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giovedì 4 novembre 2021

Camille Claudel: biografia di una scultrice dimenticata


 “Tenetevela, vi prego! Ha tutti i vizi e non voglio rivederla!”. Con queste poche parole , scritte nel 1913 al Direttore del manicomio di Ville-Evrard, la signora Louise Cervaux, fresca vedova Claudel, di fatto condannò la figlia Camille a trascorrere gli ultimi 30 anni della sua esistenza in stato di reclusione forzata, resa ancora più triste dall’oblio che, poco a poco, sarebbe disceso su di lei.

Dimenticata da tutti, infatti, non avrebbe mai più rivisto la mamma e la sorella, mentre il solo fratello Paul, nell’arco di tre decadi, le avrebbe fatto visita una decina di volte, senza però trovare il tempo di recarsi al suo funerale.

Camille morì il 19 ottobre del 1943 praticamente di fame perché nella Francia di quei tempi, nel pieno della Seconda Guerra Mondiale, se già il cibo scarseggiava per i “sani di mente”, figuriamoci se si trovava per i “fous”, i pazzi. La sua bara, accompagnata solo da due persone di servizio, fu così inumata in una tomba anonima, sormontata da una croce con un numero, e dopo pochi anni i suoi resti sarebbero stati trasferiti in un ossario comune.

Questa fu la miserevole fine di una donna davvero straordinaria (aggettivo qui da intendersi nel senso etimologico di “fuori dal comune”) che secondo la descrizione fatta dal fratello “aveva una bellezza, un’energia, un’immaginazione ed una volontà eccezionali”.

Camille Claudel era nata nel 1862 in uno sperduto villaggio della Champagne, dove il padre Louis lavorava come funzionario comunale, mentre la madre si occupava di mandare avanti il ménage familiare e di crescere i tre figli all’insegna dei valori di famiglia: lavoro, parsimonia, economia, fatica e senso del dovere.

In questo quadro, ben poco tempo restava per le dimostrazioni d’affetto, specie da parte materna. Suo padre comunque riuscì a cogliere e valorizzare l’incredibile inclinazione naturale che Camille dimostrò di possedere fin da bambina per la scultura.

Tutto ciò che vedeva, leggeva ed immaginava la spingeva a modellare quelle che, in principio, erano semplici statuine in argilla. Così, lo scultore Alfred Boucher, richiesto di un parere dal signor Claudel, comprese subito il genio che animava quella ragazzina e gli consigliò di farla “monter vers la Capitale”, perché soltanto a Parigi, a quei tempi fulcro della vita artistica e culturale non soltanto francese, ma anche di tutta Europa, avrebbe potuto studiare e diventare una vera artista.

Ecco dunque che nel 1881 tutta la famiglia si trasferì nella Ville Lumiere, dove Camille iniziò a seguire lezioni di modellato presso l’atelier dello stesso Boucher e poi, quando dopo due anni quest’ultimo se ne andò in Italia, nello studio di Auguste Rodin, scultore che allora si era già creato una notevole fama.


Di 22 anni più vecchio di lei, brutto, tarchiato e legato con una donna che gli aveva regalato un figlio, ma con la quale non aveva voluto sposarsi, Rodin fu presto sconvolto dalla bellezza, dal talento e dal temperamento focoso della sua nuova allieva, che in poco tempo diventò la sua più stretta collaboratrice, la musa, la modella preferita e l’amante.

Per i successivi dieci anni i due lavorarono a quattro mani in una sorta di fusione artistica, professionale ed amorosa.

 A partire dal 1893 però Camille iniziò a prendere le distanze dal suo maestro, perché esasperata dalle critiche che non smettevano di accostare i suoi lavori a quelli di lui: voleva ormai rimarcare la propria autonomia e l’ormai raggiunta maturità artistica.

