martedì 5 luglio 2016
L'azzurro Crater Lake, il lago più profondo degli Stati Uniti
I grandi laghi degli States sono famosi in tutto il mondo, ma molti ignorano che in essi si trova anche il nono lago più profondo del pianeta: l’azzurro Crater Lake, che occupa una caldera estinta nel cuore del Crater Lake National Park, noto, tra l’altro, per i suoi paesaggi lunari di pomice e cenere e gli imponenti pinnacoli di roccia, frutto dell’erosione di antichi siti eruttivi.
Il parco, istituito il 22 maggio 1902 dal presidente Theodore Roosevelt, raccoglie una media di 500 mila visitatori l’anno, offrendo tanti divertenti modi per trascorrere le vacanze : in inverno, sci di fondo, in estate gite in barca, escursioni e tour panoramici di tutto il lago, praticando la pesca al salmone e alla trota iridea.
Visto dall’alto, il Crater Lake sembra un vulcano che presenta, al posto della lava incandescente, una vasta distesa d’acqua.
Situato nella regione centro-meridionale dell’Oregon, sulla cresta della Cascade Mountain Range, a 100 km ad est dell’Oceano Pacifico e a 110 km dal confine con la California, con una superficie di 53 km quadrati e una profondità massima di 594 metri, il Crater Lake è il lago più profondo degli Stati Uniti, lasciando a bocca aperta per l’eccezionale limpidezza dell’acqua e il suo incredibile colore blu intenso, paragonato da alcuni all’inchiostro.
La sua particolarità sta proprio nell’essersi formato nella caldera di un vulcano spento, il Monte Mazama, ed è sovrastato da muri di roccia alti fino a 700 metri.
La caldera è una forte depressione che si forma su un edificio vulcanico in seguito ad una forte esplosione.
Con la perdita di pressione, la camera magmatica si svuota, riempendosi progressivamente di acqua piovana.
Pur non essendoci fiumi che convogliano dentro il lago, l’evaporazione è compensata dalle abbondanti piogge e dallo scioglimento delle nevi, che permettono il rinnovamento dell’acqua ogni 250 anni.
Si tratta di un luogo spettacolare in cui si respira l’aria più pulita della Nazione, passeggiando lungo i sentieri immersi nella tranquillità della natura, con uno scenario di boschi di cicuta, abeti rossi, pini, caratterizzati da un ecosistema attivo, popolato da orsi neri, linci, aquile e falchi.
Un’interessante leggenda racconta che quando i primi visitatori di Crater Lake lo fotografarono per poi mandare le foto a sviluppare., la Kodak offrì di rimborsare il costo dello sviluppo, ritenendo che il blu del lago fosse così innaturale che non poteva che trattarsi di un errore nel processo di stampa.
In realtà, è proprio quel colore, unico al mondo, ad attrarre ogni anno milioni di visitatori. La straordinaria profondità del lago Crater conferisce un colore così azzurro limpido da essere considerato unico al mondo.
Godersi il Crater Lake dalla sponda ovest, vicino al punto d’osservazione Watchman, ammirando in tutta la sua maestosità la punta del cono vulcanico (Wizard Island) che emerge dalle acque limpide, è un’esperienza impressionante.
Da altri punti d’osservazione potrete scorgere Phantom Ship, altro picco vulcanico che, durante i periodi di nebbia o poca luce, dà veramente l’impressione di essere un vascello fantasma.
Secondo molti viaggiatori, il Crater Lake regala i panorami più suggestivi nei periodi in cui è ricoperto di neve, quando la sua visione mette letteralmente in soggezione!
Fonte: meteoweb.eu
venerdì 1 luglio 2016
La Route 66 sarà la prima autostrada solare degli Stati Uniti
È forse la più famosa autostrada degli Stati Uniti: la Route 66, storica protagonista delle migrazioni a ovest degli anni ’30, immortalata in canzoni, programmi televisivi, film e romanzi.
E se oggi, a 90 anni dalla sua inaugurazione, rimane più che altro un monumento a un secolo di storia e cultura americane, presto potrebbe guadagnare nuova fama e un invidiabile primato.
Negli scorsi giorni infatti lo stato del Missouri ha dato il via libera per trasformare alcune sezioni della Route 66 nella prima autostrada solare degli Stati Uniti, un percorso pavimentato con pannelli solari e pensato per garantire la viabilità e produrre al contempo energia pulita.
Anima del progetto sono Scott e Julie Brusaw, due coniugi e inventori americani che nel 2014 hanno lanciato una campagna di crowdfunding di grandissimo successo: la loro società, la Solar Roadways, ha infatti raccolto oltre due milioni di dollari su Indigogo, per sviluppare una tecnologia con cui trasformare i 259mila chilometri di autostrade americane in un immenso pannello solare.
