mercoledì 6 maggio 2020
Ma i Romani facevano davvero il "saluto romano"?
Che i Romani si salutassero davvero con il cosiddetto saluto romano - adottato poi dal regime fascista e quindi dal nazismo per un collegamento propagandistico con i fasti dell'Impero Romano - si tratta soltanto di un falso mito: nessuna testimonianza o reperto alludono, infatti, al gesto del braccio destro teso e alzato.
L'equivoco nacque in epoca moderna, a partire dal successo del dipinto Il giuramento degli Orazi (1784), di Jacques-Louis David, esposto al Louvre di Parigi, dove sono rappresentati tre fratelli romani, gli Orazi, che con un braccio teso prestano un giuramento col padre.
Questo equivoco, poi, si diffuse ulteriormente attraverso la letteratura e il cinema.
Com'erano allora i saluti al tempo dei Romani?
Abbastanza simili ai nostri.
Sappiamo infatti che i militari si portavano la mano destra all'altezza dell'elmo e che amici e familiari ricorrevano ad abbracci e baci, mentre gli sposi, all'atto del matrimonio, si stringevano solennemente la mano destra.
Nessuna traccia dunque di saluti romani, fatta eccezione per un gesto simile a una benedizione, talvolta accennato da generali e imperatori, in occasione dei discorsi pubblici.
Fonte: Focus. it
domenica 3 maggio 2020
Scoperte tre navi, probabilmente romane, in una miniera di carbone in Serbia
I minatori di carbone in Serbia hanno fatto una scoperta inaspettata: tre navi probabilmente romane, sepolte nel fango di un antico letto del Danubio da almeno 1.300 anni.
La più grande è una nave fluviale a fondo piatto lunga 15 metri. Due barche più piccole, ciascuna ricavata scavando un unico tronco d’albero, potrebbero anche essere state delle piroghe (monossili) usate dagli invasori per attraversare il fiume e attaccare la frontiera romana.
La miniera di superficie di Kostolac si trova vicino all’antica città romana di Viminacium, un tempo capitale della Mesia superiore e base di un distaccamento della flotta Romana sul Danubio.
All’epoca dell’Impero romano, il Danubio o uno dei suoi rami più grandi scorrevano nella terra ora occupata dalla miniera.
Le tre navi giacevano sepolte sotto 7 metri di limo e argilla che le hanno conservate per secoli in buone condizioni. Sono state portate alla luce dagli escavatori dei minatori, che le hanno però rovinate: «Circa il 35-40% della nave grande è stato danneggiato», ha dichiarato ad Ars Technica l’archeologo Miomir Korac, direttore dell’Istituto archeologico e capo del Viminacium Science Project. «Tuttavia abbiamo raccolto tutti i pezzi e dovremmo essere in grado di ricostruirla quasi per intero».
La nave grande aveva un ponte, almeno sei paia di remi e montava la vela latina triangolare. L’equipaggio consisteva di 30-35 marinai e lo scafo mostra segni di riparazione.
Al contrario, le due piroghe scoperte erano molto più rudimentali, sebbene una avesse decorazioni scolpite sullo scafo.
Venivano chiamate monossili ed erano una sorta di mezzi da sbarco. «Un monossile non è una nave da combattimento. È solo un modo per attraversare il fiume e invadere a terra», ha detto Korac. «Di fronte a navi più grandi, i monossiloni venivano facilmente sconfitti, come testimoniano fonti del VI secolo: menzionano una flotta romana di Singidunum (Belgrado) che respinge attacchi barbarici».
La nave più grande sembra di origine romana, ma non è da escludere che fosse più antica o più tarda.
Per avere una risposta certa, Korac ha inviato campioni di legno a un laboratorio per l’analisi al radiocarbonio, ma la pandemia COVID-19 sta tenendo tutto in sospeso.
Ad ogni modo, le fonti non menzionano alcun porto dopo che Viminacium venne distrutta degli Avari nel 584 d.C.
Le tre navi potrebbero dunque testimoniare il commercio o il conflitto lungo la frontiera romana.
Qui vicino vi era la base navale romana di Viminacium, e si può immaginare una battaglia sul Danubio tra una nave da guerra romana e invasori nelle piroghe.
Non sono note battaglie fluviali vicino a Kostolac, ma un paio ebbero luogo più a monte, vicino ai porti romani di Singidunum e Sirmium (Sremska Mitrovica).
