web

lunedì 25 gennaio 2016

La triste verità sugli elefanti che trasportano i turisti


A vederli passeggiare con un mantello giallo e rosso sul dorso, e un ombrellone che ripara dal sole, ai turisti può sembrare che vada tutto bene, che questa sia una tradizione locale. 
In Asia, infatti, è normale vedere un elefante che porta le persone a passeggio per le città, mentre l’addestratore fa da guida turistica, come se i passeggeri fossero su un autobus a due piani. 
Ma prima di diventare degli elefanti a disposizione delle gite dei visitatori, gli animali vengono ingabbiati, picchiati, lasciati per giorni senza cibo né la possibilità di dormire.
 «La pratica inflitta agli elefanti selvaggi si chiama “schiacciamento”, e consiste nel legarli con delle corde e colpirli violentemente fino a quando, stremati, non si sottomettono all’uomo - spiega il veterinario Jan Schmidt Burbach, consigliere dell’organizzazione no profit londinese “World Animal Protection” -. E’ un modo per distruggere le loro anime, per ridurre in pezzi le loro vite e fare business».


Di solito, i giovani elefanti vengono sottratti alle loro madri, in modo che l’addestramento sia più rapido e semplice. 
Quando i cuccioli vengono scelti, hanno pochi mesi, con la conseguenza che non conoscono un’altra vita all’infuori di questa: far salire sulla propria schiena una o più persone, e accompagnarle in giro per le strade delle località che vogliono visitare. «L’addestramento è molto duro - prosegue Jan Schmidt Burbach - e li fa soffrire moltissimo.
 Questa pratica nutre l’industria del turismo, dove sono sempre più richiesti».


Anche se la cattura degli elefanti selvaggi in Asia non è legale, di solito gli addestratori riescono a prenderli e ingabbiarli ugualmente, «per poi sottometterli e addestrarli il più in fretta possibile - prosegue il veterinario - etichettandoli come animali “in cattività”. E se l’animale non è più selvaggio, le misure di salvaguardia della specie non possono più essere applicate». 

 Fonte: http://www.lastampa.it/

Il ponte di ghiaccio di Leonardo da Vinci


Un ponte realizzato interamente in ghiaccio, progettato niente meno che da Leonardo da Vinci, sarà realizzato in Finlandia, nella cittadina di Juuka. 
Si tratterà del più lungo ponte di ghiaccio di tutto il mondo e avrà la particolarità – appunto – di non essere il risultato dell’ingegneria moderna, della tecnologia contemporanea o dell’innovazione di oggi, ma della fantasia e della creatività del genio toscano.

 Juuka è conosciuta in tutto il pianeta perché ogni anno vi si svolge una manifestazione molto speciale, che attira persone da ogni angolo del globo: va in scena, infatti, il Festival del Ghiaccio. Ebbene, in occasione dell’ultima edizione della kermesse, poche settimane fa, è stato dato il via alla costruzione del ponte di ghiaccio: una vera e propria struttura da Guinness dei Primati, se è vero che avrà una lunghezza di 65 metri e una larghezza di 16 metri. 
 Chi non vuole perdere l’opportunità di osservarlo da vicino, o addirittura di camminarci sopra, non deve fare altro che attendere pochi giorni, visto che l’apertura al pubblico è prevista per il prossimo 16 febbraio. 
Occorre affrettarsi, però, perché – come si può facilmente immaginare – con l’arrivo della stagione primaverile il ponte è destinato a sciogliersi: d’altro canto, scegliendo un materiale effimero come il ghiaccio non ci si poteva aspettare altro. 
Ciò non toglie che, fino a quando sarà in vita, il ponte di Juuka potrà ospitare e sostenere il peso di veicoli del peso di due tonnellate, oltre – ovviamente – al via vai delle persone. 
Ma come è possibile che questa costruzione sia stata progettata secoli e secoli fa da Leonardo Da Vinci? 
Molto semplicemente, i disegni che sono stati impiegati si ispirano al ponte che Leonardo avrebbe voluto realizzare all’inizio del XVI secolo e più di preciso nel 1502


