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giovedì 10 marzo 2016

Wat Rong Kung: il tempio Buddista fra tradizione e fantascienza


Il Wat Rong Khun, a cui di solito ci si riferisce con il nome inglese di “White Temple” è, senza dubbio, il tempio più stravagante di tutto il Regno di Thailandia, un’opera singolare nata dall’estro e dalla devozione dell’artista nazionale Chalermchai Kositpipat nel 1997. 
Basta poco, avvicinandosi, per essere immediatamente catapultati nel mondo di quest’autore, che ci regala una visione alquanto surreale degli insegnamenti buddhisti, rivisitati in chiave moderna e riproposti al turista, thailandese o straniero, in maniera decisamente originale. 

Bianco come la purezza del Buddha: è questo il primo elemento che attira l’attenzione del visitatore il cui occhio si era ormai abituato all’abbondanza di oro, spesso pacchiano, che ricopre invece le altre migliaia di templi disseminati in ogni angolo del paese. Ma certo non è questo l’elemento sorprendente, piuttosto le decine di mani bramose che vi accoglieranno appena in procinto di attraversare il ponte verso l’ingresso.
 Un oceano di arti spettrali che spuntano da una vasca a forma circolare come fosse dall’oltretomba, immagine di quel desiderio che, secondo il pensiero buddhista, altro non è che la causa primaria di tutte le sofferenze.


<<L’esistenza è sofferenza>> recita infatti la Prima Nobile Verità espressa dal Buddha in occasione del suo Primo Sermone e continua <<La bramosia alimenta la sofferenza nello stesso modo in cui la legna alimenta il fuoco>>. 
 E’ proprio il desiderio dunque, sotto forma di una forte assuefazione alla vita e alle piacevoli esperienze che essa offre, a causare la reincarnazione e il conseguente incatenamento a quel circolo vizioso di morti e rinascite, conosciuto con il nome di samsara. 
Tutte le sculture e le strutture del tempio hanno dunque un significato simbolico che vuole far riflettere sugli insegnamenti buddhisti: lo stesso ponte che conduce all’ingresso, simboleggia il passaggio dal mondo delle tentazioni, al regno del Buddha e quindi alla liberazione, meglio conosciuta come Nirvana. 

Immagini di vecchie creature raccapriccianti, simbolo dell’impermanenza della vita;


brillanti statue di Yama(dio della morte) e Rahu(dio dell’oscurità), aventi il compito di intimorire gli umani e di decidere del loro destino, concedendogli l’ingresso nel regno dell’Illuminato o respingendoli indietro verso l’ennesima reincarnazione;

 

e poi ancora immagini del Buddha che ci accolgono, una volta superato il ponte, all’ingresso del tempio: si potrebbe perdere almeno un’ora osservando la miriade di stravaganti dettagli che costellano ogni angolo, ammaliati dal riflesso delle migliaia di specchietti che rendono ancor più splendente il bianco candido del gesso utilizzato nella sua costruzione.

 

Ma l’immagnario di Kositpipat, diventa ancor più sorprendente una volta giunti all’interno: i tradizionali dipinti dei templi buddhisti vengono infatti qua sostituiti – o meglio ancora, arricchiti – con dei murales rappresentanti scene apocalittiche del mondo moderno – inclusa quella delle Torri Gemelle – e immagini dallo spazio con protagonisti alcuni dei personaggi più famosi dei film e cartoni animati che mai ci saremmo aspettati di trovare in un tale contesto: Spiderman, Superman, Kung Fu Panda, Doreimon, Neo di Matrix, Elvis, e perché no, non manca neanche Michael Jackson!

 





Fonte: isentieridelmondo.com

Il pinguino che ogni anno nuota 8.000 Km per andare a trovare l’uomo che l’ha salvato


Un pinguino di Magellano (Spheniscus magellanicus) ogni anno nuota per 8.000 chilometri per andare a trovare un pensionato brasiliano che nel 2011 gli salvò la vita.

 Il pinguino, che è stato chiamato Dindim, passa 8 mesi all’anno con il 71enne Joao Pereira de Souza – un muratore in pensione che faceva anche il pescatore – e il resto dell’anno lo passa in mare e lungo le coste meridionali tra l’Argentina e il Cile. 
 A rivelare la storia di questa incredibile riconoscenza e di questa amicizia tra un pinguino e un uomo è stato il quotidiano britannico Daily Mail che ha ripreso le notizie e le immagini provenienti dall’ Universidade Federal do Rio de Janeiro.








