venerdì 13 aprile 2018
La tartaruga 'punk' rischia l'estinzione
La bizzarra tartaruga Mary river (Elusor macrurus), che spesso sviluppa una spettacolare ‘cresta mohicana' di alghe verdi, è stata inclusa tra le cento specie di rettili più minacciate del Pianeta, posizionata al 29° posto della classifica.
La nuova lista EDGE (acronimo di Evolutionarily Distinct e Globally Endangered) è stata compilata dagli scienziati dell'autorevole Zoological Society of London (ZSL), che tengono traccia anche della vulnerabilità di altri animali, come mammiferi, anfibi, uccelli, coralli e altri ancora.
A proiettare questa specie di tartaruga australiana – così chiamata perché vive solamente nel fiume Mary del Queensland – sull'orlo dell'estinzione è stato l'essere umano, che ne ha razziato le giovani generazioni per oltre un decennio tra gli anni '60 e '70.
Benché sia stata classificata soltanto nel 1994, infatti, questa tartaruga dal comportamento docile all'epoca era molto apprezzata come animale domestico, e così tra adulti e 15 mila neonati catturati ogni anno da inviare ai negozi di animali di tutta l'Australia, si stima che la popolazione sia oggi crollata del 95 percento.
A renderla così ambita prima dell'entrata in vigore delle misure di protezione, al di là del già citato comportamento, vi era soprattutto il suo aspetto spettacolare.
La tartaruga, oltre a mostrare spesso la crescita di alghe su tutto il carapace e sulla testa, ha infatti anche un paio di tubercoli che spuntano sotto il mento, escrescenze simili a dita che utilizza come organo sensoriale per ‘tastare' la sabbia del letto del fiume in cui vive.
Ha inoltre una lunghissima coda, che può raggiungere i due terzi del carapace; nel complesso il rettile arriva a misurare 40 centimetri (alcuni esemplari arrivano anche a 50 centimetri) e il particolare corpo idrodinamico gli permette di nuotare molto velocemente. Un'altra caratteristica affascinante è la capacità di respirare attraverso alcuni organi posti nella cloaca, un'apertura comune per l'escrezione e gli organi riproduttivi.
Grazie a questa ‘abilità' la tartaruga può sopravvivere per 72 ore sott'acqua, respirandone l'ossigeno disciolto.
Tutte queste caratteristiche straordinarie derivano dal fatto che si tratta di un vero e proprio ‘fossile vivente', separatosi dalle altre linee di tartarughe circa 40 milioni di anni fa.
Ma la sua unicità è stata anche la sua condanna.
Tuttavia, grazie alle spettacolari foto scattate da Chris Van Wyk nel 2007, la tartaruga si è trasformata in un animale simbolo del fiume Mary.
Sulla spinta mediatica gli ambientalisti sono riusciti a evitare la costruzione di una diga, che avrebbe messo ulteriormente a rischio la sua sopravvivenza e quella di altri animali che vivono nel fiume.
Nonostante gli sforzi e le misure di tutela introdotte, la tartaruga si trova comunque sull'orlo dell'estinzione, e gli scienziati della ZSL guidati dal ricercatore Rikki Gumbs, coordinatore della sezione rettili di EDGE, si augurano che possano essere messe in atto azioni ancora più rigorose.
I rettili, infatti, solitamente vengono tutelati meno di animali di classi “superiori” come mammiferi e uccelli, ma l'unicità della tartaruga Mary river potrebbe fare la differenza.
Fonte: http://scienze.fanpage.it/
Risolto il mistero delle pietre di Stonehenge
Alcune delle più grandi pietre di Stonehenge non sono state trasportate sulla collina di Salisbury, dove è posizionato il monumento, ma erano già presenti in loco da milioni di anni, prima dell’arrivo dell’uomo.
Lo ha dimostrato un team di ricerca britannico attraverso analisi geologiche condotte sul sito, ribaltando così la teoria più accreditata sull’origine di queste colossali pietre.
In base ad essa, infatti, tutti i megaliti sarebbero stati prelevati da una località chiamata Marlborough Downs – sita a 32 chilometri da Stonehenge -, mentre le pietre di dimensioni inferiori sarebbero state in parte prese in un sito a pochi chilometri di distanza e altre addirittura in Galles, a 200 chilometri.
Ora sappiamo che la storia è andata diversamente.
