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mercoledì 19 ottobre 2016

La suggestiva Grotta gigante nel cuore del Carso


La Grotta gigante si trova nel cuore del Carso, a pochi chilometri dal centro di Trieste. 
E’ una caverna larga 65 metri e lunga 280 con una volta a cupola di 107. 
 L’accesso si trova accanto al Museo speleologico nonché a sale adibite spesso per l’allestimento di mostre a tema naturalistico e storico. 

Oltre che per la ricchezza delle stalattiti e stalagmiti, la Grotta gigante è famosa per le concentrazioni di calcite che ricoprono tutte le sue pareti. 
 Al suo interno, vengono organizzati eventi e visite didattiche anche grazie alla presenza della strumentazione scientifica costituita da sismografi e pendoli geodetici, che rendono l'ambiente un laboratorio davvero unico.


Attraverso delle scalinate illuminate, il visitatore attraversa la galleria naturale fino a una profondità di 101 metri, da lì una serie di cunicoli nel mondo sotterraneo che svelano i segreti della formazione delle cavità carsiche e della loro evoluzione.


Il percorso è reso ancora più affascinante dalle imponenti concrezioni, tra cui la più celebre è la Colonna Ruggero e dai suggestivi colori che vanno dal bianco al grigio della calcite fino alle sfumature rossastre degli ossidi di ferro.



La Grotta gigante è stata aperta al pubblico nel 1908 e da allora è rimasto un ambiente insolito e affascinante.

 In generale, il Carso comprende oltre 6mila grotte, di cui 2500 si trovano in Italia. 
 La grotta è anche nel Guinness dei Primati come "grotta turistica con la sala più grande al mondo". 
Simbolo della natura carsica sotterranea di queste terre, offre visite guidate tutto l'anno ed attività sia turistiche che didattiche.

 Dominella Trunfio

martedì 18 ottobre 2016

L'Esercito di terracotta fu ispirato dagli antichi greci ?


Scultori specializzati provenienti dall'antica Grecia potrebbero aver ispirato la realizzazione delle più celebri statue cinesi di tutti i tempi. 

L'Esercito di Terracotta - un'armata di sculture in argilla che da oltre 2.000 anni sorveglia il Mausoleo di Qin Shi Huang, primo imperatore della Cina - sarebbe stato influenzato dai più esperti artigiani dell'antichità, che dal Mediterraneo potrebbero essersi spinti fino all'Oriente per insegnare le loro tecniche agli artisti locali. 
 Recenti rilievi archeologici, come la scoperta di antico DNA europeo nella provincia cinese dello Xinjian, sembrerebbero indicare che stretti contatti tra la Cina del Primo Imperatore (246-210 a.C.) e l'Occidente esistessero già molto prima dell'apertura "ufficiale" della Via della Seta, nel terzo secolo d.C., e ben 1500 anni prima delle esplorazioni di Marco Polo. 
 «Ora pensiamo che l'Esercito di Terracotta, gli acrobati e le sculture di bronzo trovate nel sito siano state ispirate dalle antiche sculture e dall'arte greca» dice Li Xiuzhen, archeologa dell'University College London che da tempo studia queste statue. Le scoperte saranno presentate in un documentario di BBC e National Geographic, The Greatest Tomb on Earth, trasmesso sulle reti inglesi il 16 ottobre 2016. 

 L'armata di terracotta fu scoperta per caso nel 1974 da un contadino in uno scavo di Xi’an, nella provincia cinese dello Shaanxi.
 L'uomo rimase terrorizzato nel notare una testa quasi umana nel bel mezzo del raccolto. 
Da allora sono stati riportati alla luce centinaia di guerrieri di varie dimensioni in base al "rango", nelle fosse adiacenti alla tomba di Qin Shi Huang.




Le statue, molte delle quali a grandezza naturale, sorvegliano l'imperatore defunto con carri, armi e cavalli.
 Si stima che i soldati possano essere circa 8.000, e le loro fattezze sono incredibilmente dettagliate, con tanto di barbe alla moda dell'epoca, capelli intrecciati e nodi decorativi sulle armature. 

