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giovedì 12 gennaio 2017

Lumia, l'agrume un po' cedro e un po' limone


Lumia (Citrus x lumia) è il nome di una pianta di agrumi e del frutto che produce. 
Appartiene al genere Citrus. Con il nome comune di lumia si fa riferimento sia alla pianta che al suo frutto.
 La famiglia degli agrumi è molto più ampia di quanto pensiamo. Conosciamo bene le arance, i mandarini e i limoni, ma non dimentichiamo che tra gli agrumi esistono anche il cedro, il pompelmo e il pomelo, insieme alla meno conosciuta lumia.

 La lumia è un frutto molto profumato, dalla scorza di colore giallo molto spessa.
 La parte bianca all’interno del frutto non è commestibile.
 La lumia viene coltivata soprattutto come pianta ornamentale ma esistono degli usi alimentari del frutto.
 Il frutto della lumia ricorda il limone e il cedro.

 La varietà più conosciuta di lumia è detta Citrus lumia pyriformis e la si distingue per la caratteristica forma di pera. 
Per questo motivo è nota anche con il nome di Pera del commendatore.
 In Italia la coltivazione della lumia avviene soprattutto in Sicilia. 
 Il frutto più comune del Citrus lumia è parente del cedro, del limone e del pomelo. 
Una delle estremità del frutto è più stretta dell’altra e ciò lo rende simile a una pera nella forma.
 Il colore della buccia del frutto maturo è giallo brillante e il profumo è quello tipico degli agrumi che già conosciamo. 
La buccia del frutto a volte è liscia, altre volte è ruvida. La polpa del frutto ha un sapore acidulo.

Non sempre la lumia è piriforme. 
Esistono anche lumie di forma tondeggiante, come la lumia pomo d’Adamo e la lumia Castagnetola. 
 Il gusto della polpa e del succo del frutto ricorda quello del cedro e del limone.
 La pianta ha foglie di forma lanceolata, dentate sui bordi. 
I fiori sono grandi e profumati, disposti a grappolo. 
La fioritura avviene due volte all’anno e il frutto maturo può rimanere a lungo sulla pianta. 

 Le piante del genere lumia sono conosciute fin dall’antichità e sono considerate un ibrido tra l’arancio e il limone cedrato. 
 E' difficile vedere la lumia dal vivo se si vive al di fuori della Sicilia.
 Un aiuto per riconoscerla arriva però dall'arte grazie alle tele di Bartolomeo Bimbi, pittore mediceo, che (tra la fine del '600 e l'inizio del '700) fissò per la gioia dei futuri botanici una enorme varietà di agrumi e di frutta.


La lumia sia come pianta che come frutto viene coltivata soprattutto a scopo ornamentale, per abbellire orti e giardini. Potrete infatti trovare la lumia nei vivai proprio tra le piante ornamentali.
 Le proprietà e le caratteristiche benefiche per la salute della lumia come frutto sono al momento in corso di studio. 
Sappiamo in ogni caso che questo frutto è ricco di vitamine e di sali minerali come gli altri agrumi e che in sé riassume le caratteristiche del cedro e del limone. 
 Secondo uno studio giapponese del 1996, l'albedo (lo strato interno, in genere di colore bianco, della buccia caratteristica degli agrumi) estratto dal frutto della lumia ha dimostrato di possedere la più alta attività inibitoria nei confronti della cicloossigenasi (IC50 = 24 mg / ml), tra gli altri agrumi studiati. 
 La parte bianca del frutto della lumia non andrebbe consumata perché non è considerata commestibile.
 Il suggerimento è dunque di gustare solo la polpa e eventualmente la buccia della lumia come di solito si fa con gli altri agrumi. 

 Con la polpa della lumia si possono preparare succhi e spremute. Si può anche utilizzare questo frutto in abbinamento ad altri agrumi per realizzare marmellate, confetture e conserve fatte in casa, oltre che gelatine e canditi.
 Naturalmente i frutti devono provenire da piante coltivate a scopo alimentare, dunque preferibilmente in modo biologico, per assicurarsi di poter consumare con sicurezza la lumia. 

