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lunedì 27 aprile 2015

Lo champagne invecchiato 170 anni


Nel 2010, a 50 metri di profondità al largo delle isole Åland (Finlandia), fu individuato un relitto affondato nel Mar Baltico intorno al 1840: portava con sé un carico di decine di bottiglie champagne ritrovate intatte. 
A distanza di anni, un team di ricercatori ci rivela che anche il contenuto alcolico risulta ancora in ottimo stato, sebbene il gusto sia un po' diverso da quello che siamo abituati a stappare oggi nelle occasioni importanti.

 I risultati della singolare "degustazione" sono stati pubblicati su PNAS, permettendo anche di ricostruire alcune pratiche enologiche del passato.
 Il tesoretto scoperto sul fondo del mare includeva 168 bottiglie di tre storiche case produttrici di champagne, Veuve Clicquot Ponsardin (VCP), Heidsieck (oggi Piper-Heidsieck) e Juglar (quest'ultima assorbita da Jacquesson & Fils nel 1829). 

Oltre a questi i cimeli, i sommozzatori riportarono alla luce anche della birra, finita anch'essa sotto la lente di ingrandimento di una seconda equipe di ricercatori.






Uno stock di 11 vini fu anche messo all'asta nel 2012, raccogliendo offerte per più di 150mila dollari.
 Gli esperti sommelier descrissero il nettare biondo come "piccante", forse perché, nonostante i tappi fossero rimasti al loro posto, il riposo ultracentenario aveva causato la perdita di gran parte dell'anidride carbonica: al posto delle note bollicine si poteva quindi solo percepire un lieve formicolio sulla lingua.


Per condurre la propria ricerca gli scienziati (prevalentemente francesi) non si sono ovviamente affidati alle sole papille gustative, ma hanno puntato su una serie di tecniche di laboratorio che hanno consentito di confrontare lo "champagne baltico" con quello prodotto attualmente da Veuve Clicquot Ponsardin. 
Il responso è stato che lo spumante ottocentesco contiene elevate concentrazioni di ferro e rame, ha una minore gradazione alcolica rispetto alle versioni odierne (circa 9,5% invece che 12,3%) e ha un sapore molto dolce.
 Se le prime due caratteristiche dipendono da alcune differenze tecniche nella pratica di vinificazione (ad esempio la bassa gradazione deriva probabilmente dall'uso di lieviti meno selezionati rispetto a quelli moderni), per quanto riguarda l'alto contenuto zuccherino si tratterebbe invece di una scelta ben ponderata, che rispecchia i gusti dell'epoca.
 Nei campioni è stata registrata una concentrazione di zucchero di oltre 140 grammi per litro: per avere un metro di paragone, oggi negli spumanti dolci più comuni il valore si aggira sugli 80 grammi per litro. 

 Secondo le ricostruzioni storiche, il carico ultracentenario era destinato alle ricche famiglie della Germania, dove questo tipo di gusto era particolarmente apprezzato. 
 Lo stato di conservazione delle bottiglie è stato favorito dal buio e dalla temperatura costantemente fresca delle acque del Mar Baltico. 

Le condizioni ideali hanno incuriosito Veuve Clicquot Ponsardin, che lo scorso anno ha inviato alcuni dei suoi vini spumanti proprio in fondo al mare, vicino a dove è stato ritrovato il relitto.
 Con questo esperimento, l'azienda ha intenzione di verificare se il ritrovamento dello champagne ottocentesco non abbia involontariamente aperto le porte a un nuovo e inusuale metodo di invecchiamento. 

 Fonte: focus.it

Furore (Sa): ecco perché visitare il paese che non c'è almeno una volta nella vita


Nell'Italia del Sud, tra le perle della Costiera amalfitana, c'è un posto lontano dalla vista dei più. 
Furore, un borgo di neanche mille abitanti, si staglia verso il basso, giù in direzione del mare, e solo il viaggiatore più attento può scorgerne l'originalità, distante dalla classica strada panoramica. 

