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giovedì 24 gennaio 2019

Popcorn Bay: la Spiaggia di Fuerteventura con la Sabbia a forma di Pop-Corn


Le spiagge raccontano spesso la natura che le circonda, come i granelli di sabbia a forma di stella di Okinawa o le lucciole bioluminescenti della spiaggia Brava in Uruguay. 

Nell’isola di Fuerteventura, nei pressi della città di Corralejo, nelle Canarie, si trova una spiaggia la cui sabbia sembra essere fatta di freschissimi Pop Corn.
 Nel posto è conosciuta come “Popcorn Beach” o “Popcorn Bay”, e da lontano non è diversa da qualsiasi altra spiaggia dell’isola spagnola, ma quando ci si avvicina si osservano milioni di piccoli sassolini a forma di pop corn.
 Gli strani frammenti sono in realtà dei piccoli pezzi di corallo bianco giunti sino in riva. Questi si mescolano con le rocce vulcaniche e la sabbia nera della spiaggia, e il risultato è un mix fra popcorn e pepe nero.


Il fenomeno della spiaggia a popcorn non è nuovo, ma ultimamente sono stati diversi gli Instagrammers a pubblicare immagini divenute virali con in mano una manciata di coralli/popcorn. Nonostante sembrino identici all’alimento, la sabbia corallina non è ovviamente commestibile, ma fa un sicuro effetto nelle fotografie dei turisti dell’isola.


Fonte: vanillamagazine.it

mercoledì 23 gennaio 2019

E' spuntata in Turchia una nuova città arcobaleno


Un'altra città arcobaleno.
 L'invasione di colori questa volta sta trasformando Kusadasi, città turistica della costa occidentale del Mar Egeo, in Turchia. 
Il suo borgo è stato suddiviso in spicchi secondo precise gradazioni di colori, creando così sulla collina un arcobaleno visibile 365 giorni l'anno.
 I lavori saranno completati entro aprile. 

 La sbalorditiva trasformazione si potrà vedere anche dal mare, mentre si attracca al porto, e non mancherà di stupire i tanti turisti che scelgono questa meta per trascorrere le vacanze o che passano da qui in crociera o come punto di partenza per visitare la regione e le rovine classiche di Efeso.

 Kusadasi significa «isola degli uccelli», proprio perché è la via di accesso a Guvercinada, Pigeon Island, isoletta collegata alla terraferma da una stretta strada artificiale. Il suo turismo spesso si ferma al porto e al lungomare, dove si trovano gli hotel e i ristoranti. 
Ma ora questa trasformazione vuole portare i vacanzieri anche in «alto», nell'antico borgo decisamente trascurato, che ora si prepara a vivere una nuova vita grazie ai suoi incredibili colori.


Più di 400 case sono state totalmente pitturate nell'ambito del progetto «Let's color» promosso da AkzoNobel con l'intento di colorare il mondo e ridare nuova vita ai luoghi con vernice e pennelli, e l'aiuto di tutto la comunità.

 «Questo è un luogo cruciale per noi, visto che è il primo posto che i turisti vedono della Turchia quanto arrivano al porto», sostiene il sindaco Ozer Kayali.
 «È un panorama sorprendente, motivo per cui crediamo che questo progetto darà un grande contributo alla nostra comunità». 

 Fonte: lastampa.it

Ocean Cleanup, un guasto ferma il sistema per ripulire i mari


A pochi mesi dalla partenza, il Sistema 001 Wilson, un galleggiante a ferro di cavallo lungo 600 metri per la rimozione di materiale plastico accumulato nell’isola galleggiante più estesa del pianeta, mostra i primi segni di malfunzionamento. 
A diffondere la notizia è Boyan Slat, fondatore e amministratore delegato della Ocean Cleanup, compagnia olandese che dal 2013 si è lanciata nella sfida di liberare almeno in parte gli oceani dalle tonnellate di plastica che li invadono.

 Secondo quanto riportato dalla notizia rilasciata da Ocean Cleanup, il 29 dicembre sarebbe stato rilevato un guasto strutturale al Sistema Wilson. 

Slat parla del distaccamento di una sezione terminale del Sistema 001, lunga 18 metri, individuata dai membri del team.
 La causa della frattura potrebbe essere attribuita al forte stress localizzato cui il materiale è sottoposto, tuttavia ulteriori analisi faranno più chiarezza sulla questione.

 Il resto del Sistema, precisa Slat, permane in perfette condizioni, senza alcuna possibilità di girarsi su sé stesso o senza nessun tipo di danno né perdita di eventuali materiali che potrebbero danneggiare l’ambiente o mettere a rischio la sicurezza del personale o delle navi.