Gli studiosi, coordinati dall’archeologo Mike Pitts, uno dei pochi ad aver condotto degli scavi nell’area a partire dagli anni ’70, hanno infatti scoperto che due dei più grossi “sarsen” (il nome locale dei megaliti), ovvero Heel Stone e Stone 16, sono sempre stati lì.
Tra gli indizi principali ci sono due grosse buche – scavate e poi riempite di nuovo – compatibili con le loro dimensioni.
Gli uomini del neolitico potrebbero semplicemente averli sollevati e posizionati dove sono adesso, collocando attorno ad essi le altre pietre provenienti dagli altri siti.
Sono del resto gli unici due megaliti a non essere stati scolpiti e modellati, inoltre sono quelli che indicano dove sorge il Sole nel solstizio d’estate e dove tramonta in quello di inverno.
Potrebbero essere il ‘cuore pulsante’ di questo misterioso osservatorio astronomico, attorno al quale è stato plasmato l’intero monumento.
Un altro indizio sull’origine dei megaliti è prettamente geologico.
Gli studiosi ritenevano che queste pietre, composte di arenaria e formatesi tra i 23 e i 2,6 milioni di anni fa, nel Neolitico fossero già rarissime sulla piana di Salisbury, per questo sarebbero state tutte trasportate.
Ma il team di Pitts, grazie a nuove indagini sul territorio, ha dimostrato che l’arenaria alla base dei sarsen è ancora presente in abbondanza intorno a Stonehenge; è semplicemente affondata nel terreno a causa dei processi di congelamento e scongelamento durante le ere glaciali.
In parole semplici, era a disposizione di chi ha costruito Stonehenge.
Questa scoperta risolve (almeno in parte) uno tra i più grandi misteri del sito, ovvero il motivo per cui il monumento, costruito tra l’8.000 e il 2.000 avanti Cristo, sarebbe stato eretto solo con pietre trasportate.
Un problema logistico non indifferente, considerando che le pietre più grandi arrivano a pesare anche 50 tonnellate, e all’epoca non c’erano le moderne infrastrutture o mezzi in aiuto.
Non a caso le teorie più fantasiose vedono anche il coinvolgimento degli alieni.
È tuttavia molto probabile che decine e decine di uomini, aiutati da funi e da ‘slitte’ di legno e tronchi, le abbiano trascinate fino alla collina di Salisbury.
Ora sappiamo che almeno alcune provengono direttamente dal sito britannico.
I dettagli della ricerca sono stati pubblicati sulla rivista scientifica British Archeology
Fonte: scienze.fanpage.it
mercoledì 11 aprile 2018
Le casette per gli uccelli dei palazzi ottomani di Istanbul
Piccole regge, sontuosi palazzi e padiglioni con disegni diversi. Ancora oggi camminando per le vie di Istanbul e non solo, non sarà difficile trovate in molti edifici dell’architettura ottomana, elementi decorativi che venivano costruiti proprio come casette per uccelli.
Dimenticatevi le forme lineari, perché in Turchia le case per gli uccelli sono dei veri e propri capolavori architettonici costruite con la stessa accuratezza di quelle fatte per gli uomini.
Si trovano in edifici, ma anche nelle moschee e nelle più importanti strutture della città.
E' così che rondini, piccioni, passeri continuano a nidificare nelle stanze segrete di queste casette dal design singolare.
Negli anni le piccole strutture hanno preso nomi differenti come “kuş köşkü” (padiglione di uccelli), “güvercinlik” (colombaie) e “serçe saray” (palazzo di passeri).
Ogni nido veniva progettato in scala ridotta, ma sul modello dell’architettura ottomana.
Ma accanto al valore estetico e al rifugio per uccelli, queste costruzioni realizzate tra XV ed il XIX secolo, avevano anche una funzione religiosa: il prendersi cura delle creature del mondo.
Dominella Trunfio
martedì 10 aprile 2018
Vinicunca, la bellissima montagna arcobaleno del Perù
Esiste un posto magico in Perù dove ci si ritrova a camminare in un arcobaleno di colori.
Parliamo della Montaña de Siete Colores, ma il nome geografico è Vinicunca, una montagna di 5200 metri sul livello del mare che fa parte delle Ande.
Vinicunca, ovvero la montagna dei sette colori rappresenta uno degli spettacoli più belli che la natura possa offrire.
