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giovedì 20 novembre 2014

Il balletto del polpo Dumbo


Il polpo Dumbo (Grimpoteuthis bathynectes), vive in acque molto profonde ed è dotato di due grandi pinne ai lati della testa che ricordano le orecchie dell’elefantino di Walt Disney.

 L’esemplare protagonista di questo suggestivo video è stato ripreso a 200 miglia al largo delle coste dell’Oregon, a più di 2000 metri di profondità, con una sofisticata telecamera in alta definizione.
 Di questo animale si sa ancora molto poco: vive in zone dove la luce del Sole non arriva e si ciba principalmente di crostacei, vermi e molluschi bivalvi.

 Il tratto di mare dove sono state girate queste immagini, nonostante la grande profondità, brulica di vita: siamo nei pressi della catena dei vulcani sottomarini della faglia di Juan de Fuca, nel Pacifico Nordoccidentale.
 Le sorgenti di acque calde che fuoriescono dalla crosta terrestre a temperature che possono superare i 460°C favoriscono la proliferazione di batteri chemiosintetici, semplici organismi unicellulari che traggono dal calore l’energia necessaria a trasformare minerali inorganici in composti organici sui quali si fonda l’intero habitat biologico di quei fondali remoti. 

FRANCO SEVERO

 

Alla scoperta dei plastiglomerati, le rocce di plastica


Forse adesso stiamo davvero esagerando: inquiniamo così tanto che le tracce delle nostre attività sono arrivate addirittura… nei sassi. Lo sostiene la geologa canadese Patricia Corcoran che ha recentemente concluso un viaggio nel Pacifico a bordo della nave oceanografica Alguita.
 La scienziata, in forze all’Università dell’Ontario Occidentale, ha trovato sulla spiaggia hawaiana di Kamilo Beach delle formazioni di sabbia, roccia e conchiglie tenute insieme da frammenti di plastica semifusa. 

Questi reperti, prontamente ribattezzati “plastiglomerati”, sono diventati in breve tempo un caso scientifico.
 Secondo la Corcoran la loro origine è probabilmente molto poco esotica: un falò acceso sulla spiaggia da qualche turista potrebbe aver sciolto la plastica che, raffreddandosi, si sarebbe legata agli altri materiali.
 Ma per la ricercatrice l’argomento merita di essere approfondito: quanto sono diffusi i plastiglomerati?
 Qual è il loro ciclo di vita? 
Quanto tempo sono in grado di resistere agli agenti atmosferici?
 E che impatto possono avere sull’ecosistema? 
Tutte domande alle quali, ad oggi, non esistono risposte ma che meritano sicuramente attenzione.




Anche perché i plastiglomerati sono solo l’ultima contaminazione sintetica, in ordine temporale, del nostro ecosistema. 
 Gli scienziati hanno infatti già da diversi anni identificato la plastisfera, cioè lo strato di piccoli frammenti di plastica che galleggia sulla superficie delle acque, e la Grande Isola di Plastica, un grande ammasso di rifiuti galleggianti ammassati dalle correnti del Pacifico.

 Fonte: focus.it

mercoledì 19 novembre 2014

Spotted Lake: il lago "a macchie" del Canada


Si chiama Spotted Lake e ci troviamo in Canada, precisamente nei pressi della città di Osoyoos nella British Columbia.

 Lo Spotted Lake non è semplicemente uno dei 30.000 laghi canadesi, è uno di quelli più incredibili non solo della nazione stessa ma del mondo intero! Infatti nel corso dell’estate quando l’acqua evapora rimangono solo delle piccole pozze, grandi pochi metri e moltissime di colore diverso. 
Possono essere verdi, blu, bianche, gialle!


Ma perché diventa di questo colore? 
A causa della concentrazione di diversi minerali in queste acque, infatti troviamo sodio, magnesio, calcio ed addirittura argento e titanio. Inoltre si può camminare tranquillamente affianco a queste pozze. 