Un sistema, assicurano i calcoli dei Brusaw, che permetterebbe di generare una quantità di energia tre volte superiore al consumo annuale del paese.
Dopo due anni di lavoro, oggi la loro tecnologia è finalmente pronta per il test su strada, e il dipartimento dei trasporti del Missouri sembra più che disposto a collaborare all’impresa. L’accordo stretto tra lo stato e la Solar Roadways prevede l’istallazione dei pannelli inventati dai Brusaw su alcuni brevi tratti della Route 66, con l’obbiettivo di produrre sufficiente energia solare da provvedere alle necessità energetiche degli edifici, della segnaletica e dell’illuminazione delle aree limitrofre.
Per iniziare, i pannelli solari dei Brusaw saranno installati sui marciapiedi.
Questa fase dovrebbe concludersi entro la fine del 2016, e se tutto andrà come sperato, si potrà poi procedere al test sulle strade vere e proprie in tempi ragionevolmente brevi.
La tecnologia, ammettono dalla Solar Roadways, è ancora in fase di sviluppo, e servirà ancora qualche anno per raggiungere gli standard richiesti.
I pannelli comunque sono già in grado di sostenere il peso di un autoarticolato, e la composizione è pensata per emulare le caratteristiche di aderenza dell’asfalto.
I pannelli contengono inoltre una serie di gadget smart: luci led con cui sostituire la segnaletica orizzontale, un sistema di riscaldamento che evita l’accumulo di neve o ghiaccio, e microprocessori che permettono di trasmettere e ricevere dati in tempo reale.
Per sapere se le autostrade solari si riveleranno un successo bisognerà aspettare almeno fino al prossimo anno, ma un esperimento simile, realizzato in Olanda, ha già dato risultati incoraggianti.
Si tratta della prima ciclabile solare del mondo, costruita dall’azienda Solar Road con fondi del governo olandese, che alla fine del 2015 ha annunciato di aver superato il proprio obbiettivo, producendo oltre novemila kwh nel corso dell’anno con un percorso di circa 70 metri.
Fonte: wired.it
Roll cloud: nubi minacciose e innocue
Uno spettacolare fenomeno meteorologico accaduto qualche giorno fa sopra al lago Michigan (Usa), un fronte di roll cloud (nubi a rotolo, ma è meglio usare l'espressione inglese) dà l'occasione di parlare ancora di questi eventi, che a volte consideriamo inquietanti per la potenza che esprimono quando alziamo gli occhi al cielo.
Un fronte di roll cloud ha proprio la forma di un rotolo, col vapore acqueo arrotolato su se stesso, lungo anche decine di chilometri, in moto a notevole velocità: questa particolare formazione appartiene alla categoria delle arcus cloud.
Sono in effetti "nubi solitarie": di solito precedono una perturbazione temporalesca, anche se non originano precipitazioni, e avanzano a basse quote.
Si formano quando una nube temporalesca (un cumulonembo) inizia a dare origine alla pioggia perché le correnti ascensionali non sono più in grado di sostenere le gocce d’acqua che si trovano al suo interno.
La pioggia trascina verso il basso una corrente di aria fredda che può arrivare anche da 10.000 metri di quota: la corrente percorre il fianco del cumulonembo fino ad arrivare quasi suolo.
Il processo può far alzare verso l’alto aria calda che si trova davanti alla nube temporalesca: quest’aria, staccata sia dal fronte principale del temporale sia dal suolo, inizia ad avvolgersi su se stessa dando infine origine all’arcus.
E così come si forma, allontanandosi dalla perturbazione la "minacciosa" nube si dissolve.
Fonte: focus.it
giovedì 30 giugno 2016
Due ali di uccellini di 99 milioni di anni racchiuse nell’ambra del Myanmar
Un team di ricercatori cinesi, britannici e statunitensi, condotto da Xing Lida, dell’’università cinese di Geoscienze e da Mike Benton, dell’università di Bristol, ha scoperto due piccole ali di uccelli intrappolate nell’ambra e dicono che «Le ali fossili sembrano provenire da uccellini che 100 milioni di anni fa sono rimasti intrappolati nella linfa appiccicosa di alberi tropicali».
Il loro studio, “Mummified precocial bird wings in mid-Cretaceous Burmese amber” pubblicato su Nature Communications, descrive campioni che provengono da un famoso giacimento di ambra nel Kachin, nel nord-est del Myanmar, dove erano già stati trovati perfettamente conservati migliaia di esemplari di insetti di ogni forma e dimensione, ragni, scorpioni, lucertole, e piume isolate.
Ma questa è la prima volta che vengono scoperte intere parti di uccelli imprigionate nell’ambra.