La mancanza di segni di combattimento e di manufatti sulle barche, impedisce al momento di identificarne lo scopo.
«Le navi furono abbandonate o evacuate. Non affondarono improvvisamente col carico», ha detto Korac. «Se ciò accadde durante l’invasione barbarica e il ritiro delle truppe romane, la nave grande potrebbe essere abbandonata e affondata per non cadere nelle mani del nemico».
Al momento, scavi e analisi sono in sospeso, ma i tre relitti sono stati trasferiti nel vicino parco archeologico.
Fonte: ilfattostorico
sabato 2 maggio 2020
Hidden Beach: la spiaggia nascosta più bella al mondo, Messico
Hidden Beach, conosciuta anche come Playa del Amor, è una spiaggia da sogno situata nell’arcipelago delle Isole Marieta, un gruppo di splendide isole disabitate ad ovest di Puerto Vallarta, in Messico.
Un piccolo paradiso di sabbia bianchissima bagnato dalle acque cristalline dell’Oceano Pacifico.
Si tratta di una spiaggia segreta, nascosta all’interno di un antico cratere vulcanico e completamente invisibile dall’esterno. Accessibile solo via mare, si raggiunge esclusivamente a nuoto o a bordo piccole canoe attraverso un tunnel che, tra l’acqua e la roccia lascia uno spazio di circa 6 metri soltanto durante la bassa marea.
La sua formazione, attribuita all’intensa attività vulcanica che nei millenni ha formato l’intero arcipelago, sembra però avvenuta a causa dell’esplosione di una bomba .
Nei primi anni del Novecento queste isole, in quanto deserte, sono state oggetto di varie esercitazioni militari da parte dal governo messicano.
Infatti, si ritiene che a spalancare questa apertura, dando vita a questa suggestiva spiaggia sotterranea, sia stata proprio una grossa esplosione.
Oggi Hidden Beach è parte del Parco Nazionale delle Isole Marieta, tutelata dal governo contro la pesca, la caccia e l’attività umana.
Un patrimonio protetto, soprattutto grazie all’intervento di un gruppo di scienziati guidati dall’esploratore Jacques Cousteau che nel 1960 guidò una protesta per convincere le autorità messicane a cessare qualsiasi pratica dannosa all’ immensa ricchezza naturalistica di queste isole.
Fonte: mybestplace
venerdì 1 maggio 2020
Le pietre tombali dei Cavalieri di Malta nella Concattedrale di San Giovanni
Recandosi in visita alla Concattedrale di San Giovanni, a Malta, è facile rimanere abbagliati dalle pareti e dai soffitti riccamente decorati, capolavoro del barocco del XVI e XVII secolo patrimonio UNESCO, ornati con soffitti ornati, affreschi e foglie in oro.
A livello del terreno c’è però un altro tesoro, le tombe dei Cavalieri dell’Ordine dell’Ospedale di San Giovanni di Gerusalemme, comunemente conosciuti come Cavalieri di Malta, che difesero l’arcipelago di Malta dagli assalti dei pirati e poi dalla brama di conquista dell’Impero Ottomano.
Fu proprio l’ordine dei Cavalieri a volere l’edificazione della Concattedrale, quando ormai le loro imprese militari erano diventate celebri in tutta Europa.
Nel 1578, qualche anno dopo la minaccia scampata della conquista ottomana, fu inaugurata la Concattedrale di San Giovanni, nella quale furono traslati i circa 400 cavalieri caduti durante il Grande Assedio.
La battaglia era infatti meritevole di essere ricordata nei secoli a venire.
Nel 1565 Solimano il Magnifico inviò una forza di circa 48.000 uomini a invadere e conquistare l’isola.
I Cavalieri erano infinitamente inferiori come numero, potendo contare su circa 550 cavalieri e 5.000 soldati.
La tenacia con cui i Cavalieri difesero l’isola entrò nella leggenda della storia militare, e i 400 Cavalieri caduti furono sepolti con tutti gli onori.
Dopo aver combattuto anche nella gigantesca battaglia navale di Lepanto, nel 1571, l’Ordine dei Cavalieri di Malta commissionò la costruzione della Concattedrale, che venne edificata in brevissimo tempo.
Sul pavimento rimane la testimonianza dei Cavalieri e delle loro epiche imprese militari.
Le loro pietre tombali sono caratterizzate da scheletri, uno dei memento mori maggiormente ricorrenti di tutta l’antichità.
