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martedì 8 novembre 2016

Sfere di neve giganti su una spiaggia della Siberia


Gli abitanti della località del Golfo dell’Ob, in Siberia, negli ultimi giorni hanno assistito ad uno spettacolo a dir poco straordinario.
 La spiaggia della zona si è ricoperta di sfere di neve giganti. 
 Un tratto di costa lungo circa 18 chilometri si è rivestito di sfere di neve, alcune grandi come una pallina da tennis, altre con diametro di 1 metro.
 Si tratta del risultato di un raro processo ambientale in cui vari pezzi di ghiaccio diventano delle vere e proprie sfere per azione del vento e dell’acqua.


Gli abitanti del villaggio di Nyda, che si trova sulla penisola di Yamal, vicino al Circolo Polare Artico, non avevano mai visto nulla di simile.


Secondo gli esperti, il fenomeno è legato all’azione combinata dei venti e dell’acqua, alla temperatura dell’ambiente e alla presenza di ghiaccio sulla costa.

 Un fenomeno simile si è già verificato in Finlandia a dicembre 2014 e in Michigan a dicembre 2015.

 Secondo gli abitanti della zona le sfere di neve hanno iniziato a formarsi nel mese di ottobre quando l’acqua ha cominciato a raggiungere la spiaggia che in breve tempo per l’abbassamento delle temperature si è ricoperta di ghiaccio. 
 Quest’anno la Siberia sta toccando un vero e proprio record per quanto riguarda il freddo e le basse temperature.
 La copertura nevosa ha raggiunto il proprio massimo livello per questo periodo dell’anno a partire dal 1998. 

 Marta Albè

venerdì 4 novembre 2016

La super Luna "extra" del 14 novembre 2016


Anche se il termine è tutto fuorché scientifico, con l'espressione super Luna questa espressione si intende la coincidenza del plenilunio con il momento di massimo avvicinamento alla Terra (perigeo). 

Non è un evento raro (accade circa una volta all'anno) e neppure nefasto (come molti complottisti tendono a credere).
 Ma il 14 novembre 2016, quando il nostro satellite entrerà nella fase di Luna piena circa un paio d'ore dopo il perigeo, gli amanti del cielo notturno potranno assistere a una super Luna ancora più "super".


Alle 12:24 ore italiane, infatti, la Luna si troverà alla minima distanza dalla Terra, 356.511 km.
 Poco meno di due ore e mezza più tardi, alle 14:52 ore italiane, il nostro satellite raggiungerà il culmine della fase di Luna piena.

 Non solo si tratterà della Luna piena più vicina alla Terra del 2016, ma sarà anche la più grande Luna piena visibile da 70 anni: l'ultima così si è verificata nel 1948, e la prossima arriverà il 25 novembre 2034.

 Una Luna piena al perigeo può risultare il 14% più grande e il 30% più brillante di una Luna piena in apogeo, ma non è sempre facile notare la differenza.
 La luminosità può essere schermata dalle nuvole o annullata dalle luci delle città; e senza riferimenti reali in cielo per "prendere le misure", anche il vantaggio in termini di diametro angolare (cioè la misura del suo diametro rispetto alla distanza dall'osservatore) rischia di perdersi.
 Una Luna molto vicina all'orizzonte e a punti di riferimento terrestri (come alberi o case), per esempio, risulta apparentemente molto grande anche se in apogeo.
 Poiché questa super Luna sembrerà il 12% più grande delle altre Lune piene al perigeo, gli appassionati di fotografia potranno provare a fotografarla e a comparare lo scatto con altri di super Lune precedenti o successive (a parità di contesto e strumentazione).
 La differenza si dovrebbe notare, ed è anche un'ottima occasione per fotografare il nostro satellite. 

 Il primo termine di paragone utile sarà quello del 14 dicembre 2016. 
Quella super Luna, anche se non esagerata come quella che sta per arrivare, sarà notevole per un altro aspetto: con la sua luminosità oscurerà in parte lo sciame meteorico delle Geminidi.

 Fonte: focus.it

Un'isola in mezzo al deserto dello Yemen


Un paesaggio surreale, quasi uscito dal Signore degli Anelli.
 Lo regala il villaggio di Haid Al-Jazil, in Yemen, un'isola da mille e una notte in equilibrio su un blocco roccioso, nel sud della penisola arabica.


