giovedì 8 agosto 2019
Un relitto del Rinascimento giace perfettamente conservato sul fondo del Baltico
I fondali limacciosi del Mar Baltico hanno cullato per almeno cinque secoli il relitto di una grande nave rinascimentale, andata a picco negli anni in cui Cristoforo Colombo veleggiava sulle sue caravelle.
Un gruppo internazionale di archeologi marini è riuscito a fotografare il reperto nel dettaglio, scoprendolo praticamente inalterato dal passare del tempo.
Le acque povere di ossigeno di questo mare hanno protetto il legno da animali e batteri che di solito lo colonizzano e lo riducono in polvere.
I primi sospetti sulla presenza di un relitto erano emersi da una indagine sonar dei fondali da parte dell'Amministrazione marittima svedese, nel 2009.
A marzo, una spedizione internazionale di scienziati guidati dall'Università di Southampton (Regno Unito) ha calato due robot-archeologi sul posto per effettuare riprese e fotografie ad alta definizione del relitto, che sono state poi usate per ricreare le sue sembianze tridimensionali.
I risultati di quell'esplorazione sono appena stati diffusi.
Profondità e coordinate del relitto non sono state diffuse, per evitare visite sgradite in questa delicata fase di studio.
Lo scafo della nave risulta intatto dalla chiglia al ponte; ben conservati anche gli alberi ed alcune sartie (i cavi fissi di rinforzo). Adagiata sul ponte accanto all'albero maestro è stata rinvenuta un'imbarcazione più piccola, che doveva servire all'equipaggio per avvicinarsi a riva.
Sul relitto sono stati trovati anche alcuni attrezzi del mestiere, come una pompa di sentina per rimuovere l'acqua dalla parte più bassa della nave, un argano per raccogliere le corde e un'ancora, che ha permesso di datare il reperto tra la fine del 15esimo e l'inizio del 16esimo secolo.
L'analisi del legname dello scafo programmata per i prossimi mesi dovrebbe consentire di datare il materiale con uno scarto massimo di un anno dalla sua acquisizione umana: in pratica, si capirà in che anno la nave fu messa in mare.
Il relitto era probabilmente un mercantile, anche se munito di cannoni rotanti - per gli archeologi, una prova delle tensioni marittime dell'epoca.
Era lungo 15-18 metri, poco meno della Santa Maria, la nave ammiraglia di Colombo con a bordo 52 uomini.
Identità e costruttore della nave del Baltico rimangono ignote: per ora il suo nome è Okänt Skepp, "nave sconosciuta", in svedese.
Fonte: focus.it
mercoledì 7 agosto 2019
La breve vita di Napoleone II: il bellissimo “Aiglon” dell’Imperatore e Maria Luisa d’Austria
Il 1° aprile del 1810, nel Castello di Saint Cloud, l’imperatore Napoleone Bonaparte e la figlia dell’imperatore d’Austria Maria Luisa convolano a nozze.
Meno di un anno dopo, il 21 marzo 1811, la diciannovenne neo-imperatrice da alla luce uno splendido bambino dai riccioli biondi: l’Aiglon, l’aquilotto dell’impero
Il popolo di Francia è in giubilo: 101 colpi di cannone festeggiano la nascita del Re di Roma, l’Angelo della Pace, così come lo chiameranno Victor Hugo e Chateaubriand.
Napoleone Francesco Giuseppe Carlo Bonaparte è l’erede della più antica monarchia d’Europa per parte di madre (gli Asburgo) e del più grande impero conquistato della storia moderna per parte di padre, l’impero di Napoleone.
Di lui dirà Napoleone stesso: "Io sono stato Filippo, lui sarà Alessandro"
Ma la guerra incombe e l’inaspettato tradimento anche: Francesco I, colui che, sconfitto anni addietro da Napoleone, gli ha dato in matrimonio la figlia, ora è pronto a riprendersi quel che ha finto di dargli, e Napoleone compie quello che alcuni storici ritengono il suo errore più grande: nel 1812 parte per la campagna di Russia.
La sera prima della partenza, saluta la giovane sposa e il figlioletto: non li rivedrà mai più.
Durante la disastrosa campagna di Russia, come Tolstoj racconta in Guerra e Pace, Napoleone mostra con orgoglio il ritratto del figlio, che il romanziere russo descrive: “ricciuto e molto bello, con lo sguardo simile a quello del Cristo della Madonna Sistina”.
