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giovedì 8 marzo 2018

Fasmidi, i piccoli fantasmi notturni


Nella notte si possono osservare “foglie”, “steli d’erba” e “rametti” che si muovono piano piano tra i cespugli nonostante non ci sia un alito di vento… Si tratta, in realtà, dei Fasmidi, meglio noti come insetti stecco che, misteriosi e silenziosi, vagano alla ricerca di cibo e sicuri nascondigli.

 Il loro nome deriva dal greco Phasmatodea, cioè fantasma, per via della loro incredibile capacità di mimetizzarsi nel proprio habitat. Morfologicamente indistinguibili da un filo d’erba o da una foglia, sono praticamente invisibili all’occhio umano e a quello dei predatori.
 Sono due le specie di Fasmidi diffuse in Italia che possiamo trovare anche nei nostri giardini, prati e boschi: il Bacillus rossius e la Clonopsis gallica, distinguibili tra di loro per la lunghezza delle antenne, maggiore nel primo.




Gli insetti stecco rimangono quasi completamente immobili nelle ore diurne mentre si attivano di notte per cibarsi di foglie, eseguendo minimi movimenti oscillanti che richiamano alla mente un ramoscello spostato dal vento; per essere invisibili alcune specie presentano piccoli uncini sulle zampe al fine di apparire dotati di spine come il ramo stesso, altre sono in grado di cambiare colore e adattarsi all’ambiente in modo repentino oppure lentamente. 

 Le specie italiane sono innocue per l’uomo e le tecniche di camuffamento adottate in situazioni di pericolo per difendersi dai numerosi predatori – uccelli, rettili, mammiferi… – sono davvero efficaci. 
Si va dalla tanatosi, cioè l’improvviso irrigidimento dei muscoli che simula la morte, alla perdita volontaria di un arto, che alle mute successive ricresce, fino alla “posizione dello scorpione” ossia l’insetto stecco ripiega in su la parte posteriore del corpo facendo finta di essere uno scorpione per apparire pericoloso agli occhi dei predatori.


I Fasmidi sono attualmente oggetto di molte ricerche di biologia e genetica che basano il proprio interesse sulla grande variabilità delle modalità di riproduzione possibili messe in atto da questi insetti. 
Alcune specie possono optare per la riproduzione anfigonica – cioè la riproduzione sessuata con formazione del nuovo individuo a partire dall’unione di due gameti provenienti dai genitori – oppure, al contrario, per la partenogenesi, obbligatoria o facoltativa, in cui l’uovo viene attivato in modo autonomo da un solo individuo, senza che vi sia fecondazione; altre si ibridano dando origine a una discendenza fertile di sole femmine oppure scelgono la riproduzione per androgenesi, che avviene quando un uovo fecondato dallo spermatozoo si sviluppa senza la partecipazione del nucleo femminile.

 I fasmidi sono insetti di rara bellezza, dal delicato incedere, le cui forme e colori costituiscono un quadro tanto perfetto quanto fragile nella natura in cui vivono. 
Non si può che rimanere affascinati dall’incontro con questi fantasmi del bosco dalle graziose movenze che ci confermano quanto la vita si manifesti in infinite e invisibili forme.

 FONTE: RIVISTANATURA.COM

mercoledì 7 marzo 2018

La casa del comandante: dagli scavi della metro di Roma riemerge un'antica domus


Gli scavi per la realizzazione della metro C a Roma continuano a portare alla luce un mondo sotterraneo. 
Accanto a diversi mosaici, è stata ritrovata la ‘casa del comandante’, composta da 14 ambienti disposti attorno a un cortile centrale. 

 La scoperta è stata fatta durante i lavori alla stazione Amba Aradan, dove a 12 metri sottoterra è emersa una domus collegata ai dormitori della caserma di impianto traianeo e poi modificata da Adriano, scoperti nel 2016.
 Adesso la domus verrà smontata, spostata in container riscaldati per continuare gli scavi e probabilmente rimontata nella futura stazione della metropolitana. 

