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mercoledì 12 aprile 2017

La super fioritura nel Carrizo Plain National Monument


Un'immensa distesa di fiori colorati. 
Uno spettacolo per gli occhi. 

Siamo in California dove alcuni fortunati hanno avuto la possibilità di ammirare il super-bloom. 
Un evento vista la grave siccità che negli ultimi tempo ha colpito lo stato americano.
 Giallo, rosso, viola, arancio, il tutto condito da una distesa verde.

 Il Carrizo Plain National Monument sta sperimentando questa eccezionale fioritura, a un'altitudine di 700 metri nell'entroterra tra San Luis Obispo e Santa Barbara. 
 Quest'area è considerata semiarida. 
La siccità ha colpito duramete Carrizo Plain negli ultimi anni ma in questo 2017 è avvenuto un piccolo miracolo: la pioggia è tornata a bagnare questi campi.
 Al resto ha pensato la Natura, spruzzando i suoi colori attraverso i fiori selvatici endemici dell'area. 
 Una vera e propria esplosione arrivata praticamente all'improvviso, come spesso accade nelle zone aride e desertiche bagnate dalla pioggia.


“Il fondovalle ha infinite distese di coreopsis gialli e viola, di phacelia, e di piccole macchie di decine di altre specie,” spiega Bob Wick, fotografo ed esperto del Bureau of Land Management.
 “Per non essere da meno, il RangeTemblor è dipinto con strisce di colore arancione, giallo e viola, come se fosse un libro di fiabe. Non ho mai visto un allineamento così spettacolare di fioriture. Mai".








Tra gli americani e i turisti è già scattata la corsa verso Carrizo Plain. 
Le aree dedicate ai campeggiatori stanno facendo registrate il tutto esaurito. E non c'è da stupirsi vista la splendida e rara cornice naturale, una vera e propria opera d'arte. 

 Francesca Mancuso

martedì 11 aprile 2017

Kauai, " l'isola giardino” sperduta nel Pacifico


Rispetto reciproco, comunione con la natura, armonia, tolleranza. Questi alcuni dei valori sui quali è costruita la comunità isolana del “Taylor Camp”. 
E non sto parlando dell’isola che non c’è – anche se è possibile percepire la magia nell’aria – ma di Kauai, un’isola vulcanica che fa parte dell’arcipelago delle Hawaii. 
Non la più bella ma sicuramente tra le più affascinanti ed anche la più antica geologicamente.








La storia del Taylor Camp inizia nel 1969, quando un gruppo di hippy americani decise di fuggire dal caos e dai disordini sociali che caratterizzavano quegli anni, per rifugiarsi in un vero e proprio paradiso terrestre.
 Nacque ben presto una comunità autogestita, anche grazie all’aiuto di Howard Taylor – da cui il nome del campo – fratello della famosa attrice Elizabeth, il quale viveva già in precedenza sull’isola, e che riuscì a mitigare alcune divergenze con i nativi del luogo.

 Le bellezze dell’isola contribuiscono al benessere ed alla qualità della vita dei suoi abitanti; le spiagge di sabbia bianca e il mare cristallino tipici dei paradisi hawaiiani sono solo un assaggio. Passando per la cittadina di Waimea si arriva al Waimea Canyon, il quale offre una vista straordinaria sulle montagne rocciose. 
Inoltre, Kauai è l’unico luogo dell’arcipelago in cui non è ancora arrivata la mangusta, il piccolo predatore che altrove ha causato l’estinzione di alcune specie di uccelli che si possono ammirare nel cielo kauaiano.


Non è difficile credere che, da quando le prime coppie di hippy abbiano messo piede sull’isola, questa sia diventata la meta preferita di chiunque voglia vivere fuori dagli schemi, in un’atmosfera distesa e pacifica. 

 Fonte: europinione.it

lunedì 10 aprile 2017

Francia, riaffiora la città romana di Ucetia


Era rimasta fino ad ora largamente sconosciuta e molti dubitavano finanche dell’esistenza stessa della città romana di Ucetia. Ma grazie ai lavori per la costruzione di un collegio sono venuti alla luce nel sud della Francia gli spettacolari mosaici romani risalenti al I sec. a.C., ovvero all’epoca della conquista della Gallia di Giulio Cesare. 