Se vi recate in visita presso la cattedrale non dimenticate di rivolgere il vostro sguardo anche verso il terreno.
Troverete la testimonianza di guerrieri che vinsero un’epica battaglia.
Fonte: vanillamagazine.it
martedì 28 aprile 2020
In Spagna c’è un’enorme voragine nel terreno, unica in Europa
Un luogo così suggestivo da non sembrare neanche vero.
Si chiama “Sima de San Pedro”, voragine di San Pietro.
Si tratta di un’enorme voragine che si trova in Spagna, nei pressi di Oliete, un piccolo comune spagnolo di 357 abitanti situato nella comunità autonoma dell’Aragona.
Per secoli, la “Sima” di San Pedro è stato un luogo inquietante e minaccioso, una fossa dove un sasso lanciato all’interno impiegava parecchi secondi per raggiungere il fondo, immerso in un silenzio rotto solo dall’eco della pietra spinta nella voragine.
Un luogo che non si incontra per caso perché al di fuori dei percorsi turistici comunemente battuti.
Ma una volta giunti sul posto lo spettacolo è mozzafiato.
Si apre una voragine larga 85 metri e profonda circa 100. Per ammirarla da vicino è presente una passerella che si staglia nel vuoto.
Per il suo valore geologico, l’abisso è considerato unico in Europa e viene talvolta utilizzato per organizzare gare di speleologia nazionali e internazionali.
Una discesa nel suo cuore infatti è una delle avventure più “vertiginose” per gli amanti delle arrampicate.
La fossa ha origini molto antiche, è circondata da materiali risalenti al periodo giurassico e ospita circa 25 specie tra anfibi, rettili, uccelli e mammiferi, pipistrelli, gracchi dal becco rosso e taccole.
Anche nella parte inferiore della voragine, la vita si fa strada con un’intensità inimmaginabile dalla cima. Infatti nel fondo dell’abisso di San Pedro è presente un lago profondo 22 metri che contiene circa 560.000 metri cubi d’acqua.
La cittadina più vicina è Oliete, dove vivono meno di 360 persone, caratterizzata da stradine ripide e strette intervallate da canali d’acqua. E il paesaggio, per molti chilometri intorno, è di colore ocra, quasi desertico e caratterizzato da una bellezza austera.
FRANCESCA MANCUSO
domenica 26 aprile 2020
Senza inquinamento, le onde della spiaggia di Acapulco tornano a brillare per la prima volta in 60 anni
Il plancton bioluminescente ha fatto tornare a risplendere le onde del mare di blu fluorescente regalando uno spettacolo impressionante ai fortunati residenti che hanno assistito al fenomeno lungo la spiaggia di Puerto Marqués ad Acapulco, in Messico e postato sui social foto e video del meraviglioso bagliore.
Le immagini riprese lunedì 20 aprile, mostrano il litorale di Acapulco che brilla di blu mentre le onde si infrangono sulla sabbia, un raro evento prodotto dalla “reazione biochimica” innescata dai microorganismi bioluminescenti depositati. Probabilmente il fenomeno è da attribuire in parte alla mancanza di attività umana provocata dal lockdown per il coronavirus.
La riduzione dell’inquinamento e la mancanza di persone in acqua avrebbero favorito il propagarsi del fitoplancton luminoso.
Secondo il biologo marino Enrique Ayala Duval che su sabersinfin.com spiega come la bioluminescenza sia da attribuire all’evoluzione e alla maggiore presenza di ossigeno: “La bio-luminescenza è la luce prodotta a seguito di una reazione biochimica a cui partecipano la maggior parte delle volte luciferina [proteina], ossigeno molecolare e ATP [adenosina trifosfato], che reagiscono per mezzo dell’enzima luciferasi nel modo seguente: l’ossigeno ossida la luciferina, la luciferasi accelera la reazione e l’ATP fornisce l’energia per la reazione, producendo notevole acqua e luce particolarmente visibile durante la notte.
Inizialmente, quando l’atmosfera terrestre aveva una concentrazione quasi zero di ossigeno e l’ossigeno stava gradualmente aumentando a causa della crescente presenza di organismi fotosintetici, gli organismi sono stati rilasciati dall’ossigeno, che è stato quindi tossico per loro, con la reazione di bioluminescenza, producendo acqua”.
Il biologo spiega anche come il fenomeno può essere sfruttato dall’uomo per rilevare sostanze tossiche e mutagene negli ambienti acquatici: aggiungendo queste sostanze tossiche alle colture batteriche luminescenti, infatti, si registra la diminuzione dell’intensità bioluminescente.