 Marta Albè

L’indecifrabile sito di Naupa Iglesia


Fino a pochi anni fa nessuno sapeva della sua esistenza, eppure è uno dei più affascinanti ed enigmatici siti di tutta l’America precolombiana. 
 Il complesso di Naupa Iglesia (Tempio degli Antichi) si trova a ridosso di un dirupo delle Ande, nel territorio di Choquequilla, Perù.
 Oltre a poche immagini piuttosto intriganti, si sa molto poco su questo straordinario complesso. Per chi è interessato, le coordinate del sito sono: 13.2977461S; 72.2551421W. 

 Si tratta di un monumento unico nel suo genere. 
La prima cosa in cui si imbatte il visitatore è un altare monolitico scolpito con precisione millimetrica nella roccia viva.


Le decorazioni dell’altare ricordano quelle viste nella fontana di Ollantaytambo, il sito più famoso della regione, distante da Naupa Iglesia solo pochi chilometri, tanto da pensare che siano state realizzate dalla stessa civiltà. 

 Ciò che lascia molto più perplessi è ciò che si trova all’interno della montagna: una porta scavata nella roccia, geometricamente perfetta. 
 Nella cultura Inca, i Ñaupas erano gli abitanti del mondo ultraterreno ed erano capaci di viaggiare nello spazio utilizzando alcuni luoghi sacri, come la porta di Puerta de Hayu Marca.
 La porta scavata nella roccia sembra davvero l’accesso per un altro mondo. 
Secondo la tradizione, bisognava essere in posseso di poteri magici per attraversarla.
 L’altare è in qualche modo collegato alla porta, quasi come fosse una ‘console’ da cui controllare l’apertura e la chiusura della porta.


Ciò che domina tutto il complesso di Naupa Iglesia è il soffitto della grotta, modellato con precisione millimetrica per creare due diverse angolazioni specifiche: 60° e 52°. 
 C’è un solo un altro posto al mondo dove questi due numeri appaiono fianco a fianco: gli angoli di inclinazione della Piramide di Cheope (52°) e della Piramide di Chefren (52°) nell’altopiano di Giza, Egitto.

 Il sito presenta notevoli danneggiamenti causati dai cercatori di tesori del secolo scorso, i quali, senza scrupoli, si sono fatti strada con la dinamite attraverso la roccia.
 L’altare porta i segni di tale ottusa devastazione. 
 Benchè l’archeologia classica dica il contrario, è veramente difficile attribuire la creazione del sito di Naupa Iglesia agli Inca, così come il resto di siti simili presenti nella regione. 
 La precisione delle incisioni nella roccia fa impallidire le creazioni attribuite agli Inca del 14° secolo.
 In realtà, gli Inca hanno semplicemente ereditato, utilizzato, e in qualche caso modificato, siti megalitici che esistevano già da migliaia di anni. 

 Lo stile di Naupa Iglesia è coerente con quanto visto a Cuzco, Ollantaytambo e Puma Punku, tutti siti che la tradizione attribuisce al dio costruttore Viracocha, comparso a Tiahuanaco (sito che l’archeoastronomia fa risalire al 9703 a.C.) per aiutare l’umanità a ricostruire il mondo all’indomani di una catastrofica inondazione. Guardando il sito di Naupa Iglesia, viene da chiedersi quale sia stato lo scopo di questo strano santuario.
 Eppure, nonostante il suo fascino enigmatico, non ha ancora ricevuto l’attenzione che merita da parte della comunità archeologica. 

