mercoledì 25 febbraio 2015
Scoperti nuovi crateri in Siberia
Nuovi misteriosi crateri si aprono in Siberia.
Una vicenda che non ha ancora una soluzione ma solo tante ipotesi.
Dopo la famosa voragine trovata nella regione settentrionale dello Yamal, nuove buche sono state individuate utilizzando le immagini satellitari.
Fino ad ora, erano tre i crateri erano conosciuti nel nord della Russia. E le cause potrebbero essere tante: si parla di un elevato riscaldamento sopra la superficie a causa delle temperature particolarmente elevate, o ancora delle linee di faglia che hanno portato a un enorme rilascio di gas idrati.
I ricercatori si avventurarono nel profondo di uno dei fori a novembre, raccogliendo dei dati nel tentativo di capire perché si formavano.
La teoria principale è che essi sono stati creati da esplosioni di gas innescate da calore sotterraneo o da temperature dell'aria associate al cambiamento climatico.Vere e proprie bombe a orologeria.
Due dei grandi crateri appena scoperti si sono trasformati in laghi, ha rivelato il professor Bogoyavlensky della Accademia Russa delle Scienze. Ma altre indagini effettuate di recente utilizzando le immagini satellitari hanno aiutato gli scienziati russi a capire che i crateri sono molto più numerosi di quanto si ipotizzasse.
Per questo Vasily Bogoyavlensky ha chiesto un'indagine 'urgente' sul nuovo fenomeno.
Lo studio delle immagini satellitari ha mostrato che nei pressi del famoso foro che si trova in 30 chilometri da Bovanenkovo, vi sono due oggetti potenzialmente pericolosi, in cui emissioni di gas possono avere luogo in qualsiasi momento.
“Ora siamo a conoscenza di sette crateri nella zona artica,” ha detto Bogoyavlensky.
“Abbiamo posizioni esatte solo per quattro di loro. Gli altri tre sono stati avvistati dai pastori di renne. Ma sono sicuro che ci sono più crateri su Yamal, dobbiamo solo cercarli”.
Secondo lo scienziato russo, il numero è destinato a salire e stima che potrebbero essere almeno 20-30 i crateri siberiani.
“Questi oggetti devono essere studiati, ma è piuttosto pericoloso per i ricercatori. Sappiamo che possono verificarsi una serie di emissioni di gas per un periodo di tempo prolungato, ma non sappiamo esattamente quando potrebbe accadere.”
Non è solo la formazione di nuovi crateri a dimostrare che è in corso un processo di emissione di gas.
Secondo Bogoyavlensky è in corso il 'degassamento', con i gas che vanno dal fondo del lago alla sua superficie.
“Il degasaggio è stato rivelato sul territorio del distretto autonomo di Yamal circa 45 anni fa, ma ora pensiamo che ci possa dare qualche indizio sulla formazione dei crateri e delle emissioni di gas. In ogni caso, dobbiamo studiare questo fenomeno con urgenza, per evitare possibili disastri”.
Articolo originale : http://siberiantimes.com/science/casestudy/news/n0127-dozens-of-mysterious-new-craters-suspected-in-northern-russia/
Il panda, un compendio di tenerezza e simpatia
Innegabile l’effetto positivo e tenero che i panda producono nell’immaginario collettivo. Così buffi, soffici e maldestri, tanto da rappresentare un compendio di tenerezza e simpatia.
I disegnatori di cartoon sono consapevoli dei questa caratteristica e per questo motivo, quando realizzano un fumetto o un film di animazione, premono sul pedale dell’acceleratore della tenerezza. La natura, del resto, insegna che la bellezza è parte integrante del suo DNA e in ogni specie è possibile individuare elementi innegabili di dolcezza.
I panda in questo sono maestri, proprio grazie alla loro conformazione fisica.
Ma non è solo una questione di aspetto esteriore, piuttosto un insieme di fattori scientifici che fanno leva sul cervello umano. Musi arrotondati, corpi morbidi, grandi orecchie e occhi profondi concorrono a fare leva sulle sinapsi cerebrali.
