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martedì 26 maggio 2015

Clootie wells: la tradizione celtica dei panni offerti ad alberi e pozzi.


Ci sono dei posti nel Regno Unito davvero unici. 
Qui, dove le tradizioni celtiche sono ancora molto sentite, ci sono posti, mete di pellegrini tutt'oggi, a sostegno di una credenza popolare che ha centinaia di anni, quella di fare offerte agli "alberi dei desideri", a pozzi oppure a fontane.


Se andate in Scozia, in Irlanda o in Inghilterra, segnate sulla vostra guida anche una tappa ad almeno uno dei "Clootie wells", letteralmente "fontane di stoffa".
 Un "Clootie" è infatti un pozzo o una fontana, quasi sempre con un albero accanto, dove strisce di stoffa o stracci vengono legati ai rami, nella speranza di guarire da una malattia. 
Per fare un'offerta, pezzi di stoffa o "cloot" sono generalmente immersi nell'acqua del pozzo sacro e poi legati a un ramo, mentre una preghiera invoca "lo spirito del bene". 
In alcuni pozzi, la parte del corpo interessata viene lavata con lo straccio bagnato prima di legarla all'albero.
 Secondo la tradizione, man mano che lo straccio si disintegra nel tempo, la malattia dovrebbe svanire. 
Nel corso dei secoli strisce di vestiti hanno dato spazio anche a calzini, abiti, t-shirt e pantaloni, anche con pezzi di tessuti marci, e oggi la visione di uno di questi luoghi inquieta e affascina allo stesso tempo, lasciandoci scettici, magari, sulla "fede" che ha spinto a un gesto all'apparenza così grottesco.


La tradizione risale probabilmente all'epoca pre-cristiana, quando si credeva che un pozzo fosse abitato da una dea o semplicemente che la natura locale che lì imperava fosse sinonimo del bene più profondo, con tanto di "poteri speciali" di guarigione. 
Con l'avvento del Cristianesimo, le chiese locali cominciarono ad associarsi a questa credenza dei pozzi sacri e i sacerdoti del luogo cominciarono a supervisionare le cerimonie. 
Fino al 1581, quando la Riforma Protestante rese illegale il pellegrinaggio ai pozzi sacri.
 Ma la pratica è tuttavia sopravvissuta...


DOVE TROVARE I CLOOTIE WELLS 

 In Scozia trovate quello più famoso e si trova nel paese di Munlochy, Black Isle. 
Qui il clootie well è dedicato a San Bonifacio (o St Curidan) ed è proprio a ridosso della strada A832 (Fortrose e Cromarty i paesi principali di riferimento). 
Un tempo si pensava che questo pozzo curasse i bambini malati che rimanevano lì tutta la notte. 
Vicino, potete comunque passeggiare tra i magnifici boschi della zona. 

In Inghilterra, in Cornovaglia, appena a nord del villaggio di Madron, si trova Madron Well, a lungo venerato per i suoi poteri magici e curativi, nonché per la fornitura di acqua alla comunità locale. 
Ancora oggi le strisce di stoffa, o clouties, sono legati ai rami circostanti. 
Sempre in Cornovaglia, potreste visitare anche Alsia Well, Sancreed Well e Christ's Well. 

In Irlanda, a Loughcrew, vicino a Oldcastle, ci sono le cosiddette "Colline della strega", un gruppo di catacombe neolitiche risalenti al 3000 a.C. Ma anche qui i visitatori che vanno verso le tombe legano nastri al ramo di un albero di biancospino.

 Fonte: greenme.it

Lampris guttatus, detto anche opah, è il primo pesce conosciuto a sangue caldo


Una nuova ricerca della NOAA Fisheries ha rivelato l’opah (Lampris guttatus), chiamato anche pesce re o pesce luna, è il primo pesce a sangue caldo conosciuto, come i mammiferi e gli uccelli, ottenendo così un vantaggio competitivo nelle fredde profondità oceaniche.

 Si tratta di un grosso pesce che vive in profondità negli oceani di tutto il mondo, in acque fredde e scarsamente illuminate, ma a differenza degli altri abitanti degli abissi solitamente lenti, nuota rapidamente utilizzando le sue grandi pinne pettorali rosse.
 Infatti, i pesci che normalmente vivono nell’oceano profondo cercano di risparmiare energia, tendendo agguati alle prede, invece di inseguirle. 
Invece il costante battito delle pinne dell’opah riscalda il suo corpo, accelerando il suo metabolismo e facendone il primo pesce conosciuto interamente a sangue caldo. Un vantaggio che, nonostante l’aspetto “pacioccone”, ha permesso all’opah di diventare un predatore con alte prestazioni che nuota più veloce, reagisce più rapidamente e vede meglio.

