web

lunedì 9 marzo 2020

La storia delle 1.200 sculture del tempio Otagi Nenbutsu-ji a Kyoto


Il tempio di Otagi Nenbutsu-ji si trova incastonato in cima a una collina, circondato da circa 1.200 sculture in pietra. 
Lungo un percorso turistico remoto, fuori dai passaggi tradizionali che affollano le vie più centrali di Kyoto, il tempio è un’oasi di calma, privo della masse di visitatori che affollano gli altri centri della città. 

 Nonostante sia poco conosciuta, la storia del tempio è antichissima, e risale al 770 dopo Cristo, quando l’Imperatrice Shōtoku ne ordinò la costruzione.
 Fin da subito il luogo di culto fu al centro di una serie di eventi come guerre e inondazioni, che lo portarono ad essere spostato più volte nei pressi della città, nel frattempo divenuta capitale del Giappone. 

 L’ultimo episodio fu negli anni ’50, quando un tifone distrusse buona parte della struttura e spinse un monaco di nome Kocho Nishimura a spostare il tempio di Otagi Nenbutsu-ji nella posizione odierna. 
Il volenteroso sacerdote iniziò a ricostruire l’edificio in una delle colline del quartiere di Arashiyama, ai margini di Kyoto.


Nishimura non solo ricostruì il tempio, ma lo arricchì con una serie di statue di forma tipicamente buddista.

 Le statue sono conosciute come “Rakan”, e hanno espressioni divertite e divertenti, e ognuna di loro è diversa dalle altre.
 Questo piccolo compendio di opere d’arte è infatti stato realizzato non solo dal monaco ma da tutta la comunità religiosa.


Fra il 1981 e il 1991 il Kocho convinse i fedeli visitatori del tempio ad aiutarlo nella realizzazione delle opere, e il risultato furono 1.200 sculture caratterizzate da dettagli unici come tazze da tè, attrezzatura sportiva, oggetti tecnologici come una macchina fotografica, libri, coroncine e via discorrendo.


Le 1.200 statue raffigurano i discepoli di Buddha, e sono pacifici guardiani del tempio coperti di muschio. 
La loro presenza rende la visita al tempio un’esperienza divertente oltre che religiosa, e consente di immergersi in una dimensione mistica, quasi fuori dal tempo.

 MATTEO RUBBOLI

domenica 8 marzo 2020

8 marzo: non è la festa delle donne, ma una ricorrenza!


In principio serviva a ricordare tutte le battaglie fatte dalle donne in campo sociale, economico e politico e a tenere viva l’attenzione sulla violenza e la discriminazione che non si possono dire superate. 
 Una giornata che ha origini americane, negli Stati Uniti esiste dal 1909 e in Italia dal 1922 e che nasce quindi con fine nobile e lontano dalla connotazione consumistica in cui si è trasformata. 
È in quest’ottica che la Festa della donna non ha più senso, perché di certo non serve una data celebrativa per sentirsi donne. 
 Se la si vede da un’altra prospettiva, ovvero che l’8 marzo non è un giorno di festa, ma una celebrazione per le donne che riuscirono con forza e coraggio ad ottenere gli stessi diritti degli uomini, la parità quindi dei sessi, l’uguaglianza sul lavoro e via dicendo, potrebbe invece averne. 


 Perché l’8 marzo? 

È ormai versione fantasiosa diffusa che in questa data venga ricordato un incendio in una fabbrica di New York, in cui morirono un centinaio di donne.
 La disgrazia di certo ci fu, ma il 12 marzo e soprattutto molti anni dopo che la Giornata della donne veniva celebrata. 
 In realtà, il Woman’s Day negli Stati Uniti, nasce dopo qualche tempo dal VII Congresso della II Internazionale socialista, tenuto a Stoccarda dal 18 al 24 agosto 1907. 
Durante la conferenza, in mancanza dell’oratore ufficiale, prese la parola la socialista e attivista dei diritti delle donne Corinne Brown, che non perse occasione per parlare dello sfruttamento delle operaie, delle discriminazioni sessuali e della possibilità del suffragio universale. 

