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martedì 14 marzo 2023

Tiberio, l’italiano che scoprì la penicillina prima di Fleming


 Figlio di buona famiglia Vicenzo Tiberio frequentava la facoltà di Medicina di Napoli quando, ospite a casa degli zii ad Arzano (Napoli), notò che il pozzo usato per le necessità domestiche incideva sulla salute di tutti: ogni volta che veniva ripulito dalle muffe, gli inquilini avevano infezioni intestinali che cessavano solo quando le muffe ricomparivano.

Il ragazzo iniziò a raschiare le muffe con una spatolina. Non solo: le portò in laboratorio per analizzarle e le catalogò una a una.

 Farlo non fu difficile: in quegli anni frequentava l’istituto di Igiene di Napoli.

Tiberio non si limitò a osservare il fenomeno, ma si dedicò anche alla sperimentazione: dopo aver ottenuto i primi risultati in laboratorio, individuò un terreno di coltura adatto ed estrasse un siero concentrato di quello che può essere considerato un antesignano degli antibiotici. Lo iniettò in alcune cavie precedentemente infettate e attese. I topi di laboratorio guarirono

 A questo punto mancava solo la sperimentazione sull’uomo e la messa in produzione dell’antibiotico.

Le sue ricerche in facoltà suscitarono poco interesse e soltanto nel 1895, dopo la laurea, pubblicò la sua ricerca "Sugli estratti di alcune muffe" negli Annali di Igiene sperimentale, una delle più importanti riviste scientifiche italiane dell’epoca.

Scriveva Tiberio: «Ho voluto osservare quale azione hanno sugli schizomiceti [batteri, ndr] i prodotti cellulari, solubili in acqua, di alcuni ifomiceti [un tipo di funghi, ndr] comunissimi: Penicillium glaucum, Mucor mucedo ed Aspergillus flavescens. […] Per le loro proprietà le muffe sarebbero di forte ostacolo alla vita e alla propagazione dei batteri patogeni».

Purtroppo però il nostro Paese, da poco diventato nazione, era alla periferia del mondo scientifico del tempo. Gli Annali di Igiene Sperimentale erano una rivista di nicchia nel panorama internazionale e la comunità scientifica italiana si dimostrò assai poco lungimirante: le conclusioni di Tiberio furono derubricate a semplici coincidenze e il fascicolo archiviato in uno scaffale dell’Istituto di igiene dove rimase per 60 anni, riscoperto solo 40 anni dopo la morte.

Oltremanica le cose andarono doversamente. Quando 35 anni dopo, nel 1929, Alexander Fleming annunciò la sua scoperta al Medical Research Club di Londra, la comunità scientifica inglese intuì immediatamente il potere rivoluzionario di quelle muffe che potevano essere il primo passo per la creazione di un farmaco in grado, almeno in linea teorica, di guarire da tubercolosi, broncopolmoniti, infezioni postoperatorie e soprattutto ferite di guerra.

Nei 12 anni successivi gli studi sulla penicillina proseguirono grazie al cosiddetto "gruppo di Oxford" composto dall'australiano Howard Florey e dall'ebreo tedesco Ernst Chain: nel 1940 fu possibile condurre le prime sperimentazioni.

Tutte diedero ottimi risultati e il primo uso che si fece della penicillina, mentre infuriava la Seconda Guerra Mondiale, fu proprio sui campi di battaglia. Non a caso già due anni dopo, nel 1943, la produzione a uso militare dell'arma segreta, come veniva chiamata la penicillina, ebbe un’impennata.

L'epilogo della storia è risaputo: nel 1945, a guerra finita, Fleming, Florey e Chain furono insigniti del premio Nobel per la medicina e la fisiologia. Nello stesso anno in Europa la penicillina sarà distribuita nelle farmacie anche ad uso civile.

E Tiberio? Lui morì nel 1915, ad appena 46 anni, stroncato da un infarto. 

Deluso dalla tiepida accoglienza delle sue ricerche, dopo la sua scoperta (incompresa) abbandonò l’Università: partecipò al concorso per medico nel Corpo sanitario marittimo e si arruolò nella Marina militare, rinunciando alla carriera accademica.