 Il principale autore dello studio sul Lampris guttatus pubblicato su Science, il biologo Nicholas Wegner del Southwest Fisheries Science Center del NOAA Fisheries, spiega:
 «Prima di questa scoperta avevo l’impressione che questo fosse un pesce lento, come e più di altri pesci degli ambienti freddi. Ma, dato che può scaldare il corpo, abbiamo scoperto che è un predatore molto attivo che insegue prede agili come i calamari e che possono migrare su lunghe distanze».


Il team di Wegner ha capito quanto l’opah in realtà fosse insolito quando uno dei ricercatori, il biologo Owyn Snodgrass, ha prelevato un campione del suo tessuto branchia ed ha visto che aveva un “design” strano: i vasi sanguigni che portano il sangue caldo nelle branchie del pesce si intrecciano attorno a quelli che trasportano il sangue freddo di nuovo al centro del corpo dopo aver assorbito l'ossigeno dall'acqua.
 L’evoluzione ha quindi dotato l’opah di qualcosa che in ingegneria viene chiamata “counter-current heat exchange”, che significa che il sangue caldo delle branchie serve a riscaldare quello che circola nel corpo.
 Qualcosa di simile a un radiatore di automobile, un adattamento naturale che conserva il calore.
 La posizione unica di scambio termico all'interno delle branchie permette quasi tutto il corpo del pesce di mantenere una temperatura elevata, un fenomeno noto come endotermia, anche nelle fredde profondità.


Wegner sottolinea che «Prima non era mai stato visto nulla di simile nelle branchie di un pesce.
 Si tratta di una innovazione cool che da a questi animali un vantaggio competitivo.
 Il concetto di counter-current heat exchange” è stato inventato da questo pesce molto prima che ci pensassimo». 

 Durante le loro ricerche gli scienziati hanno raccolto dati sulla temperatura di opah catturati al largo della costa occidentale degli Usa, scoprendo che la loro temperatura corporea erano regolarmente più caldo che l'acqua circostante.
 Hanno anche monitorato la temperatura di opah catturati in immersioni a diverse centinaia di piedi ed hanno scoperto che la loro temperatura corporea rimaneva stabile anche se la temperatura dell'acqua scendeva drasticamente. 
I Lampris guttatus hanno una temperatura muscolare media di circa 5 gradi centigradi più alta dell’acqua in cui nuotano. 
Anche se i mammiferi e gli uccelli in genere mantengono temperature corporee molto più calde, l’opah è comunque il primo pesce scoperto in grado di mantenere tutto il suo corpo più caldo rispetto all’ambiente.
 Alcuni altri pesci come il tonno ed alcuni squali  riescono a mantenere più calde alcune parti del loro corpo, come i muscoli, aumentando così le loro prestazioni di nuoto, ma i loro organi interni, compreso il cuore, si raffreddano in fretta e cominciano a rallentare quando si immergono in profondità, costringendoli a risalire per riscaldarsi.

 Il monitoraggio satellitare ha mostrato che gli opah trascorrono la maggior parte del tempo a profondità tra i 150 ed i 1.300 piedi, senza venire regolarmente in superficie. 
Secondo Wegner, la loro temperatura corporea più alta dovrebbe aumentare la loro forza muscolare e la capacità visive e cerebrali, aiutandoli a resistere agli effetti del freddo sul cuore e su altri organi, «Il tessuto adiposo che circonda il tessuto delle branchie, il cuore e i muscoli, nel quali l’opah produce gran parte del suo calore interno, isola il pesce dall'acqua gelida. 

Altri pesci hanno sviluppato limitato sangue caldo (endotermia locale) per estendere la loro gamma dalle acque profonde alle profondità più fredde. Ma linea evolutiva degli opah suggerisce che hanno evoluto i loro meccanismi di riscaldamento nelle profondità fredde, dove i pesci possono rimanere con un vantaggio consistente sugli altri concorrenti e prede». 