 Fonte: ilnavigatorecurioso.it

mercoledì 11 gennaio 2017

Titanic: il ruolo sottovalutato di un incendio


Dopo oltre un secolo dalla notte tra il 14 e il 15 aprile 1912, quando il transatlantico britannico RMS Titanic affondò nell'Oceano Atlantico, ci sono ancora studiosi che cercano di scoprire cosa stava avvenendo realmente a bordo della nave poco prima e durante l'impatto con l’iceberg che ne causò l'affondamento. 

Recentemente sono venute alla luce delle fotografie che mostrano segni di evidenti e gravi danni allo scafo proprio nel punto in cui venne poi colpito dall’iceberg, causati da un incendio che si era sviluppato sotto coperta.
 A riportare alla ribalta il drammatico evento del Titanic è il giornalista e scrittore irlandese Senan Molony, che da 30 anni studia il disastro. 
 Secondo Molony quella notte si verificò una coincidenza di eventi che diede origine a una sorta di tempesta perfetta, dove fuoco, ghiaccio e negligenza portarono all’affondamento del Titanic e alla morte di oltre 1500 persone.

 Era già noto che a bordo del Titanic fosse in atto un incendio, nel bunker 6, dove era stivato il carbone per la navigazione: l'incendio si era sviluppato subito dopo la partenza da Belfast. Tuttavia, durante le indagini per spiegare l'accaduto quell’incendio non venne mai considerato importante.


Ora però alcune fotografie d'epoca vendute a un'asta privata hanno mostrato una situazione molto particolare: delle evidenti macchie scure sullo scafo, che secondo Molony e gli esperti che hanno studiato le immagini, sarebbero conseguenza di un incendio particolarmente violento.
 Il fuoco deve avere indebolito in modo significativo una parte dello scafo e, per una sfortunata coincidenza, proprio quella parte che sarebbe stata colpita dall'iceberg, che incontrò quindi una resistenza molto ridotta: «Alcuni esperti di metallurgia ritengono che con una temperatura di circa 1.000 gradi centigradi, cioè quella a cui deve essere stato sottoposto lo scafo dall'interno, la resistenza deve essere scesa di oltre il 75%», riporta Molony.

 Il terzo elemento che si è sovrapposto al fuoco e all’iceberg fu la velocità: il Titanic viaggiava più velocemente di quanto avrebbe dovuto e questo, molto probabilmente, perché buona parte dell'equipaggio era impegnato a spalare carbone - caricandolo nelle caldaie - per ridurre la forza dell'incendio. 

 Questa nuova ipotesi si aggiunge alle numerose altre che hanno trovato più di un elemento da associare alla causa primaria dell'affondamento, lo scontro con l'iceberg. 

 Fonte: focus.it

martedì 10 gennaio 2017

Addio alla sequoia "tunnel"


La tempesta invernale che nel weekend ha colpito la California ha abbattuto il Pioneer Cabin Tree, la sequoia alta 45 metri simbolo del Calaveras Big Trees State Park.

 L'albero era stato scavato e modellato a formare un tunnel vivente più di un secolo fa. 
 Dal 1880 permetteva il passaggio di cavalli e carrozze prima, di auto poi; recentemente, solo ai visitatori del parco era permesso sostare e farsi fotografare al centro del tronco, che non ha retto l'umidità e le sollecitazioni di pioggia e vento. 
 Complici forse le radici ormai superficiali - e la fragilità del tronco tagliato alla base - la sequoia è caduta a terra, sbriciolandosi completamente. 

L'ha reso noto su Facebook la Calaveras Big Trees Association, con un post da oltre 11 mila condivisioni. 
Non è nota di preciso l'età della pianta, ma il Los Angeles Times ipotizza potesse avere un migliaio di anni. Le sequoie possono sopravvivere anche 3.000 anni.




La moda di ricavare tunnel negli alberi esplose nei grandi parchi statunitensi nel 19esimo secolo, per promuovere il turismo.
 Il Pioneer Cabin Tree era una delle ultime testimonianze viventi rimaste di questa usanza: nel 1969, sempre un temporale invernale aveva abbattuto il Wawona Tree, un'altra millenaria sequoia scavata nel Parco Nazionale dello Yosemite. 