 L’insediamento di Ucetia sarebbe stato abitato fino al VII sec. d.C. e gli scavi, iniziati ad ottobre 2016 da parte degli archeologici dell’Irap, Institut national de recherches archéologiques préventives, hanno fatto riaffiorare un mosaico di 250 metri quadrati. 
 Secondo gli archeologi francesi avrebbe potuto ornare la sala di ricevimento di un edificio pubblico visti i motivi geometrici finemente realizzati e le immagini di animali, tra cui un cerbiatto, un’aquila, un gufo e un’anatra.








Secondo Philippe Cayn, archeologo responsabile delle operazioni di scavo, si tratta di uno dei mosaici romani più grandi ritrovati in Francia. 
A sorprendere sono anche il periodo di realizzazione, considerato che la gran parte dei mosaici romani risalgono ad un’epoca successiva, e l‘ottimo stato di conservazione.
 L’opera scoperta è fondamentale poi per affermare con certezza l’esistenza dell’antica città, fino ad ora menzionata solo su una stele a Nimes. 

 Fonte: www.ilprimatonazionale.it

Las Olas, l' hotel boliviano che sembra uscito da un libro di fiabe


Un hotel che sembra uscito da un libro di favole.
 Siamo in Bolivia dove lo scultore tedesco Martin Strätker diede vita a un rifugio dalle forme strane, con una bellissima vista sul lago.
 Il suo nome è Las Olas (Le Onde). Siamo a Cocapabana, sulle rive del lago Titicaca. 

Qui 21 anni fa Martin si innamorò di una donna boliviana e decise di trasferirsi per stare con lei.
 Allora, forte di una grande vena creativa si mise all'opera per creare una dimora unica, dalle forme inconsuete e dai colori forti. Nasce così Las Olas. 

Caratterizzato da giardini soleggiati, scaldacqua solari, stufe a legna artigianali e mobili fatti su misura, l'ostello è fatto di pietre, fango e legno recuperati dalla collina su cui sorge.
 É stato aperto al pubblico 8 anni fa e ha un totale di 21 camere e 8 rifugi privati.
 Questi ultimi hanno tutti forme differenti, dalla tartaruga alla lumaca. 
 Tutte le suite sono state realizzate con materiali naturali e alcune hanno forme ispirate alle costruzioni rotonde dell'antica cultura Chipaya. 
Ogni camera di Las Olas garantisce privacy e una vista meravigliosa.








Costruito su un pendio, l'ostello è stato realizzato dai costruttori locali Marcelino Arias e Mario Mendoza utilizzando i disegni di Martin, che veicolano la sua passione per l'architettura organica, senza linee rette.
 All'interno, le suite sono illuminate quasi del tutto dalla luce naturale e sono riscaldati da stufe a legna che utilizzano materiali sostenibili di provenienza locale.












“Dalla vostra zona soggiorno, dal vostro letto e quasi da qualsiasi punto della vostra camera avbrete una vista perfetta del lago attraverso le enormi finestre.
 Ogni suite è dotata di un piccolo angolo cottura, bagno privato, un'amaca all'interno e un camino” si legge sul sito ufficiale. “Facciamo grandi sforzi per lavorare in modo ecologico. 
Le case sono costruite con un isolamento termico completo di polistirolo all'interno del tetto, così come le pareti sotto la facciata. Utilizziamo grandi pannelli solari per riscaldare l'acqua.
 Ricicliamo tutta l'acqua delle nostre lavatrici”.


Soggiornare al Las Olas è un'esperienza indimenticabile, senza contare che questo luogo non è (ancora) invaso da orde di turisti. 

 Francesca Mancuso

venerdì 7 aprile 2017

Scoperto il più antico acquedotto romano


Il più antico acquedotto romano, risalente al terzo secolo a.C. è stato ritrovato durante i lavori di scavo della metro C a Roma. Siamo a piazza Celimontana a poche centinaia di metri dal Colosseo, proprio di fronte all'Ospedale militare del Celio, è qui che si scava per far passare la metro a 20 metri sottoterra.
 Ed è sempre qui (ma aggiungiamo come era prevedibile) che è stata fatta una scoperta, definita dai due archeologi della Soprintendenza, come ‘clamorosa’.
 Assieme all’acquedotto, un po’ più giù è stata rinvenuta una tomba con un un corredo funerario dell'Età del Ferro, tra la fine del X e gli inizi del IX secolo avanti Cristo.






