Il Nepal, piccola striscia di terra i cui territori spaziano dalla pianura del Gange alla catena montuosa dell’Himalaya, è una realtà ricca di storia, cultura, spiritualità a cui si aggiunge una natura che lascia senza fiato.
Una delle destinazioni meno conosciute è il Lago Rara, nonostante sia il più grande del paese.
Si trova all’interno del Rara Lake National Park, celebre per essere il più piccolo parco nazionale nepalese, ad un’altezza che tocca quasi i 3000 metri.
Per raggiungerlo, una volta atterrati nel piccolo aeroporto di Talcha, bisogna prevedere qualche ora a piedi.
Ne vale comunque la pena, perché quello che si para dinnanzi agli occhi è una meravigliosa oasi di biodiversità eccezionale, praticamente semisconosciuta, dove trovano rifugio anche specie a rischio quali il panda rosso, l’orso nero dell’Himalaya, il leopardo.
Il lago è un luogo ideale dove trascorrere momenti piacevoli di relax remando nelle chiare acque blu-cristallino. Ma anche camminando sulle colline circostanti alla ricerca di spettacolari punti di osservazione dove lo splendore della natura, le foreste di pini, abeti e ginepri e le cime innevate fanno da sfondo.
Il parco è circondato da una vegetazione di conifere alpine e offre un campione rappresentativo della flora e della fauna della regione. Più di 500 diversi tipi di fiori, 20 diverse specie di mammiferi e 214 specie di uccelli possono essere osservati all’interno del Parco Nazionale di Rara.
Notevole è anche la varietà di uccelli come la folaga, lo svasso maggiore, lo svasso dal collo nero, il moriglione rosso crestato, il germano reale, l’alzavola comune, il mergo e i gabbiani.
Gli uccelli acquatici migranti e gli uccelli gallinacei possono anche essere visti durante le diverse stagioni.
La profondità delle acque del lago si aggira intorno ai 167 metri, mentre la larghezza arriva a 5,1 chilometri e la larghezza a 2,7.
Per poter avere una visuale perfetta il luogo giusto è la collina di Chuchemara, a quota 4.087: senza dubbio si tratta del miglior punto di osservazione per godere delle magnifiche viste sul profondo lago blu, sulle colline boscose e sulle cime innevate che lo circondano.
Dato lo splendore incontaminato che regala la natura il trekking in Nepal che conduce attraverso la campagna remota verso il confine tibetano e tocca la regione di Jumla e il bellissimo lago di Rara è, con tutta probabilità, uno dei più gratificanti ed affascinanti di tutta la catena himalayana.
Fonte: lastampa.it
Un maestoso ingresso scavato nella parete di roccia a picco sul mare di Castro Marina dà il benvenuto alla Grotta Zinzulusa, uno dei maggiori fenomeni carsici del Salento.
Così soprannominata dalla fantasia popolare, la grotta vede al suo interno numerose stalattiti e stalagmiti.
Esse somigliano a stracci di un abito logoro, chiamati appunto “zinzuli” in dialetto salentino, dai quali la grotta prende il nome.
La Grotta della Zinzulusa si suddivide in diverse parti.
Superato l’ingresso, si accede a una galleria carsica che entra nel ventre della terra per un centinaio di metri.
Progressivamente essa riduce la propria sezione, fino a raggiungere il cosiddetto “duomo”, ovvero il salone terminale del tratto emerso, quello prettamente turistico.
Da questo punto in poi, infatti, un abbassamento di quota porta alla parte sommersa della grotta, il Cocito.
Al suo interno sono stati trovati dei fossili viventi unici al mondo, tra i quali spugne ipogee Higghinsia ciccaresi e grosse stalagmiti sul pavimento.
Queste ultime sono indice di un lungo periodo di emersione di tali ambienti.
La grotta dunque è idealmente divisibile nelle tre zone di ingresso, cripta e fondo.
Essa è invasa da acque sia marine che dolci sorgive, molto limpide e piuttosto fredde.
Rappresenta un luogo particolarmente interessante dal punto di vista faunistico per la presenza di poriferi, organismi di solito non adatti ad ambienti isolati.
In generale la grotta ospita una inusuale diversità biologica, con anche differenti specie endemiche.
La Grotta della Zinzulusa venne scoperta dal vescovo di Castro, Antonio Francesco del Duca, nel 1793.