Souza 5 anni fa trovò Didim sugli scogli di una spiaggia, ricoperto di petrolio e quasi morto di fame, lo portò a casa sua, ci mise una settimana a ripulirlo dal greggio e lo curò e lo alimentò per 11 mesi, fino a che il pinguino cambiò il piumaggio e se ne ritornò nell’oceano da cui era venuto. 
Diversi mesi dopo Didim si ripresentò alla casa di Souza. 

Intervistato da Globo TV, il pensionato brasiliano ha detto «Amo il pinguino come se fosse mio figlio e credo che il pinguino mi ami. Posso toccarlo solo io, Se un’altra persona cerca di accarezzarlo, la becca. Mi si mette in grembo, mi permette di fargli la doccia, mi permette di dargli da mangiare sardine e di prenderlo». 
 Souza ricorda che «Tutti dicevano che non sarebbe tornato, ma è tornato a farmi visita negli ultimi quattro anni.
 Arriva a giugno e mi lascia per andare a casa a febbraio e ogni anno diventa più affettuoso e sembra ancora più felice di vedermi».  
Il biologo Joao Paulo Krajewski, che ha intervistato Pereira de Souza per Globo TV, ha detto: 
«Prima non avevo mai visto nulla di simile. Credo che il pinguino creda che Joao faccia parte della sua famiglia e, probabilmente, anche che sia un pinguino. Quando lo vede scodinzola come un cane e raglia con piacere».
 Anche un altro biologo ha sottolineato che «Sembra come se Dindim riconosca il signor de Souza come farebbe con un altro pinguino e agisca di conseguenza».

 Fonte: greenreport.it

Lo straordinario "ulivo pensante" di Ginosa


A Ginosa, in provincia di Taranto, si trova un ulivo secolare davvero speciale. 
Basta infatti osservare il suo tronco per scorgere un viso con tanto di occhi, naso e bocca che sembrano scolpiti sulla sua corteccia. L’antico albero è stato soprannominato ‘L’ulivo pensante’.
 E’ presente da secoli nelle campagne di Ginosa. 
Non sappiamo dirvi di più sulla sua età ma è evidente che basta osservarlo in fotografia per rendersi conto che la natura ci sta regalando un nuovo spettacolo da ammirare.
 L’ulivo pensante di Ginosa potrebbe diventare l’emblema degli ulivi da proteggere nel Salento e non solo.

 L’immagine dell’ulivo di Ginosa negli ultimi giorni sta facendo il giro del web. 
La scorsa settimana la pagina Facebook Barinedita ha pubblicato online una foto di questo straordinario ulivo che in breve tempo è diventata virale, attirando migliaia di ‘mi piace’ e di condivisioni. Per dimostrare agli scettici che l’ulivo dal volto quasi umano esiste davvero e che la foto non è stata ritoccata, qualcuno ha pensato di recarsi di persona nelle vicinanze dell’albero secolare e di girare un video che effettivamente toglie ogni dubbio.
 Per gli increduli, Thomas Gallitelli‎ ha realizzato il video e lo ha pubblicato su Facebook.


I responsabili del comitato di Ginosa per il Parco Naturale Regionale delle Gravine Joniche preferiscono tenere segreto il luogo preciso dove si trova l’ulivo perché temono che possa essere vittima di atti vandalici. 

 Fonte : greenme.it

mercoledì 9 marzo 2016

La Scarzuola, la surreale e magica 'città ideale' di Buzzi


Nascosta tra le colline umbre, ubicata nel comune di Montegabbione (Terni), La Scarzuola è la città ideale voluta dall’architetto Tomaso Buzzi. 

Entrando nell’ex convento è come se le lancette dell’orologio si fermassero: il tempo alla Scarzuola non esiste perché lo spettatore, immerso nel verde, ruota il suo sguardo attraverso costruzioni metafisiche e surreali. 
Il complesso architettonico nasce molti secoli fa come convento francescano e secondo la tradizione vi dimorò lo stesso San Francesco D’Assisi nel 1218.
 Il suo nome deriverebbe, infatti, da una pianta lacustre, la “scarza” che il santo utilizzò per costruirsi una capanna.

