web

lunedì 20 febbraio 2017

La leggenda della farfalla blu


La leggenda della farfalla blu narra di un uomo vissuto molti anni fa, rimasto vedovo e con due figlie di cui prendersi cura.
 Le due bambine erano estremamente curiose, intelligenti e desiderose di imparare. 
Per saziare la loro fame di conoscenza, riempivano in continuazione il padre di domande.
 Talvolta egli dava loro risposte sagge, ma non sempre era facile convincere le due bambine o rispondere correttamente ai loro quesiti. 

 Notando l’inquietudine delle sue due figlie, l’uomo decise di mandarle in vacanza presso un saggio che viveva sull’alto di una collina, per convivere insieme ed imparare da lui. 
Il saggio si mostrò in grado di rispondere senza alcuna esitazione a qualsiasi quesito da parte delle due bambine.
 Un giorno, però, le due sorelle decisero di architettare un’astuta trappola per il saggio per poter misurare la sua saggezza. 

Una notte, le due si misero ad ideare un piano: proporre al saggio una domanda alla quale egli non fosse in grado di rispondere. – Come possiamo ingannare il saggio? Quale domanda potremmo fargli per coglierlo impreparato? – domandò la sorella minore. – Aspettami qui, te lo mostro subito. – rispose la più grande.
 La sorella maggiore discese la collina, e passata un’ora, tornò con il grembiulino chiuso a mo’ di sacco, nascondendo qualcosa. – Cos’hai lì? – chiese la sorella piccola. 
 La sorella maggiore infilò una mano nel grembiule e mostrò alla bambina una splendida farfalla blu.


– Che meraviglia! Cos’hai intenzione di farne? 
 – Sarà questa l’arma che ci permetterà di ingannare il maestro con una domanda a trabocchetto. Lo cercheremo e, una volta trovato, terrò la farfalla nascosta in una mano. 
Domanderò poi al saggio di dirmi se la farfalla che ho in mano sia viva o morta.
 Se egli mi dirà che è viva, stringerò forte la mano e la ucciderò.
 Se risponderà che è morta, la lascerò libera. 
Qualunque sia la sua risposta sarà dunque sempre errata. Accogliendo la proposta della sorella maggiore, entrambe le bambine si misero alla ricerca del saggio. 
 – Saggio – disse la più grande – sapresti indicarci se la farfalla che ho tra le mani è viva o morta? 
 Al che il saggio, con uno scaltro sorriso, rispose: “Dipende da te, essa è nelle tue mani”. 

 Il nostro presente e il nostro futuro sono unicamente nelle nostre mani. 
Quando qualcosa va storto, non bisogna dare la colpa a nessuno. Siamo sempre e solo noi gli unici responsabili di ogni nostra perdita e ogni nostra conquista.
 La farfalla blu rappresenta la nostra vita. 
Sta a noi decidere cosa fare di essa.


Fonte: nonguardarlo.com

giovedì 16 febbraio 2017

Mar Morto, scoperta la dodicesima grotta di Qumran: potrebbe aver ospitato parte dei Rotoli


Eravamo rimasti a 11 grotte. 
Ora sono 12 e ai meravigliosi reperti storici rinvenuti all’interno delle precedenti, potrebbero verosimilmente aggiungersi ulteriori frammenti di manoscritti antichissimi, i quali andrebbero a rimpinguare il già immenso patrimonio storico e letterario costituito dai cosiddetti Rotoli del Mar Morto. 
Un gruppo di archeologi dell’Università Ebraica di Gerusalemme e della Liberty University di Lynchburg (Usa), ha rinvenuto una nuova cavità naturale a Qumran, la dodicesima in grado di ospitare i famosi documenti, risalenti addirittura a prima della nascita di Cristo.
 Per il momento, i ricercatori hanno rinvenuto qualche frammento di coccio da vaso e alcuni resti di pergamena ancora da riempire, ma le premesse (e le tracce) per identificare questo luogo come quello giusto per rintracciare nuovi pezzi di manoscritti ci sono davvero tutte.