Non ci sono piazze principali, ma solo sentieri e scale che un tempo portavano al villaggio dei pescatori, mai visibile dalla costa, in modo che Furore è rimasta praticamente nascosta agli occhi del viandante di passaggio. 
Perché, allora, vale la pena visitare un "paese che non c'è"? Perché si possono fare escursioni a contatto con la natura, perché c'è un Ecomuseo che ne racconta la storia, perché c'è un Fiordo e altri valloni che vale la pena ammirare per tutte le caratteristiche messe insieme, perché si mangia bene e c'è un ottimo vino.


Il "Fiordo" o vallone di Furore è più che altro una netta e profonda spaccatura nella roccia, che si è formata dal lavoro di un torrente quasi sempre secco, lo Schiato, che scende a picco dal bordo dell'altopiano di Agerola. 
Qui le rocce a strapiombo e la vegetazione che vive lungo le pareti, le case ricavate nel suolo e i murales colorati che affrescano la case stesse e gli edifici pubblici, la fanno da padroni. E non è difficile rimanerne estasiati.


Nel fiordo si trovano poi lo Stenditoio, un tempo usato per asciugare i fogli di carta estratti dalle fibre di stoffa, e la Calcara, adibita alla lavorazione delle pietre per l'edilizia locale.
 In più, il fiordo è scavalcato dalla strada statale attraverso un ponte sospeso alto 30 metri, dal quale, ogni estate, si svolge una tappa del Campionato Mondiale di Tuffi dalle Grandi Altezze. 
Chi ha tanta energia e il gusto di stare a contatto con la natura, può approfittare di una delle tante escursioni che si possono fare tra canali, chiuse, grotte preistoriche e vigne.
 Chi, invece, ama conoscere il bello più comodamente, deve fare tappa all'Ecomuseo, con Mulini e Cartiere trasformate in musei, un erbario con l'esposizione delle essenze vegetali più preziose dell'area, un piccolo osservatorio astronomico e molto altro.






La visita a questo originale luogo della provincia di Salerno vale il tempo di una giornata. 
La durata giusta per portarselo nel cuore per parecchio tempo. 

 Germana Carillo

Il glicine, il fiore dell'amore


Una pianta di origini orientali che approdò in Inghilterra nel 1816 grazie al capitano Robert Welbank, che la portò attraverso il mondo su di un carico mercantile della flotta della compagnia delle indie orientali. 
Arrivò negli Stati Uniti dopo il 1830, dove era già stata catalogata dal Dott. Caspar Wistar (1761-1818), professore di anatomia all’Università di Pennsylvania [da qui il nome Wisteria].


Uno dei primi esemplari importati da Welbank è ancora vivo , si trova al Kew Gardens di Londra ed è anche uno dei glicini più grandi e spettacolari del mondo.
 Anche se il glicine che detiene il record mondiale per la sua straordinaria fioritura cresce a Sierra Madre, in California: al culmine della fioritura raggiunge il milione e mezzo di fiori con un peso totale di 250 tonnellate.
 Questa pianta straordinaria è una delle sette meraviglie vegetali e ogni anno, dal 1918, migliaia di persone si riuniscono per festeggiarla con il Festival del Glicine. 
Ha fiori profumatissimi che vanno dal violetto al viola acceso raggruppati in grappoli, la sua crescita è caratterizzata da un costante movimento a spirale in senso orario o antiorario, e questa sua caratteristica viene associata alla coscienza umana che da un fulcro vitale interiore si espande verso l’esterno per influenzare il mondo intorno a lui.


Ai grappoli fioriti che pendono verso il basso viene spesso attribuito il significato di umiltà, sincero rispetto, supplica garbata e riflessione religiosa ed esiste una leggenda italiana che ne narra l’origine.