 Non ci furono ovviamente grandi trasformazioni, se non quella di creare consapevolezza nel potere delle donne.

 Iniziarono battaglie e manifestazioni, fino alla celebrazioni della prima giornata della donna il 28 febbraio 1909. 

 Una svolta significativa si ebbe nel 1910 quando 20mila operaie scioperarono per tre mesi a New York. 
Da qui, la Conferenza internazionale delle donne socialiste di Copenaghen, istituì la giornata di rivendicazione dei diritti femminili. 
Piano piano anche l’Europa aderì alle celebrazioni fino alla Prima guerra mondiale.


 La scelta dell’8 marzo, ha invece origine russe. 
In quella data, nel 1917 a San Pietroburgo le donne si riunirono in una grande manifestazione per rivendicare diritti e la fine della guerra, un appello inascoltato che sfociò nella rivoluzione russa.


 La Festa della donna non celebra più il coraggio e la determinazione delle donne, tant’è che in pochissimi sanno cosa esattamente si ricorda. 

Mimose, regali, cene fuori, spogliarelli non rappresentano quindi il vero spirito di una giornata in cui dovrebbe essere ricordato il sacrificio di tantissime donne. 

 Dominella Trunfio

venerdì 6 marzo 2020

Una spada anatolica del 3.000 a.C.


L’archeologa Vittoria Dall’Armellina, dell’Università di Ca’ Foscari, ha scoperto un’antichissima spada nel Museo di San Lazzaro degli Armeni a Venezia. 
L’arma era stata erroneamente collocata in una vetrina con oggetti di epoca medievale. 
La spada invece è molto simile alle spade più antiche del mondo, risalenti a circa cinquemila anni fa, rinvenute nel Palazzo Reale di Arslantepe in Turchia.


Vittoria Dall’Armellina stava visitando il Museo di San Lazzaro degli Armeni, quando la sua attenzione era stata attirata da una piccola spada in mezzo a reperti medievali. 
Tuttavia Dall’Armellina, il cui dottorato verte proprio sulla nascita e lo sviluppo della spada nel Vicino Oriente antico, aveva capito che spada era ben più antica.

 Le analisi scientifiche hanno confermato che la spada è simile a quelle più antiche del mondo, risalenti al 3000 a.C., non solo nella forma ma anche nella composizione della lega.


 Come ha fatto però un’arma anatolica a finire in un monastero della Congregazione Mechitarista a Venezia? 
Per rispondere a questa domanda, Dall’Armellina si è avvalsa della preziosa collaborazione con Padre Serafino Jamourlian, del Monastero di San Lazzaro degli Armeni, il quale, consultando gli archivi del museo, ha contribuito a svelare una parte di questa lunghissima storia. 
Un foglietto scritto in armeno attesta che un mercante d’arte e collezionista, tale Yervant Khorasandjian, fece una serie di donazioni al celebre teologo Padre Ghevond Alishan, monaco della Congregazione Mechitarista. 
Ghevond Alishan morì a Venezia nel 1901, quindi la vicenda si colloca verosimilmente negli ultimi decenni dell’800.
 Il biglietto d’accompagnamento alla spada svela anche il luogo del ritrovamento: “Il Sig. Yervant Khorasandjian, che abitava a Trebisonda, manda in regalo a Padre Ghevont (Leonzio) Alishan, tramite Padre Minas Nurikhan, monaco mechitarista, fondatore e direttore del Collegio Mechitarista di Trebisonda (1882-1894), una spada di bronzo, ritrovata nei pressi di Trebisonda e precisamente a Kavak”.


Le analisi sulla composizione del metallo sono state condotte in collaborazione con la professoressa Ivana Angelini e il centro CIBA dell’Università di Padova. 