Le ragioni per cui troviamo tenero e affascinante un simpatico panda non sono direttamente collegabili alla sfera sentimentale, ma a qualcosa che attinge al background umano.
Il panda appare buffo e carino perché riporta alla memoria caratteristiche simili a quelle di un neonato, facendo scattare in chi l’osserva un istinto del tutto naturale legato alla necessità di protezione, cura, nutrimento e alle carezze.
Alcuni documentaristi hanno concentrato i loro sforzi proprio sulle caratteristiche del panda, sulle particolarità che lo rendono così carino e tenero.
Ad esempio il regista Gordon Buchanan sostiene:
I neonati appena giungono al mondo possiedono dimensioni sproporzionate che li rendono teneri e adorabili, ad esempio testa grande, occhi grandi e profondi. Lo stesso tipo di sproporzione fisica che caratterizza i panda. Nonostante in realtà i loro non siano occhi grandi, ma piuttosto piccoli evidenziati dalle marcature nere che li circondano.
Queste macchie sono il frutto di un’evoluzione naturale, servono a renderli più aggressivi e temibili agli occhi di eventuali predatori. Ma nell’immaginario umano l’effetto è diametralmente opposto, facendo scaturire una sensazione di forte affetto e calore nei loro confronti.
I panda appaiono agli occhi umani come piccoli giovani inesperti e vulnerabili.
È l’istinto di protezione che spinge l’uomo a provare tenerezza nei loro confronti, una dinamica emotiva incentivata anche dalle dimensioni e dalle fattezze buffe.
In realtà i panda non sono nati per compiacere l’affettività umana, ma la loro fisionomia è il frutto di un processo evolutivo costante. Ad esempio il formato adorabile della testa è la conseguenza del passaggio da un’alimentazione carnivora a una vegetariana. Nonostante conservino una dentizione tipica dei carnivori, insieme agli artigli, il cranio è molto più grande di quello di un orso polare o di un orso bruno.
Una necessità imposta dall’alimentazione a base di bambù, pianta di cui sono ghiotti ma piuttosto difficile da masticare.
Per affrontare questa problematica, il panda ha sviluppato una forte muscolatura della bocca e della mascella, quindi un cranio più grande per ospitarla.
Il panda ha un dito in più, il sesto, necessario per cogliere il coriaceo bambù. Ma anche una dentizione utile alla masticazione dello stesso, quindi un sistema digestivo molto resistente e spesso per assorbire e assimilare la pianta ricca di cellulosa.
Anche le zampe appaiono più robuste, caratteristica indispensabile per sostenere il peso di un animale in grado di raggiungere anche 125 chilogrammi.
Il panda è il simbolo della pace in Cina, oltre che del WWF essendo specie in estinzione.
Fonte: greenstyle.it
L'origine ignota dei "Popoli del Mare"
I “Popoli del Mare” sono oggetto di un infinito dibattito tutt’ora in corso tra gli studiosi di storia antica.
Si tratta, infatti, di un gruppo umano di cui si sa molto poco, la cui scarsità di notizie ha favorito il fiorire di numerose di teorie ed ipotesi.
Non si sa chi fossero, né il loro luogo di origine e nemmeno che fine abbiano fatto. Dunque, la precisa identità di queste “popolazioni del mare” è ancora un enigma per gli studiosi.
Alcuni indizi suggeriscono invece che per gli antichi egizi l’identità e le motivazioni di queste popolazioni erano note.
Le poche informazioni che abbiamo, infatti, ci vengono da fonti dell’antico Egitto risalenti alla 19° dinastia.
In realtà, le fonti egizie descrivono tali popoli solo dal punto di vista militare.
Sulla stele di Tanis si legge un’iscrizione attribuita a Ramses II, nella quale si legge:
«I ribelli Shardana che nessuno ha mai saputo come combattere, arrivarono dal centro del mare navigando arditamente con le loro navi da guerra, nessuno è mai riuscito a resistergli».
Il fatto che varie civiltà tra cui la civiltà Ittita, Micenea e il regno dei Mitanni scomparvero contemporaneamente attorno al 1175 a.C. ha fatto teorizzare agli studiosi, che ciò fu causato dalle incursioni dei Popoli del Mare.