Non ci sono fiumi o laghi in Yemen.
 L'unica fonte di acqua per le persone che vivono lontano dalla costa si presenta sotto forma di valli fluviali stagionali chiamate wadi.
 Per questo motivo, vengono costruiti villaggi come Haid Al-Jazil sopra queste valli, al fine di sfruttare la maggior parte di queste fonti d'acqua temporanee. E il risultato architettonico sembra essere uscito da un racconto di Tolkien.

 Le case di Haid Al-Jazil sono state costruite su un enorme blocco di pietra a 150 metri d'altezza e godono di una surreale vista a 360 gradi sulla vallata del Wadi Dawan, nel mezzo del deserto, sulla Via dell'incenso.
 Queste costruzioni sono composte da mattoni di fango con pavimenti in legno che separano un piano da un altro, e sebbene possano sembrare delle primitive capanne sono innovative e sofisticate, in grado di resistere alle stagioni delle piogge che minacciano di lavare via tutto: vengono costantemente ristrutturate, ma le popolazioni hanno sviluppato tecniche che consentono di realizzare case anche di 11 piani.
 E alcune di esse esistono da più di 500 anni. 

 Fonte: www.lastampa.it

giovedì 3 novembre 2016

Namibia: sorprendente viaggio tra deserti, parchi nazionali e foreste pietrificate


Wonderful Namibia! 
Non tutti hanno la fortuna durante la propria vita di fare l'esperienza del deserto, in assoluto una delle più particolari e sbalorditive che si possano sperimentare. 
Fra le dune sperimenti la tua fragilità e ti confronti, come in pochi altri contesti al mondo, con te stesso, i tuoi limiti, la tua piccolezza di fronte alla maestosità della natura.
 È un luogo, il deserto, dove si percepisce il senso della vastità e dell'infinito. Non si può non esserne rapiti.
 A partire da quando si ode per la prima volta la sua voce, quella magnifica, impalpabile melodia generata dai granelli di sabbia che, mossi dal vento, si sfiorano l'un l'altro. O ancora, quando ci si trova di fronte ai suoi magnifici tramonti infuocati o alla volta celeste, che di notte si riesce a scandagliare senza ostacoli in tutta la sua brillantezza, o agli incontri che solo nel deserto si possono fare.






Se poi si ha la fortuna di fare quest'esperienza nel deserto del Namib, in Namibia, in assoluto uno dei più belli della pianeta, il tutto può diventare ancora più straordinario.
 Il Namib, arido da oltre 50 milioni di anni, si ritiene che sia, infatti, uno dei deserti più antichi del mondo, un'ecoregione di grandissimo interesse per geologi e biologi, con una fauna e una flora costituita in gran parte da specie endemiche in grado di adattarsi nei millenni a un ambiente tanto ostile.






Gran parte del territorio del Namib è tutelato da aree naturali protette, la più importante delle quali è il Namib-Naukluft National Park, il parco nazionale più esteso d'Africa.
 Strepitose le dune che, a seconda dell'ora, assumono diverse colorazioni: dall'albicocca-arancio dell'alba fino al rosso fuoco del tramonto.


Le dune di Sossusvlei sono le più alte del mondo e, sprofondando in mare, offrono uno spettacolo di singolare bellezza. 
Ma il Namib non è l'unico deserto del Paese: all'interno dei confini nazionali ricade anche parte dello splendido deserto del Kalahari, condiviso con Botswana, Zimbabwe e Sudafrica.


La Namibia, che ha una densità di popolazione di 2,43 persone per kmq (contro le 200 dell'Italia), offre la possibilità di avvistare praticamente tutti gli animali che vivono nel Continente africano, compreso i cosiddetti Big five, vale a dire leoni, rinoceronti, leopardi, elefanti e bufali.
 In particolare il Parco Nazionale Etosha, nel nord del Paese, uno dei più suggestivi e importanti parchi dell'Africa australe, dove si può peraltro dormire anche in ecolodge costruiti in modo da salvaguardare il più possibile il contesto in cui sono inseriti, è un autentico eden per i safari fotografici. 
Il cuore del parco è costituito da 5mila kmq di conca salina priva di vegetazione e le numerose sorgenti d'acqua al margine della conca richiamano ogni tipo di animale: migliaia di uccelli, elefanti, ippopotami, giraffe, leoni, leopardi, branchi di antilopi e di zebre, oltre al raro rinoceronte nero e all'impala dal muso nero, a rischio estinzione.