Ma quell’angelo protettore non impedirà la terribile sconfitta della Grand Armeé.
Alla notizia che i soldati russi marciano su Parigi, Maria Luisa fugge da Parigi, trovando riparo a Vienna: lei ancora non lo sa, ma la natia corte paterna diverrà per il piccolo l’unica prigione dorata che egli mai potrà conoscere, e gli sarà fatale.
Dopo quello che era parso il tramonto di Napoleone, con la sconfitta di Lipsia nel 1813 e il suo esilio all’Elba, ecco ritornare, nei cuori dei bonapartisti, una fulgida scintilla di speranza: Napoleone, fuggito dall’isola, torna a Parigi, per quel volo dell’Aquila che passerà alla storia come I Cento Giorni.
Sia durante l’esilio all’Elba sia durante i Cento Giorni di Parigi, Napoleone invoca la sua sposa affinché la riveda e porti suo figlio, ma Francesco I tiene la figlia segregata, minacciandola.
La ragazza che è stata imperatrice dei Francesi e regina d’Italia dovrà capire ora che niente sarà più nelle sue mani.
Waterloo sancisce definitivamente la fine dell’Egida europea napoleonica.
Napoleone è sconfitto, esiliato questa volta a Sant’Elena, nell’Atlantico.
Ha abdicato, in nome del bambino, che per pochissimo tempo è imperatore di Francia col nome di Napoleone II.
Ma gli Asburgo stessi, nonostante egli sia, per parte di madre, un loro frutto, gli negano il trono; sono fautori del ritorno dei Borbone su tutti i troni d’Europa, anche quelli di Francia.
Maria Luisa ottiene il Ducato di Parma, Piacenza e Guastalla, che governerà encomiabilmente, risollevandolo dalla povertà estrema e riportandolo agli antichi fasti, aggiungendone di maggiori a quelli farnesiani.
Ma la clausola per partire per l’Italia è altissima: deve lasciare suo figlio a Vienna.
Il ducato le è stato assegnato in vitalizio, quindi significa che alla morte non le succederà il figlio.
Il piccolo, in quanto figlio di Napoleone, è estromesso da ogni carica, e suo nonno, l’imperatore d’Austria, ne è perfettamente consapevole.
Napoleone II diviene così Francesco, come suo nonno, con cui cresce.
Diviene un bellissimo giovane, che fa sospirare le fanciulle e commuovere i bonapartisti.
Un poeta, Auguste Barthélemy, lo vede a teatro e così lo invoca: “Nipote di un Cesare e figlio di un imperatore/ Erede del mondo nascendo Re di Roma / tu non sei oggi più niente se non il figlio dell’Uomo”.
La censura austriaca impedirà la diffusione dell’opera, Il figlio dell’Uomo.
Nel 1821 muore Napoleone a Sant’Elena e l’Austria nega l’eredità che egli lascia al figlio.
Così, tra visite sporadiche della madre, che nel frattempo è divenuta una donna adulta, e che si è rifatta una vita a Parma, il giovane Francesco cresce, ma non vivrà a lungo.
Nel 1831 viene a sapere che a Parma i moti carbonari stanno mettendo a ferro e fuoco la città della madre.
Egli sa bene che per un precedente trattato sarebbe legittimamente Principe di Parma, se non Re di Roma, e quindi d’Italia. Così, con l’ardore dei suoi 20 anni, parte per riprendersi ciò che gli spetta.
Metternich, il crudo cancelliere di stato di Francesco I, gli sbarra le porte di Vienna
Un anno dopo, a soli 21 anni, debolissimo, è a letto, morente. Maria Luisa accorre al suo capezzale, in lacrime, incredula, poiché probabilmente le condizioni di salute del figlio le sono state nascoste sino all’ultimo.
C’è addirittura chi ipotizzerà un avvelenamento ad opera degli austriaci.
Il figlio dell’Impero, l’aquila della pace, non è più: si spegne nel palazzo di Schornbrunn il 22 luglio del 1832
Inumato nella tomba dei Cappuccini, sarà raggiunto da sua madre, morta 56enne, quindici anni dopo.