Quel brusco allontanamento le permise di assicurarsi le prime commesse lavorative in “solitaria” e le consentì di esporre le proprie opere ad importanti Esposizioni nazionali ed internazionali. “Le Dieu envole’”, “la Petite Chatelaine”, “la Valse”, “Contemplation”, “le Premier Pas”, “Clotho” e soprattutto “l’Age Mur” sono solo alcune delle bellissime opere in marmo o bronzo realizzate da Camille in quegli anni di febbrile lavoro, presto però guastati dalle ossessioni di cui iniziò a soffrire.





L’amore che aveva provato per Rodin si trasformò infatti in profondo risentimento nei suoi confronti e, sospettando che quest’ultimo volesse impossessarsi delle sue opere, ne distrusse alcune inscenando una specie di “esecuzione” e finì per isolarsi nel proprio studio, vivendo nel disordine e nella sporcizia.

Così, nel marzo del 1913, ad una settimana esatta dal decesso di suo padre (l’unica persona che gli mandava ancora degli aiuti, seppure di nascosto), il resto della famiglia decise di chiederne l’interdizione, ordinando il suo ricovero in quel manicomio da cui, nonostante tutte le sue suppliche, non sarebbe più 

Fonte: trentaminuti.it

Il porcellino portafortuna di Firenze


 E’ vero, tutti lo chiamano “porcellino” ma raffigura in realtà un bellissimo esemplare di cinghiale che è divenuto uno dei simboli della città e conosciuto in tutto il mondo.

La statua del Porcellino fu realizzata da Pietro Tacca intorno al 1633. Venne commissionata dal granduca Cosimo II de’ Medici che considerava il cinghiale un emblema di coraggio. 
Pietro Tacca, scultore molto attivo a Firenze, già allievo del Giambologna, realizzò la riproduzione in bronzo di un cinghiale marmoreo del I° sec. d.C. Esso stesso era una copia di un bronzo ellenistico di proprietà della Galleria degli Uffizi.
Quella che attualmente si trova alle “Logge del Porcellino” non è l’originale, ma una copia.
L’originale della fontana è oggi esposta, dopo il restauro del 1999, al Museo Bardini.
In origine questa statua non era una fontana, fu trasformata in seguito dal nuovo granduca Ferdinando II de' Medici.
In principio la fontana era collocata sul lato delle logge in Via Por Santa Maria, spostata poi nell’attuale collocazione per liberare la viabilità.
Alla vista del “Porcellino” tutti si fanno catturare dal suo grugno lucente e spesso tralasciano le particolarità che si celano nel basamento. Un tripudio di vegetazione di palude e degli acquitrini si svela nella sua perfezione, rane, rospi, serpenti d’acqua contornano la base della fontana. La base fu sostituita da una copia di Giovanni Benelli nel 1856, aveva subito un forte deterioramento e avendo come modello un originale malridotto e liso dal tempo, il Benelli, a suo ingegno, lo arricchì di particolari di sua manifattura.

Toccare il naso del porcellino è un rito portafortuna, così come far scivolare una moneta verso il basso, dalla lingua della bocca del “porcellino”, in modo che cada direttamente nella grata sottostante. Se l’operazione riesce il desiderio espresso si avvererà.


Lo scrittore danese Hans Christian Andersen nel corso della propria vita soggiornò più volte a Firenze. Famosa la sua frase “Firenze è un’intero libro illustrato”.
Proprio a Firenze il grande novelliere, scrisse una piccola fiaba, “Il porcellino di bronzo”, ispirandosi alla statua bronzea di Pietro Tacca posta ai piedi delle logge del Mercato Nuovo di Firenze. Protagonista un bambino fiorentino poverissimo e orfano. La novella non ha mai destato molto scalpore e non è famosa come altre novelle dello stesso autore. Una targa lo ricorda proprio sopra il bronzo tanto amato dai turisti e dai fiorentini più veri.
Fonte: firenzecuriosita

martedì 2 novembre 2021

Perché il Muro Torto si chiama così e perché è considerato un luogo infausto


 È da secoli che il nome di questo angolo di Roma si chiama più o meno così, e il motivo è sotto gli occhi di tutti, anche se in pochi se ne accorgono. Salendo da piazzale Flaminio, poco prima di transitare sotto il ponte che collega due lati di villa Borghese, ci troviamo davanti uno sperone di muro romano fortemente inclinato in avanti come se stesse per cadere da un momento all’altro. 