 Recenti ricerche hanno trovato differenze tra opah provenienti da diverse parti del mondo e gli scienziati vogliono studiare se c vi siano anche differenze per il sangue caldo.
 Negli ultimi anni i ricercatori della NOAA hanno catturato sempre più opah al largo della California, ma i biologi non sono sicuro del perché.
 Le condizioni climatiche attuali potrebbero favorire questi pesci, oppure la loro popolazione potrebbero essere in crescita ciclica.

 Gli opah di solito venivano pescati d solo occasionalmente, ma ora se ne vendono sempre di più nei mercati del pesce della California. 

Francisco Werner, direttore del Southwest Fisheries Science Center, è convinto che «Scoperte come questa ci aiutano a capire il ruolo che le specie svolgono nell'ecosistema marino e il motivo per cui li troviamo dove sono. Questo dimostra davvero quanto si può apprende dalla ricerca di base in mare, grazie agli scienziati curiosi facendosi le domande giuste sul perché questo pesce sembrava essere diverso». 

 Fonte: greenreport

White Sands: il deserto di gesso più grande del mondo si trova in New Mexico


In New Mexico si trova il deserto di gesso più grande del mondo. Si chiama White Sands ed offre uno di quei panorami che rimangono scolpiti nella memoria per il senso di meraviglia che suscitano: ben 450 km di dune bianchissime, che danno vita ad una distesa abbagliante di sabbia scintillante sotto i caldi raggi solari del New Mexico. 
Il deserto di gesso più esteso al mondo si trova a un altitudine di 1.291 m.s.l.m. sul fondovalle arido del roccioso Tularosa Basin, circondato dalle montagne di San Andres (a ovest) e di Sacramento (a est) nell’estremo nord del deserto di Chihuahua, nello Stato del New Mexico centro-meridionale.


Per circa 275 kmq, esso rientra nei confini del parco White Sands National Monument, inaugurato il 29 aprile 1934, che preserva una parte importante di questa distesa unica, insieme agli animali e alle piante, comprendente anche il lago fossile Lucero.

 L’area accoglie oltre 500.000 turisti ogni anno che restano folgorati dalla bellezza di queste dune bianche come la neve, composte da minuscoli cristalli di gesso, ridotti in polvere dall’azione erosiva del vento, dando vita ad uno spettacolo rarissimo.
 Poiché l’area si trova in una grande depressione, la pioggia che cade rimane intrappolata nel bacino e il gesso disciolto non scorre via ma si asciuga e cristallizza.


Ci troviamo di fronte ad un ambiente surreale, con dune bianche come la neve che contrastano con l’azzurro del cielo sempre terso, formate da solfato di calcio idrato, la cui altezza può variare dai 3 ai 18 metri, che possono arrivare a spostarsi anche di 30 metri in un anno. 
Da notare che il White Sands National Monument fa parte del più vasto White Sands Missile Range, un poligono militare nel quale, fin dalla fine della seconda guerra mondiale, vengono testate nuove armi e tecnologie spaziali; proprio qui infatti, nel 1945 venne fatta esplodere la prima bomba atomica della storia.


Fonte: meteoweb.eu

lunedì 25 maggio 2015

Viaggio al centro della terra: la grotta Krubera a 2.197 metri è la più profonda al mondo


In Georgia, una delle repubbliche caucasiche, si trova uno dei più spettacolari miracoli della Natura, la Grotta di Krubera, vicina al distretto di Gagra Abkhazia; definita “l’abisso più profondo del mondo”. 
Un paradiso per gli speleologi e gli amanti delle avventure “ai confini della realtà”. 
Questa cavità raggiunge i 2.197 metri di profondità sotto il livello del mare, e nel punto migliore, ha battuto la concorrenza di altre grotte carsiche, sparse per il mondo.
 La misurazione di profondità è stata confermata nel 2005, da un gruppo di speleologi locali, durante il raduno Imagna 2005 dal russo Denis Provalov. 
La zona, è luogo assai frequentato, in un paese come la Georgia, che ancora non ha subito le contaminazioni del turismo planetario. Per riuscire a giungere alla profondità dei 2.195 metri, è necessario superare tre sifoni allagati e i ricercatori, non possono passare con tutta la loro attrezzatura e devono togliere le bombole di ossigeno e fare varie contorsioni.
 Chi non è allenato e preparato a questo sport, e chi soffre di asma o ha problemi cardiaci, non può certo avventurarsi in queste, viscere della terra.