Oggi sulla facciata della sua casa natale a Sepino (Campobasso) una lapide lo ricorda così: "Primo nella scienza, postumo nella fama".
Fonte: focus.it



lunedì 13 marzo 2023

Lo spettacolo di Ruby Falls


 Nel 1905, a causa di una serie di limitazioni geografiche, la “Souther Railroad Company”, impegnata da tempo a costruire una importante linea ferroviaria nello stato del Tennesse, nei pressi della città di Chattanooga, lungo la parete del Lookout Mountain, fu costretta a chiudere l’ingresso naturale di una grotta che aveva però, una lunga storia alle spalle.

I racconti delle enormi camere e dei passaggi tortuosi che si diceva vi fossero all’interno, erano infatti stati tramandati da una generazione all’altra: ne avevano parlato i nativi americani, gli esploratori di grotte provenienti anche da altri Stati americani; e poi si raccontava anche che famigerati fuorilegge l’avessero scelta come nascondiglio; ma anche di soldati che vi avevano trovato rifugio durante la Guerra Civile Americana. Insomma, tante voci, ma nessuna certezza.








Tra gli altri, a curiosare nella grotta, ma solo per poche centinaia di metri al suo interno, anche un chimico e appassionato di avventure, Leo Lambert, il quale tuttavia fu poi costretto a “dimenticarla” in quanto, sempre per la costruzione del tunnel ferroviario, questa venne sigillata. 
Anni dopo, siano verso il 1923, Leo Lambert decise che forse quella grotta che aveva visto tanto tempo prima, poteva diventare un’attrazione turistica: con alcuni amici formò una società progettando di realizzare un’apertura più in alto rispetto all’apertura originale e di trasportare i turisti alla grotta tramite, era un suo sogno, un ascensore.
La sua azienda acquistò così un terreno sul lato di Lookout Mountain, sopra Lookout Mountain Cave e nel 1928 iniziò a perforare il calcare finendo con il trovare un’apertura di poco più di un metro di larghezza per un’altezza di 46 centimetri che poteva dare accesso alla grotta.

Leo Lambert e alcuni operai attraversarono a fatica l’apertura e, per 17 ore, esplorarono il tunnel che si trovarono davanti, per circa un chilometro e mezzo, incrociando, lungo il percorso, varie formazioni, sino sbucare in una grande caverna al centro della quale vi era una spettacolare cascata alla quale Lambert diede il nome della moglie, Ruby: oggi, a quasi un secolo dalla sua scoperta, Ruby Falls, una delle cascate sotterranee più grande del mondo, è considerata una vera e propria meraviglia.
La grotta e la sua cascata sono aperte al pubblico dal lontano 1929 e Lambert, per consentirne l’ingresso, realizzò un altro dei suoi sogni, la costruzione di un ascensore che dalla cima scendeva per 26 piani, nel cuore della montagna.

E per gli oltre mezzo milioni di visitatori che ogni anno raggiungono la città di Chattanooga per ammirare la cascata, lo spettacolo inizia già scendendo con l’ascensore che, con le sue pareti di vetro, permette di vedere la roccia nella quale si sta entrando.
Una volta raggiunto il tunnel, inizia quella che oggi si può chiamare una facile passeggiata, ammirando ai lati, sopra, e anche sotto, incredibili formazioni, stalagmiti, stalattiti, formazioni di drappeggi, pietra fiorita, una più spettacolare dell’altra, sino a raggiungere la caverna con la cascata.
E alla caverna ci si arriva praticamente al buio, solo con la luce di piccole lampade poste lungo il percorso. Poi, una volta entrati, il momento dell’illuminazione è straordinario, unico: non è il rumore dell’acqua che cade a meravigliare i visitatori, ma l’impressione di venire quasi investiti da una valanga di cristalli colorati che cadono da decine di metri d’altezza, finendo nel sottostante fiume Tennessee.





martedì 7 marzo 2023

Scoperto un cunicolo segreto nella Piramide di Cheope



La necropoli di Giza è uno dei siti archeologici più famosi di sempre: qui sorge la Piramide di Cheope, la più antica mai rinvenuta in quest’area e la sola tra le sette meraviglie del mondo antico ad essere giunta a noi in ottimo stato di conservazione.