 "Una scoperta eccezionale perché a Roma non è mai stata individuata né scavata archeologicamente una caserma e mai trovata una domus collegata alla caserma stessa", ha commentato Rossella Rea, responsabile dello scavo.

 La casa del comandante è composta da 14 stanze incorniciate da un cortile di fontane e vasche.
 I pavimenti sono di mosaico bianco e ardesia grigia con elementi geometrici e figurativi.
 La pavimentazione risale a diverse epoche storiche, c’è quella adrianea, antoniniana, severiana.






"Abbiamo dedotto che dovesse essere la casa di un comandante perché nessun civile avrebbe potuto costruire la propria dimora accanto a una caserma, tranne il comandante", ha continuato Rea. Secondo la Soprintendenza guidata da Francesco Prosperetti, il ritrovamento è necessariamente parte integrante di un complesso militare perché è collegato ai dormitori.

 Un edificio di 300 metri quadrati con un tripudio di mosaici, quelli dell'amorino e del satiro, e intorno le pareti decorate con intonaci colorati o bianchi.


C’era poi una scala per il piano superiore e un’area di servizio. Ancora sono stati ritrovati oggetti di uso comune, anelli d'oro, un manico d'avorio intarsiato di un pugnale, amuleti e i bolli laterizi. 

 Fonte: greenme.it

martedì 6 marzo 2018

Rinvenuta “per sbaglio” la preziosa armatura di un antico samurai sotto un cantiere giapponese


Una tomba di 1.500 anni fa contenente resti umani, armature e corredo funebre è stata trovata in condizioni sorprendentemente buone nella città di Shibushi, sull’isola giapponese di Kyushu. 

 Un ritrovamento del tutto casuale, avvenuta «per sbaglio» hanno detto i suoi «scopritori», durante un cantiere stradale.
 Secondo quanto riportato dal quotidiano giapponese Asahi Shimbun, si può dire che gli operai ci siano letteralmente inciampati sopra, portando così alla luce un tesoro di inestimabile valore storico-culturale. 
 La scoperta è stata fatta a dicembre, ma è stata annunciata solo ora, dopo che la Shibushi City Education Board ha stabilito la datazione del sito e l’apparteneza dei «resti» al periodo Kofun.


«Probabilmente la tomba è stata costruita da un potente leader della regione locale, che era direttamente collegato con la corte imperiale di Yamato», spiega l’archeologo Tatsuya Hashimoto del Kagoshima University Museum.
 I ricercatori hanno anche stabilito che i resti appartenevano a un maschio adulto e che la sua è una delle più grandi tombe mai trovate in quella zona. 

La pratica di seppellire dei tesori insieme ai morti è iniziata nel terzo secolo dopo Cristo, ma divenne molto popolare solo nel quarto e quinto secolo. E in questa tomba custodiva oltre venti preziosi oggetti che componevano il corredo funebre del morto, oltre a delle armi (punte di frecce, una lancia e un’ascia in ferro) e a un rarissimo tanko, una antica armatura giapponese in ferro dell’antenato di un samurai, in condizioni perfette.

 Il periodo Kofun, a cui risale l’armatura, è antecedente al periodo feudale, in cui i samurai fecero la loro comparsa.
 È per questo che questo genere di reperti, decisamente rari, vengono attribuiti a dei «pre-samurai».


 Fonte: lastampa.it

lunedì 5 marzo 2018

La leggenda dell'Holi Festival, la bellissima festa dei colori indiana


E’ la festa dei colori, una delle più antiche celebrazioni indù, ormai conosciuta in tutto il mondo. 
Parliamo dell’Holi Festival in corso in India, ma anche nel Nepal e in Pakistan e non solo.
 Dietro questo bellissimo evento è racchiusa una leggenda.