Il Sistema 001 Wilson, ideato dal giovanissimo inventore Boyan Slat, è diventato una realtà l’8 settembre del 2018, quando ha lasciato la baia di San Francisco per essere trasferito in corrispondenza del Great Pacific Garbage Patch (GPGP), l’isola di plastica del Pacifico tra Asia e Nord America.

 Dopo una serie di test durati settimane, volti a monitorare il comportamento del sistema in mare, il 16 ottobre Wilson ha finalmente raggiunto il sito stabilito per dare il via alla pulizia.
 Con una flotta di altri 60 sistemi identici a Wilson, l’ambizioso progetto della Ocean Cleanup potrebbe rimuovere il 50% della plastica dal Great Pacific Garbage Patch in soli 5 anni.
 Ma non finisce qui: entro il 2040 l’obiettivo di Slat è quello di eliminare il 90% dei materiali plastici galleggianti sugli oceani di tutto il mondo.

 Essendo le due estremità di Wilson punti di installazione di satelliti e dispositivi di navigazione, la decisione della compagnia in seguito all’accaduto è stata quella di trasportare il Sitema 001 fino al Porto di Honolulu per cercare una soluzione al danno e riprendere il largo quanto prima possibile.

 L’idea di Ocean Cleanup di trascorrere più tempo in mare in questa prima spedizione per raccogliere quanti più dati possibili sull’interazione tra il sistema e la plastica galleggiante, deve ora andare incontro ad un periodo di pausa che metterà alla prova le conoscenze e abilità degli esperti, ma non solo spiega Slat, «ci darà l’opportunità per apportare miglioramenti al sistema». 

 Non è di certo la prima sfida che la compagnia affronta né l’ultima a cui andrà incontro.
 Già dopo circa 6 settimane di permanenza di Wilson in mare, il sistema riportava un problema nella capacità di cattura della plastica. 
Wilson sembrava essere in grado di attrarre e concentrare la plastica, ma non di immagazzinarla per un suo successivo smaltimento.
 Secondo gli esperti una delle possibili cause era la velocità troppo ridotta del sistema che gli impediva di trattenere il materiale.
 Per ovviare a tale problema le due estremità furono allungate con l’aggiunta di ulteriori elementi in modo da incrementare la superficie esposta al vento e aumentare così la velocità del sistema, ma nemmeno questa soluzione sembrò funzionare.
 La nuova proposta fu quella di rimuovere gli annessi e focalizzarsi sulla cosiddetta locking line, ovvero la distanza che separa le due estremità del sistema. 
Purtroppo i test non durarono a lungo per studiarne gli effetti, proprio a causa del malfunzionamento registrato dopo alcune settimane che vede ora Wilson muoversi in direzione delle Hawaii rimorchiato dalla nave Maersk Launcher. 


 Non ci sono dubbi sul fatto che l’intero progetto sia di per sé un’idea sensazionale e innovativa con obiettivi concreti.
 Gli ostacoli sono molti e mettono a dura prova il team che tuttavia non si fa intimorire dagli inconvenienti.
 La determinazione di Ocean Cleanup nel dare un nuovo volto all’oceano è pronta ad affrontare qualsiasi difficoltà.



FONTE: RIVISTANATURA.COM

La raganella con l'artiglio delle Ande ecuadoriane


Questa bellezza dalla pelle cinerea punteggiata d'oro era rimasta finora inosservata, perfettamente camuffata tra i sassi e gli arbusti di fiume di una foresta andina.
 Finché non è stata scoperta e descritta, per la prima volta, da un gruppo di biologi dell'Università Cattolica dell'Ecuador, che l'hanno ribattezzata Hyloscirtus hillisi (in onore di David Hillis, uno scienziato statunitense che negli anni '80 ha largamente contribuito allo studio degli anfibi delle Ande).

 La nuova specie, che raggiunge i 6,5-7 cm di lunghezza, è stata trovata in una piccola foresta di una remota montagna tabulare della Cordillera del Cóndor, un'area praticamente inesplorata delle Ande orientali, raggiungibile solamente con due giorni di marcia a piedi su un versante scosceso.

 Curiosamente, presenta una sorta di artiglio alla base del prepollice, una sorta di dito nell'arto anteriore: la funzione di questo aculeo non è nota, ma potrebbe servire a scopo difensivo o nelle lotte tra maschi rivali.