Sembra, infatti, che essa abbia rubato una tavolozza di colori a un pittore e li abbia sparsi creando arcobaleni.
Dall’ocra all’arancio, dall’azzurro al viola, e ancora il verde, il giallo si intrecciano sinuosi tra i monti.
Vinicunca è rimasta a lungo nascosta sotto uno spesso strato di ghiaccio, che una volta sciolto, ha fatto emergere un mondo nuovo.
Ma perché ci sono questi colori?
Perché milioni di anni fa si sono depositati materiali come ferro, dolomite, zolfo, rame ed ematite, che oggi creano questo effetto. Rimane un posto unico e incontaminato perché per vederlo è necessario percorrere un trekking impegnativo ad alta quota che può durare diversi giorni.
Un percorso che bisogna affrontare solo con guide specializzate e senza improvvisazione, ma la lunga camminata poi porta a una valle incantata.
Lungo il tragitto è possibile incontrare le comunità locali, ma anche tanti bellissimi animali che vivono allo stato brado come l’alpaca, il lama e il vicuña che popolano l’altopiano da secoli.
Dominella Trunfio
venerdì 6 aprile 2018
Le pietre del sole usate dai Vichinghi funzionavano davvero come bussole
Come fecero i Vichinghi a navigare per secoli nelle acque fredde e aperte del Nord Atlantico, schivando gli iceberg e orientandosi anche in pessime condizioni meteo, prima di bussole e gps?
Questa domanda attanaglia da decenni storici e scienziati: ora, una serie di simulazioni computerizzate sembra dare credito a un misterioso strumento spesso citato nei racconti dei popoli del Nord: i cristalli polarizzanti o "pietre del sole".
In base allo studio, pubblicato su Royal Society Open Science, queste pietre potevano in effetti servire a rintracciare la posizione del Sole anche quando il cielo era completamente coperto, e ad orientarsi di conseguenza.
Dei cristalli polarizzanti non c'è traccia nei diversi relitti vichinghi ritrovati finora.
Tuttavia, una possibile prova indiretta del loro utilizzo viene da un piccolo cristallo squadrato rinvenuto in una nave britannica affondata nel 1592 vicino all'isola di Alderney, nel canale della Manica.
È possibile che i marinai britannici avessero appreso alcuni segreti della navigazione dai vichinghi che avevano solcato quelle acque prima di loro.
L'ipotesi sul banco di prova è che alcuni cristalli particolarmente puri, come quelli di calcite o lo Spato d'Islanda, una varietà particolarmente trasparente di calcite, potessero servire a rilevare la polarizzazione della luce solare - quel fenomeno che si verifica quando la luce incontra, nel suo percorso, un ostacolo, come un banco di nebbia.
Osservando il cielo attraverso queste pietre e sfruttando le loro proprietà birifrangenti (ossia la capacità di scomporre un raggio di luce in due raggi) era possibile risalire alla direzione di polarizzazione della luce e quindi alla posizione del Sole nel cielo, necessaria a stabilire la rotta.
Ma questa tecnica poteva realmente funzionare?
Alcuni scienziati della Eötvös Loránd University di Budapest, Ungheria, hanno realizzato simulazioni computerizzate dei viaggi dei vichinghi tra la città di Bergen, Norvegia, e l'insediamento di Hvarf, sulla costa sudorientale della Groenlandia.
Questo viaggio verso ovest avrebbe richiesto tre settimane di navigazione su una tipica imbarcazione vichinga, a 11 km orari.
I ricercatori hanno simulato 3600 viaggi nella bella stagione, tra l'equinozio di primavera e il solstizio d'estate, variando parametri come l'intensità della copertura nuvolosa, il tipo di cristallo utilizzato e il numero di volte in cui i marinai lo avrebbero adoperato.
A ogni utilizzo delle pietre, la rotta virtuale veniva aggiustata di conseguenza.
Quando i navigatori della simulazione hanno osservato i cristalli 4 volte al giorno, hanno raggiunto la Groenlandia tra il 32% e il 59% delle volte.
Ma quando le hanno consultate ogni tre ore, sono arrivati alla meta tra il 92% e il 100% delle volte.