All’università di Bristol spiegano che «Le ali fossili sono piccole, lunghe solo due o tre centimetri, e contengono le ossa dell’ala, incluse tre lunghe dita armate di artigli affilati, per arrampicarsi sugli alberi, così come le piume, tutte conservate nei minimi dettagli.
L’anatomia dimostra che provengono da uccelli enantiorniti, un gruppo importante nel Cretaceo, ma che è scomparso alla stessa epoca dei dinosauri, 66 milioni di anni fa».
Dai giacimenti di ambra birmani sta emergendo un vero e proprio tesoro di fossili antichi e documentano un momento particolarmente attivo dell’evoluzione della vita sulla terra, la rivoluzione terrestre del Cretaceo. Un’era durante la quale è avvenuto il boom è una grande diversificazione delle piante da fiore che ha provocato un’ulteriore aumento ed evoluzione degli insetti che si nutrivano di foglie e nettare dei fiori, che a loro volta hanno attirato e diversificato i loro predatori: ragni, rettili, mammiferi e uccelli.
Ma se trovare antichi insetti intrappolati nell’ambra è un evento relativamente comune, trovare ali di piccoli uccelli, con penne, piume, follicoli, ossa e addirittura tracce di tessuti molli è semplicemente incredibile.
Benton, che insegna paleontologia dei vertebrati alla Facoltà di scienze della Terra di Bristo, spiega che «Queste ali fossili mostrano dettagli sorprendenti Le singole piume mostrano ogni filamento e barba, siano esse remiganti, penne inferiori o piume, e ci sono anche tracce di colore: macchie e strisce».
Xing, il principale autore dello studio, aggiunge: «Il fatto che i piccoli uccelli si arrampicassero sugli alberi suggerisce che avevano uno sviluppo precoce, nel senso che erano pronti all’azione non appena nati.
Questi uccelli non rimanevano nel nido in attesa di essere nutriti, ma andavano alla ricerca di cibo, e purtroppo morirono, forse a causa delle loro piccole dimensioni e per la mancanza di esperienza.
Le piume isolate in altri campioni di ambra mostrano che gli uccelli adulti avrebbero potuto evitare la linfa appiccicosa, o liberarsene».
I primi uccelli risalgono ad oltre 150 milioni di anni fa, quando i dinosauri dominavano ancora la Terra e gli scienziati fino ad ora avevano raccolto alcuni fossili ben conservati in “2D” nella roccia.
La scoperta nell’ambra di ali di uccelli risalenti a 99 milioni di anni fa offre uno sguardo senza precedenti su questi primi uccelli e su quello che doveva essere il loro aspetto.
E’ la prima volta che gli scienziati hanno la possibilità di studiare queste caratteristiche fisiche particolari in uccello che si estinse alla fine del Cretaceo.
I ricercatori hanno esaminato la struttura e la disposizione delle ossa e delle piume utilizzando tecniche come il synchrotron X-ray micro CT scanning e dicono che, nel complesso, il piumaggio delle ali fossili è molto simile a quello che di uccelli moderni: se le si paragona a quelle di un moderno passeriforme, le ali sembrano quasi indistinguibili.
Gli autori dello studio scrivono che «Questi campioni dimostrano che i tipi piumaggio associati agli uccelli moderni erano presenti all’interno di singoli individui di enantiorniti, del Cenomaniano (99 milioni di anni fa)».
Questo suggerisce che gli uccelli abbiano evoluto la conformazione unica del loro piumaggio oltre 100 milioni di anni fa e che non la abbiano dovuta cambiare molto, se non del tutto, nel corso del tempo.
Fonte: greenreport.it
Creux du Van: un anfiteatro roccioso nel cuore della Svizzera
Situato nel cuore della Svizzera, al confine tra il Cantone di Neuchâtel e il Canton Vaud, si trova il “Creux du Van”, un anfiteatro roccioso del tutto naturale, dalle dimensioni e dall’aspetto imponenti.
Una parete rocciosa a forma di cavallo e alta 160 metri fa da cornice a una valle a strapiombo, lunga 4 chilometri e larga 1,4. Dalla cima dell’altopiano, che si staglia a 1.126 metri sopra il livello del mare, si gode di una veduta spettacolare dell’entroterra svizzera, così come delle Alpi ad est e delle terre francesi ad ovest.
Creux du Van è una destinazione molto popolare per quanti amano fare trekking o cimentarsi con scalate impossibili, forse la più rinomata nella parte occidentale del Massiccio del Giura.
Il nome “creux” viene da un’antica parola celtica che significa “grande depressione” o “valle profonda”; anche il termine “van” è di origine celtica e significa “valle rocciosa”.
Per un certo periodo è stato definito “Le Cul du Van”, che tradotto suona come “il fondo del monte roccioso”, per poi acquisire la denominazione attuale.