 Chi ha assistito agli ultimi istanti di vita dell'albero racconta che, nel weekend, era talmente circondato d'acqua da sembrare emergere da un fiume. 
Secondo la Associated Press, le piogge che si sono abbattute negli ultimi giorni su California e Nevada, provocando inondazioni e valanghe di fango, sono state tra le più intense dell'ultimo decennio.

 Fonte: focus.it

Il "Cilindro di Ciro" . la prima convenzione dei diritti umani


Questo cilindro d’argilla scritto con caratteri cuneiformi, venne trovato da Hormuzd Rassam archeologo inglese, nel 1879. Atualmente è conservato al British Museum di Londra.
 Il testo del rotolo racconta le imprese di Ciro re di Anshan(Persia 559 - 530) e la conquista di Babilonia nel 539 a.C.
 Il testo narra di come fu catturato Nabonide, l'ultimo re di Babilonia, di come egli corruppe il culto agli dei e dei lavori forzati ai quali aveva sottoposto la popolazione, il cui lamento saliva agli dei. 
Si legge che gli dei abbandonarono Babilonia, ma il dio protettore della città cercò qualcuno che potesse restaurare il vecchio ordine, e la scelta cadde su Ciro, dichiarandolo sovrano del mondo.
 Lo stesso profeta Isaia scrisse di lui nella Bibbia circa 200 anni prima: “28 Colui che dichiara riguardo a Ciro: «Egli è il mio pastore; egli adempirà tutto quello che io desidero, dicendo a Gerusalemme: «Sarai ricostruita!» E al tempio: «Sarai riedificato dalle fondamenta!» … … 1 Così dice Yahùh al suo eletto, a Ciro, il quale ho preso per la mano destra, affinché le nazioni siano sottomesse a lui. Allora, per aprire le porte, slaccerò le cinture ai fianchi dei re, e le porte di accesso non saranno chiuse”. (Isaia 44:28; 45:1)

In uno dei frammenti del cilindro si trova la famosa dichiarazione di Ciro che ha permesso a questo documento di essere considerato la prima convenzione dei diritti umani; un suo estratto dice quanto segue: 
1- Io dichiaro che rispetterò la tradizione, i costumi e le religioni delle nazioni del mio impero, e che non permetterò a nessuno dei miei governatori di disprezzare o insultare gli abitanti delle mie nazioni; 
2- Con la presente si abolisce la schiavitù; i miei governatori hanno l'ordine di proibire la compravendita di uomini e donne come schiavi nei domini che governano. Questa tradizione dev'essere eliminata in tutto il mondo. 
3- Se qualcuno opprime qualche persona, quando succeda, lo priverò dei suoi dirirtti con il fine di penalizzare l'oppressore. 
4- Oggi dichiaro la libertà religiosa. Tutti sono liberi di praticare qualsiasi religione, vivere secondo i dettami di qualsiasi religione e accedere a qualsiasi tipo di impiego, a condizione che mai siano violati i diritti degli altri. 

Fonte: gooddayworld.com

lunedì 9 gennaio 2017

L'isola matrioska che si trova in un lago su un' isola che si trova in un lago... vulcanico


Un'isola dentro a un lago formato da un cratere di un vulcano presente su di un'isola che si trova in un lago.
 Non è uno scioglilingua, ma è quello che succede nell’isola di Luzon. 
 Luzon è una grande isola delle Filippine dove all’interno c’è il lago Taal. A sua volta, dentro il lago c’è la Volcano Island che è costituita da un vulcano di nome Taal ormai spento dal 1977. 
 Per questo motivo e a causa dell’acqua piovana, all’interno del cratere si è formato un lago, dove è presente un isolotto, la Vulcan Point Island.




Insomma ricapitolando siamo davanti a una matrioska considerata appunto come il Guinness world record per la prima grande "island-in-a-lake-on-an-island-in-a-lake-on-a-island” (un’isola dentro un lago su un’ isola in un lago dentro un’isola).