I resoconti di Ramses sulle razzie dei Popoli del Mare nel mediterraneo orientale sono confermati dalla distruzione di Hatti, Ugarit, Ashkelon e Hazor.
È da notare che queste invasioni non erano soltanto della operazioni militari ma erano accompagnate da grandi movimenti di popolazioni per terra e mare, alla continua ricerca di nuove terre in cui insediarsi.
Il termine “Popoli del Mare” fa riferimento ad un gruppo composto da dieci popolazioni provenienti dall’Europa meridionale, una sorta di confederazione, che sul finire dell’Età del Bronzo, navigando verso il Mar Mediterraneo orientale, invasero l’Anatolia, la Siria, Palestina, Cipro e l’Egitto.
Le fonti antiche più importanti nelle quali vengono citati i Popoli del Mare sono l’Obelisco di Biblo, databile tra il 2000 e il 1700 a.C., le Lettere di Amarna, la Stele di Tanis e le iscrizioni del faraone Merenptah.
Tra le popolazioni citate nelle iscrizioni antiche, le più intriganti sono certamente i Lukka, gli Shardana, i Šekeleš e i Danuna.
I Lukka
La prima menzione di queste genti compare nell’obelisco di Biblo, dove viene nominato Kwkwn figlio di Rwqq, transliterato Kukunnis figlio di Lukka.
Le terre di Lukka vengono spesso citate anche nei testi ittiti a partire dal II millennio a.C.
Denotano una regione situata nella parte sud-occidentale dell’Anatolia.
Le terre di Lukka non furono mai poste in modo permanente sotto il controllo ittita, e gli stessi Ittiti le consideravano ostili.
I soldati di Lukka combatterono alleati agli Ittiti nella famosa battaglia di Qadeš (ca. 1274 a.C.) contro il faraone egizio Ramesse II.
Tuttavia, un secolo dopo, Lukka si rivolse contro gli Ittiti.
Il re ittita Šuppiluliuma II tentò invano di sconfiggere Lukka, i quali contribuirono al collasso dell’impero ittita.
Gli Shardana
Gli Shardana compaiono per la prima volta nelle fonti egiziane nelle lettere di Amarna (1350 a.C. circa) durante il regno di Akhenaton.
Vengono poi menzionati durante il regno di Ramses II, Merenptah e Ramses III con i quali ingaggiarono numerose battaglie navali. Nella raffigurazione vengono dipinti con lunghe spade triangolari, pugnali, lance e uno scudo tondo. Il gonnellino è corto, sono dotati di corazza e di un elmo provvisto di corna.
Le similitudini fra i guerrieri Shardana e quelli dei nuragici della Sardegna, nonché l’assonanza del nome Shardana con quello di Sardi-Sardegna, hanno fatto ipotizzare, ad alcuni, che gli Shardana fossero una popolazione proveniente dalla Sardegna o che si fosse insediata nell’isola in seguito alla tentata invasione dell’Egitto.
I Šekeleš
I Šekeleš, detti anche Sakalasa, vengono citati insieme ad altri otto componenti dei Popoli del Mare nelle iscrizioni commissionate dal faraone Merenptah (13° secolo a.C.).
Sono stati associati ai Siculi, popolazione indoeuropeea che si stanziò nella tarda età del bronzo in Sicilia orientale scacciando verso occidente i Sicani.
Non è escluso che la loro emigrazione in Sicilia possa essere stata precedente agli scontri con l’Egitto di Merenptah, se è affidabile l’alta cronologia della cultura Pantalica I (datata a partire dal 1270 a.C.) e la testimonianza di Ellanico di Mitilene, riportata da Dionigi di Alicarnasso, secondo cui lo sbarco dei Siculi in Sicilia sarebbe avvenuto tre generazioni prima della guerra troiana, intorno al 1275 a.C.; Dionigi riporta anche la datazione fissata da Filisto (ventiquattro anni prima della Guerra di Troia) più o meno contemporanea al conflitto tra il faraone Merneptah e i Popoli del mare.