Il ponte leonardesco, nelle intenzioni del genio, avrebbe dovuto congiungere Pera, sul Bosforo di Istanbul e la Punta del Serraglio, al fine di soddisfare una richiesta che era stata espressa direttamente da Bayezid II, il sultano dell’Impero ottomano. 
Quel ponte, tuttavia, non è mai stato costruito, ma in un certo senso rivivrà in Finlandia, un po’ più a nord rispetto alla collocazione per la quale era stato ideato in origine. 
L’ingegneria scandinava, dunque, almeno in questo caso c’entra poco o nulla, anche se la realizzazione del ponte è stata favorita dalla Structural Ice Association con la collaborazione dell’amministrazione comunale di Juuka. Non solo: ad organizzare gli eventi di ghiaccio nelle vicinanze sono in molti, con il coinvolgimento di più di 15 tra istituti internazionali e università. L’utilizzo di più di 800 tonnellate di una miscela composta da fibre legnose e ghiaccio, chiamate pikrete, è il punto di partenza per questa costruzione. 
Si tratta, per altro, di un procedimento molto ecologico e rispettoso dell’ambiente.


La Structural Ice Association ha spiegato che la creazione del ponte può essere considerata un’eredità della tradizione degli igloo, ovviamente con tutti i miglioramenti tecnici del caso, anche se sono pochi i ricercatori impegnati in questo settore e coloro che studiano e lavorano per rendere gli edifici ghiacciati una realtà più diffusa. Anche per questo motivo il ponte di Juuka può essere considerato un traguardo importante, oltre che – a sua volta – uno strumento di ricerca, un modo per scoprire fino a che punto il ghiaccio può essere adoperato come materiale da costruzione. 
La campata prevista per il ponte di Leonardo era di 240 metri, anche se all’epoca si riteneva che dare vita ad un ponte con queste dimensioni non fosse possibile.
 In realtà, il progetto leonardesco ha già preso vita nel 2001, sempre in Scandinavia ma questa volta in Norvegia: in legno, però e non con il ghiaccio.
 La struttura finlandese fatta con il pykrete sarà una riproduzione in piccolo, nel senso che la campata sarà di appena 35 metri, ma si tratterà comunque di un esperimento di grande rilevanza, con il ricorso a uno stampo di base costituito da una struttura gonfiabile. 

 Fonte: http://meteofan.it/

Asclepio e l'uso dei sogni per curare le malattie con l'aiuto degli dei

Tutti noi abbiamo familiarità con la figura di Asclepio, dal momento che il simbolo che utilizziamo oggi per la medicina, il bastone con due serpenti intrecciati, è la raffigurazione della verga utilizzata dal dio greco.
 Era figlio di Apollo e della principessa Coronide. 
Secondo il mito, Apollo si innamorò di Coronide mentre ella faceva il bagno in un lago. 
I due consumarono la loro passione, poi il dio andò via, lasciando un corvo a guardia della ragazza. Coronide decise di sposarsi con Ischys, e il corvo, quando li vide assieme, volò da Apollo per riferire.
 Quando scoprì che Coronide era incinta, decise di punire il corvo, tramutandogli le piume da bianche in nere, poiché non aveva allontanato Ischys da Coronide.
 Artemide uccise Coronide trafiggendola con un dardo, su richiesta del fratello disonorato. 
Apollo, però, decise di salvare il piccolo che Coronide aveva in grembo, e chiese ad Ermes di prenderlo dal corpo della madre. Apollo decise di dare al piccolo il nome di Asclepio. 

Un’altra versione del mito racconta che Apollo stesso uccise Coronide e, compreso il suo errore, estrasse il feto di Asclepio.  Asclepio è quindi un semi-dio (oggi diremmo un ‘ibrido’). 
Fu allevato da una misteriosa figura mitologica greca, il centauro Chirone, il quale allevò Asclepio istruendolo nell’arte della medicina. 
Il giovane divenne talmente bravo da essere in grado di ridare la vita ai morti. 
 Tuttavia, il dio dell’Ade si lamentò con Zeus, dato che Asclepio riusciva a strappare un gran numero di persone alla morte. Il risultato fu che Zeus decise di mettere fine alla vita di Asclepio distruggendolo con un fulmine. Dopo la sua morte, Asclepio ha raggiunto la sua dimora presso la costellazione di Ofiuco (Colui che porta il serpente).