 Il vulcano ha attraversato uno stato di quiete per diversi anni, ma dal 1991 ha dato diversi segni di risveglio: si sono verificati sciami di terremoti, nuove bocche fumaroliche, fratture del terreno, aumento della temperatura del lago Taal e del lago craterico. 

 Dominella Trunfio

Il bonsai sopravvissuto ad Hiroshima


Questa è l’incredibile storia di un bonsai che non solo ha quasi 400 anni ma che è riuscito anche a sopravvivere ad Hiroshima e, nonostante tutto, ad arrivare incolume fino ad oggi continuando a crescere rigoglioso. 

Piantato nel 1625 e sopravvissuto ad Hiroshima, il piccolo albero ha oggi 391 anni di età ma non accenna a cedere e anzi continua a vivere sano e forte.
 L'albero apparteneva alla famiglia Yamaki che nel 1945 risiedeva a circa due miglia di distanza dal punto in cui le forze americane sganciarono la bomba che uccise circa 140mila persone.
 In maniera abbastanza sorprendente l'albero, oltre che la famiglia Yamaki, sono sopravvissuti all'esplosione relativamente incolumi. 

Attualmente l’albero è ospitato nel US National Arboretum a Washington dove è arrivato nel 1976 in seguito alla donazione da parte di Masaru Yamaki. 
Il personale dell’arboreto è ovviamente a conoscenza dell’incredibile storia di questo albero, sono stati i nipoti stessi di Yamaki nel 2001 a spiegare l’accaduto durante una visita alla struttura naturalistica.

 In realtà la storia di questo bonsai non è un caso isolato, centinaia di alberi sono sopravvissuti all'esplosione di Hiroshima e, sebbene danneggiati e coi rami spezzati, riuscirono a tornare in seguito forti e sani. 
Si tratta di alberi che si trovavano collocati ad un raggio di circa 2 chilometri dal punto dell'esplosione e che in seguito furono registrati ufficialmente come alberi colpiti dalla bomba atomica. Ognuno di essi venne denominato "Hibaku Jumoku", cioè "albero sopravvissuto", ed è identificato con una apposita targa. 

 E’ proprio vero che la natura a volte riserva sorprese straordinarie! 

 Francesca Biagioli

giovedì 5 gennaio 2017

Il “burian”: cos’è, come si forma e quali sono le sue caratteristiche.


Con parola “Burian” si intende quel gelido vento, da NE o E-NE, che durante la stagione invernale spira sopra le sterminate lande siberiane e le steppe kazake verso gli Urali e le pianure Sarmatiche, della Russia europea. 
Il termine “Burian” (o anche Buran) deriva dalla lingua russa ed è spesso associato alle bufere di neve che in inverno investono buona parte dei territori della Russia europea e la Siberia. 
Può soffiare con grande violenza venendo accompagnato da tormente di neve (di solito dai piccoli fiocchi gelati di neve farinosa, quella che cade con temperature sotto i -20° -30°) e fenomeni di “Scaccianeve“, che portano drastiche riduzioni di visibilità. 
Quando scavalca la catena montuosa degli Urali, l’aria gelida di matrice siberiana, invade le pianure Sarmatiche, e spesso anche l’Europa, apportando un considerevole calo dei valori termici, anche dell’ordine dei -10° -12° in meno di 24 ore.

 Il “Burian” lo possiamo considerare come un figlio dell’immenso anticiclone termico “Russo-Siberiano”, che durante il periodo invernale si sviluppa sopra le grandi steppe siberiana e sull’Asia centrale. 
Non di frequente, ma in alcune circostanze (in passato era molto più frequente), il gelido vento delle steppe siberiane, scavalcando gli Urali, può invadere il cuore dell’Europa, portando delle severe fasi di tempo invernale, con estese gelate e nevicate fino alle coste del Mediterraneo.
 Un fenomeno tipico del “Burian” è quello dello “Scaccianeve”, i turbini di neve fatti sollevare dalle forti raffiche di vento. Ogni volta che il “Burian” entra sul vecchio continente, oltre al gelo e alla neve farinosa, porta con se anche lo “Scaccianeve”.