I Danuna
I Danuna, o Denyen, sono certamente i più enigmatici.
Secondo la leggenda, i Danuna avrebbero lasciato il continente di Atlantide per stabilirsi sull’isola di Rodi.
Questo popolo adorava la dea Danu, una dea primordiale presente nella mitologia di molte culture (da quella celtica a quella indiana). Veniva rappresentata come una luna avvolta dal serpente e che si suppone era considerata la dea madre delle acque.
La mitologia greca tramanda che gli abitanti primordiali dell’isola di Rodi erano chiamati Telchini.
Secondo lo storico greco Diodoro, questo popolo aveva il potere di guarire le malattie, di modificare le condizioni atmosferiche e assumere qualsiasi forma desiderassero.
Ma non desideravano rivelare le proprie capacità, mostrandosene assai gelosi.
Erano rappresentati sotto forma di esseri anfibi, metà marini e metà terrestri. Avevano la parte inferiore del corpo a forma di pesce o di serpente, oppure i piedi con dita palmate.
Un po’ prima del Diluvio, ebbero il presentimento della catastrofe e lasciarono Rodi, la loro patria, per disperdersi nel mondo.
È possibile che la mitologia e le leggende tramandino la storia di un popolo tecnologicamente avanzato, percepito dagli antichi come in possesso di poteri magici?
È possibile che ci sia un collegamento tra i Danuna e i Talchini? Potrebbero essere davvero i superstiti del continente di Atlantide?
Fonte: www.ilnavigatorecurioso.it
martedì 24 febbraio 2015
Patrick Blanc: il re dei giardini verticali che ha trasformato la sua casa in una giungla urbana
Patrick Blanc è un botanico famoso per aver inventato i giardini verticali, per aver costruito il giardino verticale più grande del mondo a Sydney e per gli altri suoi capolavori che trovano spazio a Parigi e nel mondo.
Persino nella sua casa parigina Patrick Blanc non ha rinunciato alle pareti verdi e ha voluto creare una vera e propria giungla urbana. Nell'abitazione di Patrick Blanc, che si trova alla periferia di Parigi, regna il verde.
Dal 1998 si occupa di realizzare pareti verdi in tutto il mondo, dal Giappone agli Stati Uniti, e le sperimentazioni non potevano partire che dalla sua casa.
Qui Blanc ha lavorato in collaborazione con l'architetto Gilles Ebersolt.
Nella sua casa non rispetta l'ordine tipico delle sue pareti verticali artistiche, tendendo invece a lasciare un po' al caso la crescita delle piante.
L'interno della sua casa è un mondo completamente verde e nuovo, con un vero e proprio scenario spettacolare composto da piante rampicanti, giardini verticali, pareti verdi e piante acquatiche.
Secondo Blanc, nella nostra epoca l'umanità è ormai disinteressata alla natura, ma può provare a riavvicinarsi ad essa e a diventare più sensibile ai problemi ambientali magari proprio ammirando per caso un giardino verticale nel bel mezzo di una metropoli.
Il suo interesse per piante e giardini è nato quando aveva solo 8 anni.
Ha studiato botanica all'Università di Parigi e poi ha viaggiato in Malesia e Tailandia negli anni Settanta per osservare la crescita delle piante sulle rocce e nel sottobosco delle foreste.
Per 25 anni ha lavorato come ricercatore al National Center for Scientific Research di Parigi.
Il suo amore per le piante e la natura non poteva che riflettersi nello stile scelto per la sua casa
Marta Albè
“Beep Beep”, il corridore della strada che sfugge nel cartoon e nella realtà
Chi non ha mai guardato il celebre cartone animato della Warner Bros “Beep Beep e Willy il Coyote“?
Dovete pensare che questa eterna lotta per la sopravvivenza va in scena realmente ogni giorno nei deserti dell’ America centro orientale, ed il nostro caro “Beep Beep” esiste davvero!
Spesso è stato considerato erroneamente uno struzzo ma in natura questo uccello prende il nome di “Corridore della strada” (geococcyx californianus).