Sono trascorsi più di sessant’anni dagli ultimi ritrovamenti effettuati nelle grotte poste nella zona a sud della città di Gerico, non lontano dalle sponde nordoccidentali del grande lago salato. Secondo quanto si racconta, la grotta 1 fu scoperta nel 1947 da un pastore locale il quale, inseguendo una delle sue capre, fece rotolare un sasso (come sua abitudine) all’interno di una cavità, rompendo un vaso. 
Da lì, numerose spedizioni hanno riportato alla luce frammenti di documenti antichissimi e di inestimabile valore, conservati in involucri di lino all’interno di giare di terracotta. 
In tutto, i Rotoli del Mar Morto si costituiscono di circa 900 manoscritti, su papiro o pergamena, scritti in aramaico, greco ed ebraico ed estremamente importanti a livello religioso oltre che storico, in quanto contenenti le più antiche copie dei testi biblici e alcuni commenti risalenti a più di 2000 anni fa.


L’affascinante sito delle grotte di Qumran continua da anni ad attirare l’attenzione degli archeologi, convinti di potervi rintracciare sempre nuovi elementi per decifrare in modo più chiaro la tradizione scritta dei testi sacri: 
“Finora è stata accettata la teoria che spiegava come i Rotoli si trovassero nelle canoniche 11 grotte – ha spiegato a “Time of Israel” il ricercatore Oren Gutfeld -, ma ora non c’è dubbio che questa possa essere la dodicesima”. 
A giocare un ruolo nella scomparsa dei reperti qui conservati, potrebbero essere state le operazioni di saccheggio messe in atto negli ultimi cinquant’anni, ipotesi che sarebbe confermata dal rinvenimento di un tunnel d’accesso alle caverne, il quale potrebbe essere stato usato dai beduini per accedervi, prelevando i Rotoli e rivendendoli sul mercato nero.




A ogni modo, la scoperta della dodicesima grotta potrebbe non solo aprire nuove prospettive negli studi sui manoscritti di Qumran, ma rappresenta già di per sé un importante elemento per proseguire le ricerche sul posto, considerando come vi siano ancora un notevole numero di grotte da esplorare: 
“Anche se abbiamo trovato per lo più vasi, resti e un pezzo di pergamena avvolto – ha concluso Gutfeld – i risultati ci indicano senza dubbio che nella nuova grotta c’erano alcuni rotoli, che sono stati probabilmente rubati”. 

Ora non resta che attendere nuove notizie, su una storia che affonda le sue millenarie radici nella desertica roccia della terra a nord del Mar Morto.

 Fonte: interris.it

mercoledì 15 febbraio 2017

Castel Sant’Angelo, possente custode della città di Roma


Possente custode del luogo più sacro della città, Castel Sant’Angelo da quasi duemila anni svetta al di sopra del Tevere, con la sua mole un tempo simbolo del potere imperiale di Roma e divenuta più tardi fortezza papale.
 Le pietre che lo compongono raccontano una storia di stratificazioni, trasformazioni e movimentate vicende che si sono susseguite nei secoli.

 Venne costruito nel 123 d.C. dall’imperatore Adriano che voleva farne una tomba monumentale per sé e per i suoi familiari. 
Il terreno su cui sorgeva, già utilizzato in tempi antichi per sepolture, si trovava in una posizione favorevole in prossimità del fiume e fu collegato alla terraferma tramite un ponte, chiamato “Elio”, uno dei nomi dell’imperatore.
 Ma Adriano morì prima che l’opera fosse portata a termine e a concluderla fu l’imperatore Antonino Pio che la utilizzò come sepolcro per la sua famiglia della quale l’imperatore Caracalla fu il più famoso rappresentante.
 Il monumento che si presentava alla vista, costituito da tre blocchi sovrapposti, doveva essere imponente.
 Sulla sommità svettava la statua di Adriano che guidava una quadriga di bronzo nella veste del sole. 
L’intera enorme costruzione era completamente rivestita di marmi preziosissimi e decorata da numerose statue.


Nel medioevo, la sua funzione fu completamente stravolta: l’enorme mausoleo fu trasformato in una fortezza e nell’arco di dieci secoli subì numerose modifiche.
 A quel tempo era una tecnica difensiva abbastanza diffusa il fatto di riutilizzare i monumenti della romanità (i teatri o le stesse tombe monumentali) all’interno delle mura per rafforzare alcuni tratti o per utilizzarli come avamposti nei punti più sensibili all’attacco dei nemici, così l’imperatore Aureliano, nel 271 d.C., lo inglobò nella nuova cinta muraria provvista di torri con cui circondò la città. 
 La sua posizione strategica di controllo all’accesso settentrionale della città, lo rendeva un avamposto fondamentale, così Castel Sant’Angelo, rafforzato da torri e mura, divenne un baluardo difensivo ai tempi delle invasioni barbariche e, già dal medioevo, si trasformò in una fortezza inattaccabile.