 Nel 1956 il complesso conventuale venne acquistato e restaurato dall’architetto milanese Tomaso Buzzi che edificò, a partire dal 1958, la sua città ideale.


Tomaso Buzzi nasce a Sondrio il 30 settembre del 1900, da una ricca famiglia della Valtellina.
 Nel 1923 si laurea ingegnere-architetto e comincia la sua carriera professionale a Milano. Qui stringe rapporti lavorativi con altri giovani architetti, come Gio Ponti, Giovanni Muzio, Giuseppe De Finetti, entrando a far parte del gruppo che in seguito sarà definito “Novecento Milanese“. 
Buzzi fu personaggio di grande cultura umanistica e letteraria e si distinse in particolar modo come designer, architetto di giardini, come restauratore/inventore oltre che arredatore di importanti palazzi nobiliari.
 Disegnatore instancabile e grande collezionista di opere d’arte, egli tuttavia seppe sempre accompagnare a questa veste colta una particolare attenzione al mondo dell’artigianato e della pratica di bottega, rivolgendosi spesso ad artigiani della propria terra natia, per realizzare alcuni dettagli delle sue opere.
 Non perse l’attaccamento alle origini valtellinesi nemmeno quando, dal ’56, decise di ritirarsi.
 La Scarzuola di Montegabbione fu il luogo in cui scelse di vivere.


Gran parte del complesso architettonico venne alla luce dopo venti anni di lavori, nel 1978.
 La Scarzuola di Montegabbione, vera città buzziana, comprende un insieme di sette teatri la cui summa architettonica si ha nell’Acropoli, nella quale furono edificati, in scala ridotta, quasi “accatastati” l’uno sull’altro, gli edifici architettonici più noti e importanti della storia come il Colosseo e il Partenone.
 L’Acropoli venne concepita come una serie di archetipi architettonici che, vuoti all’interno e dotati di tanti scomparti come un termitaio, rivelano molteplici prospettive.
 Facendosi condurre attraverso il sentiero circolare, quello che inizialmente si percepiva come un palco d’ispirazione greco-romana assume insieme all’acropoli la forma di una nave che culmina con una statua di un corpo di donna dalle dimensioni esagerate: la donna gargantuesca sarebbe, in questa prospettiva, la polena dell’imbarcazione-teatro. 
Non a caso la nave-teatro, da quest’angolazione, diventa teatro per le Naumachie, o combattimenti navali.


Il complesso architettonico è oggi una fusione fra città sacra e città profana, in un’unione armonica ed equilibrata, in cui gli affreschi duecenteschi si fondono con il neomanierismo.
 La cittadella è immersa in un giardino dai sentieri a tratti eleganti, rinascimentali e a tratti più poveri e contadini ma mai si lascia sfuggire l’unione con la natura, elemento pilastro nell’armonia della città ideale di Tomaso Buzzi. 
L’architetto progettò una città capace di decostruire l’io dello spettatore per poi, attraverso un cammino preciso, ciclico all’interno del giardino quasi labirintico, far rinascere il fanciullo assopito in ogni animo adulto.
 La ricostruzione del bambino che dorme in ognuno di noi attraverso sentieri che incontrano costruzioni, simboli, segreti, riferimenti e citazioni.


La città è ispirata, in particolar modo, al testo attribuito a Francesco Colonna Hypnerotomachia Polyphili o Amoroso combattimento onirico di Polifilo.
 Il romanzo allegorico, stampato da Aldo Manunzio, descrive il viaggio iniziatico che ha come tema centrale la ricerca della donna. Il protagonista alla ricerca dell’amore platonico si destreggia all’interno di una flora bucolica. 
Seppur ispirato a questo testo, i riferimenti che si possono trovare all’interno della Scarzuola sono molteplici, tanto che le architetture del luogo provengono da correnti artistiche differenti tra loro: dall’atmosfera surrealista è semplice passare ad un ambiente metafisico o neo manieristico.
 Straordinarie le scale dei teatri che ricordano le famose incisioni di Escher, nella loro forma ad anello di Moebius.
 Ha dell’incredibile osservare un luogo che ricorda ambienti impossibili come quelli escheriani.