 Da tempo gli archeologi si chiedevano come gli scultori cinesi avessero potuto riprodurli con tale precisione nel 246 a.C., quando iniziarono i lavori per il mausoleo, e quella della contaminazione greca potrebbe essere una teoria. 
Del resto contatti commerciali con l'antica Cina erano attivi anche nell'antica Roma. 
Ai tempi di Augusto (dal 27 a.C.) le sete cinesi erano ormai di moda nell'Urbe, tanto che Seneca definiva "immorali" coloro che le indossavano.

 Fonte: focus.it

lunedì 17 ottobre 2016

Il nido del tordo verde, un bunker tra le alghe


Il nido è un luogo sicuro. A costruirlo sono soprattutto gli uccelli, ma anche i pesci lo sanno fare a regola d’arte. Come nel caso del tordo verde (Symphodus roissali) ripreso da Tullio Foti. Rappresentante della famiglia dei Labridi, il tordo verde maschio a primavera appare più colorato del solito. 
Questa, infatti, è la stagione degli amori e anche tra i pesci il modo migliore per conquistare le femmine è farsi vedere.
 Il nostro tordo non fa eccezione: le guance sono di colore verde o turchese e ornate da bande oblique, gli occhi sono rossi e le labbra si fanno rosa mentre i fianchi sono un misto d’azzurro, verde, rosso, marrone e giallo.
 Così attrezzato dal punto di vista cromatico, il tordo verde si mette in mostra in mezzo alle alghe e alle posidonie tra cui abitualmente vive e si prepara a corteggiare le femmine. 

  Il maschio di questa specie, però, non può affidarsi solo a una livrea più variopinta del solito per fare colpo sulle compagne, ma deve conquistarle dimostrando di poter essere un buon padre, e capace di accudire alla prole mettendole a disposizione una casa, vale a dire un nido.
 La sua costruzione, infatti, è di cruciale importanza nel successo riproduttivo poiché serve come segnale di qualità verso le potenziali partner, e come forma di cura parentale delle uova e della nuova prole.


Costruire un nido non è però un’operazione semplice 
Anche se l’istinto è dominante nella sequenza delle operazioni, l’età e l’esperienza (e mi piace pensare che a volte qualche esemplare abbia anche un po’ d’estro artistico), giocano un ruolo importante. 
Un maschio di 3-4 anni riuscirà senza dubbio meglio di un giovane labride alla sua prima stagione riproduttiva. 
Molto importante è la scelta del luogo.
 La profondità, la pendenza del fondo, il grado d’esposizione alle onde e la varietà di substrati sono tutti elementi che il nostro tordo verde deve prendere in considerazione prima di mettersi all’opera. In particolare, esso valuterà l’abbondanza o meno di alghe, sia per il rifornimento dei materiali da costruzione, sia per una migliore mimetizzazione.
 Inoltre, le alghe presenti devono essere abbastanza alte da proteggere dall’effetto delle onde. 
È stato osservato, infatti, che la percentuale di nidi che riesce a resistere per l’intero ciclo di nidificazione aumenta quando prevalgono condizioni di mare favorevoli (per esempio, altezza delle onde inferiore ad un metro) per un tempo sufficientemente lungo (una settimana o più).

 Se sarà soddisfatto, il maschio comincerà a edificare uno o più nidi di alghe formando a colpi di testa e di coda una massa semisferica con un’entrata laterale. 
Per questo lavoro tenderà a scegliere frammenti di alghe calcaree, più resistenti, che costituiranno l’ossatura del nido, poi completato con alghe più morbide destinate a renderlo più voluminoso ed elastico per meglio sopportare le sollecitazioni conseguenti alla deposizione e alla fecondazione delle uova che avverranno all’interno.
 Durante la costruzione il maschio terrà lontani tutti gli altri pesci, comprese le femmine della sua specie. In seguito, queste si sposteranno da un nido all’altro scegliendo quello migliore dove deporre le uova che poi saranno custodite dal maschio fino alla schiusa.