Nel 1940 Hitler lo preleverà da Vienna per farlo giacere accanto a suo padre, nel Pantheon di Parigi.
Fonte: vanillamagazine
venerdì 2 agosto 2019
Lanzarote, un’estate fra gli astronauti per sentirsi su un altro pianeta
Se la Luna è in Islanda, Marte si trova in Spagna.
Pur trovandosi a 54,6 milioni di chilometri dal pianeta rosso, Los Volcanes di Lanzarote, nelle Isole Canarie, è quanto di più simile c'è al mondo.
Il torrido paesaggio vulcanico, con la sua sabbia nera e rossa, i crateri, le colline laviche e i campi pietrosi offre uno scenario da altro mondo, tanto da essere stato scelto da Esa e Nasa come campo di esercitazione per gli astronauti che prenderanno parte alle prossime missioni spaziali.
Per la sua insolita strana somiglianza geologica con la Luna e Marte, Lanzarote è diventato uno dei centri di ricerca più importanti del mondo.
E' qui che sono stati testati i Mars Rovers e che si sperimentano le procedure di attracco ed esplorazione.
E l'elevato valore ambientale dell'isola le ha fatto conquistare anche il titolo di Riserva della biosfera dell'Unesco.
Un ecosistema di grande valore, tra vulcani, grotte e spiagge incontaminate.
Per un viaggio nelle viscere della terra c'è la grotta di Los Verdes, antico rifugio dai pirati: un mondo segreto dalle mille forme geologiche contorte, frutto della lava vulcanica trasformata in roccia.
Poi ci sono El Golfo, un cratere a livello del mare creato dalle violenti eruzioni del 1730, e il Charco de los clicos, un piccolo lago d'acqua salata dal colore verde smeraldo circondato da un spiaggia di ciottoli neri raggiungibile da una collina di sabbia rossa.
Insomma, le suggestioni qui non mancano.
«Lanzarote offre diversi paesaggi lunari e marziani realistici», ha affermato Loredana Bessone d'Agenzia Spaziale Europea.
«È facile insegnare compiti e operazioni agli astronauti, ma non è facile formarli come scienziati sul campo.
Il progetto "Pangaea" aiuta gli astronauti di qualsiasi livello a diventare geologi di campo e geo-microbiologi efficaci in un contesto scientifico planetario.
E i risultati sono molteplici: gli astronauti imparano a diventare geologi, gli scienziati svolgono indagini e imparano a lavorare in modo più operativo».
Un campo di addestramento, perfetto anche per le vacanze.
Fonte: lastampa.it
giovedì 1 agosto 2019
Trovati oggetti d’oro e altri resti meravigliosi delle città sommerse di Canopo e Heracleion in Egitto
Il Ministero delle Antichità egiziano ha annunciato il rinvenimento di una serie di nuovi reperti durante i recenti lavori di scavo presso le rovine delle due città sottomarine di Canopo e Heracleion, entrambe nel Golfo di Abi Qir vicino ad Alessandria in Egitto, reperti costituiti da monili d’oro, ceramiche, templi e altri oggetti d’oro.
A Canopus, una squadra di archeologi sottomarini guidati da Franck Goddio ha scoperto i resti di edifici che, combinati, hanno esteso le dimensioni complessive della città sommersa di un chilometro rispetto a quando ti conoscesse prima.
Il team ha anche scoperto gioielli e monte in oro (del periodo bizantino), una collezione di ceramiche e monete in bronzo (del periodo tolemaico, 305-30 a.C.).
Questi manufatti, dicono, suggeriscono che la città fu abitata tra il IV secolo a.C. e l’era islamica , a partire dal VII secolo d.C.
A Heracleion (o Thonis, come è noto in egiziano), gli archeologi hanno trovato i resti di Amun Garp, il tempio principale della città, ora completamente distrutto.
C’erano anche i resti di un tempio greco più piccolo e pezzi di vasellame e stoviglie risalenti al III e II secolo a.C.
Inoltre, c’erano monete di bronzo del regno di Tolomeo II (285-246 ) e sezioni di colonne dello stesso periodo.
Fino al 2000, l’esistenza di Thonis-Heracleion era nota solo per la sua documentazione in antichi testi classici e per la sua menzione occasionale in iscrizioni trovate sotto terra.