Il Castello mantenne nei secoli il suo ruolo difensivo, e la sua importanza aumentò soprattutto quando attorno alla tomba di San Pietro nacque il quartiere detto “Borgo”. 
Papa Leone III lo cinse con le mura, chiamate Leonine, fondando attorno al Vaticano una cittadella fortificata che fu poi completata da papa Leone IV.


Durante il medioevo Castel Sant’Angelo fu conteso fra le famiglie più potenti di Roma fino al ritorno della corte papale dal lungo soggiorno ad Avignone, nella seconda metà del 1300, quando passò definitivamente nelle mani dei pontefici. 
Al ritorno dalla Francia, papa Urbano V stabilì che l’unica garanzia del controllo su Roma era la consegna delle chiavi del castello, quindi pose a sua difesa una guarnigione francese, ma la popolazione insorse, lo occupò e tentò addirittura di raderlo al suolo.

 Bonifacio IX lo trasformò nella sua residenza, facendone una fortezza inespugnabile simbolo del potere temporale dei pontefici, collegata all’esterno con un ponte levatoio. 
Come ogni fortezza, il castello disponeva al suo interno di tutti i principali mezzi di sussistenza in caso di assedio: vi erano grandi cisterne d’acqua, granai, c’era addirittura un mulino.
 Disponeva anche di una via di fuga alternativa voluta dai papi: il cosiddetto “Passetto di Borgo”, un corridoio segreto che lo collegava alle mura leonine e al Vaticano, una comoda via di fuga che garantiva l’incolumità ai pontefici nelle situazioni di pericolo che certo non mancavano nella turbolenta Roma medievale.


Così non furono in pochi i papi che ne usufruirono percorrendolo piuttosto rapidamente: papa Alessandro VI Borgia lo usò per rifugiarsi nel castello sfuggendo alle truppe di Carlo VIII, mentre più famosa è la fuga di Clemente VII che lo sfruttò per sfuggire ai Lanzichenecchi, durante il più famoso sacco di Roma quello del 1527, correndo attraverso una pioggia di proiettili come nessun papa aveva mai fatto prima.
 Castel Sant’Angelo fu considerato talmente difficile da espugnare che i papi decisero che non esisteva posto migliore per contenere le loro ricchezze e crearono al suo interno una “Sala del Tesoro”, in cui era custodito un enorme forziere che conteneva l’erario. 
Questa enorme cassaforte fu costruita direttamente all’interno della sala e fu fatta molto più grande della porta d’ingresso proprio per impedire ai malintenzionati di riuscire a portarla via tutta intera.

 Ai primi del XVI secolo, sotto il pontificato di Alessandro VI, fu completamente trasformato.
 Fu allora che divenne una possente macchina bellica: il basamento romano divenne la base per poderosi bastioni, la via d’accesso al castello attraverso il ponte fu resa più sicura con la costruzione di un torrione cilindrico e attorno alla cinta di mura le acque del Tevere crearono un fossato. 
 Durante il Rinascimento vi lavorò anche Michelangelo e la zona degli appartamenti papali divenne sempre più sfarzosa.










Infine Bernini lo rese ancora più scenografico: reinventò completamente il ponte che lo collegava alla terraferma, che divenne ponte Sant’Angelo, e lo rese un passaggio obbligato per i pellegrini che avrebbero oltrepassato il Tevere protetti dallo sguardo rassicurante di dieci bellissimi angeli che portavano i simboli della passione di Cristo. 
 Ma la presenza degli angeli non basta a cancellare la memoria delle atrocità commesse all’interno del castello: nei suoi cortili avvenivano efferate esecuzioni per decapitazione e le teste dei condannati venivano appese ai parapetti del ponte come monito per la popolazione; nelle segrete del castello, buie, umide, oscure prigioni si consumarono le torture più spietate ed a patire le sofferenze ed il carcere più duro furono anche personaggi illustri come Giordano Bruno, accusato di eresia e messo al rogo a Campo de’ Fiori; il conte Cagliostro, mago, alchimista massone e guaritore, entrato e uscito dal carcere per truffe e rapine nel corso di una vita avventurosa e rinchiuso a Castel Sant’Angelo anche lui con l’accusa di eresia per poi essere trasferito al castello prigione di San Leo dove mori di stenti.