La Grotta di Krubera si trova nel massiccio Arabika Gagrinsky, catena del Caucaso occidentale. 
Gli speleosub hanno deciso di fermarsi di fronte ad un quinto sifone, e tra i primi che hanno raggiunto le maggiori profondità di esplorazione delle grotte ci sono gli italiani, Giacomo Rossetti e Matteo Rivadossi, i quali nel 2005, hanno impiegato circa tre giorni “di progressione tra andata e ritorno, con soltanto brevi soste”. 

 I due speleologi hanno dichiarato: 
“La grotta è meravigliosa, per niente banale, con molti passaggi impegnativi, è molto bagnata, con cascate e un torrente, da -200 in poi, che ricorda il fiume Vidal al fondo del Corchia”. 

 Uno spettacolo che non è concesso a chiunque, ma per chi ha questa passione per l’ignoto e i misteri naturali, è un richiamo irresistibile.
 I due italiani hanno anche precisato che “la difficoltà di questa discesa è aumentata dall’acqua che scorre su tutte le pareti della grotta, che dà vita a un vero e proprio fiume sotterraneo. 
Va attraversato, mischiando tecniche di speleologia e di subacquea”. 

 La grotta, fu esplorata la prima volta, da un team di speleologi georgiani che scesero sino a 90 metri di profondità. 
In seguito, nel 2004, un gruppo di 50 speleologi provenienti da tutto il mondo e guidati dal russo Alexander Klimchouk, che coordinava il progetto sostenuto dal National Geographic, riuscì a scendere sino ai 1.840 metri ma da qui, si resero conto che la grotta scendeva ancora più giù. 
La sfida non si è fermata e dopo un mese, un’altra spedizione, stavolta ucraina, ha affrontato una nuova discesa, attraverso “una serie di pozzi verticali, anguste gallerie, fiumi sotterranei e cascate”.








Ma non è finita qui, perché dove c’è acqua, c’è vita, e nelle profondità della grotta, è stato scoperto da una spedizione scientifica russo-iberica, il Plutomurus Ortobalaganensis, un insetto senza occhi e privo di ali, che vive negli abissi più profondi della terra. 
Un essere, che sembra stato proiettato fuori dai primordi della storia del nostro pianeta, e che avrebbe di certo affascinato lo scrittore Julius Verne e chissà che non vada ad ispirare, qualche regista a caccia di sensazioni nuove.


da: blogtaormina.it

Abraj Kudai: in Arabia Saudita l’albergo più grande del mondo


A La Mecca, in Arabia Saudita, sorgerà l’albergo più grande del mondo: l’Abraj Kudai, un enorme complesso residenziale e commerciale, consistente in un grande podio, sormontato da 12 torri, a loro volta sovrastata da una gigantesca cupola. 
L’imponente struttura vanta cifre da capogiro: 10.000 camere da letto, 70 ristoranti, 6 eliporti, un centro commerciale, un centro benessere, un enorme centro congressi, parcheggi e fermate per autobus, scintillando con i suoi pavimenti dorati, le sue magnifiche suite ed i sontuosi piani presidenziali. 
 Insomma, una citta nella citta, ideata dallo studio d’architettura di fama internazionale Dar Al Handasah, con sede a Beirut, mentre il design d’interni è affidato allo studio londinese Areen Hospitality. 

Il progetto, del costo di 3,5 miliardi di dollari, è attualmente in fase di costruzione nel quartiere Manafia, si estenderà su una superficie di 1,4 milioni di metri quadrati a poco più di 2 km dalla Moschea di Masjid al-Haram.


L’inaugurazione dell’Abraj Kudai è prevista per il 2017, puntando a superare il MGM Gran Hotel di Las Vegas che dispone di 6198 camere, il First World Hotel, in Malesia, con le sue 6118 calere ed il Luxor Hotel di Las Vegas con 4400 camere.

 Il design del colossale albergo richiama le tradizionali fortezze del deserto saudita, stilizzate e rivisitate in chiave contemporanea. 

 Fonte: meteoweb.eu

venerdì 22 maggio 2015

La storia di Palmira


Oggi visitarla è impossibile, a causa della guerra in corso in Siria e della sua conquista da parte dello Stato Islamico (o ISIS). Ma a chi vi giungesse, apparirebbe come un miraggio, tra le sabbie del deserto, una distesa di splendide rovine vicino alla moderna città di Tadmor: è Palmira.