In realtà quell’apparente equilibrio precario dura da circa venti secoli, già in epoca romana il muro esisteva ed era già inclinato. Si tratta probabilmente di ciò che sopravvive di una villa esistente ben prima la costruzione delle mura Aureliane che oggi costeggiano l’intero tracciato della via. 


Da tempo immemore il Muro Torto è considerato un luogo infausto, infestato da spiriti e maledetto. Le leggende si susseguono e si sovrappongono, si crede che il muro si inclinò per causa di un fulmine che lo colpì il giorno esatto della crocifissione di Pietro che la tradizione vuole sia avvenuta al Gianicolo. Questa era terra sconsacrata, dimenticata da Dio, e qui erano seppelliti i condannati a morte, le prostitute e le donne di malaffare, e le loro anime, non potendo andare in paradiso, rimanevano ad aleggiare nella zona terrorizzando i passanti. Non a caso, nel medioevo le terre a ridosso del Muro Torto facevano parte della cosiddetta “Contrada del Muro Malo”. 

Come detto, tra gli spiriti in pena troviamo anche quelli dei carbonari Targhini e Montanari decapitati nel 1825 dal boia di Roma, Mastro Titta, con l’accusa di omicidio. Quell’episodio è stato raccontato nel film del 1969 di Luigi Magni Nell’anno del Signore. Una targa affissa nel 1909 sul lato di porta del Popolo ricorda l’episodio con parole durissime nei confronti del papa che li avrebbe fatti giustiziare "senza prove e senza difesa".

Tra maledizioni e atmosfere infauste, non poteva mancare lo zampino dell’imperatore romano più odiato di sempre. La credenza popolare romana ha immaginato nientemeno che Nerone tra gli spiriti che frequentano il Muro Torto, le sue spoglie giacerebbero proprio nelle viscere della terra di questo luogo oscuro, che tutt’oggi mantiene un’aria in qualche modo sinistra. 

Fonte: https://www.romatoday.it/

lunedì 1 novembre 2021

San Galgano: l’Abbazia che ha per tetto le stelle


 

L’Abbazia di San Galgano è uno degli esempi di architettura che, proprio per la sua natura, permette di compiere un salto indietro nel tempo e di immaginare come dovesse apparire nel periodo del suo massimo splendore.

La bellezza di questa architettura gotica, di fattura cistercense, è amplificata soprattutto dalla mancanza della copertura.

 Questa caratteristica, non solo evidenzia le nervature delle arcate su cui poggiavano le volte, ma mette in comunicazione la rappresentazione dei due luoghi sacri, quello terreno e quello celeste. È certamente questo aspetto a renderla ancor più affascinante.


L’abbazia, dedicata a San Galgano, pone le sue radici nella storia secondo cui questo ex-soldato, dopo una vita dissoluta, intorno al 1180, avesse ricevuto la vocazione proprio sul colle di Montesiepi, nel comune di Chiusdino, a circa 30 km da Siena. Leggenda vuole che nel momento della conversione avesse conficcato la sua spada in una roccia affiorante, così da far diventare quello strumento di morte e distruzione in un simbolo di pace: la croce. 

Quest’episodio ed il ritrovamento reale della spada, databile attorno al 1200, rendono plausibile tale racconto, andando ad alimentare il mito della celebre spada nella roccia, legato alla storia di Re Artù. In questo luogo Galgano decise di costruire una semplice capanna in cui avrebbe vissuto da eremita fino al termine dei suoi giorni.


