web

venerdì 27 novembre 2015

L'antico ginko biloba perde le foglie e trasforma il prato in un manto dorato


Vanta tantissimi primati perché oltre a essere di una straordinaria bellezza, questo ginko biloba è uno dei più antichi al mondo, esiste infatti da 1400 anni.

 Proprio in questi giorni, questo ginko che cresce all’interno delle mura del tempio buddista di Gu Guanyin, nelle montagne Zhongnan Shan in Cina, ha attirato migliaia di turisti da tutto il mondo, curiosi di vedere uno spettacolo davvero sorprendente: perdendo le sue foglie colorate di giallo intenso, la pianta ha creato un prato dorato.

 A giudicare da queste immagini sembra proprio una perfetta rappresentazione dell’autunno.






Dominella Trunfio

giovedì 26 novembre 2015

Il quokka, "l'animale più felice del mondo", è a rischio estinzione


Lo chiamano "l'animale più felice del mondo": che lo sia davvero oppure no, la sua espressione lieta ha fatto meritare al quokka tale soprannome. 
Singolare l'appellativo, singolare il nome (quokka è una parola derivante dall'idioma degli aborigeni australiani, probabilmente), singolare anche l'aspetto: la prima volta che un marinaio lo avvistò, nella seconda metà del XVII secolo, pensò di trovarsi dinanzi ad un gatto selvatico; in seguito l'esploratore olandese Willem de Vlamingh lo scambiò per un grosso topo e battezzò l'isola in cui è diffuso Rottnest, ossia "nido di topi" nella sua lingua. 
A ben guardarlo, però, il quokka ricorda anche un canguro e, con quella sorta di sorriso beato che porta sempre dipinto sul musetto, si è guadagnato l'amore di tutti gli esseri umani che restano incantati ad ammirarne le goffe fattezze.




La sua simpatia, però, non lo ha messo al riparo dal pericolo di estinzione, ricorrente tra i mammiferi dei tempi moderni: tant'è che questo piccolo marsupiale endemico di una ristretta area dell'Australia occidentale sta vedendo la propria popolazione assottigliarsi progressivamente nei territori in cui ha sempre vissuto.
 Attualmente, infatti, il quokka si trova nella lista rossa dell'Unione internazionale per la conservazione della natura, classificato come vulnerabile: che è lo status meno grave ma, comunque sia, degno della massima preoccupazione.
 Sebbene la specie Setonix brachyurus (questo il suo nome scientifico) sia protetta, il quokka sta diventando sempre più raro: può godere di una relativa tranquillità su alcune isole, prima tra tutte quella di Rottnest, dove si aggira tra la boscaglia più selvaggia o tra le radure coltivate e dove è stata del tutto estirpata la presenza di animali di provenienza esterna, come gatti e volpi, i quali ne metterebbero in pericolo la sopravvivenza a causa delle loro abitudini predatorie. 
 Ma allora, cosa lo minaccia?
 Manco a dirlo, il suo problema principale deriva proprio dagli uomini: il suo aspetto da piccolo canguro che lo rende amabile agli occhi di tutti, in effetti, è attualmente anche la ragione dei suoi problemi. 
L'isola di Rottnest è una frequentata meta turistica ormai da decenni, conosciuta dagli australiani come dal resto del mondo: in tanti si recano presso le sue sponde, anche per una visita giornaliera, con l'obiettivo di ammirarne i paesaggi e, naturalmente, i suoi quokka! 
Il quokka è particolarmente socievole, non teme gli uomini né può costituire in alcun modo un pericolo per essi: tuttavia la salute del suo organismo viene sempre più minata dall'abitudine diffusa di regalare a questo animale cibi inappropriati.
 In particolare, il marsupiale è estremamente ghiotto di pane, alimento che fa particolarmente male al suo metabolismo: da qui la recente introduzione di norme che vietano di dar da mangiare all'animale e che multano i trasgressori.

 In ogni caso, il problema del quokka che ne potrebbe determinare la sparizione è assai più ampio: innanzitutto, la ristrettezza del suo areale non lo aiuta. Oltretutto, nelle zone continentali in cui risiede patisce effettivamente la minaccia dei predatori, sia di quelli naturali come i dingo, sia di quelli introdotti dagli europei nei secoli scorsi come gatti, cani e volpi.
 Per il quokka l'ideale sarebbe trovare rifugio nelle zone più boscose, proteggendosi nella fitta vegetazione e sui rami degli alberi dove riesce ad arrampicarsi, seppur goffamente: ma l'agricoltura ha ridotto notevolmente le zone più selvatiche, assestando l'ennesimo colpo all'animaletto che, evidente, adesso non ha molto da essere felice.