Altre splendide escursioni naturalistiche sono quelle all'altopiano Waterberg, ricadente, con le sue molte sorgenti, nell'omonimo parco nazionale, dov'è possibile avvistare fra gli ultimi esemplari di ghepardi esistenti al mondo, e alla Foresta Pietrificata. 
Dichiarata monumento nazionale negli anni '50, vi si osservano tronchi pietrificati (diventati cioè dure rocce silicee) risalenti a ben 260 milioni di anni fa e trasportati da una grande alluvione fin qui da zone probabilmente ricche di foreste di conifere.






Strepitosi anche il Fish River Canyon, paragonabile per la sua maestosità al Grand Canyon stellestrisce, e il tratto più a sud della Skeleton coast, che deve il nome ai relitti di navi arenatesi nel tempo da queste parti, oltre la quale vive una grande colonia di otarie.


Ma la Namibia non è soltanto natura e straordinari deserti. 
Offre, infatti, anche un ricchissimo patrimonio culturale a partire dalle ben 13 diverse etnie che convivono sul suo territorio, tra cui l'affascinantissima tribù degli Himba, costituita da pastori nomadi che vivono nel nord del Paese, custodi di antiche tradizioni.






Rimanendo in tema culturale, non si può non visitare la capitale, Windhoek, con le sue architetture risalenti al dominio coloniale tedesco. Le conferiscono un aspetto quasi europeo e la città colpisce per il suo ordine, la sua pulizia e l'estrema sicurezza di cui si può godere andando in giro, contrariamente a quanto avviene in altri paesi dell'Africa.


Infine, il sito rupestre della valle di Twyfelfontein, autentico museo a cielo aperto, dichiarato monumento nazionale per la presenza di incisioni e pitture rupestri risalenti probabilmente a circa 6000 anni fa. 
Ultimo tuffo nel lungo passato di questo straordinario e antichissimo angolo del pianeta.


Vincenzo Petraglia

martedì 1 novembre 2016

Significato , origini e storia della festa di Ognissanti


Le origini della Festa di Ognissanti o di Tutti i Santi che cade il 1° novembre di ogni anno, sono lontanissime e si possono rintracciare al tempo dell’antica cultura delle popolazioni celtiche. 
I processi storici e culturali che hanno portato questo giorno ad avere un’importanza assoluta nel mondo cattolico, sono molti, ma in alcuni testi appaiono controversi e discordanti. 

Tutto sembrerebbe risalire, come dicevamo, alla cultura celtica la cui tradizione divideva l’anno solare in due periodi: quello in cui c’era la nascita e il rigoglio della natura e quello in cui la natura entrava in letargo passando un periodo di quiescenza. 
I giorni di inizio di questi due periodi venivano festeggiati, il primo, durante il mese di maggio (quello della vita, e quindi della rinascita della natura) e il secondo a metà autunno (quello della morte, e della quiete della natura). 
Questi due giorni venivano chiamati rispettivamente Beltane e Samhain.


Nello stesso periodo storico, presso i romani si festeggiava un giorno simile, per significato al Samhain: la festa in onore di Pomona, dove si salutava la fine del periodo agricolo produttivo e si ringraziava la terra per i doni ricevuti.

 Quando Cesare conquisto la Gallia, le due feste pagane, celtica e romana, si integrarono e i giorni per il festeggiamento cadevano, a secondo delle zone, in un periodo che si collocava tra la fine del mese di ottobre e i primi giorni di novembre. 
Solo in seguito i festeggiamenti caddero in un solo giorno e precisamente tra la notte del 31 ottobre e il primo novembre. Questa notte veniva chiamata Nos Galan-Gaeaf, cioè notte delle calende d’inverno, ed era il momento di maggior contatto tra il mondo dei vivi e quello dei morti. 

Con l’affermarsi del cristianesimo, al significato di questa festa, prettamente agricola e pagana, se ne sovrappose un altro prettamente spirituale e religioso. 
Nel significato religioso si voleva commemorare il mondo dell’aldilà o il mondo della morte il cui significato viene fatto risalire proprio al Samhain dei Celti. 

Nel VII secolo, con l’avvento a l soglio pontificio di Papa Bonifacio IV si tentò di andare oltre e cambiare la festa pagana in festa cristiana dandone così un significato puramente religioso. 
Per togliere ogni residuo di paganesimo, l’idea originale fu quella di abolire la festa pagana, decisione però che avrebbe scatenato le ire del popolo ancora molto ancorato alle antiche tradizioni. 
Si optò quindi per la compensazione e il giorno di festa religioso venne chiamato Tutti i Santi, giorno in cui poter onorare i santi e che cadeva il giorno 13 del mese di maggio.
 La conseguenza di questa decisione fu quella di avere due feste affiancate, una pagana e una cristiana.

