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martedì 7 marzo 2023

Scoperto un cunicolo segreto nella Piramide di Cheope



La necropoli di Giza è uno dei siti archeologici più famosi di sempre: qui sorge la Piramide di Cheope, la più antica mai rinvenuta in quest’area e la sola tra le sette meraviglie del mondo antico ad essere giunta a noi in ottimo stato di conservazione.

 È stata costruita ben 4.500 anni fa, un’opera monumentale che ha richiesto un lavoro inimmaginabile (basti pensare che è formata da quasi 2 milioni e mezzo di blocchi di pietra, ciascuno del peso di circa 2,5 tonnellate). Nonostante sia tra le architetture più studiate al mondo, ci sono ancora molti segreti da svelare.

Uno dei più curiosi riguarda il tunnel misterioso che è stato ritrovato all’interno della piramide.

 Nel 2016, alcuni archeologi avevano individuato una cavità esattamente dietro l’entrata principale, ma il rischio di danneggiare l’antichissima struttura ha richiesto loro un grande sforzo per poter proseguire le indagini.

 Grazie al progetto Scanpyramids, volto ad utilizzare tecniche non invasive per studiare le piramidi d’Egitto, gli esperti hanno potuto finalmente scoprire cosa fosse quello spazio vuoto. Ebbene, si tratta di un cunicolo segreto lungo ben 9 metri e largo 2, con un’altezza di circa 2,3 metri.


Per poter osservare il tunnel da vicino, è stato necessario introdurre un piccolissimo endoscopio attraverso una fessura minuscola. La scoperta, che è stata descritta in un articolo pubblicato su Nature, è stata annunciata alla stampa proprio davanti alla Piramide di Cheope, da alcuni degli esperti che vi hanno lavorato. A che cosa serviva questo lungo cunicolo? È possibile che il suo scopo fosse quello di bilanciare il peso dell’enorme struttura spostandolo su un’area più grande, anziché far sì che gravasse unicamente sull’ingresso principale. Tuttavia, c’è un’altra teoria molto più affascinante.

Secondo gli archeologi, il cunicolo potrebbe sovrastare alcune camere ancora inesplorate, nascoste all’interno della Piramide di Cheope. 

Durante la conferenza stampa, Mostafa Waziri (direttore del Consiglio Supremo delle Antichità d’Egitto) ha annunciato che verranno effettuate ulteriori indagini: "Continueremo la nostra scansione, per capire cosa possiamo scoprire al di sotto del tunnel o alla fine di esso". C’è ancora qualche segreto da svelare, oltre questo passaggio misterioso che per anni ha ossessionato gli scienziati?

"Crediamo che qualcosa sia nascosto sotto di esso" – ha rivelato l’archeologo Zahi Hawass.

 Di che cosa potrebbe trattarsi? Forse, una camera segreta cela nientemeno che la tomba del faraone Cheope, inutilmente cercata per tantissimi anni e mai rinvenuta. E, con il sepolcro, magari anche tanti altri tesori preziosissimi che aspettano da millenni di tornare alla luce. Se così fosse, questa sarebbe senza dubbio la scoperta del secolo. Ma dovremo attendere ancora un po’, affinché le indagini proseguano in tutta sicurezza per preservare la maestosa piramide.

venerdì 3 marzo 2023

La cascata pietrificata è il capolavoro più grandioso di Madre Natura


 Esistono luoghi impregnati di così tanta bellezza da non sembrare veri. Assomigliano a paesaggi cinematografici e fantascientifici, a capolavori artistici dipinti da un pittore, a illustrazioni uscite da un libro di fiabe, e invece sono reali e per questo ancora più straordinari.

A creare questi scenari di immensa bellezza è Madre Natura che, come un sapiente artigiano, plasma il mondo che abitiamo rendendolo un posto meraviglioso. Come è successo a Oaxaca, in Messico, dove esiste quella che è, con tutta probabilità, la visione più incredibile e strabiliante di sempre.

Proprio qui, infatti, esiste una maestosa e imponente cascata pietrificata. E non ci sono dubbi per noi: è questo il capolavoro più grandioso mai creato da Madre Natura.


Ci troviamo a Oaxaca, in Messico.

È qui che, spostandoci dal nucleo urbano, possiamo raggiungere una cascata che non assomiglia a niente di tutto ciò che abbiamo visto fino a questo momento. Non ci sono lo sgorgare continuo dell’acqua e gli zampilli che con impeto si tuffano in ogni dove, ma rocce, bianche e dure, che caratterizzano in maniera univoca l’intero paesaggio.