La spada è risultata essere di rame arsenicato: una lega di rame e arsenico molto comune prima della diffusione del bronzo. 
Questo dato e la marcata somiglianza con le spade gemelle del sito di Arslantepe hanno permesso di datare con sicurezza il reperto tra la fine del IV e l’inizio del III millennio a.C.
 È una tipologia di spade piuttosto rara, poiché diffusa in una regione ristretta dell’Anatolia orientale, tra l’alto corso del fiume Eufrate e la costa meridionale del Mar Nero.
 L’analisi degli elementi in traccia potrà precisare ulteriormente la provenienza del metallo da uno specifico giacimento. 

La spada, contrariamente ad alcuni degli esemplari da Arslantepe, non presenta decorazioni, iscrizioni o altri segni. 
A causa delle condizioni di conservazione non ottimali, non è stato possibile rilevare eventuali tracce di utilizzo.
 Potrebbe trattarsi dunque sia di un’arma da offesa, realmente utilizzata, sia di un’arma da parata o di un oggetto di corredo funerario. 
Un’ipotesi possibile è che fosse stata deposta in una sepoltura, rinvenuta casualmente dagli abitanti di un villaggio locale, il cui corredo sarebbe stato successivamente smembrato, come purtroppo avveniva frequentemente fino a pochi anni fa. 
È infatti proprio nell’epoca a cui risale la spada che si assiste in Anatolia orientale e nella vicina regione del Caucaso alla diffusione di tombe che presentano ricchi corredi composti da armi e gioielli, interpretate come evidenza della nascita di una nuova élite di stampo guerriero.

 Fonte: ilfattostorico

giovedì 5 marzo 2020

Westminster: scoperto un passaggio segreto creato per Carlo II d’Inghilterra


La notizia che si sta diffondendo nel mondo è a dir poco sorprendente, all’interno del palazzo di Westminster infatti è stata trovata una porta segreta creata per il Re Carlo II d’Inghilterra. 

Degna dei migliori film gialli la porta segreta trovata tra i corridoi del Palazzo che ospita le due camere dei parlamenti del Regno Unito, risalirebbe al diciassettesimo secolo. 
Il passaggio, nascosto dietro a un rivestimento ligneo a pareti, secondo le prime ricostruzioni, è stato realizzato nel 1661 in occasione dell’incoronazione di Carlo II. 

 Secondo gli esperti, la porta celata dietro la boiserie è stata costruita per garantire al Re salito al trono una via di fuga in caso di attacchi al palazzo o altre situazioni che potessero mettere in pericolo i membri della famiglia reale.
Il passaggio infatti collega gli interni del palazzo di Westiminster ad una stanza isolata dove potersi nascondere.

 Secondo gli storici, a lavoro sul posto, il corridoio non si interrompeva alla secret room, ma probabilmente concedeva una via di fuga dal palazzo anche se al momento non è possibile risalire a questa possibile uscita.


La sorprendete scoperta è stata fatta seguito dell’individuazione di cerniere di due porte di legno dall’altezza di tre metri e mezzo ciascuna.

 Per risalire alle origini di questo passaggio segreto, gli esperti hanno analizzato il materiale per la costruzione delle porte, questa tecnica di dendrocronologia ha permesso di datare la realizzazione al 1659. 

 La scoperta del passaggio segreto non è la sola ad aver sorpreso il popolo britannico e il mondo intero, all’interno della stanza nascosta infatti sono stati ritrovate delle incisioni risalenti alla seconda metà del 1800, anni in cui l’edificio fu ripristinato a seguito dell’incendio del 1834. 
Secondo gli storici, la scritta che recita “Questa stanza è stata chiusa da Tom Porter, che era molto affezionato a Ould Ale”, sarebbe stata fatta dagli operai che lavorarono a palazzo per la sua ricostruzione.