La chiave del successo, oltre alla frequenza delle osservazioni, era la loro equa distribuzione nell'arco della giornata, con un ugual numero di "letture" delle pietre al mattino e al pomeriggio: le prime infatti facevano virare più spesso verso nord, le seconde verso sud. Per raggiungere la Groenlandia, serviva un giusto equilibrio.
Fonte: focus.it
giovedì 5 aprile 2018
Troppi turisti: chiudono la spiaggia di The Beach e l’isola di Boracay
L’annuncio è stato quello più temuto, ma già da mesi velato.
Maya Bay, la spiaggia di Phi Phi Island diventata celebre per il film «The Beach» con un giovanissimo Leonardo DiCaprio, così come l’isola di Boracay, nelle Filippine, chiudono al pubblico.
Il turismo selvaggio non è compatibile con la sostenibilità ambientale e questi particolari ecosistemi hanno bisogno di riposo forzato per tornare al loro splendore.
I due paradisi turistici rischiano infatti di essere spazzati via per sempre a causa dell’eccessivo sfruttamento che non permettere la rigenerazione ambientale.
Un serio problema, che ha già visto la Thailandia correre più volte ai ripari, seguita a ruota ora anche dalle Filippine.
L’isola di Boracay è meta di quasi 2 milioni di visitatori l’anno e il turismo qui fattura un miliardo di dollari l’anno.
Ora la chiusura, riporta la Bbc, è stata decisa dal presidente filippino Rodrigo Duterte dopo aver verificato che ristoranti e alberghi dell’isola hanno riversato liquami direttamente in mare. «Non tollererò che Boracay sia trattata come un pozzo nero», ha tuonato il leader, annunciando la chiusura a partire dal 26 aprile. Poche settimane fa, il ministero per l’ambiente aveva raccomandato la chiusura per un anno, provocando le proteste dei residenti, 17 mila dei quali lavorano nel settore turistico.
Chiuderà invece per sei mesi, dall’1 giugno al 30 ottobre, la Maya Bay dell’isola di Phi Phi Leh.
Nel film «The Beach» Di Caprio ci nuotava da solo, nudo, nel blu dipinto di blu, ma in realtà la realtà quell’angolo di paradiso è invaso da migliaia di turisti.
La chiusura temporanea di alcune isole dell’arcipelago thailandese è pianificata ogni anno per permettere il naturale recupero di flora, fauna e barriera corallina, sempre più stressati dal turismo di massa. Diversi parchi nazionali chiudono a seconda del passaggio dei monsoni.
In un primo momento sembrava che potesse bastare vietare lo sbarco diretto, ma alla fine le autorità thailandesi hanno optato per la chiusura totale per dar modo all’ambiente di riprendersi, almeno parzialmente, dai disastri causati dall’eccessivo sfruttamento turistico.
Fonte: lastampa.it
Montenegro. Da un gelso sgorga acqua
Un albero da cui sgorga acqua.
Si trova in Montenegro ed è uno spettacolo naturale che ha già incantato il mondo.
A mostrarlo, in un video divenuto virale, è stato il giornalista Rodrigo Contreras ma l'albero era già ampiamente noto agli abitanti della zona.
Più che un albero somiglia di più a una fontana.
Ironia a parte, si tratta di un fenomeno naturale, anche se non frequente.
Si tratta di un gelso che si trova non lontano da Dinosa, un villaggio del Montengro.
A raccontarne la storia a Radio Free Europe è stato Emir Hakramaj che già nel 2016 aveva pubblicato un video su YouTube che mostrava l'albero-fontana.
Secondo Hakramaj, il gelso ha oltre 100 anni di vita.
Non ci sono antiche leggende sul fatto che da esso sgorghi l'acqua, visto che si tratta di un fatto abbastanza recente, accaduto negli ultimi 25 anni.
Mariano Sánchez, tecnico arboricolo e curatore del Giardino Botanico Reale di Madrid, conferma questa ipotesi spiegando che è possibile che l'acqua che si trova in profondità salga più in superficie a causa delle piogge abbondanti, finendo per passare dalle radici addirittura al tronco cavo dell'albero.
“Non è pericoloso per l'albero.
Gli alberi rivieraschi sono solitamente vuoti e il legno interno marcisce, ma l'esterno è ancora vivo” spiega Sánchez.
La cavità interna ha già funghi xilofagi, responsabili della decomposizione del legno e l'umidità aumenta solo la velocità del processo.