L’unico che riuscì ad evadere dalla fortezza fu Benvenuto Cellini, orafo, scultore e scrittore, imprigionato con l’accusa di aver sottratto beni al papa, anche se durante la fuga si fratturò una gamba. 

 Anche la musica infine, ha celebrato il monumento: Castel Sant’Angelo è lo scenario del tragico epilogo della “Tosca” di Giacomo Puccini, in cui la protagonista, sconvolta dal dolore per la perdita dell’amato e inseguita dalle guardie, si uccide gettandosi dal castello.

 L’aspetto attuale del monumento si deve ai restauri di fine ‘800. In seguito fu utilizzato come caserma.
 Nel 1925, cessate le funzioni militari, fu istituito qui il Museo Nazionale di Castel Sant’Angelo che raccoglie collezioni d’arte. 

Chiunque entri a Roma oggi, dirigendosi verso il Vaticano, non può fare a meno di alzare gli occhi e ammirare quell’opera che è cambiata coi secoli e che non ha più bisogno di difendersi, custodita dalla rassicurante presenza dell’angelo che dalla terrazza più alta, con le vesti e la capigliatura mosse dal vento, vigila sulla città e ancora la protegge.



Fonte: http://umsoi.org

Amazzonia; ecco come gli antichi indigeni proteggevano la foresta


Terrapieni misteriosi che ricordano quelli di Stonehenge ma siamo dall'altra parte del mondo, nella foresta pluviale amazzonica. 
Qui oltre duemila anni fa antichi popoli realizzarono questi siti ancora avvolti nel mistero, nello stato di Acre nella zona occidentale del Brasile. 
 Questi disegni sul terreno erano rimasti nascosti ai nostri occhi per secoli per via della presenza di alberi. Ma la moderna deforestazione ne ha permesso la scoperta: si tratta di 450 grandi geoglifi geometrici, simili anche alle linee di Nazca, che occupano un'area di circa 13.000 kmq. 
 La funzione di questi siti misteriosi è ancora poco nota, è improbabile che si trattasse di villaggi visto che gli archeologi hanno recuperato pochissimi manufatti durante lo scavo. 
Esclusa anche la possibilità che fossero stati costruiti per ragioni difensive. 
È possibile che siano stati utilizzati solo sporadicamente, forse come luoghi di aggregazione rituali per le antiche poppolazioni indigene che vivevano in Amazzonia prima dell'arrivo degli europei.
 La ricerca è stata condotta da Jennifer Watling, ricercatrice del Museo di Archeologia ed Etnografia dell'Università di San Paolo, mentre stava studiando per un dottorato di ricerca all'Università di Exeter.


“Il fatto che questi siti laici siano rimasti nascosti per secoli sotto la foresta la dice lunga su quanto le foreste amazzoniche siano state ecosistemi incontaminati” ha detto Watling. “Abbiamo subito voluto sapere se la regione era già ricoperta dalle foreste quando i geoglifi vennero realizzati e in che misura le popolazioni influenzarono il paesaggio per costruire questi disegni sul terreno”. 

Il gruppo di ricerca è riuscito a ricostruire 6000 anni di storia e vegetazione intorno ai due siti che ospitano i geoglifi. 
Hanno così scoperto che gli esseri umani hanno alterato per millenni le foreste di bambù creando delle piccole radure. Ma invece di bruciare grandi tratti di foresta - sia per la costruzione dei geoglifi che per le pratiche agricole - le popolazioni dell'Amazzonia trasformavano il loro ambiente concentrandosi sulle specie arboree economicamente preziose come le palme, creando una sorta di 'supermercato preistorico' di prodotti utili forestali.
 Secondo gli scienziati, la biodiversità ancora presente in alcune delle foreste dello stato di Acre potrebbe essere il frutto di quelle antiche ma attente pratiche agroforestali. 