Secondo il sito di Goddio , era il porto obbligatorio di ingresso in Egitto dalla Grecia fino alla fondazione di Alessandria (dal nome di Alessandro Magno) nel 331 a.C.
La leggenda narra che, secondo la scrittura dello storico greco Erodoto nel V secolo a.C., fu costruito un grande tempio nella città dove l’eroe greco Eracle fece per la prima volta un passo in Egitto. Fu presumibilmente anche visitato dagli amanti Elena e Paride prima dello scoppio della guerra di Troia.
Nonostante, in definitiva, subì una fine piuttosto tragica (nell’VIII secolo a.C. e dopo varie catastrofi naturali, la città affondò nei fondali del Mediterraneo), ebbe una lunga vita e probabilmente fu fondata intorno all’ottavo secolo a.C., afferma Goddio .
La sua città vicina, Canopo, è anche citata in vari testi classici.
La sua prima menzione può essere trovata in una poesia di Solone, statista ateniese, legislatore e poeta, nella prima metà del VI secolo a.C.
In un’altra poesia, questa di Nicandro nel II secolo a.C., il marinaio Canone, timoniere di Menelao, re di Miceneo Sparta (e il marito di Elena pre-Troia), fu morso da una vipera sulla sabbia di Thonis e morì in città .
Da qui il suo nome.
Era noto per il suo significato religioso e gli stili di vita opulenti dei suoi abitanti.
Secondo il comunicato stampa del Ministero delle Antichità , gli archeologi hanno anche lavorato su circa 75 navi che sono state scoperte nell’area, tra cui una in stile egiziano antico che risale al V secolo a.C.
Questo fa parte di un progetto a lungo termine per esplorare le città sommerse del porto orientale di Alessandria e della baia di Aboukir.
tratto da www.iflscience.com
mercoledì 31 luglio 2019
Petra, storia della città rosa
Petra, l’antica città rosa, situata nel deserto meridionale della Giordania, si trova a circa 250 km dalla capitale Amman.
Petra fu Scoperta nel 1812 dall’esploratore svizzero J.L. Burckhardt che partì seguendo antiche leggende che narravano di una civiltà perduta.
Oggi Petra è uno dei siti archeologici più famosi al mondo inserito dal 1985 nella lista del patrimonio dell’umanità UNESCO e considerata una delle sette meraviglie del mondo moderno.
Secondo gli studi archeologici i primi insediamenti all’interno della città di Petra sono attribuibili all’età del ferro.
Prima di allora solo alcune zone poco lontane (circa 15 km) presentavano segni d’insediamenti neolitici nella città che oggi è chiamata la piccola Petra, anch’essa scoperta da Burckhardt.
Gli insediamenti stabili all’interno di Petra, invece, sono attribuibili al popolo degli Edomiti e risalgono a un periodo compreso tra la fine dell’VII e l’inizio dell’VII secolo a.c.
Gli Edomiti erano un popolo principalmente nomade e vivano di commercio spostandosi sul territorio limitrofo.
Nel VI secolo a.c. gli Edomiti lasciarono la città sotto la pressione dei Nabatei, popolo di origine nomade proveniente da occidente che si stanziarono nella città.
Abili commercianti, accumularono ricchezze che fecero del sito una gloriosa città dell’antichità.
Il periodo più fiorente del regno Nabateo è individuato durante il regno di Areta IV.
Fanno parte di questo periodo i monumenti più famosi del sito, la casa del Djin, la tomba dell’obelisco, il Siq, il palazzo El Khazneh, le tombe della strada delle facciate e l’altura del sacrificio.
Nel 106 a.c. la città Nabatea ormai fiore all’occhiello del mondo antico, dovette arrendersi e annettersi al governato romano in Siria sotto l’imperatore Traiano.
I romani fecero della città un importante avamposto strategico per controllare i territori limitrofi.
Il periodo romano fa si che cambi anche il volto della stessa.
Di questo periodo, infatti, sono databili le modifiche alla viabilità e alle grandi opere cittadine.
-Un esempio di queste opere sono l’anfiteatro, il complesso delle tombe imperiali, la strada colonnata e la porta Traianea, il grande tempio e le modifiche al Qasr al-Bint.
Il Cristianesimo giunse a Petra attorno al IV secolo d.c. sotto il periodo dell’imperatore Costantino.