 È stata costruita ben 4.500 anni fa, un’opera monumentale che ha richiesto un lavoro inimmaginabile (basti pensare che è formata da quasi 2 milioni e mezzo di blocchi di pietra, ciascuno del peso di circa 2,5 tonnellate). Nonostante sia tra le architetture più studiate al mondo, ci sono ancora molti segreti da svelare.

Uno dei più curiosi riguarda il tunnel misterioso che è stato ritrovato all’interno della piramide.

 Nel 2016, alcuni archeologi avevano individuato una cavità esattamente dietro l’entrata principale, ma il rischio di danneggiare l’antichissima struttura ha richiesto loro un grande sforzo per poter proseguire le indagini.

 Grazie al progetto Scanpyramids, volto ad utilizzare tecniche non invasive per studiare le piramidi d’Egitto, gli esperti hanno potuto finalmente scoprire cosa fosse quello spazio vuoto. Ebbene, si tratta di un cunicolo segreto lungo ben 9 metri e largo 2, con un’altezza di circa 2,3 metri.


Per poter osservare il tunnel da vicino, è stato necessario introdurre un piccolissimo endoscopio attraverso una fessura minuscola. La scoperta, che è stata descritta in un articolo pubblicato su Nature, è stata annunciata alla stampa proprio davanti alla Piramide di Cheope, da alcuni degli esperti che vi hanno lavorato. A che cosa serviva questo lungo cunicolo? È possibile che il suo scopo fosse quello di bilanciare il peso dell’enorme struttura spostandolo su un’area più grande, anziché far sì che gravasse unicamente sull’ingresso principale. Tuttavia, c’è un’altra teoria molto più affascinante.

Secondo gli archeologi, il cunicolo potrebbe sovrastare alcune camere ancora inesplorate, nascoste all’interno della Piramide di Cheope. 

Durante la conferenza stampa, Mostafa Waziri (direttore del Consiglio Supremo delle Antichità d’Egitto) ha annunciato che verranno effettuate ulteriori indagini: "Continueremo la nostra scansione, per capire cosa possiamo scoprire al di sotto del tunnel o alla fine di esso". C’è ancora qualche segreto da svelare, oltre questo passaggio misterioso che per anni ha ossessionato gli scienziati?

"Crediamo che qualcosa sia nascosto sotto di esso" – ha rivelato l’archeologo Zahi Hawass.

 Di che cosa potrebbe trattarsi? Forse, una camera segreta cela nientemeno che la tomba del faraone Cheope, inutilmente cercata per tantissimi anni e mai rinvenuta. E, con il sepolcro, magari anche tanti altri tesori preziosissimi che aspettano da millenni di tornare alla luce. Se così fosse, questa sarebbe senza dubbio la scoperta del secolo. Ma dovremo attendere ancora un po’, affinché le indagini proseguano in tutta sicurezza per preservare la maestosa piramide.

venerdì 3 marzo 2023

La cascata pietrificata è il capolavoro più grandioso di Madre Natura


 Esistono luoghi impregnati di così tanta bellezza da non sembrare veri. Assomigliano a paesaggi cinematografici e fantascientifici, a capolavori artistici dipinti da un pittore, a illustrazioni uscite da un libro di fiabe, e invece sono reali e per questo ancora più straordinari.

A creare questi scenari di immensa bellezza è Madre Natura che, come un sapiente artigiano, plasma il mondo che abitiamo rendendolo un posto meraviglioso. Come è successo a Oaxaca, in Messico, dove esiste quella che è, con tutta probabilità, la visione più incredibile e strabiliante di sempre.

Proprio qui, infatti, esiste una maestosa e imponente cascata pietrificata. E non ci sono dubbi per noi: è questo il capolavoro più grandioso mai creato da Madre Natura.


Ci troviamo a Oaxaca, in Messico.

È qui che, spostandoci dal nucleo urbano, possiamo raggiungere una cascata che non assomiglia a niente di tutto ciò che abbiamo visto fino a questo momento. Non ci sono lo sgorgare continuo dell’acqua e gli zampilli che con impeto si tuffano in ogni dove, ma rocce, bianche e dure, che caratterizzano in maniera univoca l’intero paesaggio.