Certamente, quella di Asclepio, in confronto alle narrazioni della mitologia greca sullo stile di vita delle divinità, è una figura in controtendenza.
 Rispetto ai suoi ‘simili’, Asclepio sembrava realmente interessato alla salute e al benessere dell’uomo, tanto da volergli fare addirittura il dono dell’immortalità.
 I templi dedicati al signore della medicina erano centri di culto, ma allo stesso tempo avevano anche la funzione di ospedali, i primi ad essere eretti nella storia occidentale. 
Si stima che nella Grecia antica si contassero circa 320 Asclepeion (ospedali). 
Ma ciò che più interessa è l’approccio olistico nelle cure tramandate e fatte discendere direttamente dall’insegnamento di Asclepio.

 Le malattie erano considerate il risultato di molteplici fattori sociali, ambientali, psicologici, spirituale, emotivi e fisici.
 In effetti, non si prendeva in considerazione solo il corpo del paziente, ma l’interezza della sua persona.
 La terapia aveva lo scopo di armonizzare e bilanciare tutti questi fattori. 
Come sottolinea John Black su Ancient Origins, i nostri antenati avevano sviluppato il perfetto equilibrio tra scienza e spiritualità. Nell’Asclepeion, il paziente veniva inizialmente posto in un ambiente piacevole a godere di teatro e musica; poi veniva sottoposto ad un regime dietetico più salutare; infine, venivano prescritte sedute di idroterapia e psicoterapia.
 Quando i terapeuti reputavano il paziente pronto, questi veniva portato al tempio per pregare e poi dormire al suo interno.


La mattina dopo, il paziente raccontava al medico cosa aveva sognato e cosa aveva provato, in quanto si credeva che la visita in sogno di Asclepio fosse la chiave per curare tutte le malattie. Dall’interpretazione del sogno sarebbero arrivate la terapia che il paziente doveva eseguire per ottenere la completa guarigione.


Tra i centri di guarigione più importanti, forse il più conosciuto ed enigmatico è quello che si trova alla base dell’acropoli di Pergamo, in Turchia. 
La città fu fondata nel 4° secolo a.C., attorno ad una sorgente ritenuta sacra che scorre ancora oggi.
 Nel corso dei secoli è diventato uno dei centri di cura più conosciuti del mondo antico, secondo per importanza solo a Epidauro, in Grecia, considerato il primo ospedale psichiatrico del mondo. 
L’influente medico Galeno nacque proprio a Pergamo e qui vi pratico l’arte medica intorno al 2° secolo d.C., affermando la sua buona reputazione come guaritore di gladiatori.


Il trattamento medico per eccellenza somministrato a Pergamo era garantito dalla sorgente sacra, la quale si è scoperto più tardi avere proprietà radioattive.
 Le sorgenti sacre sono state visitate da personaggi importanti come l’imperatore romano e filosofo Marco Aurelio, e innumerevoli altre persone comuni in cerca di cure per i loro disturbi fisici e mentali.

 I pazienti cominciavano la terapia percorrendo la Via Sacra, alla quale si accedeva attraverso un passaggio sotterraneo.
 Il tunnel era costellato di cubicoli su entrambi i lati, dove alcuni pazienti vi trascorrevano la notte per poi raccontare i loro sogni ai sacerdoti-medici, in modo da facilitare la diagnosi della loro malattia.