Risalente a questo periodo è la testimonianza di un tremendo terremoto che danneggiò in modo grave i monumenti presenti sul sito.
Solo nel V secolo d.c. cominciano a sorgere chiese all’interno della città che modificarono alcuni monumenti precedenti.
Alcune di questi sono la chiesa o monastero al Deir che si arricchisce di sculture cruciformi nelle stanze interne; così come la chiesa di Petra che presenta pavimenti in mosaico di stampo bizantino.
Il vento islamico sembra non riuscire a penetrare nelle strette gole di arenaria di Petra.
Di conseguenza la città rimane sotto il dominio cristiano sino a circa 1200 secondo poche testimonianze di pellegrini che certificano il loro passaggio.
Le informazioni si perdono fino alla riscoperta nel 1812.
Dal 1828 cominciarono i primi studi e i primi scavi archeologici ancora attivi oggi.
Fonte: archetravel.com
giovedì 25 luglio 2019
Pompei, riemerge una splendida antefissa di Athena
Scavi di Pompei: un tesoro meraviglioso!
Continua a stupire il sito archeologico più visitato al mondo, dove proseguono le operazioni di recupero di sempre nuovi reperti di rara bellezza.
Ora è la volta di un’antefissa e di alcune terrecotte figurate offerte come ex-voto.
Dopo l’affresco di Narciso e quello di Leda e il cigno e molti altri ritrovamenti, questa volta gli archeologi in collaborazione con l’Università Federico II di Napoli hanno portato alla luce al Foro Triangolare nel santuario di Athena altri straordinari fregi dell’epoca romana.
Come spiega il direttore generale del Parco Archeologico di Pompei, Massimo Osanna, si tratta di un’antefissa (in genere un elemento della copertura dei tetti) che raffigura la dea Athena a decorazione del tempio dorico e probabilmente risalente alla fine del IV secolo avanti Cristo, e di terrecotte figurate offerte come ex-voto nello spazio sacro, che si datano al III secolo avanti Cristo.
Tutti i materiali confermano, secondo gli esperti, la dedica del tempio che affacciava sul golfo di Napoli alla coppia Eracle e Athena, in maniera del tutto analoga a un santuario in località Privati che sorgeva alla vicina Stabiae, dall’altro lato del corso del Sarno, sempre del al IV secolo avanti Cristo, che ha restituito un’antefissa di Athena simile a quella pompeiana.
Non si esclude la possibilità che le antifisse di Pompei e di Stabiae siano state realizzate dalla stessa persona.
Germana Carillo
mercoledì 24 luglio 2019
Scoperto, vicino a Gerusalemme, il più grande insediamento neolitico mai trovato in Israele
L’insediamento si estende per circa mezzo chilometro e al culmine del suo splendore avrebbe ospitato tra 2.000-3.000 abitanti della nuova età della pietra.
Eppure, incredibilmente, gli archeologi non si aspettavano di trovare niente in quel posto
Si credeva che questa parte di Israele fosse stata disabitata e che gli insediamenti di queste dimensioni esistessero solo dall’altra parte del fiume Giordano o del Levante settentrionale, hanno spiegato in una dichiarazione i ricercatori dell’Israel Antiquities Authority (IAA) .
Invece, grazie agli scavi condotti nell’ambito di un progetto per costruire una nuova autostrada a Gerusalemme, hanno scoperto la città a molti centimetri sotto terra
“Questa è la prima volta che viene scoperto un insediamento su larga scala del periodo neolitico, 9.000 anni fa, in Israele,” come hanno riferito i direttori dello scavo per l’IAA, il dottor Hamoudi Khalaily e il dottor Jacob Vardi.
“Almeno 2.000-3.000 residenti viveano qui, un ordine di grandezza che è paragonabile alle città di oggi!”
Scoperto a soli 5 chilometri da Gerusalemme, l’insediamento ha rivelato grandi edifici, case e stanze che evidentemente erano usate come strutture pubbliche e luoghi di rito.
Tra gli edifici, i vicoli hanno rivelato un sito complesso che suggerisce un’urbanistica avanzata.
Anche le tombe sepolcrali hanno rivelato un’affascinante intuizione non solo delle relazioni e delle visioni dei popoli antichi con i morti, che avvenivano attraverso offerte e doni, ma anche della comunicazione e dello stato commerciale della città con altri luoghi lontani.