Alla sua morte, tutt’attorno alla roccia, venne edificato un piccolo luogo sacro a pianta circolare, ovvero l’Eremo o La Rotonda di Montesiepi, consacrato nel 1185, dal vescovo di Volterra, Ildebrando Pannocchieschi. Nel 1340 accanto a quest’edificio venne aggiunta una cappella a base rettangolare, i cui affreschi furono realizzati dall’abile mano di Ambrogio Lorenzetti. 

Tra le costruzioni delle due architetture, nel 1218, si avviarono i lavori per l’edificazione di quella che sarà l’Abbazia, ad opera dei monaci cistercensi che già edificarono l’Abbazia di Casamari, a Veroli, Frosinone. I lavori proseguirono in modo celere, tanto da vederne il completamento nel 1262 e la consacrazione nel 1288. In pochissimo tempo, grazie alle donazioni ed ai lasciti, l’abbazia divenne la più ricca e potente fondazione monastica di tutta la Toscana. Dopo anni di splendore, nel XIV secolo iniziò il periodo peggiore per questo luogo: prima la carestia (1328) e poi la peste (1348), costrinsero i monaci a trasferirsi a Siena. La struttura ed altre costruzioni nel circondario vennero saccheggiate ed i beni furono suddivisi e disseminati.

Già alla fine del 1400 il restante patrimonio dei monaci causò contrasti tra la Repubblica di Siena e il Papato. Successivamente nel 1503 la gestione dell’abbazia passò ad un abate esterno, il quale peggiorò la situazione già precaria, arrivando a far smontare la copertura in piombo del tetto per poterla rivendere, così le intemperie completarono il deterioramento. Da una missiva del 1576 risultano assenti le vetrate, le volte del tutto crollate e anche parti dell’edificio. Inoltre, a causa di un fulmine, nel 1786 crollò il campanile e nel 1789 venne sconsacrata e abbandonata definitivamente.

Alla fine dell’800 si ipotizzò un progetto di recupero delle rovine, concretizzato in un restauro conservativo iniziato nel 1924, il quale prevedeva di consolidmento della struttura, senza realizzare ricostruzioni posticce ed arbitrarie. Certamente la storia, le leggende e l’aspetto delle rovine dell’Abbazia di San Galgano arricchiscono di fascino la struttura.

Seppur con evidenti mancanze, è percepibile la grandezza di questo luogo che, ancora oggi, meraviglia e lascia senza parole. 

Fonte: viaggiandonellabellezza

venerdì 29 ottobre 2021

Il macabro ma indispensabile mestiere di Medico della Peste


 L’abito del medico della peste è uno dei simboli più riconoscibili della “Morte Nera”, le celebri epidemie di peste che decimarono la popolazione europea fra il Medioevo e l’età Moderna. L’origine della maschera risale probabilmente alle prime epidemie che colpirono l’Europa durante il XIV secolo, fra il 1347 e il 1353, e che sterminarono circa un terzo della popolazione complessiva del nostro continente.

Il costume completo del medico, caratterizzato da un lungo abito nero in tela cerata e un pronunciatissimo becco di fronte a bocca e naso, è di molto successivo, e assume la sua forma all’inizio del ‘600 circa, in Francia.

Perché i medici si vestivano in questo modo?

Il motivo è da ricercarsi nella teoria di trasmissione del morbo mediante la dottrina miasmatico-umorale. Secondo questa tesi, che venne coniata da antichi medici greci come Ippocrate e Galeno, le malattie si trasmettevano per lo squilibrio fra i vari umori del corpo: sangue, flegma, bile gialla e bile nera. A causa dei miasmi dell’aria (escrementi riversati in strada, acqua stagnante, scarti di produzione e via dicendo) combinati a eventi come eruzioni, congiunzioni astrali, inalazione di aria proveniente da corpi in putrefazione, acque paludose o simili, gli antichi pensavano che le malattie riuscissero ad attecchire nel corpo umano.

