosa in cui si imbatte il visitatore è un altare monolitico scolpito con precisione millimetrica nella roccia viva.


Le decorazioni dell’altare ricordano quelle viste nella fontana di Ollantaytambo, il sito più famoso della regione, distante da Naupa Iglesia solo pochi chilometri, tanto da pensare che siano state realizzate dalla stessa civiltà. 

 Ciò che lascia molto più perplessi è ciò che si trova all’interno della montagna: una porta scavata nella roccia, geometricamente perfetta. 
 Nella cultura Inca, i Ñaupas erano gli abitanti del mondo ultraterreno ed erano capaci di viaggiare nello spazio utilizzando alcuni luoghi sacri, come la porta di Puerta de Hayu Marca.
 La porta scavata nella roccia sembra davvero l’accesso per un altro mondo. 
Secondo la tradizione, bisognava essere in posseso di poteri magici per attraversarla.
 L’altare è in qualche modo collegato alla porta, quasi come fosse una ‘console’ da cui controllare l’apertura e la chiusura della porta.


Ciò che domina tutto il complesso di Naupa Iglesia è il soffitto della grotta, modellato con precisione millimetrica per creare due diverse angolazioni specifiche: 60° e 52°. 
 C’è un solo un altro posto al mondo dove questi due numeri appaiono fianco a fianco: gli angoli di inclinazione della Piramide di Cheope (52°) e della Piramide di Chefren (52°) nell’altopiano di Giza, Egitto.

 Il sito presenta notevoli danneggiamenti causati dai cercatori di tesori del secolo scorso, i quali, senza scrupoli, si sono fatti strada con la dinamite attraverso la roccia.
 L’altare porta i segni di tale ottusa devastazione. 
 Benchè l’archeologia classica dica il contrario, è veramente difficile attribuire la creazione del sito di Naupa Iglesia agli Inca, così come il resto di siti simili presenti nella regione. 
 La precisione delle incisioni nella roccia fa impallidire le creazioni attribuite agli Inca del 14° secolo.
 In realtà, gli Inca hanno semplicemente ereditato, utilizzato, e in qualche caso modificato, siti megalitici che esistevano già da migliaia di anni. 

 Lo stile di Naupa Iglesia è coerente con quanto visto a Cuzco, Ollantaytambo e Puma Punku, tutti siti che la tradizione attribuisce al dio costruttore Viracocha, comparso a Tiahuanaco (sito che l’archeoastronomia fa risalire al 9703 a.C.) per aiutare l’umanità a ricostruire il mondo all’indomani di una catastrofica inondazione. Guardando il sito di Naupa Iglesia, viene da chiedersi quale sia stato lo scopo di questo strano santuario.
 Eppure, nonostante il suo fascino enigmatico, non ha ancora ricevuto l’attenzione che merita da parte della comunità archeologica. 

 Fonte: ilnavigatorecurioso.it

mercoledì 11 gennaio 2017

Titanic: il ruolo sottovalutato di un incendio


Dopo oltre un secolo dalla notte tra il 14 e il 15 aprile 1912, quando il transatlantico britannico RMS Titanic affondò nell'Oceano Atlantico, ci sono ancora studiosi che cercano di scoprire cosa stava avvenendo realmente a bordo della nave poco prima e durante l'impatto con l’iceberg che ne causò l'affondamento. 

Recentemente sono venute alla luce delle fotografie che mostrano segni di evidenti e gravi danni allo scafo proprio nel punto in cui venne poi colpito dall’iceberg, causati da un incendio che si era sviluppato sotto coperta.
 A riportare alla ribalta il drammatico evento del Titanic è il giornalista e scrittore irlandese Senan Molony, che da 30 anni studia il disastro. 
 Secondo Molony quella notte si verificò una coincidenza di eventi che diede origine a una sorta di tempesta perfetta, dove fuoco, ghiaccio e negligenza portarono all’affondamento del Titanic e alla morte di oltre 1500 persone.

 Era già noto che a bordo del Titanic fosse in atto un incendio, nel bunker 6, dove era stivato il carbone per la navigazione: l'incendio si era sviluppato subito dopo la partenza da Belfast. Tuttavia, durante le indagini per spiegare l'accaduto quell’incendio non venne mai considerato importante.