 Fonte rivistanatura.com

martedì 11 ottobre 2016

Tristan da Cunha è l'isola abitata più remota del mondo


In pieno Oceano Atlantico si trova Tristan da Cunha, l’isola abitata più remota del mondo, tanto che l’unico modo per raggiungerla è quello di imbarcarsi a Città del Capo, affrontando un viaggio di ben 7 giorni.
 L’isola si trova infatti a 2.432 chilometri da Città del Capo, a 2.172 chilometri dall’isola di Sant’Elena, il centro abitato più vicino, e a 3.451chilometri da Montevideo, capitale dell’Uruguay. 
Tristan da Cunha, tipicamente vulcanica, di forma circolare e con una superficie di 78 km quadrati, ha una storia interessante, iniziata nel 1506 quando la flotta del navigatore portoghese Tristão da Cunha, imbarcatosi agli ordini di Alfonso de Albuquerque, primo Viceré delle Indie Portoghesi, durante il viaggio verso Oriente, venne colpita da una violenta tempesta presso il Capo di Buona Speranza.
 La nave di Tristao approdò su una piccola isola disabitata, se si eccettuano foche, leoni marini, albatros e pinguini Rockhopper, dallo sguardo tigresco.
 Il capitano portoghese ripartì appena terminato il fortunale, tuttavia non mancò di assegnare il suo nome alla terra su cui aveva posato i piedi.




Tristan, la maggiore di quattro isole che ne formano l’arcipelago (le altre tre sono Inaccessible, Nightingale e Gough), per la sua peculiare posizione geografica, ha sollecitato la curiosità di svariati cartografi, esploratori e avventurieri che, in epoche più o meno recenti, hanno scritto dei resoconti sulla storia e le particolarità del luogo. 
L’opera più esaustiva è stata scritta da un italiano, precisamente da Arnaldo Faustini, che non resistette alla tentazione di riportare fatti più vicini alla leggenda che alla realtà, parlando di un certo Patten, sbarcato sull’isola nell’800. 
Patten è un personaggio tratto dalle Avventure di Arthur Gordon Pym, di E. A. Poe per cui è molto probabile che non sia mai esistito.


Ma a parte queste sporadiche concessioni all’estro della letteratura, il lavoro di Faustini è stato estremamente accurato e scrupoloso ed è grazie a lui che ora sappiamo ciò che sappiamo sulla storia di Tristan da Cunha, un’isola battuta da venti feroci, spesso avvolta dalla nebbia, tanto che le poche navi che la raggiungono, quasi solo pescherecci sudafricani, attraccano alla fonda a volte per giorni, prima che una barca possa fare la spola dall’isola per scaricare posta, beni di prima necessità e rarissimi passeggeri.
 A Tristan da Cunha qualcuno, in effetti, vive. Glass lo scozzese, Green l’olandese, i liguri Lavarello e Repetto, gli inglesi Swain e Patterson e gli americani Hagan e Rogers fondarono nel 1827 una piccola comunità di 280 persone. 
 Gli abitanti lavoravano duramente: coltivavano a mano patate, pescavano e allevavano montoni. La loro peculiarità, però, stava nella loro volontà di vivere a Tristan da Cunha e non altrove. Nessuno, infatti, era condannato a restare sull’isola. 
Per difendere questa loro scelta lottarono con fermezza.




Nel 1961 un’eruzione devastò Tristan da Cunha e l’amministrazione dei territori britannici d’oltremare, di cui l’isola fa parte, decise di far evacuare tutta la popolazione. 
Gli abitanti vennero portati in Inghilterra e le autorità cercarono di offrire loro una vita nuova.
 Per due anni la piccola comunità si trovò catapultata nel XX secolo. 
Scoprì l’automobile, la bicicletta, le ferrovie, la radio e tutte le ricchezze dell’industrializzazione. 
Non solo, si dovette scontrare anche con le regole della vita collettiva: la polizia, le tasse, le ineguaglianze di reddito, di educazione, di patrimonio.

 Fu difficile per gli isolani accettare questo stravolgimento.
 Dal 1827 erano abituati a farsi regolamentare da un’unica forma costituzionale, breve quanto semplice: “nessuno prenderà superiorità alcuna su un altro e ognuno sarà considerato come un eguale sotto tutti gli aspetti”. 
Come reagire, dunque, ad un mutamento tanto destabilizzante? Isolandosi nuovamente e aspettando.
 Dopo due anni, passato il pericolo del vulcano, si concertarono e obbligarono le autorità britanniche a riportarli a Tristan de Cunha. Le meraviglie della modernità non fecero altro che rafforzare il loro unico desiderio di ritornare indietro nel tempo. 