La Scarzuola di Montegabbione potrebbe essere una delle Città invisibili di Italo Calvino, capaci di esistere solo nell’immaginazione, eppure Tomaso Buzzi è stato in grado di costruire una città reale, visibile, immersa in una natura magica. 
Il sogno, in questa armonia di architetture e correnti artistiche, tempi passati e moderni è il filo conduttore della città a cielo aperto. 
Ed è forse l’unica chiave di volta possibile che riesca a mantenere saldo questo arco ideale. 

 Fonte: http://dailystorm.it/

Il materiale più nero: il Vantablack, sulla cui superficie svanisce persino il laser


Si tratta della nuova versione del materiale in nanotubi di carbonio ed è il più scuro al mondo, così nero che il laser addirittura svanisce quando ne tocca la superficie.
 E’ il Vantablack della Surrey NanoSystems.
 La caratteristica più importante di questo materiale è quella di essere così nero che gli spettrometri non sono in grado di stabilire quanta luce rifletta, sempre che ne rifletta.
 E c’è una versione precedente del Vantablack che assorbiva il 99,96% della luce, restituendone appena lo 0,04%, ma in questa nuova variante la percentuale è scesa ancora di più facendone il materiale più nero esistente al mondo.
 I nanotubi in carbonio di cui è formato sono in grado di catturare la luce. Il nome infatti è formato dall’acronimo Vanta, che sta per “Vertically Aligned NanoTube Arrays” o schiere di nanotubi allineati verticalmente, e black. 
 Per capire quanto sia nero basti pensare che assorbe persino la luce del laser e rende impossibile per l’osservatore rendersi conto della differenza tra una superficie perfettamente liscia e una corrugata, anche se ci si trova in piena luce.

 I campi in cui può essere utilizzato questo materiale sono quello militare e quello spaziale.
 Ad esempio per particolari mimetiche da assegnare alle truppe speciali o rivestimenti per aerei e droni.
 In astronomia, invece, potrebbe essere utilizzato nei telescopi, per evitare l’effetto straylight o di “luce sporadica”, un tipo di rumore strumentale nei sistemi ottici dovuto a imperfezioni nei monocromatori e a conseguenti fenomeni di diffusione della luce all’interno degli strumenti. 

 Fonte: meteoweb.eu

Malta.L'Ipogeo di Hal Saflieni e i teschi allungati misteriosamente scomparsiI


La scoperta dell’Ipogeo di Hal Saflieni avvenne per caso nel 1902, quando alcuni operai che stavano tagliando delle cisterne per nuove abitazioni ne ruppero il soffitto.
 Quando gli archeologi cominciarono l’esplorazione si trovarono di fronte ad una massiccia struttura sotterranea sviluppata su tre livelli scavati nella roccia. 
E’ stato stimato che per realizzare l’opera sia stato necessario rimuovere più di 2 mila tonnellate di pietra. 

 Lo studio della struttura venne affidato a Padre Manuel Magri della Compagnia di Gesù, che diresse gli scavi per conto del Museums Committee. 
Magri morì nel 1907, prima della pubblicazione della relazione sugli scavi.
 In seguito all’inaspettata morte di Magri, gli scavi ripresero sotto il controllo di Sir Themistocles Zammit. 

 L’ipogeo di Hal Saflieni è una struttura sotterranea scavata tra il 3600 e il 2500 a.C. 
Si pensa che in origine fosse un santuario, ma che poi divenne una necropoli in tempi preistorici.
 È l’unico tempio preistorico sotterraneo al mondo conosciuto. Oggi tutta la struttura si trova sotto terra, ma in passato l’ingresso principale si trovava in superficie.


Sulle pareti dell’ipogeo sono state trovate numerose decorazioni in ocra rossa, forme di spirali, pentagoni, motivi floreali e anche la sagoma di un toro.
 Inoltre, sono state rinvenute al suo interno alcune tombe, stanze con funzioni sconosciute e una ‘camera principale’, una sala circolare dove fu trovata la statua di una donna, la cosiddetta “Signora che Dorme”. 
 Assieme alla statua della donna giunonica dormiente, sono state trovate altre figure all’interno dell’ipogeo, tutte caratterizzate da “forma abbondanti”. In altra parole, le figure sembrano tutte essere estremamente obese, e gli studiosi non sono in grado di dire il perché.