Da tempo gli archeologi stavano scavando in un pozzo di areazione in costruzione per la linea della metropolitana.

 I dettagli sul ritrovamento sono stati illustrati da Simonetta Morretta, funzionario archeologo responsabile dell'area Celio per la Soprintendenza e Paola Palazzo durante un convegno alla Sapienza. Secondo le ricercatrici: 
 “L'acquedotto costruito 2300 anni fa venne abbandonato nella primissima età imperiale e fu successivamente utilizzato come fogna in età tardo antica. 
Da qui anche la possibilità di analizzare i resti di molti cibi dell'antichità tra cui fagiani”.

 Nello specifico, i blocchi dell’acquedotto sono in tufo, disposti in cinque filari sovrapposti; il piano di scorrimento interno è costituito da uno spesso strato di cocciopesto, rinvenuto in perfetto stato di conservazione, che presenta una leggerissima pendenza da Est a Ovest.
 Non ci sono tracce di calcare, quindi secondo le studiose, ciò farebbe supporre che il suo utilizzo nel tempo sia stato limitato o che l'abbandono della struttura sia di poco posteriore ad un intervento di manutenzione.
 L'acqua veniva distribuita attraverso una tubazione in piombo (fistula aquaria), collegata all'acquedotto da una canaletta e un pozzetto di decantazione.

 L'opera è stata smontata blocco per blocco per un tratto di dieci metri circa, catalogata, sarà messa in mostra prossimamente. 

 Dominella Trunfio

giovedì 6 aprile 2017

Il glicine: storia, leggende e linguaggio dei fiori


Il glicine, wisteria sinensis, appartiene al gruppo delle papiliode della famiglia delle fabacee, è originario delle regioni asiatiche, in particolare della Cina, ma è anche ampiamente diffuso nella costa orientale degli Stati Uniti. 
Il nome scientifico wisteria fu assegnato alla pianta in onore allo studioso statunitense Kaspar Wistar (1761 – 1818) anche se i tedeschi chiamarono la pianta blauregen che significa pioggia blu, nome che molto si avvicina a quello che il glicine ha in Cina il glicine viene, infatti, chiamato zi teng che significa vite blu. 
Il termine usato in Italia ovvero glicine deriva, invece, dalla parola greca glikis che significa dolce ed è dovuto alla dolce profumazione dei fiori. 

 E’ una tra le più belle ed apprezzate piante rampicanti del mondo, la sua altezza può raggiungere e superare i 15 m. 
Il suo fusto è molto flessibile, simile a quello della pianta di vite, per questo motivo per farla crescere in altezza ha spesso bisogno di supporti che la sostengano. 
Sia il fusto che le ramificazioni sono di colore brunastro, le foglie, di piccole dimensioni, hanno una forma ovale e sono di colore verde chiaro.
 Il suo periodo di fioritura è la primavera, più precisamente nei mesi di maggio e giugno.
 I fiori compaiono prima delle foglie, sono delicatamente e gradevolmente profumati, riuniti in grappoli di una colorazione che può variare dall’azzurro chiaro al violetto.


Il glicine fu importato in Europa, più precisamente in Inghilterra, nel 1816 da un capitano inglese, Robert Welbank, su di un carico mercantile della flotta della compagnia delle indie orientali.
 Il glicine, però, non venne immediatamente tenuto in considerazione dai botanici inglesi e si dovettero attendere un paio di anni prima che “la vite blu” importata da Cina e Giappone spopolasse tra i giardini europei. 

Dei i primi esemplari importati vive ancora oggi una pianta che è la pianta più vecchia di glicine esistente in Europa, si trova al Kew Gardens di Londra ed è anche la pianta di glicine più grande e spettacolare che esista al mondo.


Il glicine è accompagnato da molte storie, soprattutto di origine cinese e giapponese, sul suo uso simbolico.