Per gli Indigeni Canadesi è un luogo sacro ed unico, da sempre le sue acque sono state utilizzate come cure per dolori e vari disturbi, loro lo chiamano Kliluk. 
Hanno anche comprato il lago nel 2001 per 700 mila dollari, quando i precedenti proprietari volevano costruirci un centro termale. 
Ci sono voluti anni di trattative, ma ora finalmente è un luogo protetto e recintato per salvaguardarlo.

Replica di Venezia creata in Cina, a Dalian


Che la Cina sia il paese in cui il problema della contraffazione di prodotti è tra i più alti al mondo non è una novità, dato che vengono da lì le versioni “copiate” di qualsiasi cosa, da capi di abbigliamento a telefoni di ultima generazione. 
 Adesso però i cinesi si sono superati, svelando il loro ultimo lavoro di copiatura: una replica di Venezia, comprensiva di canale artificiale di quattro chilometri che attraversa il cuore del distretto. 

Costruita nella città portuale di Dalian, nella provincia cinese di Liaoning nel nord est del Paese, nella Venezia cinese i turisti paganti possono anche fare giri in gondola, con tanto di gondolieri vestiti con gli abiti tradizionali veneziani, per dare un tocco di autenticità in più.


Il canale è circondato da entrambi i lati da palazzi creati su stile europeo disegnati da architetti cinesi che hanno visitato Venezia e copiato alcuni dei palazzi più popolari, in un tentativo ambizioso di emulare lo stile unico della Venezia moderna. 

Secondo i creatori dell’opera, il sistema del canale è stato scelto in modo da poter combattere l’aumento del traffico e del numero di auto in circolazione, che stava compromettendo pesantemente la qualità dell’aria nella città a causa dell’inquinamento.




Il progetto di costruzione della Venezia orientale è costato circa 5 miliardi di Renminbi (Yuan), cioè poco più di 641mila euro. 
Le immagini del progetto hanno ottenuto ampi consensi nei siti di social media cinesi, ma in molti hanno fatto notare che era triste che la Cina non avesse usato la propria architettura unica come base per il progetto, scegliendo invece ancora una volta di copiare dagli stranieri. 

 Fonte: http://news.fidelityhouse.eu/

Letargo : i segreti e i misteri del sonno degli animali


L'autunno è arrivato e gli animali che non sono migrati in un luogo più caldo si preparano ad affrontare i rigori invernali che porteranno freddo e carenza di cibo.
 Per molti di loro sta per iniziare il letargo, un lungo sonno più o meno profondo durante il quale l'animale entra in uno stato di quiescenza: le funzioni vitali si riducono al minimo, la pressione del sangue cala drasticamente, il battito cardiaco diminuisce fino a pochi battiti al minuto, il respiro diventa lento e irregolare, il metabolismo si riduce e la temperatura corporea si abbassa fino quasi al congelamento (può arrivare anche a 5°C).

 Il letargo rappresenta una strategia di sopravvivenza a condizioni ambientali difficili (molto freddo ma anche molto caldo), l'unica possibile per diversi mammiferi, rettili, anfibi, insetti e perfino qualche uccello.
 Ogni specie tuttavia declina questo fenomeno in base alle proprie caratteristiche, personalizzandolo e rendendolo di fatto ancora per molti aspetti misterioso. 
Fondamentale per tutti è la preparazione, che avviene durante l'estate e l'autunno: senza un riparo sicuro e confortevole e le adeguate scorte di cibo e di grasso gli animali non riusciranno ad superare l'inverno.

 L'orso, per esempio, pur trascorrendo l'inverno dormendo, non cade in un vero letargo. Anche se non assume cibo né acqua (sopravvive bruciando le ricche riserve di grasso accumulate durante l'estate), durante questo periodo la sua temperatura corporea non scende di molto e le sue funzioni fisiologiche, seppur ridotte, si svolgono normalmente, tanto che le femmine sono persino in grado di mettere al mondo e allattare 1 o 2 cuccioli. 
Ma c'è di più: secondo un recente studio pubblicato su Integrative Zoology, pare che gli orsi neri (Ursus americanus) abbiano una straordinaria capacità di guarire da soli durante il letargo.