Altre camere comprendono la Stanza Decorata, il Santo dei Santi e la Stanza dell’Oracolo, una camera di forma rettangolare con caratteristiche acustiche molto peculiari: tutto ciò che viene detto in questa stanza viene amplificato e udito in tutto l’ipogeo! 
Inoltre, alcune ricerche pare abbiano dimostrato che le proprietà acustiche del riverbero avrebbero conseguenze sulle emozioni umane. 

 Una ricerca condotta da Paolo Debertolis e Niccolò Bisconti, rispettivamente delle Università di Triste e di Siena, ha dimostrato che la costruzione della camera è stata progettata in modo da influenzare la psiche delle persone, forse per migliorare le esperienze mistiche durante i rituali. 
 L’uso delle risonanze frattali non lineari che compare nelle proprietà acustiche dell’Ipogeo è qualcosa che la scienza moderna ha appena cominciato ad indagare e i risultati mostrano che questo tipo di frequenze ha addirittura la capacità di alterare la materia. 

Infine, fuori dalla Stanza dell’Oracolo, sulla destra, si trova un’ampia sala circolare, riccamente decorata con motivi geometrici. Sul muro a destra si trova il disegno di una mano umana scolpita nella roccia .






Uno degli aspetti più interessati dell’Ipogeo di Hal Saflieni risiede nella scoperta di oltre 7 mila scheletri ammassati al suo interno. Questi scheletri avevano una caratteristica unica: avevano tutti i teschi allungati.
 E’ noto che alcuni di questi crani sono stati esposti nel Museo Archeologico di Valletta. Tuttavia, dopo il 1985, tutti i teschi ritrovati nell’Ipogeo, insieme ad altri crani rinvenuti in altri siti antichi su Malta, sono scomparsi senza lasciare traccia, senza essere mai più recuperati.
 L’unica testimonianza di questi reperti e della loro anomalia si trova nelle foto del dottor Anton Mifsud e del suo collega il dottor Charles Savona Ventura, i quali pubblicarono un libro dove si spiegavano nel dettaglio le anomalie dei teschi, tra cui: allungamento, partizioni temporali sviluppati in modo anormale e ossa occipitali abnormi.

Esiste anche una testimonianza riportata in un articolo scritto nel 1920 sulla rivista National Geographic, nel quale si descrivono i primi abitanti di Malta come un popolo dal cranio allungato: Da un esame eseguito sugli scheletri dell’età della pietra, sembra che i primi abitanti di Malta fossero una razza di persone dal cranio lungo e dall’altezza media minore, simili ai primi popoli d’Egitto, i quali si sono diffusi verso ovest, lungo la costa settentrionale dell’Africa. Alcuni sono giunti su Malta e Sicilia, altri in Sardegna e Spagna. (National Geographic Magazine, gennaio-giugno, 1920, Volume XXXVII). 

 Naturalmente, il fatto che i reperti di una scoperta così importante siano scomparsi nel nulla crea qualche sospetto. Sembra che qualcuno desideri mantenere riservati i risultati della ricerca, evitando che diventino di pubblico dominio.
 Ma perchè? Un popolo di persone con crani allungati, una camera dalle incredibili proprietà acustiche e la misteriosa scomparsa di 7 mila teschi fanno pensare che qualcosa di molto speciale è accaduto in questo luogo.
 Ma le persone a sapere cosa sia successo, sembrano essere molto poche.

 Fonte: ilnavigatorecurioso.it

martedì 8 marzo 2016

Il Cervo: un animale dai mille significati simbolici


Il cervo è un animale ricco di simbologie, legato sia alla forza istintiva del corpo e dello spirito che al potere della sessualità, alla calma e alla fecondità. 
Quest’ultima caratteristica si deve in particolare alle sue corna, che esprimono il rinnovo continuo della vita, il processo di morte e rinascita.
 Le corna infatti si rinnovano annualmente, cadendo e rinascendo in primavera con una ramificazione in più, che simboleggia l’aumento della forza e dell’età. 
Nonostante lo si percepisca istintivamente come un animale tranquillo e pacifico, rimane pur sempre selvaggio e in quanto tale primitivo e difficile da domare.
 Ecco perché, quando ci appare in sogno, rimanda a pulsioni istintive. 
Pur avanzando col suo passo silenzioso, in solitudine, non si tira indietro di fronte alla lotta, specialmente quando si tratta di conquistare una femmina. In quel momento sfodera le sue maestose corna, simili a rami, scontrandosi con i rivali dello stesso sesso per conquistare il primato.