Il suo nome è Hierve el Agua, che tradotto letteralmente vuol dire “acqua che bolle”. Eppure, ancora una volta, né il nome né l’immagine stessa che si apre davanti agli occhi dei viaggiatori che si spingono fino a qui restituisce la vera natura di questo sito. A primo impatto, infatti, l’immobilità che caratterizza questo monumento naturale rimanda immediatamente a tutte le cascate ghiacciate, quelle che si gelano con l’arrivo del freddo e con le basse temperature. Ma anche in questo caso, la realtà è ben lontana da quello che gli occhi ci suggeriscono.


Sì perché Hierve el Agua, in realtà, è un agglomerato di formazioni rocciose dal colore biancastro che con il tempo si sono unite e modellate, formando la caratteristica forma di cascata che oggi vediamo. 

A levigarle è stato lo scorrere incessante delle acque provenienti dalle sorgenti situate sulla cima del monte, ricche di calcio e di altri minerali. Sono state proprio loro ad aver schiarito le rocce, conferendogli le caratteristiche tinte che ricordano il ghiaccio e la neve.


La magia non finisce qui, però, perché in cima a Hierve el Agua ci sono due piccoli laghi di acqua calda dove i visitatori amano fare il bagno in ogni stagione. Da qui, poi, fuoriescono dei piccoli rivoli lenti ma copiosi che scivolano giù, fino ai piedi della montagna, rendendo il paesaggio incantato.

Fonte: siviaggia.it

sabato 29 ottobre 2022

A Stabiae riemerge l’antico sistema idrico


 Anche l’antica Stabiae rivela eccezionali reperti che raccontano la vita quotidiana di epoca romana.

 Elementi del sistema idrico sono riemersi nel corso dei lavori per la fruizione ampliata e l’abbattimento delle barriere architettoniche in corso a Villa Arianna.

Tra gli elementi tornati alla luce vi è un serbatoio in piombo decorato.

 La pulizia archeologica condotta nel peristilio piccolo (giardino colonnato) della villa ha permesso di riportare nuovamente alla luce questo elemento. Era già stato individuato circa un decennio fa. Faceva parte dell’antico sistema di distribuzione dell’acqua all’interno dell’edificio.

Il serbatoio, in particolare, rappresenta uno straordinario rinvenimento per l’area vesuviana, per lo stato di conservazione e perché rinvenuto nella sua posizione originaria.

 Consente, insieme agli altri tratti rinvenuti, di apprezzarne il funzionamento, ovvero quello sia di regolare il flusso dell’acqua sia di smistarlo nei vari ambienti della villa.

Collegate al pezzo centrale sono emerse due tubazioni che alimentavano rispettivamente l’impianto termale della villa e il gioco d’acqua. Quest’ultimo abbelliva l’impluvio (vasca centrale di raccolta delle acque) presente nell’atrio. Le decorazioni ornavano la struttura che doveva essere parzialmente a vista, per permettere l’accesso alle due chiavi di arresto. Queste consentivano di regolare il flusso dell’acqua o di chiuderlo completamente per permettere le operazioni di manutenzione degli impianti.


“Un serbatoio come questo – spiega il direttore del Parco archeologico di Pompei Gabriel Zuchtriegel –, con le sue chiavi di arresto, rientra in quella tipologia di impianti e apprestamenti che possono sembrare quasi moderni per come sono fatti e che hanno sempre destato stupore sin dalle prime scoperte tra Stabia, Pompei e Oplontis.

 Gli antichi anche in questo caso non hanno rinunciato a un elemento ornamentale, un astragalo in rilievo, che forse caratterizzava la bottega che l’ha prodotto, a mo’ di un marchio moderno, e che in ogni caso doveva essere visibile, poiché il serbatoio fu collocato al di sopra del livello di calpestio. Un ulteriore esempio di come accessibilità, conoscenza e tutela si integrano, che andremo a raccontare al pubblico in corso d’opera nell’ambito dei cantieri aperti del Parco“.

Fonte: meteoweb

Ponte degli immortali. Cina


 È chiamato ponte degli immortali perché collega due grandi speroni di roccia della Montagna Gialla che una leggenda racconta siano, in realtà, due giganti tramutati in pietra da un dio per renderli immortali.

 Si trova nella provincia meridionale di Anhui, nella Cina orientale, sospeso a 800 m. A parte la leggenda che gli ruota intorno, si tratta comunque del ponte sospeso più alto del mondo.