 L’Holi Festival è la festa della gioia, non a caso è la manifestazione più attesa di tutto l’anno che viene celebrata nel mese indù di Phalguna durante il giorno della luna piena, tra la fine di febbraio e all'inizio di marzo.
 In questa giornata oltre a divertirsi, si abbandonano i vecchi rancori perché in pieno spirito indù il bene vince sul male e ci si manifesta amore attraverso baci e abbracci. 
Tutti si riuniscono in strada e ci si lancia polveri colorate e secchiate d’acqua.
 Proprio attraverso i colori si dà il benvenuto alla primavera, festeggiando i primi raccolti dopo l’inverno. 

Ogni anno l’Holi Festival avviene nel giorno della luna piena, ma i preparativi cominciano molto prima.
 Le polveri sono realizzate essiccando fiori e verdure al sole che poi schiacciati e mescolati a grano, acqua e amido di mais diventano dei veri e propri colori.


Tutte le strade si animano di nuove cromie, ma come dicevamo non succede solo in India, ma in molti paesi dove sono presenti le comunità induiste, infatti non è raro vedere lo stesso spettacolo anche negli Stati Uniti e in Gran Bretagna.


Le tradizioni devono essere rispettate alla lettera. 
Quaranta giorni prima del Festival nella piazza principale viene messo un tronco, poi da lì c’è la raccolta dei rami secchi che poi saranno bruciati in un grande falò.
 Al centro c’è la statua di Holika e mentre la legna arde, il mantra intona canti tipici indiani e tutti danzano intorno.

 Il giorno della festa è il Dhuletti, proprio quello in cui c’è la battaglia dei colori con le holi gulal, ovvero le polveri che mischiate con l’acqua poi diventano rang. 
Ogni colore ha un suo significato, ad esempio l’arancione è l’ottimismo, il blu la vitalità, il verde l’armonia, il rosso l’amore. Durante l’Holi Festival si abbattono tutte le differenze e tutti sono uguali.


Secondo la mitologia induista, l’Holi Festival deriva da una leggenda in particolare. 
Il dio Krishna, dalla pelle scura voleva fare uno scherzo a Radha, la sua sposa dalla pelle chiara e le dipinse il volto con dei colori.
 Per questo motivo, durante l’Holi Festival gli innamorati si dipingono la faccia a vicenda in segno di amore. 

 C’è poi un’altra leggenda quella del re Hiranyakasipu che essendo un despota, pretendeva che tutti i suoi sudditi si inginocchiassero ai suoi piedi. Ma il re ricevette il rifiuto proprio da suo figlio Prahlad che preferiva il dio Vishnull. 
 Un affronto che il re non potette sopportare e per questo più volte cercò di uccidere il figlio.
 Non riuscendoci, chiese aiuto alla sorella Holika che aveva il dono di non temere il fuoco.
 Re Hiranyakasipu sfidò suo figlio a sdraiarsi sulle fiamme con la zia Holika e lui accettò la sfida. 
 Così mentre Holika venne punita per la sua vanità, Prahlad fu premiato per il suo coraggio e la sua lealtà.
I falò che vengono accesi alla vigilia dell’Holi Festival, simboleggiano quindi la cremazione di Holika e il trionfo del bene sul male.


 Dominella Trunfio

giovedì 1 marzo 2018

In Norvegia alla scoperta delle Stavkirke, le suggestive chiese di legno medievali


Le Stavkirke norvegesi sono una delle attrazioni più belle del paese. 
Risalgono al Medioevo: costruite interamente in legno, con le mura a palizzate, ne sono rimaste solo ventinove esemplari al mondo.

 Le Stavkirke sono state una delle prime tipologie di chiesa mai costruite in Scandinavia, e ogni anno attraggono migliaia di turisti. Non solo perché sono degli esemplari unici del loro genere, ma anche per il fatto di essere immerse in panorami meravigliosi e incantevoli.