Tuttavia, i primi studi iniziarono solo centocinquant’anni dopo, nel 1950.
Alcuni studiosi salentini, in particolare, si cimentano poi nella scoperta e nello studio della Grotta Zinzulusa.
Tra di essi si ricordano il Brocchi, il Botti e infine uno dei più insigni studiosi sul Salento, il De Giorgi.
L’interesse suscitato dalla Grotta Zinzulusa non si limita solo all’aspetto biologico.
Al suo interno, infatti, sono stati rinvenuti anche numerosi resti di manufatti.
Essi sembrano risalire al Neolitico al Paleolitico, fino a giungere all’epoca romana.
La grotta, che come detto è di natura carsica, si è originata durante il periodo del Pliocene per effetto dell’erosione operata dall’acqua sul sottosuolo calcareo salentino.
La Zinzulusa, inoltre, presenta molti resti fossili di uccelli, cervi, felini, elefanti, orsi, ippopotami, rinoceronti.ù Essi testimoniano la straordinaria ricchezza e varietà di specie nel Salento antico.
La grotta venne infine aperta al pubblico nel 1957.
Ancora oggi, la grotta presenta ulteriori bacini del tutto sommersi, esplorati fino a 250 metri dall’ingresso.
Il Karst Waters Institute (KWI) ha inserito la grotta nella lista dei 10 sistemi carsici a maggiore rischio per i quali è necessaria una maggiore tutela.
Fonte: notizie.it
Nel 1942, nel pieno della II Guerra mondiale, il governo americano diede il via al progetto Manhattan per creare in breve tempo laboratori in grado di produrre un'arma atomica prima che i nazisti, impegnati da anni in un programma nucleare, ne costruissero una loro.
Il progetto fu gestito dal distretto dell'American Corps di Manhattan a New York (da cui il nome Manhattan, dato al progetto) e prese il via nella segretezza più totale.
L'iniziativa poteva contare sul contributo di molti scienziati nucleari che con l'ascesa delle dittature in Europa e la scarsità di finanziamenti alla scienza, trovarono rifugio negli Stati Uniti.
Sotto la bandiera a stelle e strisce si formò una comunità di fisici di altissimo livello.
Tra i nomi più noti, Enrico Fermi, Leo Szilard e Robert Oppenheimer.
Tutti erano animati da un sincero rancore verso il Nazismo e da una fiduciosa speranza nel potere della scienza. Ma soprattutto credevano nell'importanza di dotare l’America di questa arma micidiale da usare come deterrente nei confronti dei nazisti.
Il primo punto che il governo americano si trovò ad affrontare fu quello di decidere dove costruire i centri e i laboratori di ricerca.
Le esigenze del progetto richiedevano che si trattasse di sobborghi isolati, lontano dai grandi centri abitati e isolati con filo spinato: i tre siti scelti furono Oak Ridge (Tennessee), Los Alamos (Nuovo Messico) e Hanford (Washington).
Nel complesso i tre agglomerati urbani ospitarono 125.000 scienziati, ma non solo loro. A vivere lì erano famiglie, studiosi, fisici e ovviamente spie.
Il Progetto Manhattan fu incaricato infatti anche di condurre attività di intelligence sul Programma nucleare militare tedesco.
Molti uomini furono quindi inviati in Europa, talvolta oltre le linee nemiche, a raccogliere materiale e documenti del programma tedesco e ad arruolare scienziati.
Le città furono costruite silenziosamente dal Corpo degli Ingegneri degli Stati Uniti dopo che tutti i residenti vennero sfrattati.
I centri erano tenuti così segreti da non risultare nemmeno sulle mappe.
A tutti fu proibito di pronunciare il nome della città in cui risiedevano.
Isolati da barriere naturali e recinzioni di sicurezza, ogni sobborgo rispondeva a precisi requisiti: si trovava in zone poco popolate, lontano dalle coste, ma era facilmente raggiungibile da ricercatori e tecnici.
Inizialmente, spinti da spirito patriottico, in molti si adattarono a vivere in tenda, altri in roulotte o in rifugi di fortuna fino a quando, all'interno delle riserve militari, spuntarono le prime abitazioni.
I centri erano microcosmi in cui non mancava nulla: c'erano enormi quantità di rifornimenti, laboratori e fabbriche ma anche case, scuole e ospedali.
I più sfortunati anche allora erano gli afroamericani, spesso ospitati in baracche di compensato, economiche ma precarie.