Pur vivendo tutta la propria vita sopra i 1.500 metri di altitudine, sopravvivere ai lunghi e gelidi inverni è molto difficile. Le marmotte delle Alpi (Marmota marmota), vere esperte in materia, iniziano a prepararsi al letargo già a settembre con una fase di "preibernazione", riaprendo e ripulendo le profonde tane invernali, foderandole di fieno e rimpinzandosi di cibo per accumulare le riserve lipidiche necessarie a superare l'inverno.
 Richiuso l'ingresso della tana con un tappo di paglia, terriccio e rametti, la marmotta, accanto al resto della sua famiglia, cade in un sonno profondo che può durare anche sei mesi, interrotto solo di tanto in tanto per le necessità fisiologiche.
 Per sopravvivere attinge alle riserve di grasso accumulate durante l'estate.

 Durante lo stato di ibernazione si compie un incredibile cambiamento fisiologico: la temperatura corporea scende da 35 a 5 gradi, il cuore rallenta da 130 a 15 battiti al minuto e la respirazione diviene appena percettibile. 

 Tocca alla marmotta dell’Alaska (Marmota broweri) e allo scoiattolo artico (Spermophilus parryi) il record del letargo più lungo: per loro il sonno invernale dura 8-9 mesi l’anno.


Il suo nome scientifico è "Moscardino avellinario", ma un po' per le sue dimensioni ridotte e un po' per il cibo di cui è ghiotto viene spesso chiamato "nocciolino". 
 Questo piccolo roditore, diffuso in Europa e in Asia, cade in un sonno profondo per un lungo periodo, che varia molto in base al clima e alle latitudini.
 In Italia per esempio va in letargo tra novembre e aprile, anche se nel clima mediterraneo il moscardino non ha bisogno di un vero e proprio periodo di ibernazione, quanto di un torpore interrotto da risvegli che durano alcune ore.

 Per prepararsi al letargo fa una grande scorta di energia, abbandonando la sua dieta vegetariana per fare incetta di cibi altamente proteici come insetti e larve che gli permettono di passare dai 17 grammi di peso dei mesi estivi ai 27 grammi in ottobre.
 Infine si rintana nel suo nido invernale costruito tra i cespugli con cortecce, foglie, muschio, erba, talvolta in compagnia di altri individui, e si addormenta acciambellandosi su sé stesso, per limitare il più possibile la dispersione del calore corporeo.


Se c'è un animale che per antonomasia si aggiudica il titolo di re dei dormiglioni è il ghiro (Glis glis). Eppure non è l'unico ad andare in letargo e nemmeno quello che dorme per più tempo.
 Ma allora perché si dice "dormire come un ghiro"? 
Probabilmente per un insieme di motivi: oltre al lungo e profondo sonno invernale - il letargo dura solitamente sei/sette mesi - il ghiro è un animale che dorme di giorno ed è attivo di notte, per cui a noi sembra che dorma sempre.
 Non solo: quando dorme, emette un caratteristico rumore molto simile a una persona che russa, con tanto di fischio 

 Di aspetto molto simile allo scoiattolo, il ghiro durante l'autunno accumula nella tana le provviste vegetali che gli permetteranno di superare il lungo sonno invernale e che consumerà nei suoi brevi risvegli. 
Al contrario dello scoiattolo però, che non va in letargo e vive prevalentemente sugli alberi, il ghiro dorme un sonno profondo e non si preclude la possibilità di trovare una tana in posti "alternativi" rispetto alle cavità degli alberi: buchi nel terreno, vecchi nidi abbandonati, grotte, fessure di muri e rocce, casette per uccelli, ma anche sottotetti e soffitte, tutti rifugi che gli assicurano la giusta protezione da freddo e umidità.


Buffo, furbo e agilissimo lo scoiattolo (fam. Sciuridae) all'avvicinarsi dell'inverno fa incetta di cibo. Ma al contrario dei suoi cugini ghiri, questo simpatico roditore in inverno non cade in letargo, ma si adatta alla rigidità del clima modificando il suo stile di vita. 