 C’è la Stavkirke di Hopperstad, che si scaglia nera tra il verde del paesaggio che la circonda. 
Realizzata interamente in legno, come la sorella a Borgund ha un piccolo cimitero che la circonda.
 La più antica tra tutte è la chiesa di Urnes: costruita nel 1130, è incredibile che sia sopravvissuta fino a oggi preservandosi così bene. 
La più grande è quella di Reddal, con i tetti spioventi e i muri in legno chiaro.










Tutte queste Stavkirke si distinguono dalle chiese costruite in periodi successivi per la loro semplicità e grandezza.
 La maggior parte è stata realizzata di dimensioni molto ridotte, in stile gotico e con rimandi alla cultura pagana.
 Anche se il cristianesimo stava iniziando a diffondersi, il Medioevo si caratterizza come un periodo in cui i vecchi riti e culti legati alle pratiche magiche erano ancora molto radicati nella popolazione. 
Per questo, anche le prime chiese nate in Scandinavia non potevano non essere influenzate da quel tipo di storia. 

 C’è chi sostiene che le Stavkirke non siano state le prime chiese della Scandinavia: queste sarebbero state le Stopelkirke, che in realtà sono molto simili alle prime. 

 Secondo i miti della tradizione popolare, le Stavkirke sarebbero state costruite su terreni sacri per la religione pagana norvegese. Alcune chiese, infatti, sono nate su resti di antichi edifici dedicati al culto degli dei: come la chiesa di Maere, in Norvegia, o quella di Urnes. 

 Fonte: siviaggia.it

mercoledì 28 febbraio 2018

Scoperta una necropoli egizia dell’epoca di Cleopatra intatta, con decine di mummie


Nonostante si trovasse a soli pochi chilometri da una delle più note necropoli egizie, quella di Khum Tuna el-Gebel, un cimitero contenente decine di mummie è rimasto insepolto per circa 2.000 anni.
 Neppure tombaroli di provata esperienza sono mai arrivati a metterci le mani. E per questo la scoperta di un gruppo di archeologi egiziani risulta di particolare importanza. 

La necropoli, che si trova a sud del Cairo nel Governatorato di Minya, risale al tardo periodo faraonico, in particolare alla dinastia tolemaica, dal nome del capostipite Tolomeo Sotere, che governò l’Egitto ellenistico dal 305 a.C. al 30 a.C., cioè fino alla conquista romana e alla morte dell’ultima regina tolemaica, Cleopatra. 

 Stando al Ministro delle Antichità Kaled el-Enany la necropoli contiene otto tombe, con all’interno 40 mummie, ma ne potrebbe nascondere altre non ancora portate alla luce.
 Secondo il Ministro risulta particolarmente interessante una tomba che dai primi rilievi sembra appartenere a un sommo sacerdote di Thoth, l’antico Dio Egizio della Luna, della sapienza, della scrittura, della magia della misura del tempo, della matematica e della geometria. E’ rappresentato con una testa di Ibis, uccello che vola sulle rive del Nilo.
 Il sacerdote, identificato dai geroglifici sui vasi canopi come Djehuty-Irdy-Es, ricevette il titolo di “Uno dei Grandi Cinque”, che veniva riservato al più anziano dei sacerdoti del dio.


Quattro dei vasi canopi, scolpiti in alabastro e rivestiti con le teste dei quattro figli del dio Horus, sono stati portati in superficie ancora in buone condizioni, con all’interno gli organi conservati del sacerdote mummificato. 
 Il gruppo di archeologi ha portato alla luce anche un migliaio di “ushabti”, (in egizio significava “quelli che rispondono”), piccole figure di terracotta smaltata che costituivano un elemento integrante del corredo funebre, in quanto rappresentavano forze costruttive positive che aiutavano il defunto nel passaggio verso l’aldilà.


Di solito le ushabti rappresentano servi o seguaci che venivano collocati nelle tombe egizie per accompagnare il defunto nell’aldilà. 