“In un luogo dove vivono le persone, ci sono anche i cimiteri: i luoghi di sepoltura sono stati posti tra le case, dove sono state collocate varie offerte di sepoltura, oggetti utili o preziosi, che si ritiene servissero ai defunti nel prossimo mondo.
Questi doni testimoniano il fatto che già durante questo periodo antico, i residenti di questo sito hanno condotto rapporti di scambio con altre città anche distanti”.
Gli oggetti trovati includono figurine scolpite nella pietra, un bue di argilla, ossidiana vulcanica o oggetti di vetro originari dell’Anatolia, conchiglie che provenivano dal Mar Rosso e dal Mediterraneo, braccialetti di pietra, perle di alabastro e braccialetti e medaglioni fatti di madreperla.
In tutto l’insediamento, gli archeologi hanno trovato gli strumenti che pensano siano stati prodotti, tra cui punte di freccia in selce, asce per abbattere alberi, falci e coltelli.
Le ossa di animali trovate in loco hanno anche rivelato che i residenti degli insediamenti facevano sempre più affidamento sull’allevamento delle pecore, mentre la caccia diminuiva.
Incredibilmente, hanno anche trovato capanne di cereali che contenevano ancora grandi quantità di legumi, in particolare lenticchie, che erano sorprendentemente conservati.
Il periodo neolitico, che iniziò circa 12.000 anni fa, fu caratterizzato dallo sviluppo dell’agricoltura.
I ricercatori dicono che la rivoluzione neolitica avrebbe raggiunto la sua vetta nel periodo in cui questa città stava raggiungendo il suo picco.
La scoperta di questa città e dei suoi beni materiali per questo periodo in questa regione non ha precedenti, ha detto il dott. Vardin al Times of Israel .
“È un punto di svolta, un sito che cambierà drasticamente ciò che sappiamo sull’era neolitica”.
Fonte: iflscience.com
giovedì 18 luglio 2019
Chambord, il castello della Valle della Loira compie 500 anni
Compie 500 anni nello stesso anno che si celebra l’anniversario di morte di uno dei suoi creatori.
Chambord e Leonardo da Vinci uniti insieme dalle date, dall’architettura e dalla Storia.
Entrambi simbolo del Rinascimento, del Cinquecento che ha lasciato grandi tracce dietro di sé.
Nel settembre 1519 il castello della Valle della Loira vedeva la luce e per festeggiare degnamente il compleanno sono tante le iniziative importanti in questo 2019.
Come la mostra “Chambord, 1519-2019: l’utopia all’opera”, visitabile dal 26 maggio al 1 settembre 2019 e allestita al secondo piano del castello.
Il percorso della visita affronta la costruzione del monumento inserito nel patrimonio mondiale dell’UNESCO dal 1981 e offre l’occasione per interrogarsi sull’architettura e la costruzione del castello di Chambord nel contesto intellettuale, politico e artistico del Rinascimento.
Nei 2.000 mq di mostra, i visitatori possono ammirare circa 150 opere, provenienti in prestito da 34 prestigiose istituzioni internazionali.
Tra questi tesori, manoscritti miniati datati dal IX al XVI secolo, libri rari, disegni, quadri, plastici e oggetti d’arte, di cui tre fogli originali del Codice Atlantico di Leonardo da Vinci.
Inoltre, tra le altre iniziative importanti per l’anniversario ci sono progetti di restauro e di conservazione, un orto appositamente creato, le illuminazioni del castello, una mostra dedicata ai laboratori di architettura delle più grandi università del mondo che presentano 18 progetti prospettici per un Chambord reinventato.
Una splendida occasione per visitare o rivisitare questo castello simbolo del Rinascimento francese, ma inserito nella contemporaneità come con l’utilizzo di nuovi dispositivi di mediazioni digitali (touch screen, video, plastici digitali, ecc.): ogni visitatore potrà esplorare nel dettaglio i segreti del Quattrocento attraverso l’opera di Leonardo da Vinci o scoprire i misteri del castello di Chambord, come quello della famosa scala a doppia elica.
E’ proprio l’opera progettata dal genio italiano, si dice su insistenza del re Francesco I, il centro delle visite guidate al castello.