La famiglia reale così come tutti i cittadini britannici si chiedono quanti segreti ancora nasconda Westminster. 
Gli storici in questo senso continueranno a lavorare per scoprire quali sorprendenti rivelazioni ci riserva il palazzo che conserva storie di generazioni intere.

 Fonte: siviaggia.it

martedì 3 marzo 2020

La Spettacolare Cascata di Fuoco dello Yosemite Park in California


A prima vista potrebbe sembrare che la lava abbia creato una cascata fra le rocce dello Yosemite National Park. 
In realtà si tratta solamente di un’illusione ottica, creata da una serie di condizioni meteo perfette che si ripetono circa ogni Febbraio nella cascata Equiseto, situata nel famoso parco californiano, e dalla quale si sviluppa questo curioso fenomeno. 

L’evento è facilmente spiegabile grazie allo studio dell’illuminazione del sole al tramonto, che illumina la cascata con un’angolazione ben precisa, e rende l’acqua colorata di un arancione e rosso assolutamente inusuali. 
Questo fenomeno viene chiamato “Firefall“, cascata di fuoco, ed è ricorrente durante l’inizio di Febbraio, quando il sole e la terra si trovano a una distanza precisa e i raggi irradiano l’acqua, molto abbondante a causa dello scioglimento delle nevi e dei ghiacci, con una particolare angolatura.


Una volta che la cascata si “accende”, lo spettacolo dura per circa 10 minuti e regala al luogo un’atmosfera quasi soprannaturale. 

I fotografi che accorrono per immortalare la cascata sono numerosi, ed è stato creato anche un sito, Yosemite Firefall, per raccogliere le fotografie migliori di questa cascata unica al mondo.

 

 Fonte: vanillamagazine

domenica 1 marzo 2020

Quando nel Sahara c’erano i pescatori e fiumi e laghi collegati col Nilo


Tra 10.000 e 5.000 anni fa, il Sahara non era un deserto, ma un territorio nel quale si alternava dune sabbiose costellate di piccoli laghi, a fiumi che scorrevano dalle montagne verso ampie pianure coperte da savana. 
Ed era densamente abitato, sia da animali selvatici, sia da comunità umane, prima di cacciatori-pescatori-raccoglitori, poi di pastori. Ora lo studio “Aquatic fauna from the Takarkori rock shelter reveals the Holocene central Saharan climate and palaeohydrography”, pubblicato su PLOS ONE da un team di ricercatori coordinato da Savino Di Lernia del dipartimento di Scienze dell’antichità dell’università La Sapienza di Roma, Andrea Zerboni del dipartimento di Scienze della Terra dell’università “A- Desio” Statale di Milano e del Dipartimento di scienze chimiche e geologiche dell’università degli Studi di Cagliari e Wim Van Neer dell’Institut royal des Sciences naturelles del Belgio, rivela che la fauna ittica rappresentava «Nel primo e medio Olocene, la maggior parte dei resti animali emersi nel riparo del Tarakori, nel Sahara centrale libico, rivelando così la predominanza del pesce nella dieta degli abitanti del Sahara di 10.000 anni fa» e fa luce sulle fasi del progressivo inaridimento nella regione.


Il team di ricercatori italo-belga, del quale facevano parte anche Francesca Alaique e Monica Gala del Museo delle Civiltà di Roma, Guido S- Mariani dell’”A. Desio”, spiegano che «Il deposito archeologico indagato – località privilegiata per comprendere la complessa interazione tra le comunità archeologiche sahariane e l’ambiente in cui vivevano – ha restituito migliaia di ossa di pesce, corrispondenti a specie diverse e a individui di grandi dimensioni, oltre un metro di lunghezza, paragonabili a quelli che oggigiorno vivono nel fiume Nilo o nei grandi laghi africani. 

Tutti i resti animali restituiti dal riparo del Takarori, più di 17.500, sono stati identificati come scarti alimentari, grazie ai segni di taglio e di cottura che presentavano; di questi, solo il 19% è costituito da mammiferi, uccelli rettili e molluschi (gli anfibi sono l’1% del totale) mentre il restante 80% è riconducibile alla fauna ittica».