 “La prova che le foreste amazzoniche siano state gestitie dalle popolazioni indigene molto prima dell'arrivo degli europei non dovrebbe essere vista come giustificazione dell'azione distruttiva e non sostenibile praticata oggi su questi territori. 
Dovrebbe invece servire a mettere in evidenza l'ingegno dei regimi di sussistenza del passato che non hanno portato al degrado delle foreste, e l'importanza della conoscenza indigena nella ricerca di alternative sostenibili nell'uso dei territori”. 

 Gli antichi hanno molto da insegnarci, sempre.

 Francesca Mancuso

lunedì 13 febbraio 2017

Le prime foto della barriera nel Rio delle Amazzoni


Una barriera corallina nel Rio delle Amazzoni: la scoperta ufficiale risale all'anno scorso, ma solo ora Greenpeace ha pubblicato le prime fotografie.
 A scattarle è stato un sottomarino calato da una delle navi dell'associazione ambientalista che si trova alla foce del Rio, nello stato brasiliano dell'Amapá. 

 “Abbiamo trovato una barriera dove i libri di testo dicono che non dovrebbe essercene una”, raccontava a National Geographic Fabiano Thompson dell'Universidade Federal di Rio de Janeiro, coautore dello studio che ne confermava l'esistenza.

 Gli scienziati avevano cominciato a "dare la caccia" a questa inattesa formazione corallina già nel 2012.
 Date le acque torbide della regione, il solo fatto di riuscire a trovarla era stato una sorpresa.

 La barriera si trova tra i 50 e i 100 metri di profondità e i ricercatori sudamericani che l’hanno mappata dalla superficie stimano che si estenda per circa 9.500 chilometri quadrati. Fotografarla sotto la superficie è stato davvero difficile perché acque fangose, forti correnti e mare mosso creano condizioni inadatte all’esplorazione, che potrebbe rivelarsi complicata o letale.






Nel corso delle loro ricerche gli scienziati hanno trovato molte specie di pesci - in gran parte carnivori - oltre a crostacei, stelle marine e spugne: una gigante, recuperata dalla spedizione era pesante quanto un cucciolo di elefante. 
 Ma la barriera è già in pericolo. 
Come riporta la BBC, stanno già per essere accordate le concessioni per l'esplorazione petrolifera della regione.
 Proprio per scongiurare l'inizio delle trivellazioni, con l'alto rischio di fuoruscite di petrolio, Greenpeace ha dato il via a una campagna per proteggere la barriera appena scoperta. 

 Fonte: http://www.nationalgeographic.it

La scoperta dei raggi x


Conosciuti principalmente per il loro utilizzo in campo medico come metodo di indagine, i raggi X, attraverso le radiografie, hanno permesso alla scienza di vedere letteralmente attraverso il corpo umano. 
Prima della loro scoperta, fratture e lesioni interne erano diagnosticate ed esaminate soltanto con l’intervento del bisturi.

 I raggi X vengono scoperti in circostanze particolari e grazie alla casualità, a cui concorre anche il daltonismo dello scopritore: Wilhelm Conrad Röntgen, fisico tedesco. Röntgen, durante gli esperimenti tenuti nel suo laboratorio, decide di verificare le teorie dei fisici tedeschi Heinrich Hertz e Philipp Lenard riguardo i raggi catodici, cioè fasci di elettroni prodotti all’interno di un tubo catodico. 
Durante i suoi esperimenti, è solito, a causa del suo daltonismo, togliere le fonti di luce ed oscurare completamente la stanza. Dopo aver avvolto il tubo con un foglio di carta nero, all’improvviso si accorge che un altro foglio di carta sul tavolo, ricoperto di sale di platino e bario, è diventato luminoso.
 Il fisico deduce che la fluorescenza è causata dall’emissione dei raggi invisibili che fuoriescono dal tubo.
 Dopo aver preso altri oggetti ed averli posti tra la traiettoria dei raggi emessi ed una lastra fotografica, nota che un’immagine di essi resta impressa sulla lastra: l’immagine del contenuto degli oggetti e della loro struttura interna.
 Chiamata la moglie, Anna Bertha Ludwig, le pone la mano tra il tubo e la lastra. 
Quello che li fa rimanere a bocca aperta è la vista dello scheletro della mano, con tanto di anello al dito: si può considerare la prima radiografia della storia. 
E’ l’8 novembre 1895, quando Röntgen scopre i raggi X. Li chiama in questo modo per indicare appunto che i raggi sono “sconosciuti”.