L’origine geologica di questo luogo incantevole risale all’ultima era glaciale, quando un piccolo ghiacciaio cominciò ad erodere una profonda valle locale, prima di congiungersi con il più imponente ghiacciaio del Rodano.
L’attività di erosione e il ripetersi di cicli di gelo e disgelo indebolirono la montagna, causando il crollo di una porzione di essa e lasciando esposte le rocce sottostanti.
Il sottosuolo della valle resta solitamente ghiacciato per tutta la durata dell’anno.
Al di sopra cresce una flora artico-alpina, mentre le specie animali qui presenti includono l’ibice, il camoscio e la lince.
L’intero territorio è protetto da una riserva che si estende per 25 chilometri quadrati.
Fonte: gizzeta.it
lunedì 27 giugno 2016
Il Tempio della Musica si trova in Florida, ecco Singing Tower di Bok
In Florida, ritroviamo il Tempio della Musica: parliamo della Singing Tower di Bok, una torre di marmo rosa, alta 60 metri, circondata da un fossato molto profondo.
Alla torre si accede mediante una porta di ottone che, però, è sempre chiusa, tranne ai membri di una particolare associazione, chiamata Sustainer Level Membership.
Pertanto, se volete visitarla dall’interno, rinunciate a qualsiasi speranza.
Potete osservarla solo ed esclusivamente dall’esterno.
Questa particolare costruzione è situata nei Bok Tower Gardens, che sono stati realizzati nel 1921 da Edward W. Bok, un immigrato olandese, che ideò questo particolare posto composto da lussureggianti giardini e da un santuario per gli uccelli.
Dietro la porta di ottone, c’è una biblioteca, interamente dedicata ai carillon e alla musica, che si dipana nella Anton Brees Carillon, una delle raccolte più ricche dedicate ai carillon, posta al quinto piano di questa torre rosa.
Al sesto piano della struttura, c’è la cella campanaria, dove è posizionata una tastiera, mediante la quale si fanno suonare le 60 campane che compongono il carillon.
I visitatori possono sentirne la musica per due ore al giorno, posizionandosi nei giardini della struttura.
Scendendo al piano terra, troviamo la Camera del Fondatore, dove ci sono mobili antichi, ascensore del tempo ancora funzionante e un camino di grosse dimensioni.
Fonte: ipostipiubelli.it
Tra due anni arriverà sul mercato il primo robot per il condominio: sorveglia e consegna la posta
Arriva il primo robot per il condominio, in sostanza portiere hi-tech realizzato e appena sperimentato in Italia.
Il prototipo è stato presentato a Pisa, nel convegno sulle tecnologie al servizio dell’ambiente in cui si vive (Ambient Assisted Living), organizzato dalla Scuola Superiore Sant’Anna.
“Ci siamo dati due anni come obiettivo per un modello che possa essere prodotto su scala industriale“, ha dichiarato il ricercatore Filippo Cavallo, co-fondatore della Co-Robotics, una spinoff della Scuola Superiore Sant’Anna.
Lo stesso gruppo ha realizzato il prototipo del robot domestico, dall’aspetto realistico e simile al “portiere di condominio” tecnologico, che ha occhi vivaci e attenti per sorvegliare il viavai nel portone, un comodo vassoio per consegnare posta, pacchi e spesa, due ruote per spostarsi e un’uniforme con cravattino colorato.
Entrambi nati dal progetto robot Era, del valore complessivo di 8,7 milioni di euro, parlano e obbediscono ai comandi vocali.
Il robot domestico ha anche un braccio e una mano con tre dita. Non ha il cravattino, ma può essere personalizzato, e ha un maniglione che in grado di aiutare chi ha difficoltà a camminare.
Si accorge se la persona che è in casa è caduta e ha bisogno di aiuto e sa intrattenere con giochi cognitivi.
Il materiale di cui sono fatti è economico e leggero: ovvero la stessa plastica dei cruscotti delle auto.
L’obiettivo è quello di arrivare a un costo compreso fra 5.000 e 20.000 euro, per i modelli più complessi.
In strutture di ricovero ospedaliero, dove peraltro sono già stati testati anche in Italia, questi robot potrebbero essere utilizzati per trasportare lenzuola e coperte, consegnare il cibo ai pazienti, aiutare gli infermieri a distribuire i farmaci, sostenere le persone che non camminano in modo autonomo e offrire una supervisione utile per la sicurezza, con un risparmio notevole sui costi socio-sanitari e miglioramento della qualità dei servizi per gli utenti e della qualità di lavoro per gli operatori.
Non hanno ancora un nome, ma presto, diventando una realtà concreta, potrebbero anche essere “battezzati”.
Fonte: meteoweb.eu
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