 La tradizione piemontese vuole che Glicine, una fanciulla che si disperava per il suo aspetto, non bello come quello delle altre giovani del suo paesino, un giorno iniziò a piangere, da sola in mezzo ad un prato, quando ad un certo punto le sue lacrime diedero vita ad una meravigliosa pianta dalla fioritura stupenda e dall’inebriante profumo, il glicine.
 Il dolce profumo che la circondava fece sentire la ragazza orgogliosa e fiera di se stessa, per esser riuscita a creare quella pianta meravigliosa. 

Nella letteratura giapponese esiste una storia narrata per la prima volta nel 1826 attraverso un balletto classico intitolato ‘Fuji Musume’ (‘La Nubile Glicine’) del teatro Kabuki.


Nella città di Otsu, affacciata sul Lago Biwa, vicino a Kyoto, un passante si sofferma a osservare uno degli innumerevoli dipinti esposti chiamati ‘Otsu-e’ e venduti come souvenir.
 Su questo quadro è dipinta una ragazza, che rappresenta l’essenza del Glicine: è abbigliata alla moda, con uno stravagante kimono (‘Nagasode’) con le maniche lunghe e con la fascia (‘Obi’) che riprende l’immagine del fiore, secondo la tradizione diffusa da secoli in Giappone.
 La ragazza raffigurata diventa infatuata a tal punto dell’uomo che la guarda attentamente da prendere vita ed uscire fuori dalla tela. Scrive lettere d’amore, ma non ottiene risposta e, danzando sotto un glicine frondoso, con un ramo in mano, esprime i sentimenti profondi che prova per l’amore non corrisposto, accompagnata dalla musica ‘Nagauta’ (‘canto a lungo’). 
Triste e disperata, rientra affranta dentro al dipinto, sotto al glicine, alla fine del balletto. 
Il pianto della ragazza esprime il dolore che prova, così il glicine diventa il fiore dell’amore perduto, ma rappresenta anche la straordinaria resistenza come vitigno, in grado di vivere e di prosperare anche in condizioni difficili, così come il cuore ha la capacità di resistere nonostante sia spezzato da un sentimento a senso unico.


Ma non si può parlare di glicine ed arte senza menzionare i sette pannelli di vetro dipinto a mano realizzati su telaio di piombo dall’artista e designer statunitense Louis Comfort Tiffany (1848-1933). 
I pannelli erano appesi per schermare, con un fregio continuo, le finestre della sala da pranzo nella sua straordinaria tenuta di campagna a Laurleton Hall, nel villaggio di Laurel Hollow, vicino a Long Island, sulla Oyster Bay, a New York, nella quale decorò superbamente le 84 stanze, e che completò nel 1905. 

Fonte: eticamente.net

Newgrange: una profusione di simboli preistorici


Accanto al fiume Boyne, in Irlanda, nel punto in cui le acque compiono un'ampia curva, un cimitero preistorico accoglie più di venticinque tombe a corridoio. 
 Nota come 'Bend of the Boyne' (Ansa del Boyne), la necropoli dà l'impressione di essere stata costruita sulla collina in modo che le tre sepolture più belle - Newgrange, Knowth e Dowth - possano dominare la fertile vallata sottostante.
 La tomba a corridoio di Newgrange è il più interessante sito preistorico irlandese: è, infatti, decorata da rilievi rocciosi d’insigne fattura. Si pone però una domanda: Newgrange era solo un sepolcro o aveva qualche altra funzione?


La tomba, saccheggiata e in rovina, fu riscoperta nel 1699, e l'antiquario gallese Edward Lhuyd (1660-1708) fu uno dei primi ad entrarvi. 
Egli scrisse:
 ’In un primo momento fummo costretti ad avanzare carponi, ma via via che proseguivamo i pilastri ai due lati diventavano sempre più alti, ed accedendo alla sala sotterranea scoprimmo che era alta una ventina di piedi. Nella sala, a destra e a sinistra, vi erano due celle o camere, e una terza si estendeva in direzione dell'entrata'. 