Nonostante sia appena stata scoperta, la raganella è già a rischio estinzione. 
Si distribuisce infatti in un'area molto ridotta, vicino a un grande sito di scavi minerari gestito da una compagnia cinese.

 Di recente la Ong Amazon Conservation aveva documentato la distruzione dell'habitat in questa regione. 


Fonte: focus.it

lunedì 21 gennaio 2019

Le Hawaii hanno una nuova, straordinaria spiaggia nera


Si chiama Isaac Kepo’okalani Hale Beach Park ed è la nuova spiaggia nera creata sull’isola hawaiana di Pahoa dall’esplosione del vulcano Kilauea avvenuta nel 2018.

 Questa incredibile spiaggia lavica dai riflessi argentei che creano dei contrasti cromatici con il mare di spettacolare impatto, è forse l’unico ricordo positivo di quella terribile devastazione che ha distrutto gran parte dell’isola principale dell’arcipelago hawaiano. Danni per milioni di dollari, un’intera economia in ginocchio, case distrutte: sotto la cenere e i detriti, il tempo ha fatto emergere questo gioiello, frutto della furia eruttiva del vulcano.
 Ed è anche grazie a questa spiaggia che, in qualche modo, il turismo sull’isola è risorto.
 Un luogo magico, ambito da tutti i visitatori che giungono numerosi per ammirare quello che è giustamente considerato un vero capolavoro della natura.


Una bellezza selvaggia e incontaminata che ha fatto guadagnare a questa spiaggia un posto nella CNN Travel 2019, la classifica dei luoghi del mondo imperdibili. 

Anche se la Isaac Kepo’okalani Hale Beach Park non è l’unica grande spiaggia di sabbia nera creata dalla roccia lavica dell’eruzione di Kilauea, è sicuramente quella più affascinante e seducente.
 Le stesse autorità dell’isola la considerano una sorta di “benedizione”, un luogo speciale da cui ripartire e in cui creare nuovi ricordi ed emozioni positive, specie per la comunità autoctona che ha subito gli effetti più devastanti dell’eruzione.


Tra le dune disegnate dalla sabbia scurissima, sono stati creati quattro bacini termali naturali di acqua oceanica che presto saranno pronti per l’apertura al pubblico. 

Nel frattempo, chiunque abbia la fortuna di visitare questo luogo non potrà fare a meno di catturarne l’essenza in qualche scatto da collezionare tra i ricordi più belli.



Fonte: siviaggia.it

venerdì 18 gennaio 2019

Le 12 tombe a corridoio dei Sedici Regni


Un antico complesso di tombe è stato scoperto in un villaggio in Cina, nella provincia nordoccidentale dello Shaanxi.
 Risale all’epoca dei Sedici Regni (304-439 d.C.) e comprende 12 tombe a corridoio disposte su due file.
 All’interno vi erano numerose offerte funerarie, quali statuette di terracotta e monete di bronzo.


Le 12 tombe sono state scavate tra il 2017 e il 2018 nel villaggio di Leijia, all’interno della Xixian New Area, un nuovo grande distretto urbano in costruzione. 

Le tombe, disposte su due file, erano composte da una porta e un corridoio che conducevano alla camera con la sepoltura. 

«Sono state scoperte per la prima volta alcune usanze funerarie mai viste prima: per esempio, la posa di alcune pietre in una piccola fossa all’angolo della tomba, oppure diverse pietre quadrate sopra i piedi di alcuni individui», ha dichiarato Liu Daiyun, ricercatore dell’Istituto provinciale di Archeologia dello Shaanxi. 

 Nelle tombe erano presenti diverse offerte funerarie. 
La maggior parte sono di ceramica, come vasi, lampade e le statuette di guerrieri, animali e servi.
 Gli oggetti in bronzo comprendono invece specchi, sigilli, spille, braccialetti, campanelli e diverse monete.
 Tra queste, una rara moneta del regno degli Zhao Posteriori ha permesso la datazione delle tombe. 

Gli archeologi hanno anche trovato teschi di maialini in due tombe e una grande quantità di chicchi di miglio. 

«Basandoci sulla distribuzione delle tombe, è possibile che le tombe appartenessero a una singola famiglia», ha aggiunto Liu. «Effettueremo dei test del DNA per verificarlo».





Fonte: ilfattostorico.com

giovedì 17 gennaio 2019

Ritrovato in Guatemala un bagno di vapore Maya di 2500 anni fa perfettamente conservato


Pensavano fosse una tomba.
 E invece era qualcosa di decisamente più allettante. 