Con l'avanzare della guerra, mentre i lavori per la produzione dell'atomica procedevano, gli Alleati trovarono documenti che rivelavano che il progetto nucleare tedesco era in realtà ancora a uno stadio embrionale: non era stata prodotta né una reazione a catena, né il plutonio, né la separazione degli isotopi dell’uranio.
Tra gli scienziati americani che invece erano a un passo dal realizzare la bomba all'uranio e quella al plutonio, emersero i primi dubbi.
Lo stesso Szilard, uno degli uomini di punta del progetto, nel 1945 stilò una petizione firmata da 68 dipendenti del reparto di Metallurgia del Progetto Manhattan, e la presentò al presidente Truman (Rapporto Franck): dichiarava che lanciare le prime bombe atomiche sul Giappone sarebbe stato del tutto ingiustificato.
La petizione cadde nel nulla.
La mattina del 16 luglio 1945 (il tardo pomeriggio in Italia) nel cuore del deserto della Jornada del Muerto, in New Mexico, un fungo atomico squarciò il cielo e infranse il silenzio: gli scienziati del progetto Manhattan avevano appena testato la potenza di Gadget, la prima bomba atomica della storia.
Meno di un mese dopo, il 6 agosto 1945, gli Stati Uniti lanciarono un'altra bomba atomica su Hiroshima in Giappone e tre giorni dopo una al plutonio su Nagasaki.
Solo allora il presidente Truman (succeduto a Roosvelt nell'aprile del 1945) rese pubblica la notizia dei siti nucleari.
Un senso di sgomento intanto colpiva molti degli scienziati che avevano lavorato a questo risultato.
"I fisici hanno conosciuto il peccato", fu lo sconsolato commento di Oppenheimer dopo l'esplosione ad Hiroshima.
Lo pensava da tempo.
Appena venti giorni prima durante il lancio di Gadget era stato ancora più radicale: Sono diventato Morte, il distruttore di mondi.
Fonte: focus.it
Questi splendidi gioielli di ghiaccio si possono ammirare esclusivamente sull’isola giapponese di Hokkaido, e più precisamente lungo la foce del fiume Tokachi.
Ogni inverno, tra gennaio e i primi di febbraio, le rigide temperature congelano l’acqua del fiume e le onde del mare che s’infrangono sulla battigia spaccano il ghiaccio, spingendo i frammenti sulla sabbia della spiaggia levigandoli come splendidi cristalli.
Il “Jewelry Ice”, letteralmente tradotto “ghiaccio gioiello”, è una formazione di acqua dolce che deve la sua purezza alla mancanza di sale e al lento congelamento.
Questo fenomeno permette alle bolle d’aria e a qualsiasi altra impurità di fuoriuscire dai blocchi, fino a renderli scintillanti e trasparenti come diamanti.
In un articolo del New York Times, il fisico Peter Wadhams dell’Università di Cambridge ha dichiarato che la lucentezza di queste pietre si avvicina al ghiaccio dei fiordi cileni e delle insenature dell’altopiano dell’Alaska, ma nessuno ha la stessa composizione molecolare.
Si tratta dunque di una rarità, l’ennesimo “prodigio naturale” del nostro straordinario pianeta.
Fonte: mybestplace
Un paesaggio assolutamente incantevole, magico e dalla quieta atmosfera. Un luogo tra la natura incontaminata che ospita uno dei laghetti di montagna più belli che possiamo incontrare tra le Dolomiti.
Questo meraviglioso specchio d’acqua è il Lago Federa, un paradiso tutto italiano, raggiungibile facilmente a piedi e con la mountain bike.
Il lago è immerso in una cornice rocciosa tra pareti, torri e guglie selvagge. Sulla sua riva si trova un accogliente rifugio in cui il visitatore può degustare le prelibatezze del luogo.
Da qui partono anche le vie per intraprendere delle stupende ed interessanti escursioni.
Il Lago Federa è ormai rinomato per la sua particolarità: il livello delle sue acque rimane sempre costante in ogni stagione.
Ciò significa che sia d’estate che d’inverno è possibile godere della bellezza del lago e dei suoi meravigliosi colori.
La spiegazione data a tale fenomeno riguarda la presunta presenza di una o più sorgenti sotterranee, che condurrebbero continuamente le acque dolci al lago evitando che con il caldo estivo si prosciughi. Ma le spiegazioni scientifiche a volte lasciano spazio ai miti ed alle leggende popolari.