 Il corridoio attraverso cui Lhuyd passò è lungo più di 18 m e termina in tre stanzette contenenti tre vasche in pietra massiccia.
 Le pietre (un centinaio) che compongono l'alto tetto a modiglioni sono perfettamente bilanciate e ben salde pur in assenza di malta. In 5000 anni solo due di esse si sono rotte. 
 Una simile perfezione progettuale ed esecutiva dimostra come i costruttori di Newgrange, vissuti verso il 3250 a.C., possedessero una straordinaria perizia.

Lo sguardo del visitatore attento è attratto a Newgrange da una profusione di belle incisioni nella roccia. L'entrata è sorvegliata da una pietra percorsa da spirali e nel corridoio più di una dozzina di massi eretti sono decorati. 
Anche molti lastroni e modiglioni del tetto presentano sculture, talvolta sul lato superiore nascosto. 
All'interno, nella parte bassa di uno dei montanti, scopriamo l'incisione più bella, una tripla spirale.


All'esterno, molte delle pietre di confine sono ornate, qualche volta sulle superfici interne nascoste alla vista.
 Oltre alle spirali, altri motivi molto comuni ricorrenti a Newgrange sono le losanghe, le linee a zigzag e i cerchi. Ma, stranamente, essi non coincidono con i simboli più usati in altre tombe a corridoio irlandesi. 
 Qual è allora il loro significato?
 I primi antiquari non si curarono troppo di queste decorazioni. Thomas Molyneux, un professore di fisica del XVIII secolo che insegnava al Trinity College di Dublino, le definì 'incisioni di tipo barbaro', e molti dopo di lui le credettero semplici ornamenti.

 Più di recente, sono stati compiuti seri sforzi per scoprire il significato che si cela dietro gli effetti decorativi.
 Un ricercatore di spicco nel settore è Martin Brennan, il cui libro La visione della valle del Boyne è un'analisi delle oltre 700 pietre scolpite del luogo. 
A conclusione del suo studio, l'autore afferma che la maggioranza dei disegni registrano osservazioni astronomiche e cosmologiche e che Newgrange fu, oltre il resto, il più grande e antico orologio solare del mondo. 
'Per la popolazione della valle del Boyne', scrive Brennan, 'lo studio dei movimenti del sole era importantissimo. Essi erano i più esperti lettori di meridiana del Neolitico'.




Spirali magnificamente incise ornano l'enorme masso, lungo 3,2 m e alto 1,6, situato davanti all'ingresso della tomba a corridoio.
 Le spirali rappresentano forse il viaggio labirintico dell'anima verso il regno dei morti.
 L'apertura praticata nel vano del tetto sovrastante l'entrata consente il passaggio della luce del sole solo nella mattina dei giorni vicini al solstizio d'inverno.
 La sete di sapere non era l'unica motivazione degli uomini che costruirono le strutture di Newgrange e Stonehenge, dove venivano pure compiute osservazioni astronomiche.
 Forse essi miravano anche ad apprendere nuove nozioni sull'universo e a stabilire collegamenti diretti e significativi fra esso e le loro vite.
 Newgrange non è soltanto un orologio solare o un osservatorio, ma sembra essere un simbolo della stessa forza vitale. 
 Nella sua forma originaria, il tumulo che copriva la tomba a corridoio era ovale, e in quest'uovo portatore di vita penetrava un lungo corridoio terminante in una camera a caverna, che simboleggiava forse il ventre materno.
 All'interno sorge un alto pilastro a forma di fallo, ed è possibile che le due palle di gesso ritrovate a Newgrange fossero simboli sessuali maschili. 