E’ un volatile appartenente alla famiglia dei cuculidi che, come il nostro cuculo, produce il caratteristico verso del ‘cucu’ che ripete per sei volte per comunicare con gli altri membri della sua specie; gli americani lo chiamano “Road runner” per la sua caratteristica di correre molto rapidamente e disdegnare il volo attivo.
Questo uccello è molto comune in California dove è visto come un utile inquilino dell’uomo.
Innanzitutto per le sue caratteristiche alimentari che lo portano a cibarsi di animali molto sgraditi come il velenosissimo serpente a sonagli (crotalo), scorpioni e grossi ragni. Tutte prede che il “Corridore della strada” cattura sfrecciando velocissimo tra gli arbusti del deserto.
La sua morfologia lo aiuta molto nelle sue corse a perdifiato sulla secca terra desertica.
La sua lunga coda funziona come un bilanciere e il nostro “Beep Beep” la utilizza anche come sistema frenante. O come timone per compiere precise virate ad impressionante velocità.
Il deserto è un ambiente famoso per le forti escursioni termiche tra giorno e notte.
Quando la temperatura durante la notte scende sotto i livelli di guardia, il corridore della strada riesce ad entrare in uno stato di completa ipotermia rallentando al minimo i battiti cardiaci e il metabolismo, in modo da dissipare meno calore corporeo possibile. Alle prime luci del mattino il corridore si sistema rivolto al sole e riacquista il calore utile poi per le sue funamboliche corse.
Il corridore della strada si accoppia generalmente in primavera e, una volta formatasi la coppia, i due partner non si lasceranno mai per tutta la loro vita (monogamia).
Il nido viene fatto a terra ed è proprio nel momento della cova che il “Road runner” è più vulnerabile ai suoi predatori: tra di essi il coyote .
Questi ultimo, proprio come faceva Willy nel celebre cartone animato, si prodiga molto nella cattura del corridore della strada ma, anche qui come nel cartoon, spesso con scarsi risultati.
Filippo Asnaghi
lunedì 23 febbraio 2015
Il monaco buddista che medita da 900 anni
Sulle prime sembrerebbe una semplice statua di Buddha. Ma in questa scultura dell'XI-XII secolo dopo Cristo c'è molto di più di quanto possa apparire.
Incapsulato al suo interno, come in uno scrigno, si trovano le spoglie di un monaco buddista ancora in meditazione, impegnato nella classica posizione del loto.
Nel corpo del religioso non ci sono più organi, ma antichi rotoli di testi in lingua cinese: la scoperta, degna di un film di Indiana Jones, è di un gruppo di ricercatori del Meander Medical Centre di Amersfoort, non lontano da Utrecht, Paesi Bassi.
La presenza della mummia all'interno della statua era già nota ai ricercatori: a rivelarla era stata, un anno fa, la tomografia computerizzata della statua, che aveva svelato il profilo di uno scheletro umano nascosto nella scultura.
Secondo Erik Bruijn, esperto di arte e cultura buddiste e curatore ospite del World Museum di Rotterdam, il corpo apparterrebbe a un maestro buddista di nome Liuquan della Scuola Cinese di Meditazione, morto intorno al 1100 dopo Cristo.
La scoperta segue di pochi giorni quella di un altro monaco buddista morto circa 200 anni fa, il cui corpo mummificato è stato ritrovato, ancora nella posizione del loto, nella provincia di Ulan Bator, in Mongolia.
Secondo alcuni devoti buddisti il monaco Liuquan, così come il "collega" di Ulan Bator, non sarebbero morti, ma si troverebbero soltanto in un avanzato stato di meditazione.
La preghiera di Liuquan è stata di nuovo "disturbata" a settembre 2014, quando la mummia del religioso è stata sottoposta a un'ulteriore tomografia e ad alcune indagini endoscopiche in cui sono stati prelevati campioni di tessuto dalle cavità toracica e addominale.
Si è giunti così a una nuova, incredibile scoperta: al posto dei tessuti degli organi interni sono stati trovati frammenti di carta scritti in caratteri cinesi.