Ma gli antichi cambiamenti climatici portarono a un cambiamento nella dieta dei nostri antenati sahariani con un forte calo dei pesci: «La datazione dei resti ha attestato la graduale riduzione della fauna ittica a favore dei mammiferi – dicono all’università La Statale – 
Dalla predominanza ittica pari al 90% tra gli anni 10.200-8.000, si è arrivati a circa il 40% di apporto ittico tra il 5.900-4.650; questo dato consente di apprezzare la progressiva affermazione della pastorizia nel Sahara, durante la quale la risorsa ittica ha gradualmente perso importanza, per scomparire intorno ai 5000 anni fa.

 L’analisi più approfondita della tipologia di fauna ittica ha poi consentito di delineare ulteriormente l’orizzonte temporale di questo passaggio, attraverso l’affermazione di una specie di pesce su un’altra. 
Nel loro insieme pesce gatto e tilapia costituivano la maggioranza tra i resti emersi; se però in una fase iniziale la tilapia è risultata la specie prevalente tra le due, i ricercatori hanno registrato nel periodo più recente, un’inversione di questa proporzione e il pesce gatto, che grazie al suo sistema respiratorio è grado di sopravvivere in acque poco ossigenate e a basso fondale, è diventato predominante: questa tendenza rappresenta un indizio prezioso nella ricostruzione del processo di progressivo inaridimento della regione e della sua successiva desertificazione».


Di Lernia evidenzia che «La presenza di specie tipiche dell’Africa orientale ha permesso di ricostruire la progressiva migrazione di pesci dal Nilo al centro del Sahara, avvenuta quando l’ambiente era più umido e offriva delle vie d’acqua tra loro connesse – spiega Savino di Lernia – e questo rende possibile ricostruire l’antico reticolo idrografico della regione Sahariana e la sua interconnessione con il Nilo, fornendo informazioni cruciali sui drammatici cambiamenti climatici che hanno portato alla formazione del più grande deserto caldo del mondo». 


 Fonte: welfarenetwork.it

venerdì 28 febbraio 2020

La storia dei funghi giganti della Val Maira


Si chiamano Ciciu del Villar e sono delle vere e proprie sculture morfologiche ad opera della natura. 
A guardare il loro aspetto non stupisce l’appellativo di funghi giganti che in molti hanno scelto per descriverli.
 La forma di questi ammassi di pietra infatti richiama proprio quella di un fungo grandissimo con un capello fatto di gneiss, la roccia metamorfica più comune al mondo, mentre i gambi sono composti da terra e altre pietre.
 Il termine Ciciu proviene dal dialetto piemontese che sta ad indicare i fantocci.


Passeggiare in Val Maira, proprio tra le sculture di roccia è un’esperienza unica data dal fatto che i Ciuci conservano storie e infinte leggende. 

Secondo i racconti popolari infatti i funghi giganti sarebbero nati a causa di un incantesimo e questi massi di notte di trasformerebbero in Masche, le streghe della tradizione popolare piemontese.

 C’è un’altra storia però che racconta le origine dei Ciciu ed è legata a San Costanzo, il martire che morì durante la persecuzione dei cristiani ad opera dell’imperatore Diocleziano nell’anno 303 d.C. 
La tradizione vuole che il Santo, in fuga dai soldati romani, si rifugiò in questo bosco e per proteggere trasformò i 100 soldati in pietra.


Storicamente parlando invece, la nascita dei funghi giganti di Val Maira affonda le sue origini in epoca antica, esattamente all’ultima era glaciale.
 Sarebbe stato infatti lo scioglimento dei ghiacciati a portare a valle un’enorme massa di detriti che depositati uno sull’altro avrebbero creato gli steli dei Ciciu.
 Invece a causa di frane e terremoti, avvenuti sul monte San Bernando, grandi pietre sarebbero scivolate a valle fino coprire i detriti ammassati: il risultato è quello che appare oggi, delle sculture morfologiche.