Ora però alcune fotografie d'epoca vendute a un'asta privata hanno mostrato una situazione molto particolare: delle evidenti macchie scure sullo scafo, che secondo Molony e gli esperti che hanno studiato le immagini, sarebbero conseguenza di un incendio particolarmente violento.
 Il fuoco deve avere indebolito in modo significativo una parte dello scafo e, per una sfortunata coincidenza, proprio quella parte che sarebbe stata colpita dall'iceberg, che incontrò quindi una resistenza molto ridotta: «Alcuni esperti di metallurgia ritengono che con una temperatura di circa 1.000 gradi centigradi, cioè quella a cui deve essere stato sottoposto lo scafo dall'interno, la resistenza deve essere scesa di oltre il 75%», riporta Molony.

 Il terzo elemento che si è sovrapposto al fuoco e all’iceberg fu la velocità: il Titanic viaggiava più velocemente di quanto avrebbe dovuto e questo, molto probabilmente, perché buona parte dell'equipaggio era impegnato a spalare carbone - caricandolo nelle caldaie - per ridurre la forza dell'incendio. 

 Questa nuova ipotesi si aggiunge alle numerose altre che hanno trovato più di un elemento da associare alla causa primaria dell'affondamento, lo scontro con l'iceberg. 

 Fonte: focus.it

martedì 10 gennaio 2017

Addio alla sequoia "tunnel"


La tempesta invernale che nel weekend ha colpito la California ha abbattuto il Pioneer Cabin Tree, la sequoia alta 45 metri simbolo del Calaveras Big Trees State Park.

 L'albero era stato scavato e modellato a formare un tunnel vivente più di un secolo fa. 
 Dal 1880 permetteva il passaggio di cavalli e carrozze prima, di auto poi; recentemente, solo ai visitatori del parco era permesso sostare e farsi fotografare al centro del tronco, che non ha retto l'umidità e le sollecitazioni di pioggia e vento. 
 Complici forse le radici ormai superficiali - e la fragilità del tronco tagliato alla base - la sequoia è caduta a terra, sbriciolandosi completamente. 

L'ha reso noto su Facebook la Calaveras Big Trees Association, con un post da oltre 11 mila condivisioni. 
Non è nota di preciso l'età della pianta, ma il Los Angeles Times ipotizza potesse avere un migliaio di anni. Le sequoie possono sopravvivere anche 3.000 anni.




La moda di ricavare tunnel negli alberi esplose nei grandi parchi statunitensi nel 19esimo secolo, per promuovere il turismo.
 Il Pioneer Cabin Tree era una delle ultime testimonianze viventi rimaste di questa usanza: nel 1969, sempre un temporale invernale aveva abbattuto il Wawona Tree, un'altra millenaria sequoia scavata nel Parco Nazionale dello Yosemite. 

 Chi ha assistito agli ultimi istanti di vita dell'albero racconta che, nel weekend, era talmente circondato d'acqua da sembrare emergere da un fiume. 
Secondo la Associated Press, le piogge che si sono abbattute negli ultimi giorni su California e Nevada, provocando inondazioni e valanghe di fango, sono state tra le più intense dell'ultimo decennio.

 Fonte: focus.it

Il "Cilindro di Ciro" . la prima convenzione dei diritti umani


Questo cilindro d’argilla scritto con caratteri cuneiformi, venne trovato da Hormuzd Rassam archeologo inglese, nel 1879. Atualmente è conservato al British Museum di Londra.
 Il testo del rotolo racconta le imprese di Ciro re di Anshan(Persia 559 - 530) e la conquista di Babilonia nel 539 a.C.
 Il testo narra di come fu catturato Nabonide, l'ultimo re di Babilonia, di come egli corruppe il culto agli dei e dei lavori forzati ai quali aveva sottoposto la popolazione, il cui lamento saliva agli dei. 
Si legge che gli dei abbandonarono Babilonia, ma il dio protettore della città cercò qualcuno che potesse restaurare il vecchio ordine, e la scelta cadde su Ciro, dichiarandolo sovrano del mondo.
 Lo stesso profeta Isaia scrisse di lui nella Bibbia circa 200 anni prima: “28 Colui che dichiara riguardo a Ciro: «Egli è il mio pastore; egli adempirà tutto quello che io desidero, dicendo a Gerusalemme: «Sarai ricostruita!» E al tempio: «Sarai riedificato dalle fondamenta!» … … 1 Così dice Yahùh al suo eletto, a Ciro, il quale ho preso per la mano destra, affinché le nazioni siano sottomesse a lui. Allora, per aprire le porte, slaccerò le cinture ai fianchi dei re, e le porte di accesso non saranno chiuse”. (Isaia 44:28; 45:1)