 In estate e autunno inizia a immagazzinare una grande quantità di cibo in diversi depositi sotterranei, lasciandone alcuni vuoti per depistare eventuali ladri di cibo.
 All'arrivo dei primi freddi si ritira in un nido all'interno dei tronchi rivestito di foglie dove trascorre l'inverno dormendo, senza tuttavia cadere in un sonno profondo, ma rimanendo in una sorta di dormiveglia dal quale si risveglia molto spesso per uscire e andare a prelevare le provviste nascoste nei vari depositi.
 Ma come fa a ritrovarle? 
Grazie al suo olfatto prodigioso che gli permette di localizzare il cibo a distanza. 
Alcune specie come lo scoiattolo rosso americano (Tamiasciurus hudsonicus) riescono a ritrovarlo anche sotto 4 metri di neve.


Tenebrosi ed evocatori di significati simbolici, spesso protagonisti di superstizioni e false credenze popolari, i pipistrelli sono mammiferi davvero unici: non solo hanno ali per volare e comunicano attraverso gli ultrasuoni, ma anche il loro sistema riproduttivo è davvero singolare. 
Verso la fine dell'estate avviene l'accoppiamento, dopodiché le femmine trattengono all'interno dei genitali lo sperma del maschio fino alla fine del letargo invernale. 

Al loro risveglio in primavera, il liquido seminale si riattiva raggiungendo gli ovuli ora maturi. 
Le femmine feconde si riuniscono quindi in gruppi e raggiungono luoghi tranquilli dove partorire, in estate, il loro unico piccolo. 

Come per la nascita dei cuccioli, per i pipistrelli anche il letargo è un'attività di gruppo.
 Nelle cantine come nelle caverne, all'inizio di ottobre si addormentano tutti insieme fino a primavera, svegliandosi periodicamente solo per bere. 
Durante il sonno invernale tutte le attività corporee vengono rallentate in modo da consumare la minor quantità di energia possibile, prodotta consumando le riserve di grasso accumulate durante l'estate.


Sul finire dell'estate gran parte degli uccelli migra verso paesi più caldi compiendo viaggi lunghi e faticosi pur di sfuggire al freddo dell'inverno. 
Ma c'è qualcuno a cui proprio non piace viaggiare: è il podargo (Podargus Strigoides), un rapace australiano che in inverno cade in letargo. 

 La scoperta del professor Fritz Geiser, dell’Università del New England, ha stupito l'intera comunità scientifica. Fino a quel momento si riteneva infatti che solo un numero esiguo di piccoli uccelli dal peso massimo di 80 grammi - come i passeri, gli storni, i pettirossi e i rondoni - adottassero questa strategia di sopravvivenza. E invece anche questo parente australiano di gufi e civette, dal ragguardevole peso di circa 500 grammi, con i primi freddi cade in uno stato di torpore che mantiene inalterato fino a primavera, resistendo in questo modo anche alle temperature più rigide.


Tra tutti gli animali che vanno in letargo, le tartarughe sono sicuramente quelli più frequenti nelle nostre case. 

Come per tutti i rettili, animali a sangue freddo, per mantenere costante la temperatura corporea le tartarughe dipendono dal calore del sole che fornisce energia al loro metabolismo e con il freddo non riuscirebbero a far fronte alle loro necessità fisiologiche. L'ibernazione come stato di vita latente permette alle tartarughe di sopravvivere anche quando in inverno si verifica una drastica riduzione dell'intensità e della durata dell'irradiazione solare.
 A novembre, quando le ore di luce diminuiscono e il sole non riesce più a fornire il calore indispensabile, le tartarughe terrestri cercano un posto tranquillo dove scavare un rifugio in cui sprofondare in letargo finché le temperature diurne non torneranno a salire, genericamente tra marzo e aprile.

 Anche gli esemplari che vivono in climi desertici tropicali fanno esattamente la stessa cosa, ma per loro il nemico da cui difendersi è il caldo: in questo caso si parla di estivazione, uno stato di vita latente in tutto simile al letargo ma che serve per sfuggire all'estrema siccità di queste latitudini.


Anche i serpenti trascorrono i periodi più freddi o più caldi in letargo. 
Come per tutti i rettili, infatti, in base alla latitudine lo stato di torpore può essere determinato da una diminuzione dell'irraggiamento solare e della temperatura dovute all'avvicinarsi dell'inverno oppure alla diminuzione di acqua disponibile nelle regioni desertiche equatoriali nella stagione secca.