 La storia, le leggenda e la bellezza di questi funghi giganti hanno fatto si che nel 1989 la regione Piemonte istituisse la Riserva Naturale di Val Maira che si estende su una superficie di oltre 60 ettari nel comune di Villa San Costanzo ed è visitabile tutti i giorni. 

 Fonte: siviaggia.it

mercoledì 26 febbraio 2020

Atene, le tavole di maledizione del Kerameikos


Trenta tavolette di piombo, incise con maledizioni, sono state scoperte sul fondo di un pozzo di 2500 anni fa nell'area dell'Atene antica, nella zona del Kerameikos, principale cimitero di Atene.
 Le piccole tavolette invocano gli dei inferi per arrecare danni agli altri.
 Si tratta di testi rituali, di soli graffiti su oggetti di piombo. 
"La persona che ha materialmente fatto la maledizione non è mai menzionata per nome. Viene menzionato solo il destinatario", ha osservato la Dottoressa Jutta Stroszeck, direttrice dello scavo del Kerameikos per conto dell'Istituto Archeologico Tedesco di Atene. 

Prima di questa scoperta, decine di maledizioni del periodo classico (480-323 a.C.) erano state rinvenute nelle sepolture di persone morte anzitempo, ritenute messaggeri ideali per portare l'incantesimo negativo negli inferi.


Il pozzo dove sono state rinvenute le trenta tavolette è stato scavato nel 2016 da un team di archeologi sotto la direzione della Dottoressa Stroszeck che stava indagando sull'approvvigionamento idrico a circa 60 metri dal Dipylon. 
Si tratta di un balneum pubblico, non privato, che operò dal periodo classico a quello ellenistico, dal V al I secolo a.C. 
I ricercatori pensano si tratti del balneum a cui fa riferimento il drammaturgo comico Aristofane e che venne menzionato anche in un discorso del IV secolo a.C. del retorico Isaeo. 


Oltre alle tavolette contenenti maledizioni, il pozzo conteneva vasi potori (skyphoi), vasi per la miscelazione del vino (krater), lampade in argilla, speciali vasi a bocca larga utilizzati per attingere acqua (kadoi), manufatti in legno tra i quali una scatola, un raschiatore per lavori di ceramica, una puleggia in legno ed, inoltre, monete in bronzo e resti organici come ossa di pesca. 


 C'è un motivo, a quanto pare, perché le tavolette siano state gettate nel pozzo. 
Secondo Cicerone, Demetrios di Phaleron, che governò Atene nel 317-307 a.C., emanò una legge per meglio organizzare la gestione delle sepolture.
 Creò, inoltre, anche un magistrato che doveva supervisionare l'ottemperanza alla legge.
 Quest'ultima vietava la deposizione delle lamine di maledizione nelle sepolture, come era solitamente fatto (ne sono state trovate 35 nelle tombe del Kerameikos). 
In questo modo, chi voleva inviare delle maledizioni, nel IV secolo a.C., si trovò costretto a ricorrere a delle alternative, quale quella di gettare le tavolette con incise le maledizioni in un pozzo. 

Il pozzo è profondo dieci metri e, nella parte inferiore, è stata rinvenuta una nicchia di circa un metro di altezza, in calcare. Questa nicchia era dedicata alla ninfa dell'acqua contenuta nel pozzo. 
"L'acqua, e in particolare l'acqua potabile, era sacra", ha detto la Dottoressa Stroszeck. "Nella religione greca era protetta dalle ninfe, che potevano diventare piuttosto pericolose quando si faceva un cattivo uso della loro acqua". 
Per placare queste divinità, venivano fatte offerte quali vasi in miniatura contenenti dei liquidi ed altri doni gettati nell'acqua.