Ma cosa accade al gelso montenegrino? L'acqua sembra proprio sgorgare dall'albero dopo piogge molto intense.
In questi casi, le correnti sotterranee spingono l'acqua attraverso le radici fino al tronco cavo.
. Sarebbe più problematico se l'albero si impregnasse d'acqua a lungo.
Ciò potrebbe danneggiare le radici, ma gli alberi che vivono lungo i fiumi come l'olmo o il pioppo, sono già abituati a questa umidità. Sanchez concorda anche sul fatto che l'albero sia molto vecchio. Stando alle sue dimensioni, in Spagna avrebbe circa 80 o 90 anni, ma è possibile che il clima più freddo del Montenegro lo abbia preservato.
Il gelso montenegrino in realtà non è l'unico albero da cui sgorga l'acqua.
Ne esistono altri esempi in India e in Africa.
Francesca Mancuso
mercoledì 4 aprile 2018
Si chiamano ‘speoti’ gli schivi canidi avvistati in Ecuador
Un gruppo di cinque bellissimi speoti (Speothos venaticus) è stato avvistato e fotografato nella foresta amazzonica dell'Ecuador, nel cuore del territorio Angun.
Si tratta di curiosi quanto schivi canidi selvatici, che presentano alcune caratteristiche anatomiche peculiari come le dita delle zampe parzialmente palmate.
Sono conosciuti anche col nome di ‘itticioni' e vivono in remoti habitat dell'America Centrale e dell'America Meridionale.
Pur avendo un areale di distribuzione molto vasto, sono animali estremamente rari da osservare in natura.
Per questo il gruppo di turisti ospitati nel Napo Wildlife Center Ecolodge, l'unica struttura ricettiva sita nel cuore del Parco Nazionale Yasuni dell'Ecuador, è stato particolarmente fortunato ad averli incontrati.
Gli speoti sono suddivisi in tre sottospecie legate alla posizione geografica; quella che vive nelle foreste ecuadoregne è la Speothos venaticus panamensis.
Benché si tratti di un canide, non ha alcun tipo di parentela col lupo evolutosi in Europa e in Asia, ma è molto vicino al meraviglioso crisocione (Chrysocyon brachyurus), un altro canide del Sud America risalente al Pleistocene.
Probabilmente gli speoti hanno una correlazione genetica anche col licaone (Lycaon pictus), il cane selvatico africano che recentemente si è scoperto essere un animale democratico, dato che per decidere se andare a caccia o meno avvia ‘votazioni' con gli starnuti.
Il gruppo immortalato dai turisti molto probabilmente stava andando a caccia, dato che questi animali sono attivi di giorno.
Le loro prede preferite sono grossi roditori come paca e capibara, che arrivano a superare i 60 chilogrammi di peso.
Non disprezzano prede ancora più grandi e impegnative come i nandù (enormi uccelli non volatori) e i tapiri.
Possono benissimo cacciare da soli, ma preferiscono farlo in gruppo braccando le prede sulla terraferma e in acqua, dove nuotano con agilità grazie alle zampe palmate; le paludi, del resto, sono il loro habitat preferito, come dimostrano gli scatti condivisi sul profilo facebook di Napo Wildlife Center Ecolodge.
I branchi sono composti da una dozzina di esemplari al massimo, ma solitamente se ne contano circa la metà.
Come nei lupi è solo la femmina alpha a riprodursi.
Gli speoti fotografati in Ecuador sembrano piuttosto giovani e meno robusti del normale, dato che normalmente hanno una silhouette più tozza.
Il loro corpo ricorda quello di un bassotto ‘espanso'; arrivano al massimo a poco meno di un metro di lunghezza (piccola coda compresa) con un'altezza al garrese di 20-30 centimetri.
Il peso invece non supera i 10 chilogrammi; un dato sorprendente, considerando che riescono ad abbattere animali da centinaia di chilogrammi come i tapiri.
Il pelo molto folto è di colore marroncino negli adulti, mentre i piccoli hanno un manto nero.
Fonte: http://scienze.fanpage.it/
Scoperto un nuovo organo: l’interstizio
Si trova sotto la pelle: riveste l’intestino, i polmoni, i vasi sanguigni e i muscoli, e forma una rete di compartimenti interconnessi e pieni di liquido, supportati da un reticolo di fibre di collagene ed elastina.