Inutile dire che la vista è mozzafiato, con le montagne di granito che toccano le nuvole e il precipizio impressionante sotto di voi. A volte le nuvole avvolgono completamente il luogo fornendo un incredibile senso di mistero al sito. Queste rocce fanno parte del cosiddetto Monte Tai che supera i 1500 metri non lontano dalla costa orientale della Repubblica Cinese, ed è Patrimonio dell’Umanità . Essendo una delle cinque più importanti montagne sacre della Cina, sono molti i turisti e fedeli che vengono qui, soprattutto per compiere il vertiginoso percorso che conduce fino alla Porta Celeste del Sud, da dove si contemplano le più belle albe dell’estremo oriente
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venerdì 16 settembre 2022

Il giardino di vetro che sembra uscito da una favola


 Per scoprire ed esplorare quello che uno dei luoghi più suggestivi del mondo intero dobbiamo recarci a Seattle, la più grande città dello Stato di Washington. È qui, tra le maestose sedi di Microsoft e Amazon, e all’ombra del futuristico Space Needle, che si snoda un giardino delle meraviglie che sembra dare vita agli scenari delle favole più belle.

Situato nel Seattle Center, proprio accanto all’edificio Space Needle, c’è Chihuly Garden and Glass, un giardino di vetro che espone in maniera permanente tutte le straordinarie opere dello scultore Dale Chihuly. 

Sin dalla sua inaugurazione, avvenuta nel 2021, questo inedito orto botanico ha catturato l’attenzione dei cittadini, diventando un’attrazione imperdibile per tutti i viaggiatori che giungono in città.


Il nome, tanto evocativo quanto calzante, non è che un preludio all’esperienza meravigliosa che si vive all’interno di questo giardino.

 Ad accogliere i visitatori sono le sculture di Dale Chihuly, che si muovono sinuose e armoniose all’interno di una vegetazione rigogliosa e lussureggiante.

La passeggiata all’interno del giardino è affascinante, suggestiva e seducente perché consente agli ospiti di esplorare un terreno inedito e di toccare con mano una sperimentazione perfettamente riuscita, quella della convivenza tra l’arte e la natura.

Tutta l’esperienza è scandita dai due elementi principali che caratterizzano questo giardino che è anche un museo: da una parte la natura, in tutta la sua genuina bellezza, dall’altra l’artificio che la valorizza, che con i suoi giochi di luce e riflessi la fa brillare come non ha fatto mai.



Il Chihuly Garden and Glass è un giardino e un museo, è un luogo dove la natura e le sculture di vetro soffiato creano un mondo inedito e onirico, che affascina e stupisce a ogni passo. 

Non è una semplice immersione all’interno di un universo che ospita l’arte e la natura, ma una vera e propria esperienza sensoriale che lascia senza fiato.

Entrare all’interno del Chihuly Garden and Glass vuol dire avvicinarsi alla mente del genio creativo Dale Chihuly, vuol dire toccare con mano le sue visioni, le stesse che però lasciano ampio spazio alle personali suggestioni dei visitatori.

Sono tante, tantissime, le sculture che si snodano lungo sentieri incorniciati da una natura più rigogliosa che mai. La esaltano, la valorizzano e l’accompagnano in un percorso che l’ospite è chiamato a fare, lo fanno con le loro forme stravaganti, con i colori cangianti, con quei lineamenti che proprio alla natura sono ispirati.

Il percorso espositivo attraversa diverse stanze. Sono nere, ma mai cupe, perché sempre illuminate dalle sculture di vetro soffiato da Dale Chihuly che omaggiano e celebrano la natura. Ma restano ancora confinate in un mondo immaginato e artificiale, almeno fino a quando non si arriva alla serra, l’ambiente più suggestivo dell’intero giardino.

È qui che gli elementi artistici diventano gli assoluti protagonisti di una realtà inedita. Piante scintillanti di vetro che sembrano muoversi col vento, ma che in realtà sono immobili, scendono verso il basso. L’incanto continua anche all’esterno, dove un meraviglioso giardino che accoglie i visitatori continua a mescolare le visioni che già conosciamo attraverso un gioco di forme, colori, e materiali, artificiali e naturali. 

È magia!