Le tombe del Kerameikos del periodo classico erano ornate, contrassegnate da screpolature, rilievi, animali scolpiti o vasi in marmo.

 Questa zona era caratterizzata dall'aspetto della transizione: dalla terra della città a quella rurale, dalla città dei vivi al regno dei morti. 
"In tali aree la presenza del divino e del soprannaturale sono stati intensamente sperimentati, motivo per cui le attività di culto e quelle mantiche (di profezia) sono state molto presenti in questi luoghi", ha affermato la Dottoressa Stroszeck. 

Gli ateniesi ritenevano che le anime di certi defunti rimanessero attive attorno alle loro sepolture qualche tempo dopo la morte, per questo erano particolarmente indicate per recare le maledizioni nell'oltretomba, dove si sperava che le divinità ctonie avrebbero ottemperato a quanto chiesto dai vivi.


Sembra ci siano stati quattro motivi per maledire qualcuno, nell'Atene classica: innanzitutto per vincere una causa, poi per scopi commerciali, per vincere gare atletiche e per motivi legati all'amore o all'odio. 

Si assumeva, di norma, uno scriba abile nel comporre maledizione, il quale era ritenuto investito di un potere sovrannaturale che gli permetteva di conoscere le procedure e gli incantesimi necessari. La tavola con la maledizione veniva, poi, piegata, trafitta con un chiodo (defixio) e inchiodata alla bara in legno che conteneva il corpo del defunto.

 Ma perché una civiltà che aveva dato vita alla filosofia, alla scienza ed alla logica si votava, parimenti, alla magia nera? 
La risposta può risalire al V secolo a.C., al momento in cui venne dedicato il Partenone, in cima all'acropoli, il momento più alto dell'ambizioso programma edilizio su quella collina portato avanti dallo statista Pericle.
 Questi aveva incontrato non poche opposizioni, durante la costruzione del Partenone. Alcuni ritenevano, non senza ragione, che non fosse giusto utilizzare il tesoro federale per gli scopi della sola città di Atene.
 Pericle venne attaccato nell'assemblea di Atene.
 Durante un discorso di Tucidide, figlio di Melesias, quest'ultimo, che era riuscito a calamitare con passione l'attenzione e l'assenso dei convenuti, dovette interrompersi perché gli si bloccò improvvisamente la mascella. 
Probabilmente era stato colpito da un ictus, ma per gli astanti Tucidide era stato realmente colpito da una maledizione.
 Questo potrebbe spiegare l'improvviso aumento di tavolette di maledizione nel Kerameikos durante il V secolo a.C.


 Fonte: oltre-la-notte

martedì 25 febbraio 2020

Il mistero della cattedrale belga con le fondamenta fatte di ossa umane


Mura d'ossa umane. 
Gli archeologi ne hanno scoperte nove nelle fondamenta della Cattedrale di San Bavone di Gand, in Belgio.
 Un macabro ritrovamento, di cui non si conoscono le origini storiche.

 In base ai primi rilievi, i muri d'ossa risalgono intorno alla seconda metà del Quindicesimo secolo. Ma l'insolito materiale edile ritrovati dagli esperti del Ruben Willaert Bvba è sicuramente più antico: per realizzare gli spessi muri sono stati utilizzati le ossa delle gambe di corpi adulti oltre a teschi, interi o a frammenti.


 La cattedrale di San Bavone, in fiammingo Sint-Baafskathedraal, è l'edificio religioso più importante della città belga di Gand. 
Siamo nella regione delle Fiandre e questa struttura rappresenta uno dei migliori esempi di architettura in stile gotico brabantino, ovvero secondo il gusto fiammingo. 

 Secondo l'archeologo Janiek de Gryse le strutture «furono probabilmente costruite quando il cortile della chiesa fu sgombrato per fare spazio a nuove sepolture».
 Gli unici documenti che fanno riferimento al cimitero risalgono però al 1784, quando la cattedrale smise di accettare nuove sepolture per mancanza di spazio.