Gli organi del monaco sono stati probabilmente rimossi durante la mummificazione e sostituiti con rotoli forse considerati sacri. Questo porterebbe a pensare che Liuquan sia stato mummificato dopo morte e non si sia invece automummificato, un raro e antico processo di volontario abbandono del proprio corpo un tempo tentato da alcuni dei più anziani monaci buddisti, ma di cui ci sono giunte finora appena una ventina di testimonianze
La pratica - una sorta di lungo suicidio rituale - prevedeva alcuni anni di dieta a base prima di noci e semi, poi di infusi velenosi e radici, per eliminare i grassi corporei e preservare i tessuti dalla corruttibilità.
Quando il monaco moriva, in una posizione di preghiera, il suo cadavere non veniva più toccato in alcun modo ed era venerato alla stregua di un santo.
Se anche Liuquan fosse morto in questo modo, probabilmente i suoi organi non sarebbero stati rimossi e rimpiazzati dai rotoli.
La misteriosa mummia in preghiera, che nel frattempo è stata trasferita in Ungheria, rimarrà esposta al Museo di Storia Naturale di Budapest fino a maggio 2015.
Fonte: focus.it
Polymita Picta, la chiocciola coi favolosi colori di Cuba
Si chiama polymita picta, anche se è molto più nota con il nickname di chiocciola arcobaleno.
Si tratta di un mollusco appartenente al superordine dei gasteropodi, ordine a cui appartengono moltissime specie di molluschi sia acquatici che terrestri.
E’ dotato di gusci che sono vere e proprie opere d’arte.
I molluschi sono animali molto antichi che nacquero in origine nei mari ancestrali (relativi agli antenati) del nostro pianeta che poi successivamente sono riusciti a colonizzare anche la terraferma.
Va tuttavia detto che un mollusco terrestre non ha mai sviluppato una pelle ‘isolata’, come invece è avvenuto per rettili e mammiferi. Di conseguenza perde molta acqua con la traspirazione della pelle, motivo per cui i molluschi terrestri devono sempre stare in zone molto umide per evitare, appunto, la disidratazione.
E così non è un caso che la nostra chiocciola arcobaleno viva nelle foreste pluviali dove il tasso di umidità è altissimo (piove quasi una volta al giorno).
Di aspetto veramente particolare, i gusci di questo mollusco presentano una livrea molto bella e con una ampia gamma di colori vivaci (policromatica) anche se non è stato ancora scoperto il motivo di questa particolare colorazione del guscio.
Se vogliamo osservare una polymita picta dobbiamo obbligatoriamente andare nell’isola di Cuba.
Questo animale infatti vive solo ed esclusivamente nelle foreste dell’isola caraibica.
Questa tendenza evolutiva in zoologia prende il nome di endemismo.
Con questo termine si rappresentano tutti gli animali (e vegetali) che vivono solo ed esclusivamente in un dato luogo preciso.
Famosi casi di endemismo li troviamo nelle isole Galapagos con le iguane marine e le testuggini giganti che hanno ispirato Charles Darwin sulla sua teoria dell’origine delle specie.
Trattasi di animali che raggiunsero quei luoghi in tempi lontani e che poi, a causa dell’isolamento con il mondo esterno, si sono discostate a tal punto dai loro predecessori da diventare specie a sé stanti.
La piccola chiocciola arcobaleno è quindi un animale unico e purtroppo in via d’estinzione per l’abbattimento del proprio habitat. Difenderla è prioritario.
Se dovesse scomparire, infatti, non sarà mai più possibile osservare (ed essere affascinati) dai suoi gusci artistici, in nessun altra parte del nostro pianeta.
fonte: oknotizia.com
Le 110 tavolette cuneiformi dell’esilio degli ebrei a Babilonia
Centodieci tavolette d’argilla, incise in lingua tardo accadica e risalenti all’antica Babilonia, svelerebbero aspetti della vita quotidiana degli ebrei durante l’esilio babilonese, avvenuto circa 2.500 anni fa.