Non c’è dubbio che Djehuty-Irdy-Es apparteneva all’alto rango della società, in quanto era ornato con un collare di bronzo raffigurante la dea Nut che apre le ali per proteggere il defunto nel suo viaggio. 
Sulla mummia vi erano anche perline blu e rosse di pietre preziose, due occhi di bronzo decorati con avorio e cristallo e quattro amuleti di pietre semipreziose.

 In un’altra tomba è venuto alla luce quel che sembra un gruppo familiare, ma è ancora presto per capire i rapporti esistenti tra le varie mummie. 
Duranti gli scavi sono stati rinvenute anche delle ossa di persone che non erano state mummificate. 

Lo scavo è iniziato alla fine dell’anno scorso ed è guidato da Mostafa Waziri, Segretario generale del Supremo Consiglio delle Antichità. “Quanto è venuto alla luce finora – ha detto Kaled el-Enany – richiederà almeno 5 o 6 anni di studi per arrivare ad avere un quadro della situazione, ma la ricerca potrebbe portare altre sorprese e tempi di studio molto più lunghi”. 

 Fonte: businessinsider.com

martedì 27 febbraio 2018

Eccezionale scoperta in Inghilterra: rinvenuti rari guantoni d’epoca romana


Un ritrovamento certamente inusuale è venuto alla luce durante la campagna di scavo a Vindolanda, sito archeologico a meridione dell’ Hadrian’s Wall (Vallum Hadriani) che tracciava l’antico confine della provincia romana della Britannia con la Caledonia, restituendoci le uniche fasce di cuoio tipiche dei combattimenti romani permaste integre sino ai nostri tempi.

Esistevano antichi scritti sul pugilato, sport abbastanza documentato in particolar modo nelle fonti greche tra le quali il filosofo Platone.
 In ambito romano l’esercito praticava il pugilato per stimolare la forma fisica e le competenze combattive, svolgendo anche gare davanti agli spettatori.
 I caestūs ed il loro uso sportivo ci erano stati sinora testimoniati figurativamente soltanto tramite pitture murali, mosaici e statue del periodo, come la scultura bronzea del Pugile in riposo attribuita a Lisippo (IV sec. a.C.); pertanto la scoperta di esemplari reali rappresenta un’assoluta novità.


Risalenti al 118-120 d.C., simili guantoni furono realizzati con materiale ammortizzante atto a proteggere dall’impatto l’area delle nocche, alle quali è capace di adattarsi e di cui tuttora conserva l’impronta del suo remoto indossatore.
 Tali guanti da battaglia risultano perfettamente adattabili ancor oggi ad una mano moderna. 
Sebbene aventi uno stile e una funzione analoghi agli attuali guantoni da pugilato, somigliano più a delle fasce imbottite di pelle. 
Probabilmente venivano adoperati per esercitarsi, in quanto aventi un bordo più morbido rispetto ai letali inserti metallici tipici dell’antico pugilato professionale.


Benché caratterizzati da uno stile similare, non costituiscono una coppia corrispondente.
 Patricia Birley, l’esperta che li ha esaminati, ha individuato nel più grande dei guanti un segno di riparazione con una toppa circolare, indice della volontà del suo possessore di recuperarlo e conservarlo. 

Il loro rinvenimento avvenne fortuitamente lo scorso anno al di sotto del forte del quarto secolo di Vindolanda, una caserma della cavalleria romana vicino la città di Hexham, durante gli scavi diretti dallo studioso Andrew Birley.

 I guanti vennero scovati accanto ad alcune tavolette per scrivere, spade, zoccoli e scarpe da bagno.
 Gli archeologi coinvolti sono rimasti notevolmente sorpresi dai meravigliosi beni militari e quotidiani appartenuti a uomini di duemila anni fa e alle loro famiglie: tra questi vanno indubbiamente menzionate delle spade integre, anch’esse rare nelle province nord-occidentali dell’impero romano.