Durante il tardo autunno e il periodo invernale le sterminate pianure, gli altopiani e le immense steppe, tra la Siberia, il Kazakistan, la Mongolia e le altre ex Repubbliche Sovietiche dell‘Asia centrale, a nord del mar Caspio, sono interessate da un forte raffreddamento dello strato d’aria prossimo al suolo.
 Questo consistente raffreddamento, meglio noto anche come “raffreddamento pellicolare”, è causato da una serie di fattori, fra cui l’aria secca, la consistente riduzione della luce solare durante il giorno e la lontananza dell’azione mitigatrice di qualsivoglia mare o oceano. 

In alcune zone della Siberia centro-orientale, tra Dicembre e Gennaio, possono raggiungersi normalmente anche i -50° -60°, come nella Repubblica di Jacuzia. 
Si viene cosi a sviluppare uno strato di aria gelida e molto pesante, vicino al suolo, con uno spessore limitato ai 1000-2000 metri, che origina il famoso anticiclone termico “Russo-Siberiano”, ossia una vasta zona di alta pressione di origine prettamente fredda, strutturata solo nei bassi strati. 
Di solito l’anticiclone termico “Russo-Siberiano” non porta sempre bel tempo, come erroneamente si pensa. 
A differenza dei tradizionali anticicloni dinamici (vedi quello delle Azzorre), essendo strutturato solo agli strati più bassi della troposfera, l’alta pressione russo-siberiana può portare tempo brutto, con forti venti e nevicate, a causa del passaggio di aree cicloniche o gocce fredde, più o meno profonde, in quota, che approfittando dei bassi geopotenziali alla quota di 500 hpa, si sganciano dalla regione artica, dove agisce il vortice polare, e si fiondano nel cuore delle steppe siberiane, kazake e mongole, apportando crude fasi invernali.
 Inoltre negli anticicloni termici l’aria fredda fa diminuire più velocemente la pressione con la quota e quindi favorisce la formazione di aree cicloniche in quota. 

 Il “Burian” solo in determinate circostanze, durante la stagione invernale (ma non capita tutti gli inverni), può estendersi dalle steppe siberiane fino al cuore dell’Europa, portando il gelo (quello vero) su gran parte del continente. 
Ciò avviene soprattutto in quegli inverni in cui si viene a formare quel determinato schema configurativo, noto ai meteorologi europei come il “Ponte di Weikoff”. 

Il “Ponte di Wikoff”, prende il nome dallo scienziato russo che lo studiò per la prima volta. Si origina solo quando l’alta pressione delle Azzorre, per una sua pulsazione dinamica interna, si erge con i propri elementi, verso nord-est, in direzione della Scandinavia, per congiungersi con le propaggini più occidentali dell’anticiclone termico Russo, che dagli Urali si affaccia verso la Russia europea e il mar Baltico.
 L’unione fra le due differenti figure anticicloniche da vita a un grande ponte anticiclonico, con asse orientato da sud-ovest a nord-est, che dal vicino Atlantico si estende fino alla Russia europea e ai bassopiani siberiani (oltre gli Urali), favorendo il richiamo e l’aspirazione delle masse d’aria molto gelide preesistenti sopra le lande ghiacciate siberiane. 
L’aria gelida, di origine siberiana, scorrendo lungo il bordo più meridionale della poderosa figura di blocco anticiclonica, dai bassopiani della Siberia occidentale, e nei casi più estremi, pure dalle innevate steppe del Kazakistan e dal cuore della Siberia centrale, si muove verso le pianure della Russia europea, per poi invadere in pieno l’Europa centro-orientale, penetrando attraverso gelidi venti da NE e E-NE che fanno sprofondare la colonnina di mercurio su valori che si portano ampiamente sotto la soglia dello zero termico, specie quando l‘origine della massa d’aria è siberiana.