Un dato, questo, che conferemebbe dunque che la riduzione dell’inquinamento potrebbe essere proprio alla base del ritorno della bioluminescenza sulle spiagge di Acapulco.
Tutto molto bello, peccato solo che l’uomo non possa proprio fare a meno di intervenire: tra i video postati anche quelli di alcune persone che hanno violato la quarantena e approfittato dello spettacolo offerto per fare un bagno.
Fonte: greenme.it
venerdì 24 aprile 2020
Trovato un teschio di ariete all’interno di un’antica testa di argilla Sciita
Molte culture attraverso i secoli hanno praticato bizzarri e raccapriccianti funebri, ma pochi lo hanno fatto come gli sciti dell’antica Siberia.
Oltre 40 anni fa, alcuni archeologi hanno scoperto, in un’antica tomba in Siberia, questa testa di argilla eccezionalmente inquietante.
Come se non bastasse la particolare stranezza di questo artefatto, la scansione a raggi X fatta in seguito della testa, ha rivelato che conteneva un cranio di ariete incorporato al suo interno
La testa di argilla, risalente a 2.100 anni fa, fu trovata nel 1968 accanto ai resti carbonizzati di 13-15 persone, dal professore sovietico Anatoly Martynov.
Scoperto a Minusinsk Hollow, tra le montagne della Siberia meridionale, si ritiene che il cimitero appartenga alla cultura di Tagarsk, risalente all’età del bronzo della Siberia.
I tagarsk sono tra i gruppi meglio studiati delle culture scitiche orientali, un termine usato per descrivere un gruppo di guerrieri nomadi che scatenarono l’inferno in lungo e in largo, nella steppa eurasiatica da circa il 900 a.C. al 200 d.C.
La cultura del loro muoversi era essenzialmente l’antico equivalente di una banda di motociclisti: nomadi tatuati con mohawk che pattugliavano senza paura le pianure eurasiatiche a cavallo.
Gran parte di ciò che sappiamo di questa antica cultura è stato appreso attraverso le loro grandi sepolture, spesso sparse nella steppa eurasiatica e spesso cariche di gioielli e armi d’oro .
Ma anche per i loro standard, questa scoperta è stata eccezionale.
Quando gli archeologi studiarono per la prima volta la testa di argilla negli anni ’70, sospettavano che fosse un vero teschio umano, incrostato di argilla e scolpito per assomigliare a un volto umano, una pratica di quell’epoca che era stata precedentemente documentata nella zona.
Tuttavia, i ricercatori hanno iniziato a sospettare che in realtà non fosse un cranio umano, osservando la forma della testa che “non corrisponde alla dimensione interna del cranio umano ma è molto più piccola”.
Nel 2010, i ricercatori dell’Istituto di archeologia ed etnografia russa del ramo siberiano della RAS, hanno usato una tecnica nota come tomografia a raggi X calcolata sulla testa dell’argilla e hanno rilevato che conteneva il cranio di una pecora o di un ariete.
Anche se difficilmente potremo conoscere mai il pieno significato di questo elaborato rituale di morte, i ricercatori hanno alcuni sospetti su cosa potrebbe significare.
Scrivendo nella pubblicazione russa Science First Hand (SCFH) , la professoressa Natalia Polosmak spiega che la sepoltura potrebbe essere stata usata per un uomo il cui corpo non era stato trovato, forse perché scomparso, annegato o perso in battaglia in terre lontane.
In assenza del loro corpo, la testa di argilla sarebbe stata utilizzata per creare una cosiddetta “bambola sepolcrale” per rappresentare fisicamente la loro anima mentre trapassava nell’aldilà.
“Le ossa del cadavere erano state unite con ramoscelli, avvolti con mazzi di erba e cucite con pelle spessa e il risultato era una bambola funeraria”, scrive Polosmak.
L’uso del cranio di ariete, tuttavia, è un po ‘più incerto. Il professor Polosmak osserva che gli arieti avevano una grande importanza per molti popoli antichi, compresi gli antichi egizi, le culture nomadi mongole e altre culture in tutta l’Asia centrale.
Forse, in questo caso, il montone è stato usato per incarnare o simboleggiare un aspetto dell’anima della persona.
Fonte: www.iflscience.com
mercoledì 22 aprile 2020
Cosa ci fanno tre antiche barche di legno in una miniera della Serbia?