 Essendo animali a sangue freddo, i serpenti (come tutti i rettili) per svolgere le proprie attività devono raggiungere una determinata temperatura corporea riscaldandosi al sole.
 Alle nostre latitudini, durante i mesi invernali i serpenti si nascondono in profonde buche e vanno in letargo, rallentando drasticamente il loro metabolismo.


Oltre ai mammiferi, i rettili e gli anfibi anche molti insetti vanno in letargo durante l'inverno. 

Formiche, api, vespe e calabroni per sopravvivere ai rigori invernali si trovano un rifugio e trascorrono la stagione fredda dormendo. 
Lo stesso accade per l'insetto più fortunato del mondo, la coccinella (Coccinella septempunctata). 
 Nonostante il loro aspetto colorato e innocuo, questi piccoli coleotteri sono dei temibili predatori di altri insetti parassiti delle piante (afidi e cocciniglia), ma capaci anche di terribili atti di cannibalismo. 

 Gli insetti che non vanno in letargo non riescono a sopravvivere al freddo dell'inverno. 
Per garantire la continuità della specie, molte specie in estate provvedono a deporre le uova che si schiuderanno poi la primavera successiva.


Anche i molluschi terrestri, nel loro piccolo, possono andare in letargo, come la chiocciola che con l'arrivo dei primi freddi si rintana nella sua casa, chiude la porta e lascia il mondo fuori fino alla primavera successiva.
 Prima dell'inverno, questo piccolo mollusco cerca un luogo adatto per ripararsi e sigilla l'apertura del guscio grazie a una membrana, chiamata epifragma, fatta di muco, carbonato di calcio e fosforo, gli stessi elementi che compongono la conchiglia.
 Lascia però aperta una piccola fessura per consentire un ricambio d'aria costante. 
 Stessa strategia anche in caso di caldo eccessivo durante l'estate: si tappa in casa e non esce finché le condizioni ambientali non migliorano.

 Tratto da: focus.it

martedì 18 novembre 2014

L’Olanda celebra Van Gogh con una pista ciclabile luminescente: due passi nella Notte Stellata…


Passeggiando in bicicletta… come dentro a un quadro di Vincent Van Gogh.

 Succede nella città olandese di Nuenen, vicino a Eindhoven, dove lo scorso 13 novembre è stato inaugurato un percorso ciclabile che collega le località del Noord Brabant, la provincia olandese in cui l’artista nacque e trascorse buona parte della sua vita.
 La pista è una creatura della compagnia Heijmans e dello Studio Roosegarde, progettata in occasione del “Van Gogh 2015 international theme year”, dedicato ai 125 anni dalla scomparsa del pittore olandese.
 L’ispirazione arriva dall’iconica Notte Stellata, magico dipinto conservato nel Museum of Modern Art di New York, con cui Van Gogh celebrò un paesaggio notturno catturato tra i cieli di Saint-Rémy-de-Provence, in Francia.


Ed è proprio una magia, quella che la pista di Eindhoven regala a ciclisti, flâneur, turisti e residenti, srotolando un sentiero chilometrico fatto di sola luce. 
Grazie a una pioggia di piccole pietre, incastonate nel tracciato e usate come micro serbatoi d’energia solare, il viale si accende per incanto, di notte, sfruttando il calore accumulato durante il giorno. Un incantevole congegno ecosostenibile.


Quel cielo stellato della Costa Azzurra, quasi fosse precipitato al suolo, si trasforma così in un frammento onirico di paesaggio, una Via Lattea capovolta, percorribile su due ruote, lasciando che sia la realtà – e non viceversa – a inseguire, evocare ed invocare la pittura: un luogo riprogettato a immagine e somiglianza di un dipinto, sulle tracce di una biografia straordinaria, come una pagina di letteratura.
 La vita di Van Gogh, la terra di Van Gogh, i suoi blu pastosi ed i suoi gialli di grano, le sue visioni liriche e le sue ossessioni sotterranee, l’invincibile sintonia con la natura e quel precipitarvi dentro, che era e resta la misura di una disperata ricerca di senso, tra lo spirito, lo sguardo e le cose.