Gli archeologi polacchi hanno riportato alla luce nell'antica città Maya di Nakum, in Guatemala, un antico bagno di vapore scolpito nella roccia. 
Ha oltre 2500 anni. 
E qui, oltre all'antico rituale di benessere, si svolgevano anche cerimoniali religiosi.

 Quando è stata trovata la prima traccia, circa cinque anni fa, «pensavamo di avere a che fare con una tomba. Ma scoprendo gradualmente le parti successive abbiamo capito che si sbagliavamo e siamo giunti alla conclusione che si trattava in realtà di un bagno di vapore», ha spiegato Wieslaw Koszkul dall'Istituto di archeologia della Jagiellonian University di Cracovia, supervisore degli scavi.


Dal sito archeologico, situato nella regione del bacino di Peten, è riemerso prima un tunnel scavato nella roccia, da cui scorreva l'acqua in eccesso creata dal vapore, e dopo pochi metri, su entrambi i lati, le scale utilizzate per entrare nel bagno: una stanza rettangolare contornata da delle panche scavate nella roccia, dove ci si sedeva per godere del trattamento. 
 Di fronte all'ingresso, gli archeologi hanno trovato anche una nicchia ovale nel muro: un grande focolare usato per molto tempo, come testimonia uno spesso strato di fuliggine tutt'attorno. 
E nel canale di scarico, oltre alla cenere, sono stati rinvenuti anche frammenti di vasi - Nakum era la città delle ceramiche - e strumenti di ossidiana che potrebbero essere stati utilizzati dai Maya per rituali religiosi durante i bagni di vapore, per purificare corpo e anima. 

Il bagno si trova nella parte settentrionale dell'antica città di Nakum, ed è circondato da rovine di templi, piramidi e palazzi residenziali dello stesso periodo o successivi.

 E' stato probabilmente utilizzato per oltre quattrocento anni, dal 700 al 300 avanti Cristo dall'élite dell'epoca. 
E vista la sua completezza e ottima conservazione, questa scoperta Maya viene considerata «estremamente preziosa».

 Fonte: lastampa.it

mercoledì 16 gennaio 2019

Scoperta la tomba di Cleopatra e Marco Antonio: la conferma dell'egittologo


Dopo migliaia di anni Cleopatra e Marco Antonio ancora insieme, seppelliti in un luogo sacro per l’antichità a circa 50 km da Alessandria d'Egitto.

 La scoperta è opera di Zahi Hawass, riconosciuto come uno dei massimi esperti di antichità egizie, ispettore di numerose spedizioni archeologiche e noto anche come divulgatore scientifico.

 Lo studioso ha tracciato il punto della situazione a Palermo lo scorso 12 gennaio. 

 Le prove? 
Abbiamo ancora solo l’annuncio del professore, da anni è impegnato in questi studi, che si è dichiarato sicuro di aver individuato il luogo nel quale i due amanti riposano insieme da millenni. 
Dunque a breve dovrebbero iniziare le ricerche per il disseppellimento delle tombe. 

 La morte della sovrana, avvenuta per suicidio nel 30 a.C., è sempre stata circondata di un'aura di leggenda, come d’altronde la sua figura stessa. 
E dunque le ricerche sulla sua tomba andavano avanti da molto tempo, recentemente concentrate proprio nella zona. 
 Stando alle parole di Hawass, la sepoltura sarebbe avvenuta a pochi metri dal tempio funerario di Taposiris Magna in un ambiente sotterraneo ma non molto profondo. 

Se, come si spera, gli scavi inizieranno presto, non mancherebbe dunque molto al vero e proprio ritrovamento, che si aggiungerebbe agli altri di questi ultimi mesi, tra i quali 8 mummie di 2500 anni fa e una di ben 4400 anni fa. 

 Roberta De Carolis

Scoperto in Gran Bretagna un cimitero romano con molti corpi decapitati


La recente scoperta di un cimitero romano in Inghilterra ha impressionato gli archeologi al lavoro a causa di uno strano particolare: molti corpi avevano la testa tagliata e messa fra le gambe.
 Dei cinquantadue scheletri scoperti nel cimitero, risalente al IV secolo dopo Cristo, ben 17 erano stati decapitati.

 Il motivo per il quale i cadaveri furono decapitati è completamente sconosciuto, ma Andy Peachey, archeologo impiegato presso lo scavo, afferma che: “sembra essere un attento rito funebre, che può essere associato a un particolare gruppo all’interno della popolazione locale“.


Gli archeologi hanno scoperto il misterioso cimitero a causa degli scavi preliminari per un complesso residenziale nei pressi di Great Whelnetham, nel Suffolk.