Gli abitanti si dedicano prevalentemente al commercio di gamberi e aragoste, oltre che alla vendita di francobolli e monete a sporadici collezionisti. La vita nell’unico centro dell’isola, Edimburgo dei Sette Mari (dalla visita del Principe Alfred di Scozia, nel 1867) segue ritmi precisi. 
All’alba le donne escono dalle loro case e si occupano della mungitura; i secchi di latte vengono distribuiti a tutte le famiglie e agli anziani. 
Su Tristan da Cunha non esistono conflitti o casi di abbandono sociale: la piccolezza del territorio e la lontananza dal resto della civiltà ha contribuito a rafforzare i già forti legami di solidarietà.


Fonte: meteoweb.eu

lunedì 10 ottobre 2016

La danza tentacolare del colibrì


Che cosa ci fa una piovra rosa fluorescente in aria davanti a una femmina di colibrì? Non è un fotomontaggio, né un fotoritocco: quello che vedete nel video è il piumaggio cangiante del colibrì di Costa (Calypte costae) un uccellino nordamericano lungo appena 7 cm e molto appariscente.

 

Durante il corteggiamento il colibrì prova a impressionare la femmina facendo ondeggiare il corpo in volo in modo che la livrea violacea del collo e del capo, con le lunghe penne colorate che pendono dal corpo, venga illuminata dal Sole sempre dalla giusta angolazione, e mostri colori sgargianti.


La disposizione del piumaggio e il suo ondeggiare lo rendono simile a un polpo (o a un fiore, se preferite) volante. 
La danza è accompagnata da alti fischi, lanciati dall'animale ogni volta che inizia una delle sue evoluzioni.
 La femmina assiste allo show e, se ne rimane davvero impressionata, fischia a sua volta. 

 Da: focus.it

giovedì 6 ottobre 2016

La moschea di Shah Cheragh in Iran: uno spettacolare gioco di luci


La moschea di Shah Cheragh, in Iran, è un monumento funebre e una meta di pellegrinaggio che dall’esterno sembra molto ordinaria. All’interno, invece, nasconde un meraviglioso spettacolo per gli occhi. 
 La moschea infatti è decorata con milioni di piccoli frammenti di vetro che riflettono la luce in tutte le direzioni.

 Questa moschea ha un passato piuttosto misterioso.
 Secondo la storia locale nel 900 dC un viaggiatore avvistò da lontano qualcosa di brillante mentre si avvicinava alla zona in cui ora si trova la moschea. 
 Avvicinandosi il viaggiatore avrebbe trovato una tomba luminosa con un cadavere al suo interno. 
Da quel momento in poi questo luogo divenne una meta di pellegrinaggio e in seguito venne costruita la moschea.


Dentro la moschea, che si trova nella località di Shiraz, si crea un gioco di luci senza pari che permette di scattare fotografie meravigliose.
 Non ci stupisce che questa costruzione sia soprannominata “Il Re della luce”.












All’inizio fu creata una piccola struttura per ospitare la tomba e con il tempo la moschea è diventata una costruzione più complessa. 

Anche se negli anni questa moschea in parte è stata danneggiata dalle persone, dai fenomeni naturali e dall’usura del tempo, numerose riparazioni l’hanno conservata fino a noi ed è così che il suo interno brilla ancora come un diamante e accoglie pellegrini e visitatori da tutto il mondo.

 Marta Albè

mercoledì 5 ottobre 2016

Titanca, la regina secolare delle Ande


Verso la fine di ottobre del 1867, un uomo risaliva a dorso di mulo una remota valle delle Ande peruviane per cercare una strana pianta della quale gli aveva parlato il proprietario di una hacienda locale. Si chiamava Antonio Raimondi, italiano proveniente da quella borghesia colta, romantica e idealista propria del nostro Risorgimento e che aveva lasciato la sua città e il suo paese per sfuggire al clima di restaurazione imposto dal ritorno degli Austriaci dopo le “Cinque Giornate” di Milano.