 I resti risultano in un pressoché perfetto stato di conservazione, a causa del loro nascondimento al di sotto del pavimento di cemento compiuto dai Romani una trentina di anni dopo l’abbandono della caserma a causa di una ribellione britannica: l’assenza di ossigeno ha dunque ostacolato la decomposizione di materie quali legno e cuoio, consentendo il mantenimento di inediti reperti finalmente ammirabili presso il Museo di Vindolanda. 
Pertanto non ci resta che osservarli direttamente, in attesa degli esiti dei futuri scavi previsti nel mese di aprile.

 Fonte: mediterraneoantico.it

L'antica leggenda buddista sui gatti


I gatti sono esseri meravigliosi e fin dall'antichità vengono trattati con profondo rispetto perché per molte civiltà, sono i guardiani che proteggono le nostre anime. 
Secondo una leggenda buddista sono simbolo di spiritualità, pace ed unione.

 E’ innegabile, i gatti sono tra gli animali più affascinanti e da sempre sono al centro delle civiltà più antiche.
 In Cina ad esempio, si credeva che il loro sguardo potesse scacciare gli spiriti maligni o ancora nell’antico Egitto esisteva la convinzione che durante la notte, i raggi del sole si nascondessero negli occhi dei gatti per rimanere al sicuro.
 I gatti sono poi presenti in diverse tradizioni popolari, ricordiamo ad esempio che la Dea Bastet viene rappresentata come un bellissimo gatto nero o una donna con una testa di gatto.


Questa divinità era un simbolo positivo di armonia e felicità, protettrice della casa, custode delle donne incinte e capace di tenere lontani gli spiriti maligni.


Per il buddismo i gatti sono simbolo di spiritualità, animali che riescono a trasmettere armonia e calma ed è per questo che l’essere umano, per poter amare incondizionatamente questo felino, deve prima entrare in connessione con se stesso.

 Molto spesso capita poi di vedere dei gatti che dormono su statue di marmo buddiste o anche di imperatori romani. 
Perché lo fanno?
 E' probabile che questo comportamento derivi dal fatto che le grandi statue di pietra o di metallo si riscaldano durante il giorno e trattengono il calore, mentre altre superfici tendono a freddarsi. E i gatti, si sa, amano crogiolarsi in luoghi ben caldi.

 Più suggestiva è la leggenda che esiste da secoli in Thailandia, vediamo qual è. 

 Anche Buddha viene rappresentato qualche volta con un gatto accovacciato ai suoi piedi, ciò perché porta pace e unione nei templi dei paesi asiatici. 
La leggenda affonda le sue radici nel buddismo theravada che letteralmente significa “la scuola degli anziani“, che dà origine al ‘Libro delle poesie e dei gatti’ chiamato anche Tamra Maew che attualmente è conservato nella biblioteca nazionale di Bangkok. Proprio in uno dei papiri che compongono questo libro, si narra la leggenda buddista sui gatti che parla di morte e spiritualità, ma anche di reincarnazione dell’anima.


Secondo il buddismo quando una persona moriva, accanto al corpo veniva posto un gatto, ovviamente la cripta possedeva una fessura per permettere al felino di uscire liberamente. 
Se il gatto lo faceva, si era sicuri che l’anima del defunto si fosse reincarnata nel corpo dell’animale. 
Solo in questo modo, si poteva raggiungere la libertà verso l’ascensione.

 Per l’ordine buddista Fo Guang Shan, invece, i gatti sono dei piccoli monaci, ovvero come persone che hanno già raggiunto l’illuminazione.

 Dominella Trunfio

lunedì 26 febbraio 2018

Wave Rock: l’incredibile roccia a forma di onda in Australia


La Wave Rock è una formazione rocciosa naturale che si trova nell’Australia occidentale, 340 km a sud-est della città di Perth.
 La particolarità di questa roccia è la sua incredibile forma, che ricorda molto un’onda, di quelle tanto amate dai surfisti. 