La maschera del medico della peste aveva un lungo becco all’interno del quale venivano inseriti fiori secchi, lavanda, timo, mirra, ambra, foglie di menta, canfora, chiodi di garofano, aglio e spugne imbevute di aceto, tutti elementi i quali avrebbero dovuto ridurre al minimo il rischio di contagio per la respirazione di “miasmi” da parte dei medici.

I medici della peste erano dei dipendenti pubblici assunti dai villaggi o dalle città quando una pestilenza colpiva la popolazione. I loro compiti principali erano due: alleviare le sofferenze degli appestati e compilare il libro pubblico in cui venivano registrate le ultime volontà dei moribondi. Durante le fasi acute delle epidemie erano gli unici a poter girare liberamente per le città, nelle quali solitamente vigeva il coprifuoco perenne con pena di morte, e si occupavano di compilare anche i registri funebri per avere una stima completa della conta dei morti.


I medici della peste operarono nelle diverse zone d’Europa colpite dalle pestilenze fra la metà del XIV secolo e la fine del XVIII secolo, e hanno permesso a noi esseri umani moderni di conoscere nel dettaglio le modalità di diffusione dell’epidemia, il numero di morti che provocavano le diverse ondate di “morte nera” e anche la socialità modificata di quei terribili periodi.

Medici della peste, sì, ma soprattutto cronisti di un lungo periodo della storia umana durante il quale il dilagare di un’epidemia poteva con facilità sterminare i piccoli villaggi e ridurre di centinaia di migliaia di persone la popolazione delle città più grandi.

Fonte: vanillamagazine.it


Un sub trova in fondo al mare la spada di un cavaliere crociato risalente a 900 anni fa


 Per secoli una lunga spada appartenente ad un cavaliere crociato è rimasta negli abissi del mare, nascosta sotto la sabbia. Ma qualche giorno fa è stata finalmente rinvenuta da un sub al largo della costa del Monte Carmelo, ad Haifa. 

Ad annunciare l’eccezionale scoperta l’Autorità israeliana per le Antichità (IAA), che sui canali social ha mostrato l’antico reperto in un affascinante filmato.


La spada è conservata in perfette condizioni. È un reperto bello e raro ed evidentemente apparteneva a un cavaliere crociato – ha dichiarato Nir Distelfeld, ispettore dell’unità di prevenzione dei furti dell’IAA – È stato trovato incrostato di organismi marini, ma a quanto pare è di ferro. È emozionante imbattersi in un oggetto così personale, che ti riporta indietro di 900 anni nel tempo in un’era diversa, con cavalieri, armature e spade.


La spada crociata è lunga circa un metro e non è l’unico reperto trovato dal sub. Shlomi Katzin, che è stato premiato con un riconoscimento, ha infatti individuato anche diversi frammenti di ceramica e ancore in pietra e metallo.

Secondo gli esperti, quel tratto di costa israeliana potrebbe custodire tanti altri tesori risalenti al passato. 

I ritrovamenti archeologici nel sito mostrano che serviva da piccolo e temporaneo ancoraggio naturale per le navi in cerca di un riparo – chiarisce Kobi Sharvit, direttore dell’unità archeologia marina dell’Autorità israeliana per le Antichità – La scoperta di vari reperti rivela che l’ancoraggio era utilizzato già durante la tarda età del bronzo, 4000 anni fa. La recente scoperta della spada suggerisce che la caletta naturale sia stata usata anche nel periodo crociato, ovvero circa 900 anni fa.

In poche parole la spada appena ritrovata potrebbe essere soltanto una di una lunga serie di preziosi reperti! 

ROSITA CIPOLLA


venerdì 15 ottobre 2021

La Signora di Elche: il Mistero della “Reina Mora”

 Con quello sguardo fisso e altero la Signora di Elche osserva imperturbabile quello che le accade intorno. E chissà quante cose deve aver visto nei suoi 2500 anni di vita la Reina Mora (regina moresca), anche se per molti secoli ha atteso di rivedere la luce in una buca scavata nella terra, nelle campagne di Elche, in Spagna.