 La sua storia è famosa soprattutto per una sua regina, Zenobia: bella, dotta e spregiudicata, per molti aspetti simile a Cleopatra, conquistò l’Egitto e osò sfidare Roma.
 Sotto il suo regno Palmira divenne un luogo di tolleranza, in cui religioni molto diverse tra loro convivevano in pace; un luogo di cultura, dove le arti venivano esercitate liberamente e ai massimi livelli; e un luogo di commerci, dove benessere e ricchezza erano a portata di molti.


G. Tiepolo, La regina Zenobia arringa i suoi soldati, 1720-30, 

 Su Zenobia le notizie storiche scarseggiano e le poche fonti spesso contrastano, per eccesso o difetto di zelo.
 Di certo c’è che era diventata regina nel 267, alla morte di suo marito Settimio Odenato, come reggente del figlio Vaballato. Alcuni dicevano che fosse figlia di un commerciante di Palmira, ma diversi storici moderni sostengono che suo padre fosse Iulius Aurelius Zenobios, un personaggio politico cui i palmireni dedicarono una statua intorno al 240-242, gli anni in cui è probabile sia nata la futura regina. 
Bet-Zabbai, il nome in aramaico di Zenobia, significherebbe tra l’altro “figlia di Zabbai”, un suo antenato.

 Per gli antichi questa donna era una leggenda, ma nessuno ne ha mai descritto l’aspetto: bellezza senza volto, gli autori della Historia Augusta la definirono “straordinariamente avvenente”, casta, carismatica e generosa. 
Possedeva inoltre quelle doti virili richieste a una regina: partecipava infatti alle battaglie, a cavallo o sul carro da guerra, e la sua prestanza le permetteva di percorrere a piedi anche tre o quattro miglia. 
Era inoltre appassionata di caccia e di vino, al punto da riuscire a mantenersi sobria anche quando gli altri avevano ormai ceduto all’ebbrezza.
 Zenobia era colta, dotata in campo politico e poliglotta: conosceva, oltre all’aramaico, la sua lingua madre, anche l’egiziano, il greco e un po’ di latino.
 Esempio di virtù, era amata dai suoi sudditi e manteneva una corte fastosa, frequentata da intellettuali e filosofi.

«È l’immagine retorica e altamente idealizzata di una sovrana di cultura ellenistica-orientale, forte e illuminata», spiega Eugenia Equini Schneider, docente di Archeologia delle province romane all’Università La Sapienza di Roma, nel suo saggio sulla regina. «E le suggestioni che la associano a Cleopatra sono fortissime». Eppure nell’antichità non mancavano le voci discordi: tra gli storiografi a lei ostili, il greco Zosimo, autore della Historía néa, diceva che era superba.
 Lo confermavano gli ebrei, che raccontarono delle sue maniere sprezzanti nei confronti di due rabbini venuti a chiederle la liberazione di un correligionario imprigionato in Galilea. 
Pare che Zenobia avesse troncato la discussione così: “Viene insegnato che il vostro creatore adopera miracoli per coloro che si dedicano al suo servizio”.


In realtà, Zenobia trattava con tolleranza gli ebrei e favoriva l’integrazione e la convivenza di culture e religioni diverse: Palmira era infatti un importante centro carovaniero sul fiume Eufrate, nel deserto siriano. 
La vivace città sorgeva in una vasta e lussureggiante oasi ed era quindi un punto di incontro di mondi diversi: quelli dei mercanti d’Oriente e d’Occidente. 
 La sua posizione l’aveva favorita anche nei rapporti con l’Impero romano, permettendole di conservare una certa autonomia. 
Per i Romani era importante tenersi buona la regina, perché il suo regno faceva da cuscinetto tra le province orientali e l’Impero dei Parti, da sempre ostile a Roma. 
Con i loro movimenti di conquista, i Parti infastidivano anche i palmireni, che si erano visti precludere diverse vie commerciali: forse per questo, più che per fare gli interessi dell’Impero romano, il marito di Zenobia si era dato da fare a metter loro i bastoni fra le ruote. Ma Odenato era ben consapevole delle potenzialità politiche e militari di Palmira e delle difficoltà di Roma a gestire una terra così remota. Tanto più che il suo controllo sulle province orientali e sulla Siria era diventato effettivo una volta ottenuto dall’imperatore Gallieno il titolo di “coreggente di tutto l’Oriente”.
 Se avesse voluto, il re avrebbe potuto tentare ormai il colpaccio: il distacco completo dall’Impero. 
Non si conoscono le sue intenzioni, ma di certo i rapporti di Palmira con i Parti si fecero meno tesi quando, nel 267, il re fu ucciso insieme al figlio di primo letto Septimius Herodianus. 
Sui mandanti dell’omicidio esistono molte ipotesi: alcuni puntano il dito contro Zenobia, altri contro Gallieno.