Il suo nome è Hierve el Agua, che tradotto letteralmente vuol dire “acqua che bolle”. Eppure, ancora una volta, né il nome né l’immagine stessa che si apre davanti agli occhi dei viaggiatori che si spingono fino a qui restituisce la vera natura di questo sito. A primo impatto, infatti, l’immobilità che caratterizza questo monumento naturale rimanda immediatamente a tutte le cascate ghiacciate, quelle che si gelano con l’arrivo del freddo e con le basse temperature. Ma anche in questo caso, la realtà è ben lontana da quello che gli occhi ci suggeriscono.


Sì perché Hierve el Agua, in realtà, è un agglomerato di formazioni rocciose dal colore biancastro che con il tempo si sono unite e modellate, formando la caratteristica forma di cascata che oggi vediamo. 

A levigarle è stato lo scorrere incessante delle acque provenienti dalle sorgenti situate sulla cima del monte, ricche di calcio e di altri minerali. Sono state proprio loro ad aver schiarito le rocce, conferendogli le caratteristiche tinte che ricordano il ghiaccio e la neve.


La magia non finisce qui, però, perché in cima a Hierve el Agua ci sono due piccoli laghi di acqua calda dove i visitatori amano fare il bagno in ogni stagione. Da qui, poi, fuoriescono dei piccoli rivoli lenti ma copiosi che scivolano giù, fino ai piedi della montagna, rendendo il paesaggio incantato.

Fonte: siviaggia.it

sabato 29 ottobre 2022

A Stabiae riemerge l’antico sistema idrico


 Anche l’antica Stabiae rivela eccezionali reperti che raccontano la vita quotidiana di epoca romana.

 Elementi del sistema idrico sono riemersi nel corso dei lavori per la fruizione ampliata e l’abbattimento delle barriere architettoniche in corso a Villa Arianna.

Tra gli elementi tornati alla luce vi è un serbatoio in piombo decorato.

 La pulizia archeologica condotta nel peristilio piccolo (giardino colonnato) della villa ha permesso di riportare nuovamente alla luce questo elemento. Era già stato individuato circa un decennio fa. Faceva parte dell’antico sistema di distribuzione dell’acqua all’interno dell’edificio.

Il serbatoio, in particolare, rappresenta uno straordinario rinvenimento per l’area vesuviana, per lo stato di conservazione e perché rinvenuto nella sua posizione originaria.

 Consente, insieme agli altri tratti rinvenuti, di apprezzarne il funzionamento, ovvero quello sia di regolare il flusso dell’acqua sia di smistarlo nei vari ambienti della villa.

Collegate al pezzo centrale sono emerse due tubazioni che alimentavano rispettivamente l’impianto termale della villa e il gioco d’acqua. Quest’ultimo abbelliva l’impluvio (vasca centrale di raccolta delle acque) presente nell’atrio. Le decorazioni ornavano la struttura che doveva essere parzialmente a vista, per permettere l’accesso alle due chiavi di arresto. Queste consentivano di regolare il flusso dell’acqua o di chiuderlo completamente per permettere le operazioni di manutenzione degli impianti.


“Un serbatoio come questo – spiega il direttore del Parco archeologico di Pompei Gabriel Zuchtriegel –, con le sue chiavi di arresto, rientra in quella tipologia di impianti e apprestamenti che possono sembrare quasi moderni per come sono fatti e che hanno sempre destato stupore sin dalle prime scoperte tra Stabia, Pompei e Oplontis.

 Gli antichi anche in questo caso non hanno rinunciato a un elemento ornamentale, un astragalo in rilievo, che forse caratterizzava la bottega che l’ha prodotto, a mo’ di un marchio moderno, e che in ogni caso doveva essere visibile, poiché il serbatoio fu collocato al di sopra del livello di calpestio. Un ulteriore esempio di come accessibilità, conoscenza e tutela si integrano, che andremo a raccontare al pubblico in corso d’opera nell’ambito dei cantieri aperti del Parco“.

Fonte: meteoweb

Ponte degli immortali. Cina


 È chiamato ponte degli immortali perché collega due grandi speroni di roccia della Montagna Gialla che una leggenda racconta siano, in realtà, due giganti tramutati in pietra da un dio per renderli immortali.