 Si narra che gli Imperatori giapponesi, durante i loro lunghi viaggi di rappresentanza in terre straniere, portassero con sé dei piccoli bonsai di glicine, affinché giungendo alla corte di altre dinastie alcuni uomini, della scorta dell’Imperatore, potessero portare in dono i piccoli alberelli in segno di amicizia e benevolenza da parte dell’Imperatore nei confronti degli abitanti delle terre su cui erano giunti.


Una leggenda italiana ne narra l’origine, secondo la tradizione piemontese, infatti, una giovane pastorella di nome Glicine, piangeva e si disperava per via del suo aspetto, che la faceva sentire brutta ed inferiore rispetto ad altre giovani del suo paesino.
 Un giorno al massimo della sua disperazione iniziò a piangere, da sola in mezzo ad un prato, quando ad un certo punto le sue lacrime diedero vita ad una meravigliosa pianta dalla fioritura stupenda e dall’inebriante profumo, il glicine. 
Circondata da magnifico profumo la ragazza si sentì orgogliosa e fiera di se stessa, per esser riuscita a creare quella pianta meravigliosa
.

Nel linguaggio dei fiori e delle piante il glicine, in Cina ed in Giappone, simboleggia l’amicizia e la disponibilità. 
Tale significato è stato adottato anche dai paesi occidentali, nei quali regalare una pianta di glicine è simbolo di amicizia sincera e riconoscenza. 

 Fonte: ilgiardinodeltempo

Fra le Lenzuola incantate del Maranhão, un mistero geologico ancora tutto da scoprire


Una sterminata distesa di dune bianche, fiumi «mobili» e mangrovie.
 Siamo in Brasile, nel Parco nazionale dei Lençóis Maranhenses. dove la foresta amazzonica lascia spazio a una distesa immensa di sabbia bianchissima, intervallata da piccole lagune che cambiano ora dopo ora in base al vento.

 Stiamo parlando di un mistero geologico scoperto solo trent'anni fa, rimasto sconosciuto nonostante si estenda per 270 chilometri quadrati.
 Qui, nello stato Maranhão, oceano e foresta sono infatti separati da una striscia di «deserto» interrotta da decine di specchi d'acqua e fiumiciattoli alimentati esclusivamente dalle piogge tropicali. 
Una distesa di scintillante sabbia bianca sempre soggetta al vento, tanto da far somigliare Lençóis Maranhenses un lenzuolo steso ad asciugare.
 Da qui il curioso soprannome, «Lenzuola di Maranhão».




Durante la stagione secca, tra ottobre e novembre, un implacabile vento spinge la sabbia fino a 48 chilometri di distanza dalla costa, scolpendo dune alte anche 40 metri. 
Ma a Lençóis Maranhenses la sabbia si muove in continuazione e in alcune zone le dune possono avanzare anche di venti metri l'anno. 
Poi tra gennaio e giugno le piogge riempiono le valli formando nuove lagune che raggiungono i 90 metri e tre di profondità, creando questo suggestivo paesaggio.




Sono proprio le piogge a garantire a Lençóis una caratteristica unica al mondo: l'acqua pluviale forma tra le dune sabbiose decine di specchi d'acqua dolce. Degli «stagni» come Lagoa Azul e Bonita, i più ambiti dai turisti per la loro bellezza e balneabilità. 
Le spiagge più rinomate della zona sono invece Ponta do Mangue, Moitas, Vassouras, Morro do Boi e Barra do Tatu. 

Ma nonostante tutta questa bellezza, la ricettività turistica della zona è limitata. 
Il che fa di queste dune un paradiso ancora tutto da scoprire.


Per tutelare quest'incredibile ecosistema, l'ingresso alla riserva naturale è vietato ai veicoli a motore. Ma non è difficile trovare tour in bus autorizzati dal Parco naturale, con partenza da Fortaleza, dove si trova l’aeroporto internazionale. 

Nel 2002 è stata aperta una strada asfaltata che collega São Luís, capitale del Maranhão, a Barreirinhas, punto d'ingresso al parco. 

 Fonte: lastampa.it

martedì 4 aprile 2017

Per la prima volta sono stati avvistati cuccioli di tigre indocinese


Per la prima volta le fototrappole hanno ripreso cuccioli di tigre indocinese (Panthera tigris corbetti)​. 
Si tratta di un evento unico, dal momento che il progetto per la salvaguardia della tigre indocinese, cominciato nel 1999, non aveva ancora visto sino ad ora dei nuovi nati.