 Fonte: http://scienze.fanpage.it/

Tragico disastro ambientale in Brasile: la situazione è gravissima


Lo scorso 5 novembre il Brasile è stato colpito da una tragedia ambientale senza precedenti.
 Gli argini di due dighe trasportanti liquidi di scarto industriale altamente tossici hanno ceduto, riversando nel Rio Doce 60 milioni di metri cubi di sostanze inquinanti.
 Fanghi ferrosi contaminati da arsenico, piombo, cromo ed altri metalli pesanti hanno invaso la città di Mariana, continuando l’inarrestabile corsa di 500 km trasportati dalle acque del fiume fino alla sua foce: acqua e terreni circostanti, foreste, aree protette, campi agricoli, case, habitat sensibili – tutto è stato ricoperto dal fango tossico.

 La responsabile di tale incalcolabile disastro è la ditta Samarco Mineracao Sa, la quale è controllata dalla anglo-australiana Bhp Billiton e dalla brasiliana Vale, entrambi colossi delle miniere.
 Una colpevolezza ingiustificabile, se si considera che l’azienda non era nemmeno dotata di sistemi di allarme ed evacuazione in caso di possibile incidente! 
Inoltre sembrerebbe che la causa del cedimento sia dovuta ai recenti lavori di ampliamento del canale: al momento del crollo alcuni operai erano all’opera per allargare la diga così da poter trasportare più materiale tossico, scarti prodotti sia dalle miniere locali che da quelle più distanti, in vista del continuo aumento della produzione. 
 Questa regione infatti è ricca di minerali: è qui che viene prodotto il 10% del ferro di tutto il Brasile ed è questa la ragione per cui il Rio Doce ad oggi appare come una enorme pattumiera a cielo aperto, anche se decenni fa il fiume era immerso nella foresta amazzonica; oggi invece il panorama è spettrale, le rive del Rio appaiono disboscate, i fondali pieni di sedimenti.

 Il bilancio è di 11 morti, 15 dispersi, 600 sfollati, 250.000 persone senza acqua potabile. 
La Samarco è stata obbligata a pagare 250 milioni di dollari al governo brasiliano, ma le stime per la pulizia riportano un danno di 27 miliardi di dollari.
 Senza calcolare tutte le conseguenze collaterali che riguarderanno l’oceano: già la biodiversità del fiume è andata completamente distrutta e diverse specie – incluse alcune indigene – sono da considerarsi estinte; ora la preoccupazione è rivolta all’impatto che il disastro avrà sull’ecosistema dell’Atlantico.
 Scienziati e ambientalisti temono che se venti e correnti spingeranno l’onda tossica verso nord, l’Abrolhos Marine National Park sarà fortemente a rischio: il parco racchiude un arcipelago di isole e barriere coralline dove sono ospitate specie marine protette, come tartarughe, delfini e balene. 
Fortunatamente gli addetti del parco stanno già correndo ai ripari e per scongiurare una possibile moria di uova di tartaruga – deposte il mese scorso – hanno pensato di rimuoverle per tempo, sistemandole al sicuro.













Fonte: http://www.bioradar.net/

Castello di Moritzburg


Schloss Moritzburg è un edificio barocco piacevolmente insolito, con le sue torri rivestite di ceramica rossa e la sua facciata di un giallo brillante.
 Dal punto di vista architettonico è il risultato di una continua conversione di un complesso costruito in epoca rinascimentale. I boschi a nord di Dresda hanno rappresentato per secoli la riserva di caccia dei principi elettori e dei re sassoni.
 Per questo non sorprende che l’elettore Moritz possa avere eretto qui una palazzina di caccia nel 1542, che venne chiamata Motirtzburg dopo la sua morte.
 Si trattava di una costruzione rinascimentale, continuamente ampliata e modificata seguendo l’evoluzione dal Rinascimento al Barocco. Ma fu soprattutto l’elettore Federico Augusto I, meglio conosciuto come Augusto il Forte, a ricostruire completamente il castello in stile barocco.
 Essendo un appassionato di caccia ed avendo frequentato la palazzina di Moritzburg in gioventù, Augusto desiderava trasformarla in una residenza dove poter alloggiare e ospitare la propria corte.


Per riuscire in questo intento, dovette modificarla in modo tale da permettere affollate battute di caccia e renderla idonea a festeggiamenti e banchetti. 
Il lavoro di conversione della struttura fu realizzato fra il 1723 ed il 1733, sotto la supervisione di Matthàus Daniel Poppelmann, che si occupò anche dello Zwinger di Dresda.