 Circa due secoli più tardi, e più precisamente nell’835, Papa Gregorio IV fece coincidere la data della festa cristiana di Ognissanti o di Tutti i Santi con quella pagana per diminuire ancor di più il peso dell’antico culto pre-cristiano. 
Il giorno della festa di Tutti i Santi cadeva quindi il 1° novembre di ogni anno in coincidenza del giorno successivo alla notte delle calende d’inverno. Ma anche questo non bastò a sradicare il culto pagano, cosicché la chiesa introdusse nel X secolo una nuova festa, quella dedicata ai morti, che cadeva il 2 novembre.

Durante i festeggiamenti del 2 novembre, dove venivano ricordate le anime degli estinti, i loro cari si mascheravano da angeli e diavoli e, come nella tradizione celtica, accendevano grandi fuochi. 

Nel 1475 la festività di Ognissanti venne resa obbligatoria in tutta la Chiesa d’Occidente da Sisto IV ma il culto pagano, in special modo quello celtico, nonostante un lungo periodo di quasi totale dimenticanza, è sempre sopravvissuto nella cultura dei popoli europei fino ai giorni nostri.
 Infatti la notte di Nos Galan-Gaeaf dell’antica cultura celtica viene rievocata, soprattutto nei paesi di cultura anglosassone, nella notte di Halloween il cui significato è proprio vigilia di Ognissanti o di Tutti i Santi (All Hallows = Tutti i Santi + eve = Vigilia). 

 Fonte: mitiemisteri.it

venerdì 28 ottobre 2016

Scoperto perché in autunno le foglie cambiano colore


In autunno le foglie perdono il loro colore e assumono un giallo/arancio più o meno brillante.
 Si sa che questo accade perché la clorofilla viene degradata e trasformata in un’altra molecola, e che nelle foglie diventano evidenti altre sostanze, antociani o carotenoidi, pigmenti rossi o gialli. 
Si sapeva anche che un enzima toglie alla clorofilla una molecola di magnesio e quindi ne impedisce l’attività, ma non si conosceva chi facesse partire il processo. 

 Un gruppo di ricerca giapponese ha ora scoperto il gene che codifica l’enzima responsabile della degradazione della clorofilla, e ha pubblicato la scoperta sulla rivista scientifica The plant cell (sommario, in inglese). 
Si chiama Stay-Green ("rimane verde", abbreviato in SGR) e l’enzima da esso prodotto è l'Mg-dechelatasi. 

 Questa molecola toglie alla clorofilla l’atomo di magnesio (Mg), la trasforma in un altro composto (feofitina a) e lascia nelle foglie spazio ad altre molecole che infine cambiano il colore del mondo e trasformano i boschi autunnali in una sinfonia di colori. 

 Il gene SGR ha anche un senso storico, perché è uno dei geni studiati da Gregor Mendel (il monaco boemo che ha scoperto le leggi delle genetica) nei suoi esperimenti sui piselli verdi e gialli. 

Quando una mutazione “guasta” il gene SGR, questo non degrada più la clorofilla, che rimane nei semi lasciandoli verdi.

 fonte: focus.it

Una sepoltura Subeixi con un ‘sudario’ di cannabis


Circa 2.500 anni fa, nel nord-ovest della Cina un uomo venne sepolto in una elaborata tomba, e il suo petto fu ricoperto con un sudario fatto di 13 piante di canapa.
 La tomba è una delle poche privilegiate, nel centro del continente euroasiatico, nel quale c’era la cannabis.
 Questa in particolare getta nuova luce su come la popolazione preistorica della regione usasse questa pianta nei rituali. 
 “Una notevole scoperta archeobotanica”, avvenuta perché gli abitanti moderni avevano paradossalmente deciso di costruire un nuovo cimitero. 

 Nella tomba vi erano archi, frecce e i resti di animali addomesticati, tra cui capre, pecore e un teschio di cavallo – indice che questa popolazione praticasse sia la caccia sia l’allevamento. Il cimitero apparteneva probabilmente alla cultura Subeixi (nota anche come Gushi), a giudicare dalle analisi del vasellame di terracotta. 
I Subeixi furono il primo popolo conosciuto a vivere nell’arido bacino di Turpan (o depressione di Turfan), 3.000 anni fa circa.