 Un mondo che ritorna, con un piccolo artificio tecnologico e poetico, anche tra e cieli e le strade del sud dell’Olanda. 

 Helga Marsala



lunedì 17 novembre 2014

L’idolo di Shigir, la scultura in legno più antica e misteriosa del mondo


La scultura rappresenta un essere umano stilizzato, con una testa rotonda e un lungo corpo piatto.
 È stato scoperto in una torbiera in Siberia: l’ambiente anaerobico ha conservato il legno di larice e i segni geometrici che lo decorano.

 Secondo Svetlana Savchenko, ricercatrice presso il Museo di Storia di Ekaterinburg, dove il reperto è custodito all’interno di una teca di vetro, comprendere il significato della statua potrà aiutare a capire come l’ Uomo del Mesolitico interpretasse il mondo.
 Ad oggi, si stima che questo tesoro archeologico abbia 9.500 anni. Una datazione più precisa sarà disponibile nei prossimi mesi: un’equipe di esperti tedeschi dell’Istituto di Stato per i Beni Culturali della Bassa Sassonia lo sta sottoponendo ad esami sofisticati. 
I risultati- afferma il Siberian Times- dovrebbero essere pronti entro il prossimo febbraio ed accerteranno l’età con uno scarto di pochi anni, al massimo un decennio.
 Ma già ora gli studiosi non hanno dubbi: è la scultura lignea più antica al mondo.
 “Non esiste nulla del genere nell’ intera Europa. 
Studiare l’Idolo è come un sogno che diventa realtà. Prevediamo di avere un primo esito del test per la fine dell’inverno, ovvero all’inizio del prossimo anno”, ha confermato il professore Thomas Terberger. 
Gli fa eco il collega russo Mikhail Zhilin, dell’Istituto di Archeologia dell’Accademia delle Scienze: 
“Lo studiamo con timore reverenziale. Questo è un capolavoro, con un gigantesco valore emozionale. È un pezzo unico, senza precedenti al mondo. Ed è nello stesso tempo vivo e complicato.”

La complessità del reperto è soprattutto racchiusa in quei pittogrammi che ne coprono la superficie.
 “Non sono altro che informazioni criptate. La gente si trasmetteva la conoscenza con l’aiuto dell’Idolo”, sostiene Zhilin , convinto dell’alto livello artistico raggiunto dal popolo che realizzò questa meraviglia, forse con l’uso di pietre a cucchiaio. 
“L’uomo o gli uomini che lo hanno costruito vivevano in totale armonia con la natura, avevano un avanzato sviluppo intellettuale e un elaborato mondo spirituale.”

 Ma per ora il messaggio codificato in quei simboli è un mistero.


I ricercatori russi sono infatti certi che quei disegni non siano un semplice ornamento, un modo per abbellire l’immagine lignea, ma che celino un messaggio. 
“La difficoltà nell’interpretarli sta nella polisemia di questi simboli”, spiega la dottoressa Savchenko. “In altre parole, il loro potenziale significato multiplo. Per gli etnografi, una linea retta potrebbe indicare la terra o l’orizzonte – quindi il confine tra terra e cielo, tra terra e acqua o tra mondi diversi. Analogamente, una linea ondulata o a zig-zag simboleggiava l’elemento acquatico, ma anche il serpente, la lucertola o un determinato limite. 
Ma in più la linea a zig-zag segnalava anche pericolo. Una croce, un rombo, un quadrato, un cerchio raffiguravano il fuoco oppure il sole e così via”, conclude. 

Dunque, non è semplice trovare un significato univoco in questa varietà di possibili interpretazioni.
 I curatori del museo hanno ipotizzato che l’Idolo potesse essere una sorta di mappa primitiva. 
Le linee rette, quelle ondulate e le frecce potevano indicare le vie per giungere a destinazione e il numero di giorni necessari per il viaggio: le onde stavano a significare i corsi d’ acqua, le rette i dislivelli del terreno ( ad esempio, i burroni) e le frecce le colline. Ma è una supposizione che deve essere ancora verificata.