 Appassionato naturalista fin dall’infanzia, desideroso di emulare le gesta di famosi predecessori che avevano descritto la natura dei paesi tropicali, percorreva oramai da sedici anni i deserti, le immensità, delle montagne andine, le più selvagge e remote selve di questo suo paese di adozione. 
Aveva percorso migliaia di chilometri a piedi e a cavallo, visitando regioni del Perù sconosciute agli stessi peruviani, riempito centinaia di mappe descrivendo la geografia, il clima, nuove specie vegetali ed animali, le enormi risorse minerarie del paese, i resti di antiche e misteriose civiltà precolombiane.
 Aveva sopportato ogni genere di fatiche e privazioni, era sopravvissuto alle malattie tropicali, all’ostilità delle popolazioni andine, alla minaccia delle tribù selvagge dell’Amazzonia, per far conoscere al mondo la straordinaria ricchezza naturale ed archeologica del Perù.
 Fu chiamato “ el Humboldt peruano “. 

 Mentre arrancava su per la valle del Rio Pachacoto, Raimondi non immaginava che stava per rendere nota alla scienza una specie vegetale di eccezionale bellezza e rarità: infatti, pur essendo una pianta molto vistosa e quindi individuabile anche in lontananza, non l’aveva mai incontrata durane i lunghi anni di peregrinazioni in ambiente andino. 
 Lasciamo alle sue parole la descrizione della scoperta: 

“Alle falde dei rilievi lungo il fianco sinistro della valle si osservano, su di un terreno quasi sprovvisto di vegetazione,grandi ciuffi di foglie spinescenti ai bordi, in mezzo alle quali si innalza un fusto gigantesco coperto per tutta la sua altezza da dense spighe floreali. 
E’ difficile esprimere la sensazione causata dalla presenza di questa pianta in un luogo così elevato e freddo, situato a circa 3800 metri di altezza”.


Più avanti Raimondi annota:
 “L’esploratore botanico che ha la fortuna di incontrare queste piante strane e meravigliose nel periodo e della loro fioritura, non può fare a meno di fermarsi per qualche tempo a contemplare estasiato uno spettacolo tanto bello”.
 Avendo visitato molte volte le desolate estensioni della puna altoandina (la pianura che si trova nella cordigliera al di sopra dei 3700 m slm), Raimondi non si capacita di vedervi crescere questa gigantesca pianta. Infatti prosegue:
”La vista della località pietrosa dove cresce questa pianta aumenta ancor più la mia ammirazione, apparendo impossibile come questa gigantesca regina della puna possa assorbire sufficienti nutrienti dal terreno per alimentare uno stelo così elevato, il cui diametro supera un piede, e per poter sviluppare un numero enorme di fiori che , in un solo individuo, può superare gli ottomila…” 
 Alla fine della sua estasiata , ma anche particolareggiata descrizione, conclude:
”Dall’esame di questa pianta meravigliosa fatta sul posto,dedussi che fosse una specie di Pourretia;e tenendo in considerazione il suo sviluppo in altezza, che arriva anche a nove metri, la battezzai scientificamente,chiamandola Pourretia gigantea,con il cui nome sarà conosciuta”.

 Il botanico Harms in seguito la riclassificò come una bromeliacea ascrivibile al genere Puya e la denominò Puya raimondii Harms, in omaggio al naturalista italiano.


Qualora il viaggiatore d’oggi si trovasse a visitare nel Departamento di Ancash la Cordillera Blanca e la Valle descritta da Raimondi, eccezion fatta per la strada sterrata che risale la valle, ritroverebbe un ambiente immutato rispetto alle parole di Raimondi. 
 Vedere in piena fioritura la stessa popolazione di piante di cui parla Raimondi, è uno spettacolo sublime e nello stesso tempo assai raro, perché la Puya è una pianta apocarpica, che fiorisce cioè alla fine della sua vita.


 Uno dei problemi che riguardano la puya è rappresentato dagli incendi che abitanti locali appiccano per favorire il pascolo degli animali. Molti individui non sopravvivono all’incendio. 
Altri appaiono deformati e con ridotte capacità riproduttive.
 Dopo l’incendio le rosette di foglie basali appaiono gravemente danneggiate e ridotte sulla sommità dei fusti carbonizzati.

 Non si può rimanere impassibili di fronte ad un simile disastro ambientale. 