Attorno al lago, difatti, si aggirano numerosi racconti popolari che prevedono personaggi mitologici.
La leggenda, infatti, narra di un drago alquanto perfido e terribile, la sua invidia per la bellissima città di Miliera, lo condusse ad una accecante rabbia.
La sua ira, portò il drago a giungere ad una decisione estrema: distruggere la città di Miliera.
Dopo ave commesso questo atto deplorevole, il drago si andò a rifugiare tra le montagne che oggi ospitano il lago.
Restò esposto al sole tra l’erba dopo aver nascosto sottoterra una conchiglia.
Quindi arrivò l’inverno che ricoprì tutto con la neve, quando tornò la bella stagione calda, le nevi si sciolsero riempendo la conchiglia di acqua.
Ed è stato proprio allora che il lago ha avuto origine.
Fonte: viaggiare.moondo
La strada verso Sudeley Castle attraversa campi verdi con le pecore, laghetti con le anatre e boschi lussureggianti.
E’ già uno spettacolo della natura in sé, con le vedute panoramiche che si aprono su Winchcombe e la sua chiesa. Offre uno squarcio sulle bellezze, già numerose, delle Cotswolds, la regione a sud ovest dell’Inghilterra fatta di colline, campagna e cottege caratteristici.
Anche il borgo di Winchcombe rientra in questo quadro, con le sue vie piene di case di pietra, le passeggiate vicino al fiume, i pub tradizionali, le sale da te, e i giardini ricchi di fiori.
Proprio una di queste
stradine in discesa, costellata da una serie di cottage piccoli uno dietro l’altro, conduce al cancello del castello. Anzi, ad una prima entrata, quella che permette l’accesso ai visitatori lungo un percorso immerso nella natura.
Fino a quando si arriva a vederlo, questo castello che rappresenta un aspetto delle Cotswolds che spesso passa in secondo piano: la Storia.
Questa parte di Inghilterra ne ha vista tanta, a cominciare dalle battaglie della Guerra delle Due Rose.
Sudeley ha ospitato re e regine, una in particolar modo, Katherine Parr, la sesta moglie di Enrico VIII, la sopravvissuta al sovrano despota, la vedova che era piuttosto una badante, che si prese cura del consorte infermo e dispotico, senza rinunciare alle sue idee riformiste.
Una volta deceduto Enrico, Katherine si rifece una vita proprio qui al castello, che era di proprietà del suo nuovo sposo, una figura controversa, un arrivista senza scrupoli, malato di potere, zio del giovane erede alla corona,
Thomas Seymour.
La Parr era molto innamorata del fascinoso barone, che però non ci ha pensato due volte a usarla per conservare l’influenza sul trono e complottare a proprio favore.
Nel 1548 l’ex regina morì, otto giorni dopo aver dato alla luce una bambina, di cui la Storia ha perso le tracce, e venne sepolta nella cappella di St Mary del castello.
Ed è ancora lì, in una tomba di marmo bianco, che Emma Dent, proprietaria del maniero nell’Ottocento, volle creare in stile vittoriano, dopo aver scoperto nel precedente sepolcro un mucchietto di cenere.
Un giusto riconoscimento ad una donna particolare, sensibile e “moderna” per il Cinquecento, che rimane legata in modo indelebile a Sudeley.
Nonostante, sia prima che dopo la Parr, il castello abbia visto diversi padroni, è sempre considerato come suo.
Le fondamenta di Sudeley sono state create su una fortificazione del tempo dei re anglosassoni, fu Ralph
Boteler nel 1441 a costruire il palazzo antenato di quello odierno, ma venne confiscato, perché la famiglia
aveva appoggiato la fazione nemica, da Edoardo IV: da allora ha fatto parte della corona.
Edoardo lo donò al fratello Riccardo, al tempo Duca di Gloucester, che vi edificò una grande ala destinata ai banchetti e ai ricevimenti, oggi vedibile in una sorta di scheletro di pietra poco lontano dall’entrata del palazzo.
Da allora vide la visita di numerosi re, tra cui proprio Enrico VIII che ci venne in compagnia della seconda moglie, Anna Bolena, nel 1503.