 Newgrange fu costruita per trarre beneficio dall'elemento dispensatore di vita per eccellenza: il sole.
 Sopra l'entrata, che in origine era sigillata da una lastra di pietra, si trova una piccola cavità il cui tetto reca incisioni a doppie spirali e losanghe. 
Il vano era provvisto di porte di pietra che potevano essere aperte e chiuse. 
 La struttura è orientata in modo che all'alba del solstizio d'inverno il sole, sorgendo, illumini la tomba attraverso questo vano che veniva, in quel giorno, appositamente aperto.
 Il raggio di sole penetra lungo il corridoio, fino a raggiungere il centro della camera.
 Michael O'Kelly, professore di archeologia presso la Cork University, ha compiuto di recente degli scavi a Newgrange e il 21 dicembre 1969 all'alba, si trovava nella tomba pronto ad assistere a quanto sarebbe successo.
 'Esattamente alle 9 e 54 dell'ora legale britannica', scrisse, 'il margine superiore della sfera solare apparve sull'orizzonte locale, e alle 9 e 58 il primo raggio di sole diretto brillò attraverso il vano del tetto e lungo il corridoio per giungere a sfiorare, toccando il pavimento della camera tombale, il bordo frontale della vasca di pietra dell'ultima stanza. Man mano che la sottile riga di luce si allargava, fino a diventare una fascia larga 17 cm. che spazzava il pavimento della camera, la tomba fu investita da un violento fiotto luminoso e la luce riflessa dal pavimento fece chiaramente risaltare vari particolari delle camere laterali, di quella terminale e del tetto a modiglioni. Alle 10 e 04 la fascia cominciò di nuovo a restringersi e alle 10 e 15 in punto il raggio diretto lasciò la tomba'.

Il solstizio d'inverno è il giorno più breve dell'anno, il momento in cui la forza vitale ricomincia a infondere vita alla terra addormentata.
 Forse, fra tutte le incisioni, è la tripla spirale della camera a rappresentare ciò che i costruttori di Newgrange si sforzavano di raggiungere con quella che impropriamente viene chiamata 'tomba': è possibile che la spirale entrante simboleggiasse il viaggio intrapreso dal defunto e l'uscente ne illustrasse la rinascita.
 Può darsi che, a Newgrange, avesse luogo la fecondazione simbolica dell'uovo cosmico capace di assicurare la continuazione del ciclo eterno della morte e della rinascita.
 Probabilmente i sacerdoti depositavano i resti cremati di alcuni antenati nelle vasche di pietra delle camere, dove essi potevano essere toccati dalla luce del sole a metà inverno, ottenendo così una conferma simbolica della prosecuzione della stirpe.




Newgrange è solo un elemento del complesso di Bend of the Boyne, anche se artisticamente è il più compiuto. 
Forse le tombe principali costituiscono nel loro insieme delle registrazioni scientifiche che solo ora, 5000 anni dopo, cominciano a essere decifrate.

 I reperti dimostrano un'altra volta che l'uomo preistorico non era né semplice né barbaro, bensì in possesso di conoscenze e capacità che superano notevolmente la nostra immaginazione.


Fonte: tanogabo.it

venerdì 24 aprile 2015

Ecco a voi Kermit, la nuova rana di vetro


È appena stata scoperta, ma ha già uno stuolo di fan: la nuova specie di rana di vetro trovata in Costa Rica, battezzata Hyalinobatrachium dianae, è molto somigliante a Kermit, uno dei personaggi del Mappets Show creato da Jim Hanson, e ciò è bastato a mandare in tilt i social media.


A differenza del suo celebre corrispettivo animato però questo anfibio non canta, ma emette un lungo fischio simile a quello di un insetto, spiegano gli autori dello studio pubblicato su Zootaxa. 
E forse è per questa ragione – oltre che per le dimensioni ridotte, circa 2,5 centimetri – che gli studiosi l’anno individuata solo adesso: l’ultima rana di vetro scoperta in Costa Rica risale infatti al 1973.
 Le rane di vetro sono originarie delle foreste pluviali dell’America Centrale e Meridionale, dove vivono sulla volta arborea in prossimità di corsi d’acqua, in cui scendono quando devono riprodursi. 
Il loro nome è dovuto al ventre trasparente, per mancanza di pigmentazione, che lascia intravedere gli organi interni; una caratteristica che la scienza non è ancora riuscita a spiegare.
 La loro colorazione verde, d’altro canto, permette loro di mimetizzarsi fra la vegetazione durante il giorno.