 Si trova nella provincia meridionale di Anhui, nella Cina orientale, sospeso a 800 m. A parte la leggenda che gli ruota intorno, si tratta comunque del ponte sospeso più alto del mondo.

Inutile dire che la vista è mozzafiato, con le montagne di granito che toccano le nuvole e il precipizio impressionante sotto di voi. A volte le nuvole avvolgono completamente il luogo fornendo un incredibile senso di mistero al sito. Queste rocce fanno parte del cosiddetto Monte Tai che supera i 1500 metri non lontano dalla costa orientale della Repubblica Cinese, ed è Patrimonio dell’Umanità . Essendo una delle cinque più importanti montagne sacre della Cina, sono molti i turisti e fedeli che vengono qui, soprattutto per compiere il vertiginoso percorso che conduce fino alla Porta Celeste del Sud, da dove si contemplano le più belle albe dell’estremo oriente
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venerdì 16 settembre 2022

Il giardino di vetro che sembra uscito da una favola


 Per scoprire ed esplorare quello che uno dei luoghi più suggestivi del mondo intero dobbiamo recarci a Seattle, la più grande città dello Stato di Washington. È qui, tra le maestose sedi di Microsoft e Amazon, e all’ombra del futuristico Space Needle, che si snoda un giardino delle meraviglie che sembra dare vita agli scenari delle favole più belle.

Situato nel Seattle Center, proprio accanto all’edificio Space Needle, c’è Chihuly Garden and Glass, un giardino di vetro che espone in maniera permanente tutte le straordinarie opere dello scultore Dale Chihuly. 

Sin dalla sua inaugurazione, avvenuta nel 2021, questo inedito orto botanico ha catturato l’attenzione dei cittadini, diventando un’attrazione imperdibile per tutti i viaggiatori che giungono in città.


Il nome, tanto evocativo quanto calzante, non è che un preludio all’esperienza meravigliosa che si vive all’interno di questo giardino.

 Ad accogliere i visitatori sono le sculture di Dale Chihuly, che si muovono sinuose e armoniose all’interno di una vegetazione rigogliosa e lussureggiante.

La passeggiata all’interno del giardino è affascinante, suggestiva e seducente perché consente agli ospiti di esplorare un terreno inedito e di toccare con mano una sperimentazione perfettamente riuscita, quella della convivenza tra l’arte e la natura.

Tutta l’esperienza è scandita dai due elementi principali che caratterizzano questo giardino che è anche un museo: da una parte la natura, in tutta la sua genuina bellezza, dall’altra l’artificio che la valorizza, che con i suoi giochi di luce e riflessi la fa brillare come non ha fatto mai.



Il Chihuly Garden and Glass è un giardino e un museo, è un luogo dove la natura e le sculture di vetro soffiato creano un mondo inedito e onirico, che affascina e stupisce a ogni passo. 

Non è una semplice immersione all’interno di un universo che ospita l’arte e la natura, ma una vera e propria esperienza sensoriale che lascia senza fiato.

Entrare all’interno del Chihuly Garden and Glass vuol dire avvicinarsi alla mente del genio creativo Dale Chihuly, vuol dire toccare con mano le sue visioni, le stesse che però lasciano ampio spazio alle personali suggestioni dei visitatori.

Sono tante, tantissime, le sculture che si snodano lungo sentieri incorniciati da una natura più rigogliosa che mai. La esaltano, la valorizzano e l’accompagnano in un percorso che l’ospite è chiamato a fare, lo fanno con le loro forme stravaganti, con i colori cangianti, con quei lineamenti che proprio alla natura sono ispirati.

Il percorso espositivo attraversa diverse stanze. Sono nere, ma mai cupe, perché sempre illuminate dalle sculture di vetro soffiato da Dale Chihuly che omaggiano e celebrano la natura. Ma restano ancora confinate in un mondo immaginato e artificiale, almeno fino a quando non si arriva alla serra, l’ambiente più suggestivo dell’intero giardino.