In tutto, gli archeologi hanno trovato 240 tombe antiche. L’uomo con la canapa (tomba M231) era un uomo caucasico, morto a 35 anni circa.
 I suoi resti giacevano su un letto composto da stecche di legno, mentre la sua testa riposava su un cuscino di cannucce di palude. Numerosi erano anche i vasi di terracotta.
 Più sorprendente sono però le «13 piante femminile di cannabis quasi intere, poste in diagonale sul corpo del defunto come un sudario, con le radici e le parti inferiori delle piante raggruppate insieme sotto il bacino», scrivono i ricercatori sulla rivista Economic Botany.

 La tomba risale tra i 2.400 e i 2.800 anni fa, stando alla datazione al radiocarbonio, eppure le piante sono rimaste intatte grazie al clima asciutto della regione.
 Ci sono anni in cui neanche piove. Ma i depositi dei fiumi (come sabbia e ciottoli) e i resti di piante acquatiche (equiseti e canne) indicano che all’epoca qui vicino scorreva un fiume.


Difficilmente la M231 è l’unica sepoltura contenente cannabis.
 Il bacino di Turpan conserva un altro cimitero Subeixi chiamato cimitero di Yanghai, che risale anch’esso al I millennio a.C.
 Una delle sue sepolture aveva per esempio una grande scorta di fiori di cannabis in un cesto di cuoio e in una scodella di legno, proprio accanto al cadevere di un uomo.
 La tomba non aveva alcuna traccia di vestiti o corde di canapa. Piuttosto, i grossi semi della pianta e l’alta presenza di cannabinolo suggeriscono che la cannabis fosse usata come sostanza attiva. 
Un’altra tomba di Yanghai conteneva teste di fiori di cannabis, segno forse di un uso a scopi medicinali. 

Anche nel sud della Siberia, nelle sepolture della cultura di Pazyryk, sono state rinvenute tracce di cannabis, “usata per scopi rituali se non addirittura come psicoattivo”, scrivono i ricercatori. In un’altra sepoltura sui Monti Altai, sempre della cultura Pazyryk, la cannabis rinvenuta venne forse utilizzata dalla donna (morta di cancro ai seni) per fronteggiare i sintomi. «Apparentemente – scrivono gli studiosi – la cannabis medicinale (e forse spirituale, o almeno rituale) era largamente usata dai popoli nel centro dell’Eurasia durante il I millennio a.C.».

 Live Science
 Economic Botany

mercoledì 26 ottobre 2016

Anche senza orecchie i ragni ci sentono arrivare


Se già le zampe pelose dei ragni vi facevano impressione, figuriamoci tra qualche riga.
 Proprio quella peluria, nei ragni saltatori - una famiglia che include il 13% di tutte le specie di ragni conosciute - è talmente sensibile che riesce a captare voci e rumori da diversi metri di distanza.
 La scoperta descritta su Current Biology confuta la diffusa teoria che questi animali, non avendo orecchie, non possano sentire, e si basino solo su tatto e vista. 
 Gli scienziati della Cornell University (USA) sono giunti a questa conclusione inaspettatamente, durante uno studio finalizzato a misurare le capacità visive dei ragni saltatori della specie Phidippus audax, attraverso il monitoraggio dell'attività elettrica del loro cervello.


Il gruppo ha notato una attivazione anomala nella risposta neurale di questi animali quando qualcuno spostava rumorosamente una sedia del laboratorio, o batteva le mani. 
La capacità è stata subito ricondotta alla peluria delle zampe. Quando questa è stata bagnata con acqua e resa incapace di vibrare, infatti, i neuroni auditivi dei ragni hanno smesso di attivarsi in risposta ai suoni.
 Ulteriori studi hanno appurato che gli aracnidi di questa specie riescono a udire un battito di mani a oltre 5 metri di distanza, e sono più sensibili ai suoni cupi (tra gli 80 e i 130 Hz) come le voci maschili e il ronzio delle vespe parassitoidi, loro predatrici. 
 Non si tratta comunque di un udito sopraffino: quello che i ragni sentono somiglia un po' «a una comunicazione telefonica disturbata», dicono i ricercatori. 
Probabilmente intuiscono il rumore e la direzione da cui proviene, ma non sembra esserci alcuna interpretazione o interazione.

 Fonte: focus.it
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