Al mattino, una volta saliti al tempio, i pazienti percorrevano un sentiero circolare in modo da camminare in una sorta di processione senza fine. 
Dopo di che, si veniva sottoposti ad una serie di trattamenti che comprendevano la psicoterapia, massaggi, rimedi erboristici, fanghi e trattamenti balneari, interventi chirurgici e la somministrazione dell’acqua della sorgente sacra.
 All’interno dell’Asclepeion c’era anche un teatro, per intrattenere i pazienti che vi sarebbero rimasti per settimane. 
Tutto questo veniva fatto nella convinzione che la guarigione era un’arte sacra e che le anime delle persone avevano bisogno di essere curate, così come i loro corpi.
 Secondo le cronache del tempo, pare che i rimedi proposti a Pergamo avessero una grande efficacia nel guarire le malattie. Ancora oggi, migliaia di persone si recano in pellegrinaggio all’antico sito di Pergamo nella speranza di ottenere la guarigione. Nei nostri ospedali moderni, dove per lo più impera la burocrazie e la spersonalizzazione delle cura, forse non sarebbe male recuperare lo spirito ‘olistico’ che animava l’arte medica dei greci antichi.


E’ interessante sottolineare il fatto che 3 mila anni fa l’approccio alla malattia e alla guarigione era completamente differente rispetto ad oggi, e forse anche molto più efficace.
 Da dove veniva questo valido approccio olistico, in cui il paziente veniva trattato con umanità e curato nell’interezza della sua persona? 
 E perché, da parte nostra, abbiamo permesso che l’arte medica diventasse il monopoli di potenti case farmaceutiche che più che curare, hanno interesse a prolungare la malattia (in modo da mungere l’ammalato come una vacca che produce profitti interessanti)?
 Anche in questo, parliamo di una disciplina insegnata agli esseri umani direttamente dagli dei.
 Asclepio, ispirato dal desiderio di insegnare agli uomini l’arte medica, ha pagato con la vita l’ira di Zeus, il quale concepiva l’immortalità come appannaggio unico delle divinità.

 In una bizzarra trasposizione moderna, la storia di Zeus ed Asclepio ricorda tristemente il rapporto tra le case farmaceutiche, divinità che tengono nelle loro mani il monopolio bastardo delle cure mediche, e la ricerca di terapie mediche che sappiano guardare all’interezza della persona umana e che siano realmente efficaci.

 Fonte: ilnavigatorecurioso.it

venerdì 22 gennaio 2016

La città di Salem e il processo per stregoneria più sanguinoso della storia


Perché Salem è famosa? 
Perché è chiamata “la città delle streghe”? 
Cosa spinse al massacro? 
Perché quei fatti storici interessano ancora oggi film e serie tv? 

Andiamo con ordine e caliamoci nel processo più sanguinoso della storia.

Salem era un villaggio del New England, regione degli Stati Uniti d’America, nel lontano 1692.
 Per i coloni di quell’epoca, Salem era l’ultimo avamposto civilizzato prima della natura selvaggia e dei territori degli indiani. Gli abitanti della colonia inglese si sentivano quindi sperduti e vulnerabili, in un contesto di precarietà, dove la Guerra di re Filippo, caratterizzata da continui scontri tra i coloni e le tribù di nativi, aveva fatto vacillare i principi e la rigorosità puritana. Sentendosi abbandonati dalla benevolenza di Dio, gli abitanti di Salem furono portati a vedere Satana in ogni dove, soprattutto nei più deboli e indifesi, come se fossero un perfetto capro espiatorio per lo sfogo della tensione accumulatasi nell’aria. 

 Ma prima di ogni altra cosa capiamo chi erano i puritani.
 I seguaci del puritanesimo sostenevano la purificazione della Chiesa d’Inghilterra da tutte le forme, gli usi e i costumi non previsti dalle Sacre Scritture. 
Il loro tentativo di riforma fu limitato in Inghilterra da leggi apposite e per questo si diffuse fuori dai confini grazie alle congregazioni emigranti. 
Secondo i puritani la Chiesa doveva essere svincolata dal potere politico in quanto Cristo era e doveva essere l’unico vero capo della comunità, per questo motivo l’autorità veniva racchiusa nelle mani di pochi “anziani” eletti direttamente dai fedeli.
 Il cristiano puritano doveva condurre una vita umile e obbediente, poiché doveva concentrarsi nella lotta contro il peccato insito in se stesso. 
 Quindi visualizziamo il contesto con pochi tratti: rigidità morale e di costume, vulnerabilità, guerra, scontri con gli indiani confinanti…la tensione doveva essere alta, dare la colpa delle disgrazie a un essere soprannaturale ma eliminabile, come le streghe, avrebbe riavvicinato i fedeli alla Chiesa e allontanato la paura grazie all’azione e al sangue versato. 