 Le corna sono senza dubbio la parte più affascinante del cervo, attirano l’attenzione contribuendo a renderlo speciale. Simili a rami, utili peraltro alla mimetizzazione nella foresta, esprimono potenza radiosa, tant’è vero che l’animale è associato al sole. Ma anche all’albero della vita, simboleggiato per l’appunto dalle corna che si innalzano verso il cielo, facendo da tramite fra il mondo terreno e quello spirituale.
 E in tale ottica il cervo assurge anche a figura di unione (e passaggio) fra i due mondi, contribuendo all’unione degli opposti, avanzando fra il qui e il non qui.
 Raffigurato persino accanto al Buddha, che si dice si fosse reincarnato in una vita precedente in un cervo dorato, questo animale leggiadro ed elegante è collegato anche al Mercurio alchemico, sostanza psichica che fa da intermediario, da ponte tra conscio e inconscio, fornendoci la straordinaria possibilità di illuminare l’interiorità e permettere al Sé profondo di manifestarsi.


In sogno il cervo simboleggia gli aspetti istintivi citati e il probabile bisogno di una forza vitale e spirituale in grado di sostenerci nelle scelte intraprese, vivendole a dispetto delle paure limitanti.
 La cerva a sua volta apporta queste qualità ma ne possiede anche altre, a partire dalla grazia femminile: nell’uomo la cerva che appare in sogno suggerisce di integrare le parti femminili/yin, quelle legate all’intuito e all’emotività, mentre invita la donna a tenere sotto controllo un femminile istintivo troppo fagocitante, portandolo all’equilibrio con le parti maschili/yang, ovvero l’animus junghiano.
 Se il cervo compare in sogno sotto forma di cucciolo, apporta invece tenerezza e dolcezza a un sognatore che evidentemente reprime queste qualità nella vita di tutti i giorni.


Il cervo torna spesso nella Bibbia, divenendo ben presto simbolo dell’iconografia cristiana, molto frequente, per esempio, sui fonti battesimali.
 Il suo significato in questo caso rimanda all’anima del fedele che beve dall’unica sorgente di vita autentica.
 La perdita dei palchi che si rigenerano miracolosamente in primavera è stata invece associata alla resurrezione di Cristo. Ragion per cui il cervo viene considerato colui che risorge dalle sue ceneri dopo aver dato la vita attraverso la morte. 
Ma oltre all’associazione con Cristo, l’animale è spesso attribuito a diversi santi, a partire da San Patrizio, che si trasforma in cervo per sfuggire al re Loegaire.


I Celti ritenevano il cervo un animale soprannaturale appartenente alla Dea Madre, associato al culto della fertilità, e numerose figure mitologiche celtiche avevano a che fare con questo animale: da Flidais a Oisin fino a Sadbh.
 In particolare Cernunnos, dio degli animali della foresta, era raffigurato con in testa il palco di cervo, che simboleggiava la luce celeste pronta a irradiarsi ovunque.
 Questa divinità aveva il compito di radunare le anime dei morti per portarle nell’aldilà insieme alla dea della caccia Flidass, alla guida anch’essa di un carro trainato da cervi.
 In tale ottica il cervo è associato a Samhain, momento di passaggio tra i due mondi.
 A quanto pare Cernunnos era una divinità preceltica di origine sciamanica, adorato in tutto il continente indoeuropeo. 
Nelle raffigurazioni che lo vedono protagonista, si dice sia spesso circondato da numerosi animali tanto da farlo soprannominare “Signore degli animali”. Ma è in particolare uno strano serpente con le corna di ariete ad appartenergli.
 Cernunnos si contraddistingue inoltre per la presenza delle corna, simbolo di rinascita/rigenerazione, speranza e abbondanza, e per il torque che tiene in mano, un chiaro simbolo di regalità. 
In effetti il cervo maschio era anche considerato simbolo di vigore, forza combattente, capo branco solitario che in caso di necessità sapeva combattere e condurre.