Nonostante la somiglianza con il simpatico personaggio, la nuova rana potrebbe non essere altrettanto amichevole: i maschi delle rane di vetro sono molto territoriali, e aggrediscono ferocemente gli altri maschi che violano il loro spazio, spiega Andrew Crawford della University of Los Andes in Colombia, non coinvolto nel nuovo studio.


La nuova specie vive nelle foreste che ricoprono le montagne del Costa Rica orientale, fra i 400 e gli 800 metri di altezza. 
Un ambiente ideale per l’animale, anche se purtroppo questa è l’altitudine in cui è più diffuso il fungo chitride Batrachochytrium dendrobatidis, che colpisce, spesso con conseguenze letali, la cute degli anfibi, e che a partire dagli anni Ottanta ha portato all’estinzione varie specie nel mondo.
 Gli anfibi sono anche minacciati dalla perdita di habitat causata dalla deforestazione, aggiunge Crawford.
 Il che rende la scoperta di una nuova rana ancora più speciale.

 Ralph Martins

L'arcobaleno quadruplo: vero o falso?


Vero o falso?
 È la domanda che si pongono tanti utenti in rete dopo avere visto la foto postata da Amanda Curtis, cittadina americana di Long Island (e Ceo di una società che si occupa di moda).
 La donna ha pubblicato sul suo profilo Twitter l'immagine di un arcobaleno quadruplo immortalato a Glencove, vicino a New York. Una foto che, se fosse vera, avrebbe del (quasi) miracoloso.

 Il fenomeno dell'arcobaleno è dato dalla rifrazione della luce all’interno di gocce d’acqua sospese nell’atmosfera.
 Gli arcobaleni doppi sono abbastanza comuni. Si verificano quando la luce solare, che deve essere particolarmente chiara, provoca una doppia riflessione all'interno delle gocce d'acqua: allora possiamo ammirare un arcobaleno primario splendente e definito e un arco secondario meno luminoso e con i colori invertiti.

 Si sono mai visti quattro arcobaleni nello stesso momento?
 E per di più con delle intersezioni fra alcuni di essi? 
Questo è il punto, che ha reso la foto subito virale, ripresa da moltissimi siti e al centro di discussioni sui social. 
Abbiamo già visto come foto sugli arcobaleni possano scatenare le discussioni, ad esempio quella, falsa, di ottobre in cui un aereo sorvola un arcobaleno. O altre su generi strambi di arcobaleni: quello fatto di nuvole, quello fatto di stelle, quello di nebbia.

  Persino i tripli arcobaleni sono stati visti. E in teoria sono possibili anche i quadrupli archi di colore, ma sono ancor a più difficili da osservare, anche perchè si trovano generalmente dallo stesso lato del sole. 
Si possono verificare quando la luce, oltre che sulle gocce, si posa su una superficie acquea nei dintorni, come ad esempio un lago, uno stagno, una pozzanghera.
 Allora nascono altri arcobaleni, che hanno angoli diversi dai primi due.
 La foto, insomma, potrebbe esser vera, almeno in teoria. Anche se potrebbe essere stata un po' ritoccata per rendere più accesi i colori.

 Fonte: focus.it

giovedì 23 aprile 2015

Il simbolismo della Ghiandola Pineale


Le culture del passato associavano quella che noi oggi chiamiamo Epifisi ad un organo preposto alla maggior chiarezza mentale ed alla visione interiore.
 Per Cartesio la ghiandola Pineale è il punto privilegiato dove mente (res cogitans) e corpo (res extensa) interagiscono.