 Nell’inverno fra il 1691 e il 1692 Elizabeth Parris, “Betty”, ed Abigail Williams, due ragazze parenti del parroco di Salem, iniziarono ad avere dei disturbi: si nascondevano dietro alcuni oggetti, strisciavano per terra, smisero di parlare.
 I medici non riuscirono ad identificarne le cause e si pensò al “malocchio” e, quando l’idea di una strega si diffuse nel villaggio, scoppiò l’isteria di massa.
 La caccia alla strega cominciò dai popolani, più che dalle autorità giudiziarie. 
Una donna di Salem, Mary Sibley diede in pasto a un cane una focaccia impastata con la segale e l’urina delle possedute affinché quest’ultimo scovasse la strega, ma la missione non ottenne risultati.


Dopo le prime due ragazze anche Betty Hubbard, Mercy Lewis, Ann Putnam, Mercy Short, Mary Warren e Susannah Sheldon diedero dimostrazione di avere qualche disturbo, forse solo presunto, e quindi furono incalzate a dire il nome della strega che le stava possedendo.
 Fu così che il potere del processo passò dagli adulti alle ragazzine del villaggio. 
Ciò che stupisce di più della vicenda è infatti questa fiducia nella parola di queste giovani ragazze, che sfruttarono il potere a loro dato accusando le persone a loro probabilmente “scomode”. 
Le vittime furono infatti soprattutto donne adulte, magari quelle donne che fino a prima dell’isteria avevano un potere su di loro, ma molte di loro erano anche anziane signore povere e che vivevano al margine della società e che quindi non poterono difendersi in alcun modo.


Dopo le accuse fu istituito un tribunale giudiziario e i processi ebbero inizio. 
I sospettati vennero prima interrogati, anche sotto tortura, messi alla prova nella recitazione delle preghiere cristiane e posti al cospetto delle ragazze che dichiaravano di essere possedute. 
A quel tempo si pensava che le streghe non potessero recitare le preghiere senza sbagliare e che le vittime del malocchio avessero visioni in presenza delle streghe che le perseguitavano. 
 In tutto furono arrestate 200 persone per stregoneria. 
La prima fu Tituba Indians, una schiava indiana, ma non fu la prima ad essere giustiziata.
 Il 10 giugno 1692 iniziarono le esecuzioni: la prima fu Bridget Bishop per impiccagione. Il luogo della sua morte è ancora oggi conosciuto come Witches’ Hill (la collina delle streghe).


Dal 10 giugno al 22 settembre 1692 furono processate 144 persone, 54 di loro confessarono sotto tortura di essere streghe, ne vennero giustiziate per stregoneria 19.
 Il caso di Giles Corey, la ventesima vittima, è del tutto diverso: fu torturato fino alla morte per schiacciamento del torace, poiché si rifiutò di parlare in segno di protesta durante il processo.





La caccia alle streghe di Salem ebbe fine solo quando i pastori più influenti della regione si lamentarono e tennero sermoni contro il tribunale incaricato dei processi (la Court of Oyer and Terminar), non perché troppo sanguinario o perché non riconoscessero la stregoneria, ma solo perché la raccolta delle prove era per loro insufficiente e sommaria. 
Contestarono in particolare l’uso delle visioni delle vittime come prove per l’accusa, poiché le visioni non erano verificabili da terzi. 

Furono i puritani e i popolani a dar vita alla mattanza, furono i giudici ad annodare i cappi e furono i pastori protestanti a fermare la caccia quando ormai si stava tramutando in una strage. 