Sempre i celti consideravano i cervi “tori delle fate” ed erano soliti creare talismani in corno di cervo così come utilizzare le sue corna e la sua pelle a scopi decorativi.
 La femmina del cervo è invece legata alla leggerezza, al fiuto, alla capacità di cambiare forma ed è colei che conduce i cacciatori nelle foreste misteriose alla ricerca di luoghi fatati altrimenti invisibili. Particolare il cervo bianco, creatura sacra molto rara, associata al dio Lugh, dio del sole, della luce e del cielo, simbolo di chi è iniziato ai misteri della vita e della morte, dopo aver superato le prove di metamorfosi e rinnovamento della personalità.
 Lugh simboleggia l’unione fra le forze caotiche dell’ombra e le forze luminose dell’ordine e il cervo bianco, in tale ottica, è un messaggero divino.


L'astrologia dei nativi americani, a differenza della nostra, si basa sul mondo naturale, partendo dalla convinzione che ogni persona abbia un animale guida assegnatole dalla nascita. 
L’anno astrologico ha inizio con la prima luna invernale e le 12 lune nel complesso disegnano un animale che simboleggia lo spirito della stagione. 
A ogni segno zodiacale comunemente inteso corrisponde quindi un animale. 
Il cervo è legato al segno dei gemelli, si riferisce ai nati tra il 21 maggio e il 20 giugno, e rappresenta la curiosità, l’intelligenza, la dinamicità, il bisogno di aria, movimento, spazio aperto. 
Il profumo di tiglio è il più adatto al cervo/gemelli.

 Fonte: eticamente.net

L’appartamento di Madame De Florian a Parigi, chiuso dal 1942


Questa storia suona quasi come una fiaba o l’inizio di un film di Hollywood.

 Siamo nel 2010, un appartamento parigino sulla riva destra, vicino all’Opéra Garnier, rimasto inutilizzato dal 1942 è stato scoperto e ci ha portato indietro di 70 anni, come in una macchina del tempo… Era di proprietà di Madame de Florian , attrice socialista che fuggì verso il sud della Francia durante la seconda guerra mondiale, lasciando tutto intatto, con la speranza di ritornare.
 Non ritornò mai più a Parigi, ma continuò a pagare l’affitto fino al giorno in cui morì all’età di 91 anni . 
 Gli esperti ebbero il compito di redigere un inventario dei suoi beni, entrando nelle fitte ragnatele nel 9 ° arrondissement di Parigi, entrando ebbero la sensazione di muoversi nel castello della Bella Addormentata , dove il tempo si era fermato al 1900.
 Tra arredi, pitture, arazzi, tappeti è stato trovato anche il preziosissima sorpresa.








“C’era un odore di vecchio, di polvere“, ha detto Olivier Choppin – Janvry, colui che ha fatto la scoperta, “camminavamo sotto alti soffitti in legno, andando in cucina notammo un vecchio forno a legna e un lavandino in pietra, uno struzzo impagliato e poi un pupazzo di Mickey Mouse di prima della guerra, un comò squisito …ma il cuore ebbe un sussulto quando ci trovammo davanti una splendida tela raffigurante una donna in abito di seta rosa”.

 Il dipinto era di Boldini e il soggetto un bella francese che si è rivelata essere l’ex musa dell’artista e la nipote era colei che aveva lasciato l’appartamento disabitato per più di mezzo secolo.
 La musa era Marthe de Florian , un’attrice con una lunga lista di ammiratori tra cui il primo ministro della Francia, George Clemenceau e lo stesso Boldini .
 Gli esperti hanno avuto difficoltà a trovare tracce del dipinto; nessun riferimento faceva pensare a Boldini non essendo mai stato esposto pubblicamente. 
La fortuna fu il ritrovamento di un biglietto da visita con una frase d’amore scritta dal pittore che ha confermato la paternità del quadro.
 Le notizie avute successivamente furono che il quadro fu dipinto del 1898 quando la signorina de Florian aveva 24 anni.


Il prezzo di partenza del dipinto fu di 300.000 euro, ma l’asta si è conclusa con il record mondiale per l’artista di 2.100.000 euro!

 Fonte : explicark.wordpress.com
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