Chi ha sepolto quel misterioso busto di donna voleva proteggerlo, anche se non sappiamo da cosa. Il 4 agosto 1897 è un giorno di lavoro come un altro per i contadini che lavorano su un terreno di proprietà del Dottor Manuel Campello. Un ragazzo di 14 anni aiuta a dissodare il campo e con la zappa urta una pietra. Lui prova ad andare avanti, ma deve fermarsi perché un viso di donna sporge dal terreno.

 Interviene un operaio più esperto, Antonio Maciá, che libera il manufatto ma lo lascia lì, in attesa dell’arrivo di Campello.

Intanto però si capisce che quel busto è stato seppellito lì di proposito, chissà quando, con intorno una protezione di lastre di pietra.

Campello fa trasportare il busto dal terreno a casa sua, a Elche, con un gran numero di curiosi che assistono al viaggio della Reina Mora, come viene subito chiamata dagli abitanti del luogo.


La notizia di quel ritrovamento passa di bocca in bocca e una folla di persone si raduna sotto la casa di Campello, tanto che lui deve mettere la Reina Mora in mostra sul balcone di casa.

 Lei guarda imperturbabile e chissà cosa pensa quando Pedro Ibarra, archeologo e giornalista locale, scrive di lei: “una bella scultura in busto, scolpita con la massima perfezione … Rappresenta l’immagine di un uomo con le caratteristiche più corrette … Grave maestosità unita a una certa dolcezza nell’espressione. Purezza impeccabile che richiama l’arte greca … questa bellissima scultura, credo rappresenti il dio Apollo … La scultura oggetto di ammirazione oggi a Elche e domani del mondo scientifico … arriva a rivelare un altro segreto dei tanti che custodiscono quelle terre … che illustrano il passato del nostro popolo”.

La prima interpretazione è quindi approssimativa e viene subito smentita, anche se in realtà nessuno sa con certezza a chi appartenga quel misterioso volto.

 E’ certamente una donna che indossa preziosi gioielli e ricche vesti, ma chi fosse è difficile dirlo: forse una dea, o una sacerdotessa, o un personaggio importante dell’aristocrazia con abiti cerimoniali. 

La cosa che più colpisce è l’elaborato copricapo, con quelle due grandi “ruote” (dette rodeti) ai lati del viso, unite da una tiara posta sopra un velo.

La scultura, in pietra calcarea, oggi affascina anche per i suoi spenti toni ocra, che la rendono una figura misteriosa e senza tempo. Originariamente però l’opera, probabilmente a figura intera, era policroma, con labbra rosse e abiti colorati, mentre gli occhi erano ricoperti di pasta vitrea.

 Il mantello che copre le spalle è appuntato al centro del petto con una fibula, ma lascia scoperte le preziose collane porta-amuleti, un tempo ricoperte di foglie in oro, come i due lunghi orecchini pendenti.

La scultura, che sicuramente fu realizzata nel IV secolo a.C. nella stessa area dove è stata trovata, risente di influssi ellenistici e forse lo sconosciuto artista era proprio greco.

Tuttavia sono molte le domande che ancora non trovano risposta e danno adito ad interpretazioni diverse. 

Forse la Signora di Elche è una rappresentazione della dea della fertilità fenicia, Tanit, peraltro adorata anche in Spagna al tempo del dominio di Cartagine.


C’è stato anche chi ha messo in dubbio l’autenticità della statua, “troppo delicata per essere stata scolpita nella Spagna precristiana” (John Moffit, 1995), ma successivi studi sulle tracce dei pigmenti hanno dimostrato che si tratta di un’opera antica.

Un altro studio, condotto nel 2011, ha scoperto che il busto fu usato come urna cineraria. Allora forse quella donna, dalla bellezza idealizzata e dallo sguardo grave, era una dea che accompagnava il defunto nel suo viaggio ultraterreno?