 Fonte: http://www.sapere.it/

giovedì 21 gennaio 2016

La Germania compie un ulteriore passo verso la realizzazione del sole in miniatura!


La Germania ha compiuto un passo in avanti particolarmente importante verso quello che potrebbe rappresentare un progresso epocale nella storia dell’energia.
 All’istituto Max Planck per la Fisica del Plasma di Greifswald è stato infatti acceso il Wendelstein 7-X, o più semplicemente W7-X, un reattore per la fusione nucleare la cui costruzione ha richiesto 19 anni, 1,1 milioni di ore-lavoro ed investimenti pari a circa 1 miliardo di euro. 
 Gli scienziati del Max Planck Institute, situato nella parte nordo-orientale della Germania, hanno condiviso su Twitter un’immagine del primo plasma (un gas ionizzato) prodotto all’interno del W7-X, a testimonianza dell’avvenuta accensione dell’impianto, che adesso dovrà dimostrare di valere i soldi, il tempo e l’impegno spesi per costruirlo. 

 Un reattore per la fusione nucleare funziona grazie al confinamento di un gas ionizzato denominato plasma. 
Quando quest’ultimo viene riscaldato a temperature intorno ai 100 milioni di gradi, gli elettroni si separano dai loro atomi: in questo modo vengono formati degli ioni che, collidendo e fondendosi insieme, generano energia.
 Si tratta dello stesso processo che alimenta il nostro Sole: spiegandolo in questo modo potrebbe apparire semplice, ma in realtà costruire un reattore per sfruttare questa energia è molto complesso.
 Il W7-X è peraltro un esempio dell’approccio più complesso alla fusione nucleare, trattandosi di un cosiddetto “stellarator“: si tratta di un tipo di reattore molto più arduo da costruire rispetto ai cosiddetti “tokamak“, che rappresentano il concept maggiormente utilizzato negli studi in questo campo, anche se finora i risultati ottenuti non sono stati quelli sperati. 
 I tokamak riescono infatti a tenere sotto controllo il plasma solamente per pochi minuti alla volta (il record appartiene all’impianto francese Tore Supra, con 6’30”): con una durata così breve, è impossibile ottenere più energia di quella immessa nel sistema per riscaldare il plasma alle altissime temperature necessarie. 
 Sul versante opposto, gli stellarator sembrano invece in grado di garantire accensioni fino a 30 minuti, ma presentano difficoltà di progettazione e costruzione molto grandi.
 La struttura dello stellarator è molto complessa, vista la necessità di creare un campo magnetico di forma toroidale.


L’approccio utilizzato nel WX-7 è infatti quello del confinamento magnetico, che sta avendo un certo successo nel campo degli studi sulla fusione nucleare .
 Una significativa eccezione è quella degli Stati Uniti, che per le loro ricerche in questo ambito (ad esempio quella della National Ignition Facility) stanno seguendo la strada del confinamento inerziale. 

 Parlare di confinamento magnetico significa che una volta riscaldato il plasma, dei potenti campi magnetici vengono generati per tenerlo sotto controllo.
 Nel caso del WX-7, questo viene ottenuto grazie a 50 bobine magnetiche da 6 tonnellate .
 Ad ogni modo, ormai da tempo l’impianto tedesco viene considerato la speranza più fondata di un cambiamento epocale in ambito energetico, e l’avvio delle operazioni è senza dubbio un passo estremamente significativo che dimostra che il lavoro fatto finora è stato valido. 
Ma c’è ancora moltissimo altro lavoro che dovrà essere fatto. Nel corso della sua prima accensione, il W7-X è stato riempito con un milligrammo di elio (che è un gas inerte) che è stato riscaldato fino ad una temperatura di un milione di gradi grazie ad un laser. In questa configurazione il plasma è rimasto confinato per circa 1/10 di secondo. Si tratta di un tempo decisamente ridotto, oltretutto ad una temperatura decisamente più bassa di quella che sarà effettivamente necessaria per la produzione di energia. 
Lo scopo di questa prima accensione era però soltanto quello di verificare che la macchina funzionasse, quindi si può dire che l’operazione sia stata un successo.