Se il “Ponte di Weikoff” è abbastanza robusto e duraturo, come nello storico Febbraio del 1956, ben alimentato da una grossa cellula anticiclonica termo-dinamica sulla Scandinavia, l’aria gelida, proveniente dalle steppe siberiane, può percorrere l’intera Europa muovendosi in modo retrogrado, ossia da est ad ovest, con vari nuclei di aria gelida che dalla Russia sono capaci di spingersi fino all’Italia, alla Francia e alla penisola Iberica, conservando gran parte del loro contenuto gelido visto il passaggio su vaste aree continentali. 
Le masse d’aria gelide, una volta formato il “Ponte di Weikoff”, vengono letteralmente trascinate verso sud-ovest, ciò favorisce l’insorgenza di contrasti termici sempre più accesi con le masse d’aria più temperate presenti sopra l’Europa. L’avvento di questi contrasti può agevolare la formazione di una nuvolosità bassa e diffusa, in grado di dare la stura a nevicate, generalmente di debole intensità, fino a quote pianeggianti, se non sulle coste.

Una delle tante peculiarità è che il “Burian” è un vento che trascina una massa d’aria, molto fredda e pesante, dello spessore non superiore a 1500-2000 metri (freddo pellicolare). 
Scorre negli strati più bassi della troposfera e di conseguenza man mano che si sale di quota la temperatura è relativamente più alta (rispetta il classico stato di inversione che si sviluppa d’inverno sopra gli altopiani della Siberia).
 Tale particolare rende la massa d’aria particolarmente stabile nei bassi strati e incapace di dare luogo a correnti ascensionali pronte a formare nubi cumuliformi e precipitazioni a sfogo di rovescio o temporale.
 Eppure basta il passaggio di aria un po’ più umida in quota per formare una nuvolosità bassa (strati, stratocumuli) sufficientemente spessa per dare la stura a deboli ma persistenti fenomeni nevosi.

 Il “Burian” come già detto, proviene direttamente dalle steppe della Siberia centro-occidentale e da quelle kazake, quindi per natura nasce come un vento secco che aspira l’aria da vaste aree continentali, caratterizzate da pressioni molto elevate, spesso superiori ai 1050-1055 hPa. Ma una volta scavalcati gli Urali e attraversate le grandi pianure della Russia europea, la Bielorussia e l’Ucraina, durante la sua discesa verso sud-ovest, può costringere aria più mite e umida, incontrata nel suo cammino verso l‘Europa centrale, a sollevarsi forzatamente verso l‘alto, generando una diffusa nuvolosità, apportatrice di precipitazioni sparse.
 Soprattutto durante la fase dell’intrusione del nocciolo d’aria gelida, gli scontri termici con l’aria meno fredda e più umida preesistente sopra il vecchio continente, si fanno molto forti e pronunciati, al punto da sfornare delle estese linee di instabilità o dei fronti freddi secondari che scorrendo lungo il bordo meridionale dell’imponente anticiclone di blocco termo-dinamico, con massimi centrati tra Scandinavia, Finlandia e Russia europea, si spingono in moto retrogradato dall’Europa orientale verso la MittelEuropa e in alcuni casi sull’Italia. 

Sono proprio questo tipo di perturbazioni a portare gli eventi nevosi più importanti sul nostro paese. 
Diversa è la storia quando il “Burian” è costretto a transitare sopra un grande specchio d’acqua o un mare interno come il mar Mediterraneo.
 In questi casi si possono avere dei veri e propri sconvolgimenti della natura termo-dinamica della massa d’aria che caricandosi di umidità è costretta a scaldarsi notevolmente dagli strati più bassi, diventando molto più instabile.
 In genere quando l’aria gelida, di origine russa, si versa sul Mediterraneo, mescolandosi con l’aria molto più mite e umida del loco, i contrasti termici sono cosi intensi da creare delle forti aree di vorticità positiva che danno i natali a profonde ciclogenesi, ben strutturate nei medi e bassi strati della troposfera.