Per ironia della Storia, che spesso si accanisce con il sovrano Tudor, la residenza, una volta ereditata dal giovane figlio Edoardo venne donata allo zio Seymour, che la ampliò e abbellì, e ci venne a vivere con Katherine Parr, ospitando per un periodo le loro protette, la prossima sovrana Elisabetta I e la sfortunata Jane Grey.
Per questo un angolo, pieno di rose in boccio, è chiamato giardino delle tre regine, mentre da una camera aperta al pubblico un fantoccio rappresentate una delle dame di compagnia di Katherine che guarda desolata attraverso la finestra fino alla cappella, dove la Parr amava pregare con la figliastra.
Ma non è finita qui. Seymour venne accusato di tradimento contro la corona e fu decapitato, nel Seicento Sudeley finì tra le pieghe della guerra civile e fu quasi completamente distrutto.
Soltanto alla fine del Settecento ci si ricordò che la cappella, rimasta intatta, custodiva le spoglie di una regina e nell’Ottocento i nuovi proprietari, la famiglia Dent, diedero il via ai restauri.
L’aspetto attuale si deve soprattutto a Lady Emma che dopo aver sposato John Dent, volle riportare all’antico splendore il palazzo e si concentrò moltissimo sulla sistemazione del parco, lo stesso dove oggi si ammira nella sua incantevole perfezione, tra siepi, aiuole di erbe officinali, alberi secolari, labirinti verdi, un laghetto, una zona con voliere con uccelli esotici e tantissimi fiori di ogni colore.
Tutto questo e molto altro si apprende visitando Sudeley, che oggi è proprietà dei baroni Ashcombe, che l’hanno aperto al pubblico, usano anche una sala preposta a location per matrimoni e alcune aree del giardino per manifestazioni ed eventi vari.
Si possono visitare solo un paio di sale al primo piano del palazzo, le altre rimangono private.
I baroni hanno saputo creare un’atmosfera calorosa e ospitale nelle zone destinate alla visita, mettendo in mostra oggetti preziosi, come antichi libri, i mobili, i quadri e soprattutto le fotografie.
Vedendo quelle del Lord, della Lady, dei loro giovani figli e persino del cane si ha l’impressione di essere accolti davvero in famiglia e ammirando una foto sorridente del Principe Carlo e di sua moglie Camilla, grandi amici degli Ashcombe, e la partecipazione delle loro nozze è come spiare da vicino l’inarrivabile nobiltà inglese e i suoi reali.
La Duchessa di Cornovaglia è stata spesso in visita del castello, ci sono foto che la ritraggono in compagnia della Baronessa e del suo cane tra i sentieri del giardino.
Gli stessi che i fortunati visitatori possono percorrere alla scoperta di questo splendido angolo delle Cotswolds, consacrato a Katherine Parr.
Fonte: latitudinex.com
Vi sottoporreste a un intervento chirurgico di trapanazione cranica senza anestesia e senza antibiotici?
Tranquilli, non c'è chirurgo al mondo che ve lo proporrebbe, oggi, ma in passato le cose andavano diversamente, e non due o trecento anni fa: dagli Inca alla Grecia antica, era una pratica più diffusa di quanto si credesse finora - e in certi perio con ottimi risultati.
Al tempo di quelle antiche civiltà molti sono stati sottoposti a simili interventi e, lo dimostrano i reperti, molti sono sopravvissuti per mesi e anni.
Oggi si conoscono centinaia di casi di trapanazioni eseguite dai "medici" Inca con percentuali di successo sorprendentemente alte, fino all'80-90 per cento - un tasso di sopravvivenza di molto superiore ad analoghi interventi eseguiti, per esempio, durante la Guerra Civile americana, circa 400 anni dopo, che non ha mai superato il 50 per cento.
David Kushner (neurologo, Università di Miami), John Verano (bioarcheologo, Tulane University, New Orleans) e Anne Titelbaum (bioarcheologa, Università dell'Arizona) hanno condotto una ricerca - pubblicata su World Neurosurgery (sommario, in inglese) - sul tasso di successo della chirurgia cranica lungo culture e periodi storici diversi.
Spiega Kushner: «È possibile che le trapanazioni siano state inizialmente pensate per ripulire fratture craniche e alleviare la pressione del sangue sul cervello dopo i colpi alla testa», tuttavia non tutti i crani trapanati esaminati dal team mostrano segni di ferite, quindi è possibile che l'intervento chirurgico sia stato utilizzato anche per trattare particolari malattie, come i mal di testa cronici e le malattie mentali.