 Dopo decenni di profonda ignoranza in merito, le neuroscienze hanno smesso di trattare la ghiandola Pineale alla stregua di un’inutile appendice del cervello: il “vaso di Pandora” di questa incredibile ghiandola endocrina, che riceve il più abbondante flusso sanguigno di qualsiasi altra ghiandola nel corpo, è stato finalmente aperto.
 Negli ultimi decenni si è scoperto che l’Epifisi è responsabile del nostro ciclo di veglia/sonno, del nostro invecchiamento, di stati a più alta coerenza neurale (maggior chiarezza mentale).
 Inoltre la Pineale è una ghiandola è fotosensibile, essendo munita, nella parte interiore, di bastoncelli simili a quelli della retina dell’occhio.
 Il soprannome mistico di terzo occhio è dunque alquanto azzeccato per la Pineale e ci si chiede come, in epoche in cui non c’era un microscopio elettronico che potesse analizzare il suo tessuto cellulare, si sia arrivati a darle questo nome.
 Forse a quei tempi non c’era bisogno di un “tool” esterno per analizzare la natura delle cose e chissà forse la scienza era intesa come una fusione esperienziale con l’oggetto dell’osservazione. 

Aldilà di questa accattivante congettura sulla protoscienza, più di un ricercatore si è chiesto perché nell’iconografia e nel simbolismo iniziatico molte culture rappresentino i loro Dei con l’immagine del cono di pigna. 
La risposta è stata che il cono di pigna rappresenta la ghiandola Pineale, il suo peculiare rilascio endocrino ed è il segno di distinzione di un’élite spirituale.


I sumeri furono tra i primi a immortalarla come cono di pigna in mano ai loro Dei.
 I sumeri, popolo con attitudini simili a quelle egiziane, criptavano le informazioni nelle immagini scolpite e nei sigilli. 
Anche gli assiro-babilonesi hanno spesso raffigurato il loro dio Tamus con in mano una pigna ma, in alcuni casi, bisogna fare attenzione quando il cono di pigna viene tenuto in mano poiché spesso può rappresentare la shem-un-Na dei babilonesi o il MFKZT egizio, nomi dati alla polvere bianca d’oro con cui i reali si nutrivano aumentare il rilascio endocrino dell’Epifisi e raggiungere stati di coscienza superiori.
 Mescolata a focacce preparate in forma conica, o sospesa in acqua, la polvere d’oro era un supplemento ingerito dai re e dai faraoni. Era riverita come l’alimento del corpo di luce (il ka) ed era ritenuta capace di incrementare le attitudini generali della leadership, quali consapevolezza, percezione e intuizione. 
Veniva inoltre considerata una chiave per la longevità attiva.


Il simbolismo sulla Pineale è presente nella cultura egizia, e Osiride, il signore della morte e dell’oltretomba, la presenta nel suo bastone regale con sopra il cono di pigna. 

Anche tra i greci e i romani il Dio Bacco/Dionisio è a volte rappresentato con un bastone con il cono di pigna.
 È interessante notare come il Dio dell’ebbrezza venga mostrato con questo bastone; l’ebbrezza è associata principalmente all’alcool – chiamato anche spirito: forse questo è dovuto al fatto che l’alcool veniva usato nelle cerimonie per abbassare i veli della personalità degli iniziati ai misteri dionisiaci ed eleusini.
 In questo modo i candidati ricevevano l’iniziazione senza modelli neurali consolidati e solo successivamente veniva loro dato il kikeon, bevanda sacra psicoattiva, per attivare le funzioni dell’Epifisi e permettere al celebrante di entrare in epifania con il Mistero.

L’onnipresente bastone con il cono di pigna è stato usato anche dai pontefici della chiesa cristiana ed è certamente un retaggio gnostico collegato al simbolo del caduceo, usato anche dall’odierna medicina. Il simbolismo del caduceo è stato spesso interpretato sia come la rappresentazione della doppia elica del DNA, sia della kundalini che sale fino a raggiungere la Pineale. 

La celebre maschera funebre di Tut Ank Aton (Tutankamon), con il cobra che s’innalza al centro della fronte, ricorda la kundalini che raggiunge la Pineale. Anche la capigliatura del dio Shiva ricorda un cono di pigna e il serpente che s’innalza tra i suoi capelli richiama alla mente il serpente della maschera di Tut Ank Aton o di Akhnaton. 

Anche il Buddha non è immune dalla rappresentazione con i capelli a forma di cono di pigna.