 La notizia non è giunta inaspettata, perché già dal 1964 gli archeologi erano a conoscenza di un insediamento romano nei pressi del villaggio, testimoniata da un forno per la terracotta, da monete e sepolture. 

 Quel che ha stupito gli archeologi è stata la decapitazione, avvenuta certamente post mortem, di così tanti cadaveri.

 Peachey prosegue: “Le incisioni attraverso il collo furono praticate post-mortem, realizzate con cura proprio dietro la mascella. Un’esecuzione mostrerebbe un taglio più basso, associato a una violenta forza d’urto, particolari che non si ravvisano negli scheletri rinvenuti“. 

 Le sepolture del cimitero, oltre ai 17 cadaveri decapitati, presentano anche altre anomalie. 
Di 52 scheletri soltanto 17 furono sepolti in posizione supina, o distesi sulla schiena. 
Gli altri vennero sepolti a faccia in giù, in posizione rannicchiata, oppure decapitati. 
Altro particolare curioso è che: quattro dei teschi decapitati erano accanto a scheletri di altre persone.


L’enigma di tante sepolture singolari è evidente, e porta gli studiosi ad avanzare diverse ipotesi.
 E’ infatti possibile che le decapitazioni post mortem fossero una pratica propria di un gruppo di persone che si trasferì nella zona, forse appartenenti a un gruppo di schiavi di altre zone dell’Impero Romano.
 Le decapitazioni potrebbero quindi essere legate ad alcune credenze pagane, che ritenevano che gli spiriti necessitassero di essere liberati per raggiungere l’aldilà, o anche che la testa fosse un contenitore dell’anima, una pratica vista nelle tribù celtiche preromane. 

 Purtroppo l’enigma potrebbe essere impossibile a svelarsi. Le sepolture non offrono indicazioni sul ruolo sociale dei defunti, e fatta eccezione per due pettini in osso di tipo romano nelle tombe non sono presenti artefatti che possano fornire indicazioni utili alla soluzione del mistero.


Oltre alla decapitazione rituale e alla strana posizione degli scheletri, il cimitero non era dissimile da tanti altri nei territori dell’impero.
 Le sepolture erano di uomini, donne e bambini, e probabilmente rispecchiano la demografia all’interno dell’insediamento.

 Fonte: vanillamagazine.it

martedì 15 gennaio 2019

Un supermicroscopio ha scoperto il segreto dei quadri di Rembrandt


Svelato dopo tre secoli l’ingrediente segreto della tecnica a impasto usata da Rembrandt per rendere tridimensionali i suoi dipinti: si tratta della plumbonacrite, un minerale ritrovato rarissime volte nei dipinti antichi. 

Lo hanno scoperto i ricercatori olandesi dell’Università tecnica di Delft e del Rijksmuseum di Amsterdam grazie al super microscopio europeo Esrf (European Synchrotron Radiation Facility), la struttura per la luce di sincrotrone di Grenoble.

 Lo studio, pubblicato sulla rivista Angewandte Chemie, aiuterà la conservazione e il restauro delle opere di quello che è considerato il più grande pittore dell’Età dell’oro olandese.
 La sua rivoluzione è stata proprio quella di dare tridimensionalità ai dipinti usando la tecnica dell’impasto, ovvero l’applicazione di uno spesso strato di pittura che, protrudendo dalla tela, riflette la luce dando la sensazione di poter quasi toccare la persona o l’oggetto ritratto.
 L’impasto veniva preparato con pigmenti presenti sul mercato nel XVII secolo, anche se la ricetta esatta non era stata finora ricostruita completamente.
 L’ingrediente mancante era proprio la plumbonacrite, trovata analizzando con la potente luce del sincrotrone tre opere di Rembrandt: il ‘Ritratto di Marten Soolmans’ conservato al Rijksmuseum, ‘Betsabea’ del Louvre e ‘Susanna’ del museo Mauritshuis. 

 “Non ci aspettavamo di ritrovare questa sostanza, è così insolita nelle opere dei grandi maestri”, afferma il coordinatore dello studio Victor Gonzalez. 
“Inoltre la nostra ricerca dimostra che la sua presenza non è accidentale o dovuta a contaminazione, ma il risultato di una sintesi fatta intenzionalmente”.

 Le indagini, però, non finiscono qui. “Pensiamo che Rembrandt possa avere usato anche altre ricette e questo – aggiunge la ricercatrice Annelies van Loon – è il motivo per cui analizzeremo campioni di altre opere realizzate da lui e da pittori della sua cerchia”. 

 Fonte: blueplanetheart.it
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