Contrario al fatto che i raggi prendano il suo nome e contrario altresì al fatto di brevettarli, sceglie di rendere pubblica la scoperta, anche se in alcuni casi il nome “raggi Röntgen” è ancora in uso. 

 I raggi X, radiazioni elettromagnetiche che, attraversando gli oggetti, li impressionano su di una lastra fotografica, sono prodotti da un tubo catodico nel quale è fatto il vuoto e che contiene due piastre metalliche, catodo e anodo. 
Il catodo, attraversato dalla corrente, emette elettroni che colpiscono l’anodo, causando la perdita di elettroni da parte degli atomi dell’anodo e l’emissione di energia, appunto i raggi X.
 Questi sono assorbiti in modo differente: passano attraverso la pelle, la carta ed il legno, ma sono fermati da ossa o metalli. 

 Il 28 dicembre 1895, Röntgen spedisce il testo “Su un nuovo tipo di raggi: una comunicazione preliminare” alla rivista della Physikalisch-Medizinischen Gesellschaft di Würzburg. 
Il 5 gennaio 1896 è dato l’annuncio di questa scoperta.

 Insignito del primo Premio Nobel per la fisica nel 1901, con la motivazione: “in riconoscimento dello straordinario servizio reso per la scoperta delle importanti radiazioni che in seguito presero il suo nome“, Röntgen dona il premio in denaro alla sua università. Non mancano contestazioni a questa onorificenza da parte di suoi colleghi tra i quali Lenard, che afferma di essere lui il primo scopritore dei raggi X. 

 Viene poi assegnata a Röntgen anche la laurea onoraria di dottore in Medicina dall’Università di Würzburg. 

Nel 2004 viene intitolato al fisico l’elemento chimico 111: il Roentgenio. 

 Fonte: biografieonline.it

venerdì 10 febbraio 2017

Il granchio boxer e gli anemoni di mare


Quando rimani senza un alleato, creane un altro!
 È quello che fanno i granchi del genere Lybia, noti anche come granchi boxer.
 Questi crostacei hanno sviluppato un comportamento mutualistico con gli anemoni di mare, che impugnano tra le chele, tenendoli come fossero pompon.
 I tentacoli urticanti di queste creature servono sia come armi di difesa contro i predatori, sia per procurare cibo ai crostacei: basta sferrare un colpo alle prede con le chele così adornate, per metterle al tappeto e procurarsi la cena.


Gli anemoni sono per i granchi boxer così essenziali che i crostacei ingaggiano vere e proprie battaglie per sottrarseli quando mancano. Chi perde rischia di restare senza armi per cacciare, e deperisce. Non solo: da tempo gli scienziati sospettavano che i granchi rimasti senza un pompon dividessero l'altro a metà, per tornare ad averne due. 
 Ora Yisrael Schnytzer e Ilan Karplus (Bar Ilan University, Tel Aviv) sono riusciti a filmare il granchio boxer mentre "clona" l'anemone residuo, con una sistematica operazione chirurgica (vedi il video qui sotto).

 

La divisione dura una ventina di minuti: il granchio tende l'anemone rimasto tra le chele e lo taglia a metà con le zampe. Poiché l'anemone può rigenerarsi, ciascuna delle due metà diviene un organismo autonomo a sua volta.
 Il sospetto è che anche questa creatura tragga beneficio dal rapporto con i granchi: forse i crostacei ne accelerano la riproduzione. 

 Fonte: focus.it

La matrioska: le origini, la storia, il significato simbolico


La matrioska, o matriosca, è il souvenir russo per eccellenza. Molti di voi avranno visto almeno una volta questa famosa bambola russa in legno che racchiude in un unico contenitore numerosi personaggi. 
 Possiamo definire la matrioska come un’insieme di bambole che si compone di pezzi di diverse dimensioni. 
Ogni pezzo della matrioska è inseribile in quello di formato direttamente più grande. 
Le matriosche tradizionali sono in legno dipinto. Quando le matriosche sono dipinte a mano, non ne esiste una uguale all’altra. In una matrioska la bambola più grande si chiama madre mentre il pezzo più piccolo si chiama ‘seme’. 
Ogni pezzo della matrioska – tranne il seme che è un pezzo unico – è suddiviso in due parti apribili e richiudibili. 