In uno dei frammenti del cilindro si trova la famosa dichiarazione di Ciro che ha permesso a questo documento di essere considerato la prima convenzione dei diritti umani; un suo estratto dice quanto segue: 
1- Io dichiaro che rispetterò la tradizione, i costumi e le religioni delle nazioni del mio impero, e che non permetterò a nessuno dei miei governatori di disprezzare o insultare gli abitanti delle mie nazioni; 
2- Con la presente si abolisce la schiavitù; i miei governatori hanno l'ordine di proibire la compravendita di uomini e donne come schiavi nei domini che governano. Questa tradizione dev'essere eliminata in tutto il mondo. 
3- Se qualcuno opprime qualche persona, quando succeda, lo priverò dei suoi dirirtti con il fine di penalizzare l'oppressore. 
4- Oggi dichiaro la libertà religiosa. Tutti sono liberi di praticare qualsiasi religione, vivere secondo i dettami di qualsiasi religione e accedere a qualsiasi tipo di impiego, a condizione che mai siano violati i diritti degli altri. 

Fonte: gooddayworld.com

lunedì 9 gennaio 2017

L'isola matrioska che si trova in un lago su un' isola che si trova in un lago... vulcanico


Un'isola dentro a un lago formato da un cratere di un vulcano presente su di un'isola che si trova in un lago.
 Non è uno scioglilingua, ma è quello che succede nell’isola di Luzon. 
 Luzon è una grande isola delle Filippine dove all’interno c’è il lago Taal. A sua volta, dentro il lago c’è la Volcano Island che è costituita da un vulcano di nome Taal ormai spento dal 1977. 
 Per questo motivo e a causa dell’acqua piovana, all’interno del cratere si è formato un lago, dove è presente un isolotto, la Vulcan Point Island.




Insomma ricapitolando siamo davanti a una matrioska considerata appunto come il Guinness world record per la prima grande "island-in-a-lake-on-an-island-in-a-lake-on-a-island” (un’isola dentro un lago su un’ isola in un lago dentro un’isola).

 Il vulcano ha attraversato uno stato di quiete per diversi anni, ma dal 1991 ha dato diversi segni di risveglio: si sono verificati sciami di terremoti, nuove bocche fumaroliche, fratture del terreno, aumento della temperatura del lago Taal e del lago craterico. 

 Dominella Trunfio

Il bonsai sopravvissuto ad Hiroshima


Questa è l’incredibile storia di un bonsai che non solo ha quasi 400 anni ma che è riuscito anche a sopravvivere ad Hiroshima e, nonostante tutto, ad arrivare incolume fino ad oggi continuando a crescere rigoglioso. 

Piantato nel 1625 e sopravvissuto ad Hiroshima, il piccolo albero ha oggi 391 anni di età ma non accenna a cedere e anzi continua a vivere sano e forte.
 L'albero apparteneva alla famiglia Yamaki che nel 1945 risiedeva a circa due miglia di distanza dal punto in cui le forze americane sganciarono la bomba che uccise circa 140mila persone.
 In maniera abbastanza sorprendente l'albero, oltre che la famiglia Yamaki, sono sopravvissuti all'esplosione relativamente incolumi. 

Attualmente l’albero è ospitato nel US National Arboretum a Washington dove è arrivato nel 1976 in seguito alla donazione da parte di Masaru Yamaki. 
Il personale dell’arboreto è ovviamente a conoscenza dell’incredibile storia di questo albero, sono stati i nipoti stessi di Yamaki nel 2001 a spiegare l’accaduto durante una visita alla struttura naturalistica.

 In realtà la storia di questo bonsai non è un caso isolato, centinaia di alberi sono sopravvissuti all'esplosione di Hiroshima e, sebbene danneggiati e coi rami spezzati, riuscirono a tornare in seguito forti e sani. 
Si tratta di alberi che si trovavano collocati ad un raggio di circa 2 chilometri dal punto dell'esplosione e che in seguito furono registrati ufficialmente come alberi colpiti dalla bomba atomica. Ognuno di essi venne denominato "Hibaku Jumoku", cioè "albero sopravvissuto", ed è identificato con una apposita targa. 

 E’ proprio vero che la natura a volte riserva sorprese straordinarie! 

 Francesca Biagioli
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