Il piano terra è inusuale, con le sue torri angolari, sporgenti e tuttavia integrate nell’insieme. 
Esse sono unite al corpo principale da strette maniche di collegamento. 

I’imponente sala da pranzo fu costruita per i magnifici banchetti di Augusto, come contraltare architettonico della cappella, che venne invece edificata sul lato ovest, tra il 1661 e il 1672.




Gli edifici sorgono su un’area pressoché quadrata (90 x 95 m), come su un piedistallo, dal quale le scalinate dotate di balaustre, decorate da sculture, conducono all’isola sottostante.
 Il lago, creato nel 1730 dopo il completamento del castello, si integra perfettamente in questo panorama, anche grazie alla presenza di altri numerosi specchi d’acqua.
 L’imponenza del castello è enfatizzata da otto piccoli padiglioni che lo circondano. 
Il giardino venne realizzato in stile barocco francese e si estende in direzione nord.


L’armoniosa decorazione interna dello Schloss Moritzburg riflette perfettamente quella esterna.
 Essa è opera dell’architetto di corte di Augusto, Raymond Leplat, che riprese costantemente il carattere di palazzina di caccia proprio del complesso.
 Raffinati arazzi in pelle dipinta con raffigurazioni correlate alla caccia, come la Festa dei pescatori al lago di Moritzburg e scene tratte dalla mitologia greca che vedono la dea Diana come protagonista, ispirarono l’appellativo “Dianenburg”.
 Si tratta di capolavori di inestimabile valore, sia sotto il profilo storico, sia sotto quello della lavorazione artigianale. 
Consistono infatti in singoli pezzi, coperti da una lamina d’argento e dipinti con colori brillanti.


Due scaloni d’onore conducono, tanto da est quanto da ovest, al piano superiore, dove si trovano le decorazioni più antiche di tutto complesso.
 Muri e soffitti sono coperti di banchi stucchi, impreziositi solo da piccole dorature.











mercoledì 25 novembre 2015

Lo scudo anti-afa delle formiche d'argento


Le formiche d’argento del Sahara (Cataglyphis bombycina) escono dal loro nido per una decina di minuti al giorno appena. 
Non c’è da stupirsi, viste le temperature estreme del loro habitat: durante le ore diurne si aggirano attorno a 47 gradi Celsius e il corpo di questi insetti può raggiungere i 48-51 gradi. 
Per sopravvivere, quindi, hanno dovuto sviluppare degli stratagemmi molto efficaci. 
Per esempio hanno gambe più lunghe rispetto alle altre formiche, in modo da mantenere il corpo più lontano dalla sabbia rovente e, quando corrono, usano solo quattro delle sei zampe. 
Ma il più notevole degli stratagemmi evolutivi messi in atto è la fitta serie di peli dalla strana sezione triangolare e dal colore argenteo (da cui il loro nome delle formiche) che ricopre il dorso e i lati del corpo.
 Sembra infatti che questi peli abbiano straordinarie capacità riflettenti e di dispersione termica. 

A testarle sono stati i ricercatori del dipartimento di Fisica Applicata e Matematica Applicata, Columbia University, New York, che hanno simulato i raggi del sole utilizzando una lampada allo xeno. 
Secondo il loro studio, pubblicato su Science, la particolare forma di questi peli riflette la maggior parte della luce che li colpisce.
 La parte dell’energia nello spettro visibile che viene invece assorbita è convertita in luce infrarossa, che viene poi dissipata in modo molto efficace.
 La liscia superficie argentea nella parte inferiore delle formiche, inoltre, riflette anche il calore che proviene dalla sabbia. 

Insieme, questi adattamenti evolutivi permettono alle formiche d’argento di uscire alla ricerca del cibo – piccoli insetti e artropodi che non sono sopravvissuti al caldo – quando lucertole e altri concorrenti devono restare protetti nelle proprie tane. 
Queste formiche occupano infatti l’unica nicchia ecologica di saprofagi termofili.


Fonte: galileonet.it

Le stelle nane rosse


Rappresentazione artistica dell’esopianeta Kepler-438b e della sua violenta stella madre. 