La collezione, ora in mostra a Gerusalemme, consiste principalmente in certificati amministrativi, contratti di vendita e indirizzi, incisi in caratteri cuneiformi accadici nell’argilla, cotta poi nei forni.
Le tavolette, scoperte in Iraq in circostanze ancora non ben chiarite, descrivono una città chiamata Al-Yahudu, il «villaggio degli ebrei», vicino al fiume Chebar, menzionato nella Bibbia nel libro di Ezechiele (1:1) e documentano, inoltre, nomi ebraici come Gedalyahu, Hanan, Dana, Shaltiel e un certo Nethanyahu, magari antenato dell’attuale primo ministro israeliano.
Testimoniano, infine, del ritorno a Gerusalemme, così come scritto da Neemia (6:15-16), attraverso l’attribuzione di nomi come Yashuv Zadik, «i giusti ritorneranno».
Grazie al costume babilonese di datare ogni documento, e seguendo la cronologia dei re di Babilonia, gli archeologi hanno potuto datare la collezione intorno al 572-477 a. C.
La più antica delle tavolette risalirebbe a circa quindici anni dopo la prima distruzione del tempio a opera di Nabucodonosor II, il re caldeo che deportò gli ebrei a Babilonia.
L’ultima, invece, è databile intorno a 60 anni dopo il ritorno degli esuli a Sion, che avvenne nel 538 a. C. grazie all’intervento di Ciro il Grande che sconfisse Nabucodonosor in battaglia e permise agli ebrei di ritornare in patria.
Quello che, ancora, non si sa è se Al Yahudu fosse un quartiere di Babilonia oppure un insediamento a sé stante, né si sa se l’intera comunità ebraica risiedesse lì o se fosse stata ulteriormente separata: «Già il nome ,“Al Yahudu”, ci fa capire molto di come sono stati accolti a Babilonia i deportati: inoltre la presenza di nomi teofori (quelli con il suffisso yahu, ovvero con il nome di Dio all’interno) suggerisce come fosse forte la base giudaica all’interno dell’insediamento.
Le tavolette testimoniano come gli esuli giudei fossero in contatto con altre comunità di deportati, come quella siriana.
La scoperta ci dà innanzitutto una conferma storica di quello che già eravamo a conoscenza ma di cui non avevamo dati certi», afferma il professore Lorenzo Verderame, ricercatore in assiriologia dell’Università La Sapienza di Roma.
Il professor Wayne Horowitz, uno degli archeologi che ha studiato le tavolette, afferma come questa sia un ritrovamento archeologico di assoluta rilevanza, paragonabile alla scoperta dei papiri del mar Morto.
«Per le persone di fede ebraica lo è sicuramente», prosegue Verderame, «dal punto di vista accademico i papiri del mar Morto testimoniano la presenza di una comunità che non conoscevamo, quella degli Esseni, con testi liturgici che ci offrono l’idea di una collettività ben fondata.
Nonostante sia comunque un passo in avanti per lo studio della città di Babilonia, scavata solo in parte a causa di una falda acquifera di superficie, queste tavolette non sono una vera e propria apoteosi, quanto più una sintesi di ciò che già conoscevamo».
Si sa poco sul ritrovamento delle tavolette: gli archeologi ritengono che siano state dissotterrate negli anni Settanta nel sud dell’Iraq, probabilmente in un sito clandestino, e poi vendute nei mercati antiquari internazionali.
L’Iraq ha una legislazione severissima riguardo il trafugamento di materiale archeologico, risalente ai primi anni Venti del secolo scorso.
La recente sparizione di testi ebraici dal museo di Bagdad, avvenuta durante l’ultima guerra del Golfo, ha causato una forte battaglia diplomatica.
Dopo essere state sepolte per decine di secoli, negli ultimi 50 anni le tavolette hanno girato il mondo: dall’Iraq all’Inghilterra, alla Cornell University fino ad arrivare al collezionista David Sofer , il quale ha comprato 110 tavolette, quelle riguardanti principalmente la comunità ebraica, che ha poi prestato al Bible Lands Museum, dove sono ora in mostra nell’esposizione By the rivers of Babylon.
Fonte: blueplanetheart.it
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