Mentre piccavano come ogni altro giorno, i minatori di carbone di Kostolac, in Serbia, hanno trovato i relitti di tre antiche imbarcazioni, una di origine romana.
Ma come ci sono arrivate in una miniera a cielo aperto?
Il sito si trova non lontano dall'antica città romana di Viminacium e quella che oggi è una miniera, fino a 1300 anni fa potrebbe essere stato un ramo prosciugato del Danubio.
Secondo l'archeologo Miomir Korac del Viminacium Science Project la più grande delle tre imbarcazioni rinvenute, purtroppo gravemente danneggiata dalle attrezzature dei minatori, era lunga 15 metri, aveva il fondo piatto, un solo ponte e almeno sei paia di remi oltre agli accessori per una vela triangolare: una tecnica di costruzione tipicamente romana.
Le due barche più piccole sono state invece scolpite da singoli tronchi d'albero. E si pensa che siano state costruite dai popoli slavi per attraversare il fiume.
Non si sa se le navi siano state abbandonate, vittime di una tempesta o affondate appositamente durante l'invasione della città nel 600 dopo Cristo, per tenerle fuori dalle mani nemiche.
La datazione al radiocarbonio ora potrebbe aiutare a rispondere ad alcune di queste domande, ma serviranno studi più approfonditi per ricostruire la storia dei relitti insolitamente ritrovati in una miniera.
Quando l'Impero romano governava gran parte dell'Europa meridionale, diversi rami del Danubio scorrevano attraverso questa terra, formata in gran parte da limo e argilla, materiali che conservano bene il legno.
«Circa il 40% della nave romana è stata danneggiata, ma dovremmo essere in grado di ricostruirla quasi per intero».
E con un po' di fortuna, la ricostruzione aiuterà gli archeologi a svelare il mistero.
Fonte:lastampa.it
lunedì 20 aprile 2020
Gli artisti greci antichi dipingevano scimmie trovate in un altro continente a miglia di distanza
Le antiche opere d'arte greche raffiguranti scimmie endemiche solo nelle regioni dell'Africa hanno a lungo confuso gli archeologi. Come potrebbero gli artisti aver visto primati non umani trovati a migliaia di miglia di distanza, e cosa ci dice questo sul mondo antico?
Ora, un'analisi di due affreschi minoici tenta di rispondere a queste stesse domande.
La prima è un'opera d'arte incredibilmente dettagliata scoperta nell'insediamento di 3.600 anni di Akrotiri, Thera, in cui si vede una piccola scimmia dalla faccia nera arrampicarsi in un "contesto paesaggistico".
Con una fascia bianca sulla fronte dell'animale e con lunghe braccia e gambe, il dipinto è così accurato che i ricercatori sono stati in grado di identificare le specie come scimmie vervet , che sono endemiche nell'Africa orientale.
Sulla vicina isola di Creta, altri primati dipinti di blu sono raffigurati con una vita stretta, un torace spesso e un naso senza peli indicativo di una delle diverse sottospecie di babbuini, che si trovano anche solo in Africa.
Ma se nessuno dei primati è originario del Mediterraneo, come avrebbero fatto gli artisti antichi a dipingerli?
"Entrambi i gruppi di primati erano probabilmente rappresentati in origine nei siti minoici dopo essere stati osservati nella terraferma africana", scrivono gli autori nella rivista Antiquity, osservando che l'artista ha visto direttamente le scimmie o ha parlato con qualcuno che le aveva viste.
I dipinti forniscono una nuova comprensione degli affreschi minoici e dell'interconnessione del mondo antico, contribuendo a dimostrare che gli antichi Greci avevano contatti con le persone, o per lo meno animali selvatici, dell'Africa.
Certo, le scimmie non sono blu.
I ricercatori aggiungono che la percezione culturale influenza il modo in cui i colori sono classificati, quindi potrebbe essere che l'artista abbia pensato al blu come a un grigio.
Altre opere d'arte minoiche raffigurano oggetti grigi, come squame di pesce, anche come una colorazione blu.
Tuttavia, potrebbe essere che il colore sia stato preso in prestito dagli antichi egizi che usavano il blu in "contesti sacri", un concetto che è ulteriormente evidenziato da altri pezzi di opere d'arte minoiche che associano i babbuini alla raccolta di fiori ", oltre a usare spade e suonare musica su strumenti simili a lira.