Il simbolismo della pigna è presente anche in molte zone d’Europa, Italia compresa, e si nota nelle fontane, nelle statue o in abbellimenti nelle ville o nei giardini dei nobili (forse questa eredità è dovuta all’influenza cosmopolita dei templari?). 
A volte, nelle scalinate o nelle colonne dei cancelli dei palazzi antichi potete trovare l’immagine della pigna.
 È chiaro che una colonna con sopra una pigna sembra a tutti gli effetti la rappresentazione del bastone usato dagli antichi Dei.
 In ambito massonico, nei manifesti del libero muratore l’iconografia del bastone con la pigna sembra velatamente rappresentata dalle due colonne Bohaz e Jakin sormontate da sfere o mappamondi.


Rimanendo sempre nella nostra penisola, anche lo Stato del Vaticano non è immune a questo antico simbolismo: nella Corte della Pigna si trova un’immensa statua raffigurante una pigna con a fianco due ibis che domina un sarcofago aperto, come quello presente nella camera del Re della Grande Piramide.
 Per l’archeologia eretica il sarcofago nella Camera del Re veniva impiegato nelle iniziazioni della Scuola Misterica di Tuthmosis III e di altri dopo di lui. 
Alcuni hanno interpretato questa corrispondenza in Vaticano come il messaggio che anche la morte fisica può venire sconfitta se la ghiandola Pineale è completamente attivata. 
Se prendiamo alla lettera questa interpretazione dovremmo chiedere un parere ai biologi e vedere l’eventuale sinergia tra i neurormoni della giovinezza “secretati” dalla Pineale, come la melatonina e la somatropina, e la rigenerazione dovuta all’enzima della telomerasi, responsabile dell’integrità cromosomica e della replicazione cellulare.
 Ho volutamente usato il termine “secretati” per sottolineare l’affascinante tesi dello studioso Laurence Gardner secondo cui termini come secrezione o secretare, utilizzati per definire il rilascio endocrino della Pineale, sono connessi al fatto che tale rilascio attiva uno stato di consapevolezza superiore che permette di conoscere i segreti della Natura. 
Le parole sono da sempre i simboli per eccellenza e pertanto conoscere a fondo l’etimo e la grafia di una lingua significa recuperare antiche conoscenze dimenticate.


La Pineale, oltre al simbolismo della pigna, è stata associata da alcuni all’occhio di Ra, l’occhio che tutto vede. 
L’occhio di Ra, o occhio di Horus, sembra sia un riferimento alle scuole misteriche egizie che iniziavano i loro discepoli all’apertura del terzo occhio, detto anche occhio singolo.
 Nei simboli l’occhio che tutto vede – che non ha segreti perché le secrezioni neuroendocrine della Pineale permettono la più alta conoscenza – è spesso racchiuso all’interno di una piramide oppure tra due ali (Sole alato).
 L’iconografia egizia dell’occhio racchiuso nella piramide è divenuta nel tempo uno dei modelli usati dagli artisti del Medioevo per raffigurare il Dio cristiano. 
Questo simbolo è stato ripreso dalla moderna Massoneria – con l’occhio destro racchiuso nel delta radiante – e riproposto esplicitamente nella banconota da un dollaro americano.


Il geologo russo Alexey Dmitriev ha dimostrato come il sistema solare stia entrando in una nuova area energetica di plasma magnetizzato, possibile responsabile dei cambiamenti che avvengono sulla Terra. 
Secondo Dmitriev tutto questo cambierà non solo il nostro clima e non solo lo stato magnetico del nostro pianeta, ma provocherà anche una spontanea evoluzione di massa. 
Il mutamento magnetico influisce sulla ghiandola Pineale che, così sollecitata, inizia a rilasciare sostanze neuro-chimiche dall’effetto allucinogeno: la maggior parte delle persone avrà visioni ed esperienze paranormali. 

Un’ipotesi certamente affascinante, quella di un’iniziazione globale del pianeta. 
Certo è che la Terra ne avrebbe davvero un gran bisogno. 

 Tratto da: dionidream.com
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