In ogni caso, a fare quel che Odenato non aveva fatto ci pensò sua moglie.
 La regina voleva rendersi autonoma da Roma e riunire sotto di sé l’Asia Minore e l’Egitto, regioni che nominalmente erano parte dell’Impero romano, ma che in realtà sfuggivano al suo controllo. E cominciò stipulando un accordo con i Parti per garantire la pace alle carovane in transito. 
Gallieno, che sarebbe volentieri partito in quarta contro di lei, fu però fermato dai Goti che avevano invaso la Penisola. 

Agli inizi del 270, quando gran parte del territorio siriano doveva già trovarsi sotto il controllo di Palmira, Zenobia prese l’Arabia (provincia romana corrispondente a un territorio centrato più o meno nell’attuale Giordania). In tale occasione le truppe palmirene massacrarono una guarnigione romana, arruolando poi i superstiti tra le proprie file.


La conquista dell’Arabia era un passaggio obbligato per la successiva fase: la presa dell’Egitto. 
«Inizialmente Zenobia e Vaballato non contrastarono apertamente il potere di Roma: si affiancarono invece al partito filoromano di Alessandria, per legittimare formalmente il controllo palmireno sull’Egitto. 
Si proposero come baluardo della legalità dell’impero facendo apparire Aureliano come un usurpatore», scrive Equini.
 Aureliano, che era diventato imperatore nel 270, aveva riconosciuto a Vaballato i titoli di vir clarissimus rex e di imperator dux Romanorum: ma Zenobia osò troppo proclamando suo figlio Augusto. 
 Questo segnò la rottura con Roma. 
Risolti i problemi che aveva in Italia, all’inizio del 272 l’imperatore decise di ristabilire il controllo in Oriente. 
La riconquista della Siria e dell’Egitto fu rapida: alla fine dell’estate del 272 Palmira si era arresa. 
Zenobia, che aveva tentato la fuga verso l’Impero dei Parti con suo figlio, fu catturata e condotta a Roma. 
  Anche sulla sua fine esistono più versioni. La maggior parte degli storici antichi concorda sul fatto che Vaballato morì durante il viaggio, mentre lei fu costretta a sfilare in catene d’oro per le strade dell’Urbe nel 274, come preda di guerra nel trionfo dell’imperatore. Alcuni dicono che l’imperatore “la unì onorevolmente a un membro della classe senatoria”, altri che le concesse una villa a Tivoli, dove visse da regina fino alla fine dei suoi giorni. 
Secondo un’altra versione, la donna si lasciò morire di fame ancor prima di arrivare a Roma, sopraffatta dal dolore.
 In ogni caso aveva perso tutto, tranne la fama di regina che osò ribellarsi all’impero.
 Dopo la resa ad Aureliano, i palmireni non subirono ripercussioni, ma la città fu saccheggiata in seguito a una nuova ribellione e le sue mura furono abbattute. 
Abbandonata, tornò a essere un piccolo villaggio e divenne una base militare per le legioni romane. 

Dopo la conquista araba, avvenuta nel 634, Palmira andò progressivamente in rovina, finché nel 1678 qualcuno cominciò a interessarsi di nuovo a lei. 
Alcuni mercanti inglesi, infatti, decisero di tentare di scoprire la collocazione delle splendide rovine nel deserto descritte da diversi racconti arabi. 
La prima spedizione fallì, ma la seconda, nel 1691, fu un successo, anche se ci vollero altri sessant’anni perché una comitiva di disegnatori, guidata da due inglesi, visitasse le rovine.

 Nel 1753, venne pubblicato un blocchetto di schizzi, Les Ruines de Palmyra, autrement dite Tadmor au dèsert, che attirò l’attenzione degli studiosi. E, verso la fine del XIX secolo, il sito cominciò a essere studiato in modo scientifico: prima vennero copiate e decifrate le iscrizioni, poi cominciarono gli scavi archeologici, oggi interrotti dal conflitto.


Tratto e adattato da Focus Storia 86. Testi a cura di Maria Leonarda Leone.

Il camaleonte umano


 Che cosa si nasconde dietro a questo camaleonte? Scopriamolo !

 
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