 Fonte: http://www.cigv.it/

Sorprendente scoperta archeologica a Petra


Un giardino monumentale irrigato artificialmente e un’enorme piscina realizzati 2000 anni fa per celebrare la grandezza dei regnanti. 
È la sorprendente scoperta degli archeologi al lavoro nel sito di Petra, città situata nella parte sud occidentale della Giordania e antica capitale dei Nabatei.
 Questa popolazione, originaria della penisola arabica, poi divenuta sedentaria, era organizzata in una solida monarchia, che ebbe un ruolo fondamentale per il commercio carovaniero dall’Arabia all’Egitto e ai porti della Siria. 
 Tale scoperta è anche prova della grande capacità degli abitanti di Petra di gestire in modo ingegnoso ed esemplare il consumo di una risorsa tanto preziosa quanto scarsa in una città situata nel cuore del deserto: l’acqua. 
Grazie a un sistema idraulico avanzato, infatti, gli abitanti della città riuscirono non solo ad assicurarsi un approvvigionamento sicuro di acqua potabile, a prescindere dalla stagione, ma anche a irrigare artificialmente il sontuoso giardino monumentale, attraversato da sentieri costeggiati da alberi, viti, palme e piante erbacee, e situato accanto a una piscina a cielo aperto larga 44 metri, alimentata da un acquedotto. 
 “La piscina rappresenta il capolinea di un acquedotto che trasportava acqua da una delle sorgenti, ‘Ein Brak, situata sulle colline al di fuori di Petra”, spiega al quotidiano israeliano Haaretz, Leigh-Ann Bedal, docente di Antropologia al Penn State Behrend College. “L’architettura monumentale della piscina e il giardino verdeggiante celebravano visivamente il successo dei Nabatei nel fornire acqua alla città”.
 La piscina monumentale fu realizzata intorno I secolo a.C., ma già dal secolo precedente la costruzione di piscine era iniziata a diventare di tendenza.


Fotografia di Leigh-Ann Bedal 

 A Petra cadono dai 100 ai 150 millimetri di pioggia all’anno. 
Gli ingegneri nabatei avevano messo a punto complessi sistemi di irrigazione che raccoglievano l’acqua piovana e la conservavano in centinaia di cisterne sotterranee, assicurando così agli abitanti una fornitura continua di acqua potabile. 
Il complesso sistema di canali, tubazioni in ceramica, cisterne sotterranee e serbatoi che servivano a filtrare l’acqua, consentì alla popolazione di Petra di coltivare, produrre vino e olio d’oliva e costruire un sontuoso giardino monumentale con una piscina a cielo aperto in mezzo al deserto. 
Senza l’implementazione di tecniche per incanalare, purificare, pressurizzare e immagazzinare l’acqua, Petra non sarebbe potuta esistere.

 Petra si trovava all’incrocio di due importanti vie commerciali: una collegava il Mar Rosso a Damasco, l’altra il Golfo Persico a Gaza, sulle sponde del Mediterraneo. 
Le carovane cariche di spezie partivano dal Golfo Persico e giungevano a Petra dopo aver attraversato, per settimane, il deserto arabico.
 Arrivare finalmente nella capitale dei Nabatei significava avere da mangiare, un tetto sotto cui ripararsi e, soprattutto, potersi dissetare. Ma tutto ha un prezzo: lo storico romano Plinio racconta, nel XII Libro della Storia Naturale, che gli abitanti di Petra, oltre a pagare per il vitto e l’alloggio, dovevano elargire doni a guardie, sacerdoti e servi del re.

 Gli abitanti di Petra erano anche dei grandi costruttori: i Natabei scolpivano le proprie case, le tombe e i templi nella roccia.
 Era proprio una città di pietra, come suggerisce anche il nome, che significa “massa di roccia”.
 Il monumento forse più rappresentativo della città è El Khasneh Al Faroun, in arabo “Il tesoro”, monumento imponente scolpito in un’enorme parete rocciosa.
 Il nome deriva da una leggenda diffusa fra i Beduini nel IX secolo, che credevano che l’urna posta alla sommità del monumento contenesse il tesoro di un faraone.


All’interno dell’edificio c’è una piccola stanza, probabilmente utilizzata come tomba reale. 

Petra fu conquistata dai romani nel 106 quando, dopo la morte del re Rabbel II, il regno fu annesso all’impero per ordine di Traiano. Da quel momento, la sua importanza commerciale iniziò a scemare, fino a scomparire del tutto. 

 Fonte: www.nationalgeographic.it
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