Teschi con vari tipi di trapanazione sono stati rinvenuti in tutto il mondo, ma il Perù, con il suo clima secco e le eccellenti condizioni di conservazione, ne vanta centinaia.
Il gruppo di ricercatori ha esaminato 59 teschi provenienti dalla costa meridionale del Perù, datati tra il 400 e il 200 a.C. (I gruppo), 421 reperti provenienti dagli altopiani centrali del Perù, datati dal 1000 al 1400 d.C. (II gruppo), e 160 teschi provenienti dagli altopiani di Cusco, la capitale dell'impero Inca, datati tra gli inizi del 1400 d.C. e la metà del 1500 d.C. (III gruppo).
L'indizio sul successo o meno dell'intervento lo dà lo stato dell'osso attorno alla trapanazione: se non ci sono evidenti segni di guarigione, il paziente deve essere morto durante o poco dopo l'intervento.
Al contrario, un perimetro liscio attorno all'apertura dimostra che il paziente è sopravvissuto per mesi o anni dopo l'intervento.
I risultati dello studio sono sorprendenti: solo il 40 per cento del primo gruppo è sopravvissuto all'intervento, ma poi si passa al 53 per cento per il secondo gruppo e all'83 per cento durante il periodo Inca (III gruppo).
C'è poi un sorprendente 91 per cento di pazienti sopravvissuti in un altro campione, per la verità piccolo, di nove crani provenienti dagli altopiani settentrionali, datati tra il 1000 e il 1300 d.C.
Stando ai ricercatori le tecniche sono migliorare nel tempo: fori più piccoli e meno invasivi, evidentemente per ridurre il rischio di danneggiare la membrana protettiva del cervello.
«Abbiamo potuto "vedere" un progressivo affinamento nei metodi di trapanazione in un processo durato un migliaio di anni: quei chirurghi non erano semplicemente fortunati, erano davvero abili! Diversi pazienti sembrano essere sopravvissuti anche a trapanazioni multiple: un cranio di epoca Inca mostra addirittura cinque interventi chirurgici guariti», afferma il ricercatore.
Kushner e Verano hanno poi confrontato i risultati conseguiti dalla medicina Inca con interventi cranici eseguiti con metodi simili sui soldati durante la Guerra Civile americana.
Anche i chirurghi di quei campi di battaglia hanno curato le ferite alla testa tagliando le ossa mentre cercavano di non perforare la delicata membrana del cervello.
Stando alle cartelle cliniche dell'epoca, però, dal 46 al 56 per cento dei pazienti sono deceduti, rispetto al 17-25 per cento dei pazienti Inca.
«Queste differenze sono in parte giustificate dalla natura delle lesioni: sui campi di battaglia della Guerra Civile i traumi dovevano essere ben diversi da quelli collezionati al tempo degli Inca», afferma Emanuela Binello, neurochirurgo (Università di Boston), che ha condotto analoghi studi sulle tecniche di trapanazione nell'antica Cina.
Molti soldati della Guerra Civile hanno sofferto di ferite da arma da fuoco e da palle di cannone e sono stati trattati in ospedali affollati e drammaticamente sporchi, cosa che ha certamente favorito le infezioni, «ma il tasso di sopravvivenza alle trapanazioni in Perù ha comunque dell'incredibile», conclude Binello.
Fonte: focus.it
Una coccinella! Ti porterà fortuna.
Da sempre siamo cresciuti con questo detto, perché questo simpatico insetto rosso dai sette punti neri, gode da sempre di una buona reputazione e viene considerato un messaggero di felicità.
Una leggenda narra che la coccinella era l’emblema dell’antica Dea Lucina (Giunone per i romani), dea della luce,del travaglio e del parto, ma anche di una Dea dell’amore e della bellezza.
Ma non solo, il colore rosso ha da sempre rappresentato la vittoria sui nemici e sulle malattie ( in tempi antichi i medici facevano indossare vesti rosse ai malati di reumatismi).
Il numero sette poi è associato alla fortuna, si dice che il numero di puntini neri sul dorso della coccinella indichi quello dei mesi in cui si sarà baciati dalla dea della fortuna e che presto arriveranno soldi. La fortuna è maggiore se l’insetto si posa il tempo necessario per contare fino a 22.