Un altro ricercatore, Petr Zolin, è invece di diverso avviso.
 “I caratteri dipinti sull’ Idolo di Shigir non possono avere un’interpretazione ambigua.
 Se erano immagini di spiriti che abitavano il mondo umano in tempi antichi, la posizione verticale delle figure ( l’una sopra l’altra) probabilmente era relativa alla loro gerarchia.
 Il fatto che le immagini siano disposte sul davanti o sul retro dell’Idolo, probabilmente vuol dire che esse appartengono a mondi diversi. 
Se sono dipinti i miti sull’origine dell’umanità e del mondo, la disposizione verticale può riflettere la sequenza degli eventi. Gli ornamenti possono essere segni speciali che sottolineano qualcosa di significativo.”
 Non solo: la scultura ci potrebbe dare anche indicazioni sull’ aspetto di chi l’ha creata- gente dal naso diritto e con zigomi alti. Ma di volti ce ne sono sette: uno- in cima- è tridimensionale, mentre gli altri sei sono incisi sulla tavola che rappresenta il corpo stilizzato, nascosti tra i pittogrammi.
 “È evidente che le facce e l’ornamento formano delle figure separate. Ce ne sono tre, sia davanti che dietro, e sono posizionate le une sopra le altre e la settima, quella più in su, collega entrambi i lati e fa da coronamento alla composizione”, dicono i due archeologi russi.
 Ma quei pittogrammi potrebbero essere una vera e propria forma di linguaggio, per quanto arcaico? Su questo punto non c’è consenso tra i ricercatori: significherebbe ammettere che la scrittura è stata inventata molte migliaia di anni prima di quanto normalmente ritenuto, ovvero nel IV millennio a. C., tra Tigri ed Eufrate.
 Se quei simboli corrispondessero a delle parole, saremmo di fronte alla lingua scritta più antica del mondo.


È stato un colpo di fortuna a far arrivare fino a noi questa scultura, alta quasi tre metri.
 Il legno di larice è rimasto sepolto in uno spesso strato di torba, un ambiente acido anaerobico e antisettico che impedisce la formazione di microorganismi e rallenta il normale processo di putrefazione del materiale organico. 
Venne scoperto nel gennaio del 1890, vicino a Kirograd. Per capire quanto antico sia veramente, gli esperti della Bassa Sassonia stanno usando la spettrometria di massa con acceleratore (AMS): analizzando cinque piccoli campioni prelevati dal legno alcuni anni fa, tenteranno di datarlo in base alle caratteristiche del larice da cui è stato ricavato.
 Già sanno che la pianta aveva 159 anni quando venne abbattuta per scolpire l’Idolo. E i campioni selezionati contengono importanti informazioni grazie gli isotopi che corrispondono all’ epoca nella quale l’albero viveva. 
 C’è poi una storia nella storia. 
Quando il reperto venne recuperato dalla torbiera, era spezzato in più parti. 
Venne ricomposto dal professor Dmitry Lobanov, che lo ricostruì come un essere dall’aspetto umano, in piedi, altro circa 2 metri e 80. 
Ma nel 1914, l’archeologo siberiano Vladimir Tolmachev propose una variante, integrando dei frammenti precedentemente non presi in considerazione. La scultura risultava così alta più di 5 metri. Purtroppo, quei frammenti sono poi andati perduti durante la Rivoluzione Russa e nel corso della Seconda Guerra Mondiale. Di essi restano solo i disegni, realizzati all’inizio del ‘900.


Tuttavia, anche così, l’Idolo di Shigir è la statua in legno più grande del mondo. Oltre che quasi sicuramente la più antica, lo scopriremo con certezza tra pochi mesi. E senza dubbio, anche la più misteriosa. Almeno fino a quando non si comprenderà quale fosse il suo scopo, quale il reale significato di quei segni che la ornano interamente e quale la sua posizione.
 L’Idolo stava dritto in verticale? Ma come? Infilato nel terreno? Così quei simboli sarebbero stati parzialmente nascosti. 
Forse appoggiato a qualcosa? Avrebbe avuto un equilibrio troppo instabile. 
Tante domande, ancora nessuna risposta. 


Fonte: http://www.extremamente.it/

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