 Le nane rosse sono stelle di piccola massa e relativamente fredde e prendono il nome dal tipico colore rossastro che le caratterizza. La loro temperatura superficiale è inferiore a circa 3.500 °K, contro i quasi 6.000 °K del Sole. Sono le stelle più diffuse nell'Universo, costituiscono infatti quasi il 70% di tutte le stelle presenti nella Via Lattea e recenti studi indicano che il loro numero potrebbe raggiungere anche l'80%. Hanno masse comprese tra il 40 e l’8% di quella del Sole, un valore quest'ultimo che costituisce il limite minimo perché una stella possa definirsi tale. Al di sotto di questo limite, infatti, non si realizzano le condizioni di temperatura e pressione necessarie ad innescare le reazioni di fusione termonucleare dell'idrogeno in elio. Al di sotto di questa massa limite si trovano le nane brune, oggetti che possiedono una massa troppo piccola per poter innescare le reazioni di fusione nucleare, ma comunque nettamente superiore a quella di un pianeta. Le nane rosse emettono una debole quantità di luce, spesso inferiore a un decimillesimo della quantità di radiazione emessa dal Sole e anche le nane rosse più massicce arrivano a emettere al massimo il 10% della luminosità della nostra stella.


Saremmo quindi tentati di pensare che le stelle più piccole e fredde siano anche più tranquille. E invece un recente studio ha confermato quanto si sospettava da tempo e cioè che le nane rosse mostrano spesso un’attività molto sostenuta, con brillamenti ed espulsioni di massa coronale (Coronal Mass Ejection, CME) molto più intensi e frequenti rispetto a stelle di tipo solare.
 Così, i pianeti che sono stati scoperti orbitare attorno ad esse, pur trovandosi nella cosiddetta fascia di abitabilità, potrebbero essere stati resi del tutto inospitali alla vita proprio a causa dei continui bombardamenti di radiazioni ionizzanti e degli impatti di nuvole di plasma e particelle energetiche provenienti dalle loro stelle madri. 

A sottolineare questa possibilità è un recente di un gruppo di ricercatori del Dipartimento di Fisica dell’Università di Warwick (Regno Unito), coordinato da David Armstrong.
 In questo lavoro vengono analizzate le caratteristiche delle nane rosse attorno alle quali orbitano i pianeti finora noti con caratteristiche simili alla Terra e che sembrerebbero i più promettenti per ospitare la vita, come Kepler-438b, l’esopianeta più simile al nostro finora conosciuto.
 La sua atmosfera potrebbe essere stata strappata via dai super brillamenti (super-flare) della sua stella madre, una nana rossa da cui dista circa 25 milioni di km, grosso modo un sesto di quanto si trovi la Terra dal Sole.
 Il prefisso “super” è d’obbligo parlando di questi fenomeni esplosivi che avvengono nell’atmosfera di queste stelle, in quanto tipicamente sono circa dieci volte più potenti di quelli solari. 
Ma il maggiore impatto sugli ambienti planetari sarebbe dovuto alle altrettanto violente CME emesse dalle nane rosse che spesso sono associate ai brillamenti. 
 «A differenza del Sole, relativamente quieto, la stella Kepler-438 emette poderosi brillamenti ogni poche centinaia di giorni, ciascuno più potente del più intenso brillamento mai registrato sul Sole» ricorda Armstrong. 
«È probabile che questi brillamenti siano associati a espulsioni di massa coronale, le quali potrebbero produrre effetti talmente gravi da compromettere l’eventuale abitabilità del pianeta».

 Fonte: focus.it

Manjanggul , la grotta di lava


L’isola vulcanica di Jeju, che si trova 130 chilometri dalla costa meridionale della penisola coreana, ha un vasto sistema di tunnel di lava. 
Questi condotti naturali attraverso i quali il magma una volta scorreva ora sono grotte vuote e sono tra le più grandi del mondo. Queste grotte, oltre a fornire opportunità per la ricerca scientifica, sono tra le destinazioni turistiche più popolari.
 Il più impressionante è il Geomunoreum Lava Tube System, formato dal flusso di lava basaltica, quando il vulcano eruttò, circa 300-200.000 anni fa.
 Il vulcano ha un’altezza di 456 metri e la lava scorreva giù per la costa a 13 km. La ” Tube Manjanggul Lava “ rappresenta la più grande grotta in questo sistema.
 Si estende per 8928 metri e i suoi passaggi fino a 30 metri di altezza e 23 metri di larghezza.












Anche se si può visitare soltanto 1 km sui 13 km del percorso di Manjanggul, si tratta comunque di un’esperienza indimenticabile: questo impressionante tunnel di lava permette di ammirare l’opera del vulcano Geomunoreum e in particolar modo le concrezioni dalle numerose forme.

 Fonte: zingarate.com/wanderlustt
Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...