 La spettacolare onda di pietra è alta circa 15 metri e lunga 110 metri e forma il lato nord di una collina di granito, nota come Hyden Rock. 
Wave Rock e Hyden Rock fanno parte di Hyden Wildlife Park, una riserva naturale di 160 ettari, considerato tra i luoghi dell’Australia più belli da visitare.

 La Wave Rock si è formata dall’erosione di agenti atmosferici come vento e pioggia, che hanno creato, nei millenni, delle strisce verticali grigie, ocra e rosse sul granito, conferendogli la particolare forma di onda che sta per infrangersi. 
I colori di questa roccia, causati dai minerali di cui è composta, sono incredibili e creano delle composizioni di luce ogni volta diverse, a seconda dell’ora del giorno e della stagione.

 Gli studiosi fanno risalire questa meraviglia a circa 2,7 miliardi di anni fa e pare che originariamente fosse sepolta dal suolo.
 In seguito all’erosione, la parte di granito è emersa con tutta la sua imponenza e la sua affascinante bellezza. 

 Ogni anno, circa 100.000 turisti affollano la zona, attirati dalla spettacolarità della roccia.




Inoltre, nel parco circostante, è possibile incontrare molte specie animali: dai canguri bianchi ai koala, dai cammelli ai cigni, agli uccelli esotici, molto apprezzati soprattutto dagli appassionati di birdwatching.
 In primavera, fioriscono tante varietà di fiori selvatici e anche delle orchidee dalle forme più strane e rare. 

 Tutta la regione di Wave Rock è stata per anni evitata dagli aborigeni, forse per qualche leggenda o, semplicemente, perché situata in una zona molto arida. 


Fonte: siviaggia.it

venerdì 23 febbraio 2018

Perché i Collagua del Perù avevano il cranio allungato?


Oggi a nessuno viene in mente di allungare volontariamente il cranio dei neonati, ma in passato la dolicocefalia, come si chiama in gergo tecnico, era una pratica diffusa a diverse latitudini, Europa compresa. 

 Un team di studiosi ha analizzato i crani di alcune donne dei Collagua, una popolazione stanziale della valle del Colca (Perù) tra il 1100 e il 1450, e ha ipotizzato che questa pratica potesse avere un'importante funzione sociale, come spiegato nell'articolo pubblicato sulla rivista Current Anthropology.


I ricercatori hanno condotto un'analisi chimica sulle ossa dei crani deformati. 
Hanno potuto così constatare che rispetto alla media della popolazione, le donne dolicocefaliche avevano una dieta più varia - appartenevano quindi probabilmente a un ceto sociale più elevato. Inoltre, mostrano meno segni di violenza fisica.

 Secondo Matthew Velasco, della Cornell University, autore dello studio, la conformazione del cranio era l'equivalente di una bandiera: ad averlo allungato erano le elite dominanti, che lo esibivano con orgoglio.
 Gli studi suggeriscono che chi "indossava" questo simbolo si occupava anche di scambi agro pastorali con le popolazioni vicine, con le quali prendeva decisioni comuni, cosa che potrebbe aver favorito una gestione più pacifica dei conflitti.
 In quegli anni le occasioni di conflitto infatti non mancavano: le popolazioni locali se la dovettero vedere con l'ascesa dell'impero Inca, che a partire dal XIII secolo si impose sui vicini, in alcuni casi assimilandoli e in altri conquistandoli.

 Prima che gli Inca avessero la meglio ci fu un periodo di transizione: fu soprattutto in questa fase, secondo gli studiosi, che le elite dominanti, per riconoscersi e fare fronte comune contro il nemico, praticarono la dolicocefalia, intervenendo con fasciature e "stampi" sulle ossa ancora elastiche dei neonati.

 La pratica fu bandita dagli invasori spagnoli, i conquistadores, nel XVI secolo. 

 Fonte: focus.it
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