Queste aree cicloniche mediterranee, oltre a causare intense ondate di maltempo, possono dare luogo a fenomeni nevosi fino a bassissima quota.
 Ma il “Burian”, nelle situazioni più esplosive (che sono pure quelle più rare), può causare anche a vere e proprie tempeste di neve, anche sulle coste del Mediterraneo.
 Basta che all’aria gelida al suolo (freddo di origine pellicolare) si sovrapponga aria molto fredda negli strati superiori della troposfera. 
Ad esempio, quando la ciclogenesi mediterranea, che si è sviluppata dopo che l’aria gelida dalle steppe russe, tramite il mar Egeo o l’Adriatico, si è versata sul “mare Nostrum“, viene agganciata in quota (a 500 hpa, nella libera atmosfera) da una grossa goccia fredda (vortice ciclonico chiuso in quota) colma di aria gelida (con isoterme tra i -35° -40° a 500 hpa) allora ci troveremmo di fronte ad una vera “bomba nevosa”, con l’arrivo di vere e proprie tormente, rese ancora più fitte e violente se il minimo nei bassi strati diventi particolarmente baroclino. 
Basti ricordare i Blizzard del Dicembre 2001 sulle regioni settentrionali.


In passato, tra l’Ottocento e la prima parte del Nocecento, le visite del “Burian” in Europa e in Italia erano molto più frequenti rispetto ad oggi.
 Ogni qual volta il gelido vento della Siberia varcava gli Urali l’Europa batteva i denti e in quasi tutti i paesi, a parte l’area del Mediterraneo, si scendeva abbondantemente sotto zero, con valori anche sotto i -30°, tanto da far ghiacciare fiumi, laghi, innumerevoli specchi d’acqua e persino le acque interne dei principali porti. 
Si producevano cosi le storiche invernate del Febbraio 1929 e 1956, passate agli onori della letteratura, che ancora oggi vengono ammirate e fantasticate da migliaia di meteoappasionati e amanti del freddo e della neve. 
Durante quell’annate il gelo era cosi intenso da tingere di bianco l’intera penisola. 
Dalle Alpi a Pantelleria, l’Italia, in quelle rarissime occasioni, vide la neve fino alle coste su buona parte del territorio nazionale. Andando avanti con i tempi possiamo ricordare gli episodi di “Burian” del Marzo 1971, Gennaio 1985, Febbraio 1991 e del Febbraio 1996, quando si realizzarono delle intense fasi di gelo, soprattutto sulle regioni centro-settentrionali, con valori perennemente inchiodati sotto la soglia degli 0°.

 In Italia l’avanzata del gelido vento della steppa siberiana è spesso preceduta dall’attivazione di una gelida Bora che dall’altopiano del Carso si getta verso il golfo di Trieste, generando un brusco abbassamento termico e apportando il gelo fino alle marittime della Venezia Giulia e del Friuli fino alla laguna veneta. 
Se nella città di Trieste, con l’ingresso delle forti raffiche di Bora (non per caso spira da E-NE), il termometro piomba abbondantemente sotto lo 0° (con la formazione della patina di ghiaccio sul porto triestino) allora possiamo stare certi che il “Burian” è arrivato anche in territorio italico. 
Segno che l’aria in sfondamento dall’Ungheria e dalla Slovenia è veramente gelida, conservando buona parte del suo contenuto freddo originato sopra i bassopiani siberiani. 
Con l’ingresso della Bora sull’alto Adriatico e il suo incanalamento, forzato, fin dentro il Catino Padano, il gelo siberiano è pronto ad invadere l’intera penisola. 

 Fonte: http://www.meteoweb.eu/
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