È qui che gli elementi artistici diventano gli assoluti protagonisti di una realtà inedita. Piante scintillanti di vetro che sembrano muoversi col vento, ma che in realtà sono immobili, scendono verso il basso. L’incanto continua anche all’esterno, dove un meraviglioso giardino che accoglie i visitatori continua a mescolare le visioni che già conosciamo attraverso un gioco di forme, colori, e materiali, artificiali e naturali. 

È magia!


Fonte: siviaggia

sabato 3 settembre 2022

Le piramidi di Giza costruite grazie a un ramo del Nilo ormai scomparso


 Secondo recenti scoperte le tre maestose piramidi della necropoli di Giza, Cheope, Chefren e Micerino, situate alla periferia occidentale del Cairo, in Egitto, sono state costruite grazie ad un ramo ormai scomparso del fiume Nilo, attraverso il quale è stato possibile trasportare i materiali necessari: grazie a granuli di polline antico, è stato infatti possibile tracciare le variazioni nei livelli dell’acqua di questo tratto per oltre 8.000 anni di storia dinastica egiziana, scoprendo che all’epoca della realizzazione delle piramidi, tra 2686 e 2160 a.C., il corso d’acqua era ancora navigabile.

La scoperta, pubblicata sulla rivista dell’Accademia nazionale delle scienze statunitense (Pnas), è stata portata a termine da un gruppo di ricercatori guidati dal Centro Europeo per la Ricerca e l’Insegnamento delle Geoscienze Ambientali (Cerege), in Francia. Gli scienziati, guidati da Hader Sheisha, hanno analizzato i granuli di polline presenti in carote di terreno estratte dall’attuale pianura alluvionale che un tempo ospitava il ramo del Nilo: in questo modo hanno ricostruito la tipologia di vegetazione presente all’epoca, che svela gli innalzamenti e abbassamenti delle acque avvenuti nel corso del tempo.

Secondo i dati ottenuti il livello dell’acqua è aumentato molto durante il cosiddetto Periodo Umido Africano (Ahp), tra circa 14.800 e 5.500 anni fa, che vide la sostituzione di gran parte del territorio desertico del Sahara con graminacee, alberi e laghi e fu causata da variazioni nell’orbita della Terra attorno al Sole. In seguito il braccio scomparso del Nilo si ridusse nuovamente, restando comunque navigabile per molto tempo, e consentendo il trasporto di merci utili alla costruzione delle piramidi di Giza. Secondo gli autori dello studio, la scoperta apre nuove prospettive sulle condizioni ambientali che hanno favorito la realizzazione dei monumenti faraonici.

Fonte: meteoweb

venerdì 12 agosto 2022

Affascinante sorpresa a Roma! Dagli scavi lungo la Tiburtina spunta un ponte di età imperiale


 A Roma le sorprese non finiscono mai. 

L’ultima emozionante scoperta è avvenuta nel corso dei lavori per l’allargamento della Tiburtina, effettuati dalla Soprintendenza Speciale della capitale. Durante gli scavi, all’altezza dell’undicesimo chilometro della via moderna e al VII miglio di quella antica, è venuta alla luce un antico ponte, che – secondo le prime ricostruzioni – sembrerebbe risalire all’epoca imperiale.

In queste ore le spettacolari immagini del ritrovamento archeologico stanno facendo il giro dei social, destando stupore e curiosità tra gli appassionati.




In base a quanto riferito dagli esperti, la struttura romana – che si trova a circa 4 metri sotto il livello della strada attuale – era impiegata per attraversare il Fosso di Pratolungo, poco prima della confluenza nel fiume Aniene.

Come chiarito dalla Soprintendenza della capitale, gli scavi hanno messo in luce la porzione centrale dell’arcata a tutto sesto del ponte realizzata con possenti blocchi di travertino, fissati tra di loro mediante incavi rettangolari e rinforzati esternamente da uno spesso strato di cementizio. L’arcata è stata ritrovata senza la parte centrale, una peculiarità da attribuire alla risistemazione dell’area in età medioevale e rinascimentale, quando la struttura venne demolita parzialmente.