Fonte: siviaggia

sabato 3 settembre 2022

Le piramidi di Giza costruite grazie a un ramo del Nilo ormai scomparso


 Secondo recenti scoperte le tre maestose piramidi della necropoli di Giza, Cheope, Chefren e Micerino, situate alla periferia occidentale del Cairo, in Egitto, sono state costruite grazie ad un ramo ormai scomparso del fiume Nilo, attraverso il quale è stato possibile trasportare i materiali necessari: grazie a granuli di polline antico, è stato infatti possibile tracciare le variazioni nei livelli dell’acqua di questo tratto per oltre 8.000 anni di storia dinastica egiziana, scoprendo che all’epoca della realizzazione delle piramidi, tra 2686 e 2160 a.C., il corso d’acqua era ancora navigabile.

La scoperta, pubblicata sulla rivista dell’Accademia nazionale delle scienze statunitense (Pnas), è stata portata a termine da un gruppo di ricercatori guidati dal Centro Europeo per la Ricerca e l’Insegnamento delle Geoscienze Ambientali (Cerege), in Francia. Gli scienziati, guidati da Hader Sheisha, hanno analizzato i granuli di polline presenti in carote di terreno estratte dall’attuale pianura alluvionale che un tempo ospitava il ramo del Nilo: in questo modo hanno ricostruito la tipologia di vegetazione presente all’epoca, che svela gli innalzamenti e abbassamenti delle acque avvenuti nel corso del tempo.

Secondo i dati ottenuti il livello dell’acqua è aumentato molto durante il cosiddetto Periodo Umido Africano (Ahp), tra circa 14.800 e 5.500 anni fa, che vide la sostituzione di gran parte del territorio desertico del Sahara con graminacee, alberi e laghi e fu causata da variazioni nell’orbita della Terra attorno al Sole. In seguito il braccio scomparso del Nilo si ridusse nuovamente, restando comunque navigabile per molto tempo, e consentendo il trasporto di merci utili alla costruzione delle piramidi di Giza. Secondo gli autori dello studio, la scoperta apre nuove prospettive sulle condizioni ambientali che hanno favorito la realizzazione dei monumenti faraonici.

Fonte: meteoweb

venerdì 12 agosto 2022

Affascinante sorpresa a Roma! Dagli scavi lungo la Tiburtina spunta un ponte di età imperiale


 A Roma le sorprese non finiscono mai. 

L’ultima emozionante scoperta è avvenuta nel corso dei lavori per l’allargamento della Tiburtina, effettuati dalla Soprintendenza Speciale della capitale. Durante gli scavi, all’altezza dell’undicesimo chilometro della via moderna e al VII miglio di quella antica, è venuta alla luce un antico ponte, che – secondo le prime ricostruzioni – sembrerebbe risalire all’epoca imperiale.

In queste ore le spettacolari immagini del ritrovamento archeologico stanno facendo il giro dei social, destando stupore e curiosità tra gli appassionati.




In base a quanto riferito dagli esperti, la struttura romana – che si trova a circa 4 metri sotto il livello della strada attuale – era impiegata per attraversare il Fosso di Pratolungo, poco prima della confluenza nel fiume Aniene.

Come chiarito dalla Soprintendenza della capitale, gli scavi hanno messo in luce la porzione centrale dell’arcata a tutto sesto del ponte realizzata con possenti blocchi di travertino, fissati tra di loro mediante incavi rettangolari e rinforzati esternamente da uno spesso strato di cementizio. L’arcata è stata ritrovata senza la parte centrale, una peculiarità da attribuire alla risistemazione dell’area in età medioevale e rinascimentale, quando la struttura venne demolita parzialmente.

Fonte: Soprintendenza Speciale Roma 

sabato 6 agosto 2022

Venezia, trovato un allevamento di ostriche di epoca romana in laguna


 Che gli antichi Romani si trattassero bene è cosa risaputa, certo; ma che addirittura nel periodo tra il primo e secondo secolo d.C. avessero veri e propri allevamenti di ostriche, questo è sensazionale. Oltretutto se si pensa che il sito in questione è una villa romana dotata di confort e bellezze tali da fare impallidire quelle attuali.

 La “Villa romana di Lio Piccolo” era dotata di bacini per l’acquacoltura, in particolare per l’allevamento di ostriche. Questa ipotesi è al centro delle ricerche che stanno impegnando il team interdisciplinare nella seconda campagna di scavo archeologico subacqueo.

 Gli studi si stanno svolgendo sul sito lagunare di Lio Piccolo, nel comune di Cavallino Treporti, in provincia di Venezia. 

Scoperto due decenni fa dall’archeologo Ernesto Canal, oggi le indagini su questo sito degli antichi Romani sono dirette dal professore di archeologia marittima del Dipartimento di Studi Umanistici dell’Università Ca’ Foscari Venezia, Carlo Beltrame.