" Le società minoiche fiorirono durante l'età del bronzo da circa 3000 a.C. a 1.100 a.C.
La cultura è in gran parte caratterizzata dalla sua arte e architettura uniche che si diffondono ad altre culture in tutto il mondo.
I risultati "suggeriscono fortemente" che i minoici avevano familiarità con almeno due specie di scimmie cercopithecid, promuovendo l'idea che le società del Mediterraneo potrebbero essere state ampiamente interconnesse con il resto del mondo.
Fonte: www.iflscience.com
martedì 14 aprile 2020
Bologna: la prima città al mondo che abolì la schiavitù
Bologna, 25 agosto 1256. Nel cuore della città, in Piazza Maggiore, suona la campana del Palazzo del Podestà, che richiama tutti i bolognesi:
Il Podestà e il Capitano del Popolo devono fare un annuncio importante
Loro non lo sanno ma con quell’atto, il Paradisum voluptatis (chiamato Liber Paradisum), assicurano a Bologna un altro dei primati di cui andare fiera in futuro.
La legge, emessa nel 1256 e applicata un anno dopo, è la prova del grado di civiltà raggiunto dalla città, in anticipo addirittura di secoli rispetto non solo ad altri Comuni italiani, ma a nazioni intere.
E’ l’atto di abolizione della schiavitù, o meglio della servitù della gleba:
“Paradisum voluptatis plantavit dominus Deus omnipotens a principio, in quo posuit hominem, quem formaverat, et ipsius corpus ornavit veste candenti, sibi donans perfectissimam et perpetuam libertatem”.
E’ l’incipit della nuova legge, che rifacendosi alla creazione dell’uomo come narrata nella Bibbia, recita:
“In principio il Signore piantò un paradiso di delizie, nel quale pose l’uomo che aveva formato, e aveva ornato il suo stesso corpo di una veste candeggiante, donandogli perfettissima e perpetua libertà”
La liberazione dei servi parte da una motivazione religiosa: Dio ha creato l’uomo libero e la schiavitù è quindi qualcosa che va contro il volere divino
Un assunto di carattere etico semplice, ma non evidentemente scontato, che prende il via dalla Battaglia di Fossalta del 1249, che vede sconfitte molte delle signorie che dominano le aree rurali del bolognese.
Anche se la città esce vincitrice, è costretta a fare un’analisi, oltre che etica, anche di tipo economico.
Bologna è all’epoca una città dove stanno cambiando molte cose: l’economia non si basa più solo sull’attività agricola, c’è un commercio fiorente e una vivace vita culturale, grazie all’Università, la prima fondata in Europa, dove studiano all’incirca duemila studenti, che portano denaro e ricchezza.
Senza contare poi che con la liberazione dei servi sarebbe aumentata anche la produttività dei terreni, e soprattutto sarebbe aumentato il numero di persone soggette a tassazione: quei circa 6000 servi avrebbero contribuito alle entrate fiscali della città per assicurarsi che questa nuova fonte di introito rimanesse a Bologna, è fatto obbligo ai servi liberati di rimanere entro i confini cittadini.
Per mettere in atto la legge emessa nel 1256 il Comune intavola delle trattative con le famiglie nobili proprietarie dei servi della gleba: per ognuno di loro il governo della città riconosce loro la cifra di 10 lire d’argento, e di 8 per i minori di quattordici anni. Alla fine, per liberare 5855 schiavi, il comune spende 54.014 lire bolognesi.
Sia che fossero prevalenti i motivi economici oppure quelli etici, il risultato fu comunque che da allora più nessuno, a Bologna, fu costretto a vivere in una condizione di quasi totale mancanza di libertà.
Fino ad allora i servi della gleba erano in una condizione senza speranza: la schiavitù passava di padre in figlio, e il loro destino era incatenato a quella zolla di terra (gleba in latino) sulla quale erano nati, venduti insieme ad essa se il terreno passava di proprietà.
Dei frutti del loro lavoro rimaneva poco o niente, divisi tra il padrone e le decime dovute al clero.
Il resto del mondo tardò molto ad adeguarsi: l’Europa lo fece solo agli inizi dell’800, e la Russia zarista nel 1861.
Gli Stati Uniti abolirono la schiavitù nel 1865 e il Brasile nel 1888.
Tutto questo sulla carta, perché possiamo onestamente affermare che la schiavitù non esiste più?
Il Paradisum, forse, può attendere…
Fonte: vanillamagazine.it
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