«Stiamo iniziando con un plasma prodotto dall’elio, un gas nobile», spiega il professor Thomas Klinger, responsabile del progetto. «Non ci sposteremo verso l’effettivo oggetto di indagine, un plasma di idrogeno, fino all’anno prossimo. Questo perché è più facile ottenere lo stato di plasma con l’elio». 
 Le prossime tappe nella tabella di marcia prevedono un progressivo allungamento delle accensioni con plasma di elio, fino a raggiungere una durata di 30 minuti.
 Dopo la pausa per le festività di fine anno, gli scienziati del Max Planck Institute prevedono di iniziare a lavorare per produrre plasma dall’idrogeno, che è il gas che sarebbe effettivamente utilizzato per la produzione di energia in un reattore per la fusione nucleare.

 Fonte:ilnavigatorecurioso.it

Hyperion, la sequoia californiana più alta del mondo


Ciò che è certo è che si trova in California nel Parco nazionale di Redwood ma la sua collocazione esatta è celata da un velo di mistero, ovviamente per preservarlo da un eccessivo flusso di visitatori che potrebbe danneggiare l’ecosistema circostante. 

Parliamo dell’albero più alto del mondo, una sequoia gigante chiamata Hyperion, che raggiunge i 115,55 metri di altezza.
 Alle spalle ha ben 2500 anni di età ed è stato scoperto nel 2006 dai naturalisti Chris Atkins e Michael Taylor in questo parco che si trova lungo la costa dell’Oceano Pacifico.


Attenzione però qui parliamo di altezza e non di grandezza, infatti l’albero più grande in termini di volume è un’altra sequoia, il General Sherman che cresce nel Sequoia National Park californiano, alta 83,8 metri e un diametro alla base di 11,10 metri. 

Prima dell’Hyperion, il record di altezza apparteneva alla sequoia Helios alta 114,30 metri anch’essa nel parco Redwood, battezzato così proprio per il colore rossiccio dei tronchi degli alberi che ospita.
 Le sequoie sono in genere gli alberi più alti e grandi del mondo e raggiungono facilmente gli 80 metri di altezza ma, superare i 115 metri è davvero un record. 
Per questo motivo, quando si è davanti a tanta immensità si cerca di preservarli il più possibile.
 Fino a 40 anni fa esistevano centinaia di alberi di dimensioni simili all’Hyperion ma nel tempo, quasi il 90% delle sequoie è stato abbattuto per farne legname. 
Non deve stupire quindi che i guardiani del parco vogliano tenere nascosta l'esatta collocazione, una meraviglia naturale non può e non deve essere danneggiata. 

 Dominella Trunfio

mercoledì 20 gennaio 2016

La civilizzazione romana diffuse malattie e parassiti

Siamo sempre stati abituati a pensare che l’Antica Roma, grazie alle tecniche fognarie e alla costruzione di latrine, abbia dato un contributo importantissimo all’igiene e alla salute delle popolazioni sottomesse alla sua conquista. 
 Se l’avanzamento tecnologico dei romani è evidente, i sistemi inventati da questa civiltà sono in alcuni casi utilizzati ancora oggi, potrebbe non essere così vero il fatto che migliorarono sensibilmente la salute degli abitanti.
 I romani sono ben noti per aver introdotto la tecnologia igienico-sanitaria in Europa circa 2000 anni fa; svilupparono leggi volte a mantenere le loro città libera di escrementi e spazzatura, costruirono latrine aperte al pubblico e grandi sistemi fognari insieme ai numerosi acquedotti in molti casi ancora oggi utilizzati e ben visibili.