 I cucciolotti, complessivamente sei appartenenti a quattro madri differenti, sono stati filmati all’interno dall’area protetta del Hai Kha Kaheng Sanctuary, nella zona occidentale della Thailandia. Grande soddisfazione per gli avvistamenti è stata espressa dal direttore della Divisione Parchi Nazionali del Dnp, Songtam Suksawang, che ha elogiato il lavoro di lotta al bracconaggio compiuto in questi anni a favore della tutela delle specie più vulnerabili.
 La notizia è stata accolta con grandissima soddisfazione dal Dipartimento nazionale per la protezione della fauna selvatica. 
La tigre indocinese, infatti, è fortemente a rischio di estinzione e si stima che, in natura, ne rimangano solo 221 individui sparsi su tre stati. 
Le stime parlano di un centinaio individui in Thailandia, 85 in Myanmar, 20 in Vietnam. In Cambogia, invece, questo felino è considerato estinto. 
L’Iucn, l’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura, ha classificato la specie come “In pericolo”.


I biologi stimano che un secolo fa la popolazione di tigre indocinese contasse alcune centinaia di migliaia di individui e fosse sparsa su tutto il sub continente.
 Quali sono state le cause di un tanto drastico calo? 
La colpa è da imputare alla caccia di frodo e alla credenza – peraltro ancora ampiamente diffusa in Asia – che la pelle, le vibrisse e le ossa delle tigri abbiano proprietà curative. 
In Vietnam, più della metà della popolazione di tigre indocinese è stata uccisa negli scorsi decenni per alimentare la richiesta di preparati per la medicina tradizionale cinese. 
Inoltre, l’esiguo numero di individui rimasti ha portato all’accoppiamento tra consanguinei, limitando il ricambio genetico e indebolendo la specie. 

 FONTE: RIVISTANATURA.COM

Le sfere di Moeraki (Nuova Zelanda)


Cinquanta enormi sfere di pietra, alcune integre, altre rotte, con un diametro che spazia dai 50 centimetri sino ai 2 metri e mezzo, arrivando a pesare anche 7 tonnellate. 
Una «stravaganza geologica» primordiale, che da 60 milioni di anni si mette in mostra esclusivamente sulla spiaggia di Koekohe, vicino a Moeraki, in Nuova Zelanda.

 I Moeraki Boulders non sono altro che delle pietre di grandi dimensioni perfettamente sferiche che rendono incredibile, quasi alieno, il litorale neozelandese.
 Delle enormi biglie emerse dagli abissi oceanici, abbandonate sulla sabbia, considerate una delle più affascinanti e misteriose attrazioni dell'Oceania.

 Secondo una leggenda Maori, questi massi sono la trasfigurazione dei resti delle ceste per il pesce e delle borracce in legno di zucca trasportate dalla Araiteuru, la leggendaria canoa che ha portato gli antenati dei Ngai Tahu sull'isola, naufragata non lontano dalla spiaggia dei Moeraki.


In realtà a formarli è stato un processo geologico: si tratta infatti di accumuli di carbonato di calcio, biossido di silicio, solfuro di ferro e ossido di ferro trasportati dall'acqua e depositatisi a strati concentrici nel Paleonece, cementati da una sorta di calcestruzzo primordiale. 
La componente rocciosa di questi massi è infatti interrotta da delle crepe che si allargano dal cento verso l'esterno, sigillate da della calcite color marrone e giallastra.


Per la loro unicità, i Moeraki Boulders sono sotto tutela: vietato ogni tipo di danneggiamento o spostamento. 
Non si potrebbero neanche toccare, ma è difficile tenere a bada i tanti turisti che non perdono occasione di visitare questa straordinaria spiaggia soprattutto al tramonto, quando il sole fa brillare il guscio perfettamente liscio e levigato dei massi. 
Negli anni alcune sfere si sono rotte ma non sono state rimosse, permettendo a tutti di ammirare anche la loro composizione interna, diversa da ogni altra roccia presente al mondo.


Fonte: lastampa.it
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