Ci sono poi altre leggende popolari in cui la coccinella è legata alla Madonna che alcune volte era vestita di un mantello rosso e i sette puntini, tipici della specie di coccinella più comune, che rappresentavano o sette gioie o sette dolori.
O anche al Signore (la coccinella è chiamata anche scarabeo della Madonna o gallinella del Signore), mentre nel Medioevo i contadini tedeschi ed inglesi credevano che essa fosse un regalo della Santa Maria contro la piaga degli afidi e per questo la ribattezzarono coleottero della Maria.
Anche in Francia è chiamata la bestiola del Signore.
Il nome "coccinella" deriva dal latino "coccineus" che significa "scarlatto".
Come dicevamo il rosso è un colore vitale, gioioso che indica passione, forza, positività e fortuna!
Non solo in Italia vi è la credenza che la coccinella porti fortuna: in ebraico, ad esempio, viene chiamata "piccolo cavallo di Mosè" o anche "piccolo messia", mentre in Turchia la traduzione ha esattamente il significato di "insetto portafortuna".
In Inghilterra è "ladybird" o "ladybug" per indicare "uccellino o insetto ella donna", mentre in russo "God’s cow" è la "femmina del Signore".
In Finlandia è viva la tradizione che riconduce la coccinella alla benevolenza religiosa: "marienvoglein", ovvero “insetto di Maria”.
C'è infine una leggenda sul perché la coccinella abbia sette punti neri.
C'era una volta un uomo di nome Urunti, che visse tantissimo tempo fa sulla terra.
Urunti era un essere gigantesco e spettava a lui mantenere la giustizia fra le creature che abitavano il pianeta.
A quel tempo non esisteva ancora la morte e tutti continuavano a vivere in eterno: nessuno nasceva e nessuno moriva.
Un giorno, Urunti decise di fare una passeggiata nel suo giardino fiorito e accarezzò la rosa per darle il buongiorno.
Si ferì il pollice della mano con una spina e una goccia di sangue cadde a bagnare il terreno, ma, dato che non esisteva la morte, quella goccia prese vita e cominciò a camminare.
Urunti osservò la nuova creatura rossa con sei piccole zampe nere e decise di portarla con sé a conoscere il mondo; la piccola coccinella osservò attentamente, ma non vide cose che le piacquero.
Gli animali si ferivano, invecchiavano ma non morivano mai, e lei, che era nata da poco, vide solo creature millenarie che oramai conoscevano già tutto.
Per ricordarsi di quello che aveva visto, chiese a Urunti di disegnarle piccole macchie nere sul dorso, una per ciascuna delle ingiustizie che aveva osservato.
Urunti si meravigliò del desiderio della coccinella, le chiese cosa potesse fare lui per rimediare e preservare la giustizia:
“Permetti anche ad altre creature di vedere questo mondo e fa sì che gli animali stanchi e feriti possano riposare” disse lei.
Ma l’uomo non sapeva cosa fosse la morte, così la coccinella, per insegnarglielo, si punse con quella spina che aveva ferito il dito di Urunti e le aveva dato la vita.
Da quel giorno, Urunti introdusse la morte e la nascita nel mondo e, dopo averlo fatto, decise infine di addormentarsi anch’egli accanto alla piccola coccinella dal dorso macchiato.
Dominella Trunfio
Una scultura di porcellana, dopo 3.000 anni ancora eccezionalmente conservata, ha sollevato un dibattito tra gli archeologi, che si interrogano sull’identità del sovrano raffigurato
L’oggetto alto 5 cm, appena descritto sulla rivista Near Eastern Archaeology è stato rinvenuto nel 2017 durante una campagna di scavi nel sito di Abel Beth Maacah, appena più a sud del confine israeliano con il Libano, vicino alla moderna città di Metula.
Dalla corona sul capo sembra chiaro si tratti della figura di un sovrano, ma capire di quale reale si tratti nello specifico è, considerate l’area e l’epoca di realizzazione, un’impresa complessa.
La testa scolpita, che sembrerebbe risalire al IX secolo a. C., è stata ritrovata in una zona un tempo occupata dalla città di Abil al-Qamh, menzionata nel Libro dei Re dell’Antico Testamento.
L’area sorgeva in una zona di confine contesa tra il Regno degli Aramei con base a Damasco ad est, la città fenicia di Tiro ad ovest e il Regno di Israele con capitale Samaria a sud.