Fonte: Soprintendenza Speciale Roma 

sabato 6 agosto 2022

Venezia, trovato un allevamento di ostriche di epoca romana in laguna


 Che gli antichi Romani si trattassero bene è cosa risaputa, certo; ma che addirittura nel periodo tra il primo e secondo secolo d.C. avessero veri e propri allevamenti di ostriche, questo è sensazionale. Oltretutto se si pensa che il sito in questione è una villa romana dotata di confort e bellezze tali da fare impallidire quelle attuali.

 La “Villa romana di Lio Piccolo” era dotata di bacini per l’acquacoltura, in particolare per l’allevamento di ostriche. Questa ipotesi è al centro delle ricerche che stanno impegnando il team interdisciplinare nella seconda campagna di scavo archeologico subacqueo.

 Gli studi si stanno svolgendo sul sito lagunare di Lio Piccolo, nel comune di Cavallino Treporti, in provincia di Venezia. 

Scoperto due decenni fa dall’archeologo Ernesto Canal, oggi le indagini su questo sito degli antichi Romani sono dirette dal professore di archeologia marittima del Dipartimento di Studi Umanistici dell’Università Ca’ Foscari Venezia, Carlo Beltrame.

 Il professore e il suo staff lavorano in collaborazione con la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per il Comune di Venezia e Laguna. E, a quanto pare, gli sforzi compiuti dagli archeologi stanno dando frutti (di mare) davvero molto interessanti. 

Il progetto pluriennale archeo-subacqueo coinvolge anche studenti con idoneo brevetto di immersione. Gli aspiranti archeologi hanno avuto dunque l’opportunità di formarsi in sicurezza, con corsi subacquei appositi. 

All’impresa hanno preso parte anche Paolo Mozzi, geomorfologo e geoarcheologo del Dipartimento di Geoscienze dell’Università degli Studi di Padova ed Elisabetta Boaretto, specialista in analisi al radiocarbonio del Weizmann Institute di Rehovot.


I primi scavi risalgono esattamente ad un anno fa, quando i ricercatori scoprirono alcune palafitte e strutture murarie segnalate vent’anni fa da Ernesto Canal.

 Queste si trovano a poche decine di metri dall’argine di Lio Piccolo, lungo Canale Rigà. Con questa nuova campagna archeologica gli studiosi sono riusciti finalmente ad interpretare e datare quanto visto negli scavi antecedenti di un anno fa.

 Numerosi resti di affreschi di pregio e mosaici bianchi e neri, degli antichi Romani, inoltre, sono attualmente soggetto di analisi ad opera di Alessandra De Lorenzi, chimico-fisica dell’ateneo veneziano.

 Sul fondale di questo tratto di laguna, gli archeologi hanno dunque trovato una vasca in mattoni sesquipedali di forma rettangolare. Tramite le analisi al radiocarbonio, l’antico bacino è databile al 1° e 2° secolo d.C.. La particolare struttura romana era sommersa nelle acque e serviva per la coltivazione e conservazione dei pregiati molluschi. 

Un vero allevamento di ostriche della prima età imperiale. Questi molluschi bivalvi sono rimasti conservati fino a noi sul fondo della vasca, resistendo a duemila anni di mareggiate ed eventi naturali o umani.


Vi è però nel sito qualcosa che ha contribuito maggiormente alla curiosità degli studiosi.

 Il ritrovamento di un gargame in legno, infatti, forse suddivideva lo spazio della vasca come una saracinesca. Questo elemento suggerirebbe quindi l’ipotesi che, nelle acque della villa romana, non vi fosse unicamente l’allevamento di ostriche, ma bensì i nostri antenati potrebbero aver coltivato anche altre succulenti specie. 

Come spiega Carlo Beltrame, “nel mondo romano le ostriche erano molto apprezzate e allevate, anche se forse già adulte, in Gallia e nella penisola italiana. Come ricorda Cicerone, famose erano quelle allevate nel Lago Lucrino da Sergio Orata. Gli autori degli antichi Romani ci parlano anche delle ostriche dell’Istria ma non menzionano Altino, dove però ostriche sono emerse da vari scavi della città romana. 

Non stupisce quindi trovarle a Lio Piccolo, ossia in una località che in età romana doveva essere in prossimità del litorale, in condizioni ideali per la loro crescita”.

Fonte: ilprimatonazionale.it

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