 Il professore e il suo staff lavorano in collaborazione con la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per il Comune di Venezia e Laguna. E, a quanto pare, gli sforzi compiuti dagli archeologi stanno dando frutti (di mare) davvero molto interessanti. 

Il progetto pluriennale archeo-subacqueo coinvolge anche studenti con idoneo brevetto di immersione. Gli aspiranti archeologi hanno avuto dunque l’opportunità di formarsi in sicurezza, con corsi subacquei appositi. 

All’impresa hanno preso parte anche Paolo Mozzi, geomorfologo e geoarcheologo del Dipartimento di Geoscienze dell’Università degli Studi di Padova ed Elisabetta Boaretto, specialista in analisi al radiocarbonio del Weizmann Institute di Rehovot.


I primi scavi risalgono esattamente ad un anno fa, quando i ricercatori scoprirono alcune palafitte e strutture murarie segnalate vent’anni fa da Ernesto Canal.

 Queste si trovano a poche decine di metri dall’argine di Lio Piccolo, lungo Canale Rigà. Con questa nuova campagna archeologica gli studiosi sono riusciti finalmente ad interpretare e datare quanto visto negli scavi antecedenti di un anno fa.

 Numerosi resti di affreschi di pregio e mosaici bianchi e neri, degli antichi Romani, inoltre, sono attualmente soggetto di analisi ad opera di Alessandra De Lorenzi, chimico-fisica dell’ateneo veneziano.

 Sul fondale di questo tratto di laguna, gli archeologi hanno dunque trovato una vasca in mattoni sesquipedali di forma rettangolare. Tramite le analisi al radiocarbonio, l’antico bacino è databile al 1° e 2° secolo d.C.. La particolare struttura romana era sommersa nelle acque e serviva per la coltivazione e conservazione dei pregiati molluschi

Un vero allevamento di ostriche della prima età imperiale. Questi molluschi bivalvi sono rimasti conservati fino a noi sul fondo della vasca, resistendo a duemila anni di mareggiate ed eventi naturali o umani.


Vi è però nel sito qualcosa che ha contribuito maggiormente alla curiosità degli studiosi.

 Il ritrovamento di un gargame in legno, infatti, forse suddivideva lo spazio della vasca come una saracinesca. Questo elemento suggerirebbe quindi l’ipotesi che, nelle acque della villa romana, non vi fosse unicamente l’allevamento di ostriche, ma bensì i nostri antenati potrebbero aver coltivato anche altre succulenti specie

Come spiega Carlo Beltrame, “nel mondo romano le ostriche erano molto apprezzate e allevate, anche se forse già adulte, in Gallia e nella penisola italiana. Come ricorda Cicerone, famose erano quelle allevate nel Lago Lucrino da Sergio Orata. Gli autori degli antichi Romani ci parlano anche delle ostriche dell’Istria ma non menzionano Altino, dove però ostriche sono emerse da vari scavi della città romana. 

Non stupisce quindi trovarle a Lio Piccolo, ossia in una località che in età romana doveva essere in prossimità del litorale, in condizioni ideali per la loro crescita”.

Fonte: ilprimatonazionale.it

venerdì 1 luglio 2022

La secca del Tevere fa riemergere le rovine del Ponte Neroniano


 La secca del fiume Tevere ha fatto riemergere le rovine del Ponte Neroniano, costruito durante l’impero di Nerone, e situato di fronte a Castel Sant’Angelo. 

Noto anche come Ponte Trionfale o Vaticano, consentiva all’antica via Trionfale, asse della viabilità del Vaticano in epoca romana, di attraversare il Tevere. Realizzato nel I secolo d.C., il Ponte collegava il Campo Marzio con l’Ager Vaticanus, consentendo all’antica via Trionfale di attraversare il fiume Tevere in direzione di Veio. Presso il Vaticano si trovavano le proprietà dell’imperatore Nerone (tra cui la villa della madre Agrippina), il circo di Caligola e la via Cornelia che passava davanti Castel Sant’Angelo.


Distrutto probabilmente all’epoca della Guerra gotica nella metà del VI secolo, il ponte Neroniano avrebbe dovuto essere ricostruito per Giulio II della Rovere, col nome di ponte Giuliano, per collegare via della Lungara con la sua via Giulia sulla riva opposta, ma tale progetto rimase irrealizzato.