Nel Libro dei Re si parla della città come una delle terre attaccate dal re Ben Hadad di Damasco in una campagna contro Israele.
Si trattava dunque di un’area fortemente contesa.
Tuttavia, poiché la datazione al radiocarbonio non permette di stabilire per il reperto una data più precisa del IX secolo a.C., la rosa dei sovrani candidati rimane ampia: potrebbe trattarsi di Ben Hadad o Hazael di Damasco, di Ahab o Jehu di Israele, di Ithobaal di Tiro – tutti descritti nella Bibbia.
Come riporta il Guardian, un elemento che potrebbe aiutare nell’identificazione e che fa pensare al monarca raffigurato come a un uomo del Vicino Oriente è l’acconciatura, simile a quella con cui gli antichi Egizi rappresentavano le vicine popolazioni di origine semitica.
Chiunque sia il suo soggetto, la statua è comunque un esempio di arte figurativa particolarmente raffinato, per essere un manufatto dell’Età del Ferro: in genere, i reperti artistici così antichi sono ancora piuttosto semplici e non raggiungono un tale livello di dettaglio.
Fonte: focus.it
Basta il nome, Berlenga, e subito risuonano nella mente i richiami dai gabbiani.
Facile assocciare la piccola e splendida isola portoghese a questi uccelli. Sono i veri padroni del luogo e camminare sui sentieri, vederli volare sul mare blu o covare tra gli arbusti è qualcosa che rimane impresso per sempre, anche se lì ci si è stati anni prima.
Berlenga è, prima di tutto, un luogo dell’anima, uno di quelli dove ti senti in pace con il mondo e con la natura.
Un’oasi felice dove l’uomo arriva con il contagocce e non può fare danni.
Un’isola pura, selvaggia e incontaminata da preservare per sempre, anche nel cuore.
I gabbiani sono la colonna sonora di un mini paradiso terrestre. Non è un posto per chi non ama gli uccelli e gli animali in genere o per gli stressati, non lo sopporterebbero un minuto.
Eppure la calma è totale in questo arcipelago selvaggio del Portogallo, a poco più di cento chilometri da Lisbona, un insieme di minuscole isolotti rocciosi.
Berlenga, il principale, Estelas e Farihoes, più che altro scogli granitici, sono il regno dei gabbiani, urie, berte, marangoni e altre specie.
La loro presenza, insieme a quella di conigli e lucertole, ha reso questa località “riserva della biosfera” dal Consiglio Europeo, oltre che una riserva marina mentre le acque circostanti sono state dichiarate interesse archeologico.
Chi arriva qui lo fa in punta di piedi,rispettando le regole degli uccelli, il loro universo, la loro espansiva voce.
Gabbiani ovunque: accucciati, per ripararsi dal vento, in cerca di cibo, plananti dall’alto, in trepida cova, in decollo verso nuove avventure.
Chi esplora l’isoletta di granito rosa cammina tra loro, sui sentieri che partono dal piccolo porticciolo.
Qui, durante la bella stagione, sbarcano le piccole imbarcazioni che fanno la spola con Peniche, il centro sulla
terraferma più vicino, quindici chilometri più a sud.
Ma sono pochi gli avventurieri che arrivano: per rispetto
all’ecosistema, le costruzioni si contano sulla punta delle dita, c’è una sola possibilità di alloggio, molto spartana, un ostello creato nel vecchio forte a picco sul mare, e un bar-emporio utile per ogni bisogno.
Normalmente chi viene a Berlenga è in gita giornaliera, per esplorare il sentiero che in un’ora e mezzo fa l’intero giro dell’isola: il panorama è mozzafiato, tra questi picchi scoscesi, le grotte nascoste, le gole profonde e le baie rocciose dove il mare risuona fragoroso.
Punto focale è il forte de Sao Joao Baptista, risalente al 1502, legato all’isola da un piccolo ponte: sotto le baie tranquille sono piene di barche che fanno il giro di Berlenga dall’acqua, forse la soluzione migliore per chi non ama il trekking.
Il mare è di ogni sfumatura di verde, gelido, perché questo è l’Atlantico e chi si immerge nella baietta di sabbia attaccata al molo, dominata da una costruzione con il punto ristoro, ne deve essere consapevole.
Non è da tutti, si nuota con il fiato tirato, per i freddolosi e meno temerari meglio scaldarsi al sole e crogiolarsi tra gli uccelli.
Fonte: latitudinex.com