 Le origini

 La matrioska è il simbolo dell’arte popolare russa più conosciuto nel mondo.
 Le origini della prima matrioska vengono fatte risalire alla fine del Diciannovesimo secolo. 
Proprio a questo periodo apparterrebbe la prima matrioska realizzata in legno come la conosciamo oggi. 
L’inventore della matrioska fu Savva Mamontov (1841–1918), fondatore del circolo artistico di Abramcevo. 

 Il riconoscimento della matrioska come simbolo della Russia approvato da tutto il mondo avvenne in occasione dell’Esposizione mondiale di Parigi nell’anno 1900, quando la matrioska e la sua popolarità furono premiate a livello internazionale.
 Le origini della matrioska come la conosciamo oggi potrebbero essere legate alla tradizione artigianale giapponese, ma può comunque essere che le due culture si siano influenzate a vicenda. La matrioska più grande del mondo è stata costruita nel 2003 negli Stati Uniti ed è composta da 51 pezzi.

 La storia 

 La prima matrioska nacque nella seconda metà dell’Ottocento nel laboratorio artistico di Savva Mamontov che voleva far rifiorire l’arte popolare dei contadini e degli artigiani russi. 
Allestì nel proprio laboratorio artistico delle bambole per bambini di diverse fogge, ognuna delle quali indossava un abito tradizionale legato ad un Paese del mondo.
 L’idea per creare la prima matrioska nacque dall’osservazione di un oggetto in legno che Mamontov aveva fatto arrivare dal Giappone.
 Si trattava della raffigurazione un saggio del buddhismo che racchiudeva al proprio interno altre quattro figurine. 
Secondo i giapponesi il primo personaggio di quel genere fu creato però proprio da un monaco russo. 
 Ricordate le scatole cinesi che si inseriscono una dentro l’altra? Proprio dalle famose scatole cinesi potrebbero essere nate le idee sia per la matrioska russa che per la creazione della rappresentazione del personaggio giapponese. 
Potrebbe esservi una parentela lontana tra la matrioska e la kokeshi giapponese - con riferimento alla Cina per entrambe - anche se queste due bambole oggi sono molto diverse tra loro.
 La costruzione della prima matrioska da otto pezzi come la conosciamo oggi viene attribuita a Vasilij Petrovič Zvëzdočkin.


Per molto tempo il procedimento per realizzare la matrioska è stato mantenuto segreto per evitare i plagi.
 La creazione della matrioska richiede una lavorazione del legno molto attenta e precisa. Il legno che viene scelto e che può rimanere accatastato a lungo deve essere ben controllato perché non deve marcire.
 La prima parte della matrioska ad essere realizzata è la più piccola, cioè l’ultima bambolina più interna che non si può più dividere. Una volta creato il pezzo più piccolo si realizza il successivo, leggermente più grande in modo che possa contenere il precedente e così via.
 Una matrioska è composta da un minimo di 3 bambole fino ad un massimo di 60.


Il significato simbolico 

 La parola matrioska ha un collegamento con la parola latina mater. Matrioska è una parola russa utilizzata come diminutivo del nome Matrena, letteralmente 'matrona', come capofamiglia femminile in una società matriarcale.
 La matrioska rappresenta simbolicamente la figura materna e la generosità ad essa correlata con un collegamento alla fertilità della terra e della donna.
 Le otto piccole bambole che componevano la prima matrioska rappresentavano, in ordine di grandezza, una madre, una ragazza, un ragazzo, una bambina, un bambino fino all'ultima figura, quella di un neonato in fasce. 

 La matrioska nasce come la raffigurazione di una variopinta contadina russa, dipinta con colori sgargianti e agghindata con abiti tradizionali, con la testa coperta da un fazzoletto a fiori. 
 Nella matrioska tradizionale erano contenute cinque contadinelle, un ragazzo, un bambino e un neonato, con evidente riferimento alla maternità e alla fecondità generatrice. 
 Nel corso del tempo i personaggi rappresentati dalle matrioske sono rimasti identici nel caso della matrioska classica ma sono cambiati se prendiamo in considerazione le numerose varianti sul tema. 
 Ad esempio alcune matrioske sono state realizzate per rappresentare personaggi delle favole o protagonisti dei grandi romanzi russi.
 Le matrioske sono state utilizzate anche come rappresentazione di personaggi politici sia in contesti dal tema storico sia in senso ironico, con matrioske che ad esempio hanno le fattezze di politici come Stalin, Lenin e Putin.