Tuttavia, una nuova ricerca archeologica ha rivelato che – nonostante tutte le loro invenzioni – parassiti intestinali come tricocefali, ascaridi e la dissenteria non diminuirono come previsto in epoca romana rispetto alla precedente Età del Ferro, al contrario aumentarono.
 L’ultima ricerca è stata condotta dal dottor Piers Mitchell, del dipartimento di Archeologia e Antropologia di Cambridge. Lo studio è il primo ad utilizzare le evidenze archeologiche per valutare i parassiti in epoca romana . 
Mitchell ha riunito la prova di parassiti in latrine antiche, sepolture umane e ‘coproliti’ – o feci fossili – così come in pettini e tessuti provenienti da numerosi scavi di epoca romana in tutto l’Impero Romano.
 Non solo alcuni parassiti intestinali sembrano aumentare in prevalenza con l’avvento dei Romani, ma Mitchell ha anche scoperto che, nonostante la loro famosa cultura del bagno regolare, era altrettanto diffusa tra i Romani come nei vichinghi la presenza di ‘ectoparassiti’ come i pidocchi e pulci.
 Alcuni scavi hanno rivelato prove di pettini speciali per pidocchi da capelli, il cui uso fosso una routine quotidiana per molte persone che vivevano in tutto l’Impero Romano.
 Piers Mitchell ha detto: 
“La ricerca moderna ha dimostrato che servizi igienici, acqua potabile e la rimozione di feci dalle strade diminuiscono il rischio delle malattie infettive e i parassiti. 
Così ci si potrebbe aspettare la prevalenza di parassiti fecali orali come Tricocefalo e nematodi a cadere in epoca romana – ma troviamo un graduale aumento.
 La domanda è perché? 
 Una possibilità spiega Mitchell è che potrebbe essere colpa delle calde acque comunali degli stabilimenti balneari che hanno contribuito a diffondere i vermi parassiti. 
“non tutte le terme romane erano pulite come avrebbero potuto essere”, ha detto Mitchell. 

Un’altra possibile spiegazione sollevata nello studio è l’uso romano di escrementi umani come fertilizzante per la coltivazione.
 Mentre la ricerca moderna ha dimostrato che questo fa aumentare la resa dei raccolti, a meno che le feci non vengano compostate per molti mesi prima di essere aggiunte ai campi, può comportare la diffusione di uova di parassiti che possono sopravvivere nelle piante coltivate. 
“E’ possibile che le leggi igienico-sanitarie che richiedevano la rimozione delle feci dalle strade realmente portarono alla reinfezione della popolazione, visto che i rifiuti erano impiegati poi per fertilizzare le colture nelle fattorie che circondavano le città”, ha detto ancora Mitchell. 

Lo studio ha trovato uova di tenia sorprendentemente diffuse nel periodo romano rispetto all’età del bronzo e del ferro in Europa. Una possibilità ,Mitchell suggerisce, per l’aumento del verme solitario pesce sia l’amore dei romani per la famosa salsa chiamata garum, esportata in tutto l’impero, possibile vettore di malattie. 
 “La produzione di salsa di pesce e il suo commercio in tutto l’impero in barattoli chiusi, avrebbe permesso la diffusione del verme solitario pesce dalle aree endemiche del nord Europa a tutte le persone dell’impero. 
Questo sembra essere un buon esempio delle conseguenze negative sulla salute di una conquista imperiale “, ha detto.


Alcuni ricercatori hanno suggerito che i vermi intestinali descritti dal medico romano Galeno (130 d.C.- 210d.C.) possono comprendere ascaridi, ossiuri e una specie di verme solitario. Galeno riteneva questi parassiti nati da una generazione spontanea nella materia putrefatta sotto l’effetto del calore. 
Si raccomandava un trattamento attraverso una dieta, salassi, e medicine che si credeva avessero un effetto di avere un effetto di raffreddamento e asciugatura, nel tentativo di riequilibrare i “quattro umori”: la bile nera, bile gialla, sangue e catarro. 

Aggiunge Mitchell: “Questa ultima ricerca sulla prevalenza di parassiti antichi suggerisce che i bagni, fognature e le leggi di igiene romano non aveva chiari benefici per la salute pubblica. Sembra probabile che, mentre l’igiene romana non può aver reso le persone più sane, le avrebbe rese probabilmente più profumate. ”

 Stefano Borroni
Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...