L’interstizio (interstitium) è il «nuovo» organo umano identificato dai medici del Mount Sinai Beth Israel Medical Center: i dottori David Carr-Locke e Petros Benias l’hanno scoperto mentre analizzavano il dotto biliare di un paziente, alla ricerca di segni di cancro, come spiega lo studio pubblicato sulla rivista Scientific Reports.
Carr – Locke e Benias hanno individuato cavità che non corrispondevano a nessuna parte dell’anatomia umana precedentemente conosciuta e ne hanno parlato a Neil Theise, patologo della New York University.
Il team di ricerca ha appurato che l’interstizio non si trova solo nel dotto biliare, ma attorno a molti organi di fondamentale importanza.
È sorprendente che finora fosse passato inosservato: è uno degli organi più grandi.
I ricercatori non avevano individuato l’interstizio perché i metodi tradizionali per esaminare i tessuti corporei (la tecnica per osservarlo al microscopio) comportano il drenaggio del fluido, e quindi distruggono la sua struttura, facendolo apparire denso e compatto.
Per questo veniva considerato un semplice strato di tessuto connettivo.
L’interstizio è stato invece esaminato grazie a una nuova tecnica di endomicroscopia confocale laser, che permette di vedere al microscopio i tessuti vivi direttamente dentro il corpo, senza doverli prelevare e poi fissare su un vetrino.
Secondo il team che l’ha scoperto, i compartimenti agirebbero come «ammortizzatori» capaci di proteggere i tessuti del corpo dai danni.
L’interstizio avrebbe anche un ruolo importante per capire come si diffonde il cancro all’interno dell’organismo.
Questo sistema di cavità, drenato dal sistema linfatico, è la «sorgente» da cui nasce la linfa, di fondamentale importanza per il funzionamento delle cellule immunitarie che generano l’infiammazione.
Il continuo movimento del fluido potrebbe spiegare perché i tumori che invadono l’interstizio si diffondono più velocemente nel corpo: nel fornire una «strada» per consentire al fluido di spostarsi, le cellule interconnesse dell’interstizio potrebbero quindi avere lo sfortunato effetto collaterale di diffondere il cancro in tutto il corpo.
Non solo: le cellule che popolano questo sistema e le fibre di collagene che lo sostengono cambiano con il passare degli anni e potrebbero avere un ruolo nella formazione delle rughe, nell’irrigidimento delle articolazioni e nella progressione delle malattie infiammatorie legate a sclerosi e fibrosi.
«Questa scoperta potrà favorire importanti progressi in medicina», ha spiegato il patologo Neil Theise, «è possibile, ad esempio, che il campionamento diretto del liquido interstiziale possa diventare un potente strumento diagnostico»
Fonte: vanityfair.it
martedì 3 aprile 2018
Un'antica arma azteca: il fischio della morte
Scoperti anni fa, i “fischi della morte” degli strumenti musicali di origine azteca, hanno attirato l’attenzione di molti archeologi a causa della loro forma, ma è solo di recente che il loro terribile rumore è stato studiato.
Alcuni esperti sostengono che gli Aztechi probabilmente usavano il rumore prodotto da questi strumenti a forma di teschio per “accompagnare” le anime delle persone vittime di riti sacrificali verso l’aldilà, ma anche in battaglia per intimidire i nemici.
In questo video, il musicista Quijas Yxayotl, spiega che il “fischio della morte” è stato utilizzato per cerimonie speciali, come il giorno dei morti. “In guerra solitamente venivano suonati un centinaio di questi strumenti contemporaneamente .
I guerrieri in marcia verso i nemici suonavano quelle note per destabilizzare psicologicamente il nemico” afferma il musicista.
Roberto
Velázquez Cabrera, 66 anni, un ingegnere che vive in Messico, ha condotto per diversi anni ricerche su questi antichi strumenti aztechi per esaminarne il suono e per realizzare delle repliche fedeli.
Il suono prodotto è associato a riti legati alla morte, non solo per la forma particolare, ma perché due esemplari sono stati trovati nelle mani di uno scheletro di sesso maschile, probabilmente una vittima sacrificale, davanti al tempio del dio del vento Ehecatl a Tlatelolco, come segnala un articolo del sito Mexicolore.
L’origine di questo strumento può essere datato tra il 1250 e il 1380 e il suo rumore è paragonabile a quello del vento.
Fonte: lastampa.it
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