Un’interpretazione interessante del significato simbolico della matrioska la troviamo nella commedia Trois et Une di Demys Aniel, dove si dice che in ogni donna sono contenute tante donne diverse, ognuna con la propria personalità, una dentro l’altra proprio come nelle famose bambole russe. 

 Il simbolo della matrioska è stato inoltre associato alle caratteristiche variegate dell’Unione Sovietica che si dispiegava tra paesaggi rurali e tecnologia, tra vita in campagna e viaggi nello spazio. 

 Alla figura della matrioska sono stati associati anche dei riferimenti all’uso del linguaggio e alla letteratura, con esempi come le tecniche del ‘racconto nel racconto’ per la costruzione di un testo e della ‘figura nella figura’ per quanto riguarda le opere d’arte.
 Si parla di matrioska anche per fare riferimento ad un testo composto da più livelli che interagiscono tra loro, come ha spiegato Dino Buzzati in “Una bambola russa”. 
 Ricorre spesso nella letteratura italiana e non la figura della matrioska ancora una volta per indicare una donna dalle mille personalità. 

 Nella cultura russa la matrioska viene utilizzata anche per rappresentare le dinamiche delle famiglie molto numerose, tra nonne, bisnonne, zii, nipoti e pronipoti. 
 In particolare la matrioska è il simbolo della matrona russa come donna forte che è in grado di tenere le fila di tutta la famiglia. Questa matrona all’interno della famiglia di riferimento può essere una nonna, detta ‘babushka”.
 Possiamo inoltre vedere la matrioska come una donna che ha dato alla luce molti figli. La sua forma tondeggiante ricorda quella di un uovo, tipico simbolo della fertilità nella cultura popolare e anche della riproduzione, sin dai tempi più antichi. 
 Tra i vari significati ad essa attribuiti, la matrioska inoltre è un modo per dominare lo spazio, perché contraddice il fatto che uno stesso luogo non possa essere occupato da più di un oggetto.
 In generale le matrioske tendono a commemorare la famiglia russa numerosa come base della società tradizionale o la storia politica del passato del Paese. 

 In Russia chi desidera una matrioska personalizzata può far raffigurare sulla popolare bambola se stesso e la propria famiglia. 

 Marta Albè

mercoledì 8 febbraio 2017

"Des destinées de l’ame" , il libro rilegato con pelle umana


Il libro in questione è quello di Arsène Houssaye, "Des destinées de l’ame" (I destini dell’anima), scritto nella metà dell’Ottocento, che si trova nella Houghton Library dell’ateneo.
  Si tratta di una riflessione sulla vita oltre la morte, donata dall’autore stesso all’amico medico Ludovic Bouland, il quale fece ricoprire il libro con la pelle di una sconosciuta paziente psichiatrica, da poco morta per un infarto. 
 Lo stesso Bouland aveva scritto sul frontespizio del libro che la rilegatura era avvenuta in “pergamena di pelle umana su cui nessuna decorazione è stata applicata per preservarne l’eleganza“.

Fino ad oggi l’informazione contenuta nel libro non era mai stata verificata. 
Solo di recente i ricercatori di Harvard hanno prelevato dalla copertura dei piccoli campioni e li hanno analizzati tramite un metodo che analizza la composizione delle proteine presenti nel tessuto: mentre non è stato rintracciato nessun riscontro con gli animali che solitamente forniscono la pergamena (bovini o ovini, principalmente), si è invece scoperta la stretta relazione con i tessuti dei primati. 
Un’ulteriore analisi condotta con la spettrografia di massa ha escluso il coinvolgimento di animali come gibboni e gorilla, rivelando che al 99% quella rilegatura ha origine umana. 
 Una tale tecnica di rivestimento dei libri si chiama in termini specifici bibliopegia antropodermica.

Fonte: /liberlist
Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...