Costruita dalla sovrapposizione di due scale a vite che evolvono attorno al nucleo cavo centrale, esattamente al di sotto e come supporto della lanterna in cima al castello con il giglio di Francia, fu un’autentica rivoluzione: due persone che utilizzano ognuna una rampa di scale possono intravedersi attraverso le apertura praticate nel centro, ma non si incontreranno
Ad ogni piano, intorno alla scala si spiegano quattro hall che formano una croce e le sale che costituivano gli appartamenti della corte.
Purtroppo Leonardo, se fosse stato davvero lui ad ispirare questa scala (pare che furono trovati alcuni bozzetti tra le sue carte), non la vide in funzione: morì, a Clos Lucè, prima che Chambord fu iniziato nel 1519, esattamente cinquecento anni fa.
Chambord, più di tutti gli altri castelli della Valle della Loira, viene identificato con Francesco I Valois, il re che proprio qualche anno fa venne festeggiato qui alla grande per i cinquecento anni della sua salita al trono.
Il suo simbolo, la salamandra, è ovunque, a capolino tra i muri, sul cammino, sul soffitto, quasi a testimoniare a chi sia legato il palazzo.
Voluto come residenza di campagna e come riserva di caccia, è, per la sua architettura, il castello degli eccessi: 156 metri di lunghezza, 56 metri di altezza, 77 scale, 282 camini e 426 stanze.
Eppure, nonostante le dimensioni eccezionali, seduce con la grazia e l’equilibrio.
Qui il tufo calcareo si fa materiale malleabile ai decori e alle rifiniture, lasciando un’immagine di leggiadria.
Sarà stato fiero del risultato il giovane sovrano, che amava questi luoghi sulla Loira.
Anche se in 32 anni di regno, Francesco è rimasto a Chambord solo 72 giorni e non lo vede completato del tutto.
All’epoca, la corte di 4000 persone era itinerante, il re si spostava di castello in maniero sia per farsi vedere dal suo popolo che per conoscere i francesi: così, tutto doveva essere improntato alla praticità.
Come i mobili, tavoli, letti e sedie, che erano smontabili, facilmente trasportabili e assemblabili.
Per questo, pochi sono arrivati intatti a noi e le stanze del castello appaiono vuote: le cassapanche e il resto dell’arredamento sono originali del Rinascimento, ma non di Chambord.
Poco importa a chi viene qui a scoprire le bellezze volute da Francesco e rimane incantato davanti ai soffitti decorati con la F, monogramma del re, e dalla salamandra, animale mitico che vive nelle fiamme, capace di estinguere il fuoco nemico.
Si viene colti da sorpresa anche sulla terrazza panoramica, dove si ammirano da vicino i decori del tufo, le torrette, le cupole, la lanterna del giglio, e dove lo sguardo si perde tra il fiume lontano e l’enorme parco.
Chambord è al centro di una foresta di oltre 5000 ettari, circondata da mura lunghe 32 chilometri, quasi quanto la superficie di Parigi, riserva nazionale di caccia con cinghiali e cervi.
Gli stessi che amava cacciare il re, che quando è vissuto qui abitava nell’appartamento nell’ala est, oggi visitabile e composto da una camera da letto, alcune piccole stanze private e un oratorio. Il castello custodisce oggetti preziosi come arazzi, dipinti e arredi, oltre a curiosità di vario genere.
Ad esempio, il palazzo di oggi è il risultato dei lavori fatti da Enrico II, figlio di Francesco, e poi da Luigi XIV, entrambi appassionati di caccia e fruitori di queste stanze.
Anzi, il Re Sole fece cambiare l’alloggio a nord quasi a somiglianza di Versailles: sala delle guardia, doppia anticamera e camere private.
Mentre quello che oggi è chiamato l’appartamento della regina fu abitato proprio dalla moglie di Luigi XIV, Maria Teresa d’Austria, e dalla favorita del sovrano, Madame de Maintenon.
Ma nonostante il passare dei secoli, il palazzo rimane un esempio del Rinascimento ed è consacrato a Francesco, protagonista di quel periodo storico.
Oggi che il castello compie cinquecento anni, anche grazie alla mostra e ai festeggiamenti, la meraviglia di Chambord è messa ancora più in evidenza.
Fonte: latitudinex.com
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