E' plausibile quindi che le tumulazioni più antiche fossero state già rimosse e che, non sapendo dove scaricare le ossa, le abbiano utilizzate al posto di pietra e mattoni. 

«Quando si "cancella" un cimitero, gli scheletri non possono essere semplicemente gettati via – prosegue de Gryse – . Dato che i fedeli credevano in una risurrezione del corpo, le ossa erano considerate la parte più importante». Ma «non ci sono altri termini di paragone in Belgio: avevamo trovato fosse comuni, ma mai muri costruiti intenzionalmente con ossa umane». 

 Non si sa dove siano finite le restanti ossa e soprattutto quanti corpi siano stati utilizzati: un calcolo di cui ora si occuperà l'Università di Gand, dove le ossa saranno esaminate e inventariate. 

 Fonte: www.lastampa.it

Lítla Dímun: la minuscola isola avvolta da una nuvola lenticolare


Lítla Dímun è la più piccola delle 18 isole principali delle Faroe. Nonostante la sua dimensione contenuta in 0,82 chilometri quadrati di superficie, il piccolo scoglio è in grado di influenza l’atmosfera. Sulla sommità di Lítla Dímun, che oltrepassa i 400 metri di altezza sul livello del mare, si forma spesso una nuvola lenticolare, che avvolge l’area come una specie di coperta bagnata e vaporosa.

 Le nuvole lenticolari si formano in genere sulle vette delle montagne o su altre masse di roccia sporgenti, e a Lítla Dímun prende corpo sulla sommità per poi spostarsi sulla parte inferiore e sparire verso il gelido mare del nord.


Di tutte le 18 isole principali delle Faroe, Lítla Dímun è l’unica che è rimasta disabitata dagli esseri umani, ma questo non significa sia disabitata in senso generale.

 Per secoli gli abitanti delle isole limitrofe hanno utilizzato lo scoglio come pascolo per il bestiame, lasciando a vivere le pecore allo stato brado e venendo a prenderle, di tanto in tanto, per la loro tosatura.


La storia degli animali dell’isola affonda le radici all’epoca neolitica, quando un primo gregge fu portato a Lítla Dímun per popolarla. 
Gli animali erano delle pecore nere dalla coda corta, che popolarono l’area sino alla metà del XIX secolo. 

In un anno imprecisato dell’800 l’ultima delle pecore nere di Lítla Dímun fu uccisa, e gli allevatori locali ripopolarono i pascoli con alcune pecore domestiche delle Fær Øer.
 Ogni autunno gli allevatori raggiungono Lítla Dímun, scalano le sue scivolose scogliere e tosano le pecore.


Nonostante la natura impervia dello scoglio, su Lítla Dímun si è addirittura combattuta una battaglia. 

Lo scontro vide Brestur, padre di quel Sigmundur che fu il missionario che introdusse il cristianesimo alle Faroe, e Gøtuskeggjar. 
Lo scontro si concluse con la morte di Brestur e dei suoi seguaci e la deportazione di Sigmundur Brestirson in Norvegia.
 Qui, il figlio di Brestur conobbe e divenne amico di Olaf Trygvasson, Re di Norvegia dal 995 al 1000, che lo mandò indietro alle Faroe per prenderne possesso in nome della Corona Norvegese. Lítla Dímun, come tutte le altre 17 isole dell’arcipelago delle Faroe, nel 1397 entrò a far parte delle proprietà congiunte fra Danimarca e Norvegia, ma nel 1814, dopo il trattato di Kiel, la Corona Danese fu l’unica a mantenere la proprietà dell’arcipelago. 

La piccola isola venne venduta dalla Danimarca nel 1852, e da allora è rimasta di proprietà degli allevatori delle isole limitrofe, che la usano, oggi come migliaia di anni fa, come placido pascolo per le proprie pecore. 


 Fonte: vanillamagazine
Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...