Fonte: meteoweb

mercoledì 1 giugno 2022

Una piccola stupenda fontana


 Roma ospita centinaia di fontane, molte delle quali costituiscono inimitabili capolavori. La celeberrima Fontana di Trevi, la maestosa Fontana delle Naiadi a Piazza della Repubblica, la superba Fontana del Tritone a Piazza Barberini. E proprio davanti a quest'ultima autentica meraviglia, sorge la quasi sconosciuta Fontana delle Api.

Costruita con marmo lunense (il marmor lunensis è il pregiato marmo di Carrara, prese questo nome per via delle spedizioni che partivano dal porto di Luni, vicino La Spezia) e situata originariamente all'angolo con Via Sistina sullo stipite dell'edificio di Palazzo Soderini, questa piccola e deliziosa fontana, simbolo dell'arte romana barocca, ha una storia piuttosto interessante.

 La sua costruzione fu commissionata a Gian Lorenzo Bernini da Papa Urbano VIII, membro della famiglia Barberini. 

La Fontana delle Api fu messa in opera nel 1644 mediante un meccanismo idrodinamico che sfruttava la canalizzazione dell'acqua di "scarico" proveniente dalla Fontana del Tritone (anche questa disegnata da Bernini nei mesi precedenti).


Utilizzata inizialmente come abbeveratoio sia per la popolazione che per gli animali, il disegno che Bernini progettò per la fontana era quello di conchiglia aperta.

 La valva inferiore costituiva il catino, mentre sulla base di quella superiore erano presenti le tre api da cui sgorgava l'acqua proveniente dall'acquedotto Felice e che costituivano il blasonato simbolo del casato dei Barberini.

Nel 1867 fu smontata per facilitare la viabilità cittadina, rivoluzionata dalla costruzione di nuovi quartieri limitrofi e dall'allargamento delle strade che percorrevano l'area, a quel tempo situata all'estrema periferia della città. 

I pezzi della fontana furono relegati nei magazzini del comune fino al 1919, anno in cui il sindaco Apolloni ne fece iniziare la ricostruzione. Una volta ultimata nel 1920, l'opera fu collocata nella posizione attuale, all'angolo di Piazza Barberini con Via Veneto, in una posizione talmente defilata da renderne non immediata l'individuazione.

Pochi furono i pezzi originali ritrovati integri al momento della ricostruzione, motivo per cui si decise di sostituire quelli mancanti utilizzando blocchi di travertino prelevati da Porta Salaria, poco prima della sua definitiva demolizione nel 1921 (attualmente, il posto dove sorgeva la porta è occupato da Piazza Fiume).

 Dal 2000 sono stati effettuati diversi restauri, causati soprattutto da svariati atti di vandalismo che ne hanno ripetutamente danneggiato la struttura.


In passato, la fontana scatenò mordacità e sarcasmo. Infatti, fu ironicamente soprannominata dai romani fontana "delle mosche", alludendo al fastidio provato nei confronti di una famiglia potente e bramosa di ricchezza come quella del committente. 

Secondo alcune indiscrezioni dell'epoca, si diceva in giro che la fontana prelevasse acqua in grandi quantità dalla vasca e ne restituisse solamente una piccola parte dalle api da cui sgorgava. Metaforicamente, si alludeva ai salatissimi tributi che i romani erano obbligati a pagare ottenendo in cambio pochi benefici in termini di opere di pubblica utilità. Insomma, la storia si ripete...

Anche questa, come la maggior parte delle opere d'arte, è circondata da un alone di leggenda.

 Pare che per l'inaugurazione, il committente avesse fatto scolpire sulla fontana la frase: "Papa Urbano l'aveva fatta edificare nell'anno XXII del suo pontificato". Ma il Papa era ancora nel suo XXI anno, a soli due mesi dall'inizio del XXII. Da questo fatto prese spunto l'ironia dei romani, scomodando addirittura Pasquino con la nota frase "havendo li Barberini succhiato tutto il mondo, ora vogliono succhiare anche il tempo". 

Per non dare adito a questi moti di sarcasmo, la frase fu leggermente modificata per volere del Cardinale nipote del Papa, che fece scomparire la seconda I. Ed ecco per i romani una ennesima occasione per ironizzare, spargendo la voce che il Cardinale avesse voluto lanciare malasorte al Papa, augurandogli di non arrivare al XXII anno di pontificato.

 Leggenda o realtà che fosse, Papa Urbano VIII morì qualche mese dopo il "ritocco" apportato dal nipote!

Fonte: ezrome.it

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