Nessuno potrà mai dirlo con certezza. Quel che è certo invece, è che la misteriosa Signora di Elche, considerata simbolo dell’identità iberica,  ha influenzato l’arte spagnola del ’900, da Picasso a Dalí, che la definì come: “una nuova idea di bellezza, con la gloria di una regina, l’attrattiva di un angelo e la forza di un’amazzone”.

Fonte: vanillamagazine.it

sabato 25 settembre 2021

Vinicunca, la Montagna Arcobaleno del Perù


 Il nome geografico è Vinicunca ma è conosciuta come la Montagna dei Sette Colori o la Montagna Arcobaleno e si trova in Perù. Si tratta di una montagna alta oltre 5000 metri che fa parte della catena delle Ande ed è uno straordinario spettacolo offerto da madre natura con i suoi colori che vanno dall’azzurro al viola, dall’ocra all’arancio al verde e che si stagliano sul cielo terso che sovrasta la catena montuosa.

Si tratta di un maestoso paesaggio variopinto che solo da circa 40 anni è possibile ammirare poiché prima era rimasto coperto dalle nevi perenni. Tuttavia, non si tratta di un’esperienza semplice poiché l’altitudine e la difficoltà per arrivare alla montagna richiedono fatica e la presenza di una guida esperta.



Vinicunca è rimasta per molto tempo nascosta sotto uno strato spesso di ghiaccio, ma una volta che questo si è sciolto ha fatto emergere tutta la tavolozza di colori che caratterizza la montagna.
Solo 40 anni fa, infatti, a causa dell’innalzamento delle temperature, la neve perenne e il ghiaccio sciogliendosi hanno lasciato emergere tutta la suggestione di questo variopinto paesaggio.

Milioni di anni fa si sono depositati in questo luogo una serie di materiali come: ferro, zolfo, rame, dolomite ed ematite che oggi creano questo straordinario effetto.
Questi colori naturali dovuti alla composizione di minerali che si sono depositati sulle pareti della montagna hanno una storia millenaria poiché questi si sono sovrapposti a seguito della collisione delle placche tettoniche.

Fonte: meteoweb.eu

sabato 18 settembre 2021

Una spiaggia di stelle: ecco cos’è la sabbia di Hoshizuna-no-Hama


 Hoshizuna-no-Hama, letteralmente, significa “spiaggia della sabbia di stelle”. E non potrebbe essere altrimenti, visto la peculiarità di questa spiaggia dell’isola di Taketomi-Jima, nella prefettura giapponese di Okinawa.

Qui, infatti, la sabbia è formata da centinaia di migliaia di piccole stelle a cinque e a sei punte. Uno spettacolo unico, che nei secoli ha alimentato leggende ed ha continuato ad attrarre turisti provenienti da ogni parte del Globo.

In realtà, queste piccole stelle millimetriche altro non sono che gli esoscheletri di Baculogypsina sphaerulata. Queste minuscole creature abitano i profondi fondali oceanici e le punte che conferiscono l’aspetto di stelle consentono loro di spostarsi.
Quando questi organismi marini muoiono, gli esoscheletri vengono trascinati a riva dalle correnti oceaniche. Il momento migliore per ammirare le spiaggia stellata di Hoshizuna-no-Hama, infatti, è dopo una mareggiata: le onde depositano migliaia di esoscheletri lungo la riva, conferendo alla località balneare un aspetto unico al mondo.

La presenza di queste eccezionali creature ha, nel corso dei secoli, alimentato miti e leggende. Secondo i racconti locali, le piccole stelle sarebbero nate dall’unione tra la Stella Polare e la Croce del Sud. La tradizione racconta che le stelle sarebbero state generate proprio nel mare al largo di Okinawa, ma che un feroce serpente marino le avrebbe subito uccise, lasciando in mare i loro piccoli scheletri.
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