La Tomba dei Leopardi ha due maculati leopardi nel triangolo che la volta triangolare forma sul muro di fondo.
Da essi prende il nome.
È un'incantevole piccola stanza raccolta, e le pitture vi si sono conservate meglio che in altre tombe: sono ancora fresche e vive; i rossi-ocra e i neri e gli azzurri e i verde-azzurri sono stranamente vividi e armoniosi sul giallo-crema dei muri.
Nella maggior parte delle tombe i muri sono rivestiti di uno strato sottile di stucco ma impastato con la stessa materia della roccia viva, che è chiara, gialla, e tende ad uno splendido oro crema, uno splendido colore per uno sfondo.
I muri di questa piccola tomba sono un vero ballo di gioia.
La stanza sembra ancora abitata dagli Etruschi del VI secolo a.C., gaia gente che sapeva accettare la vita, che sapeva vivere con vera pienezza.
Incedono i danzatori e quelli che suonano, muovendo nello spazio di un largo fregio verso la parete di mezzo, la parete dove il banchetto è al culmine del suo svolgimento.
Sopra alla scena del banchetto, nello spazio del frontone, ci sono i due leopardi maculati araldicamente messi a fronte l'uno dell'altro con una pianta in mezzo. E il soffitto di roccia ha le due parti in pendenza dipinte a scacchi rossi e neri, gialli e azzurri, con la pianta piana dell'asse centrale decorata a circoli rosso scuri, azzurri e gialli. Così che tutto è colore e non ci sembra di essere sottoterra, ma in una qualche gaia camera del passato.
I danzatori sul muro di destra incedono con strana, possente alacrità.
Sono uomini vestiti soltanto di una volante sciarpa colorata, o della gaia clamide drappeggiata sulle membra come un mantello.
Uno suona il doppio flauto che gli Etruschi amavano tanto, tocca i buchi con grandi mani, esageratamente grandi, l'uomo ch'è dietro a lui tocca le corde della lira, l'uomo ch'è davanti si volta e fa segno con la mano sinistra, mentre con la destra tiene una coppa di vino.
E così essi incedono, coi foro lunghi piedi calzati di sandali, incedono tra piccoli ulivi carichi di olive, muovendosi rapidi con le loro membra turgide di vita, turgide di vita da traboccare.
Questo senso di vigorosa vitalità fortemente corporea è caratteristico degli Etruschi.
Sulla parete di fondo si svolge una splendida scena di banchetto.
I convitati stanno sdraiati su coperte a quadri, sui giacigli conviviali, all'aria aperta, perché ci sono degli alberelli dietro a loro.
I sei convitati sono audaci e pieni di vita come i danzatori, ma sono forti, conservano dentro di sé la vita, una vita piena di bellezza e ricchezza, non sono rilassati, non si abbandonano neppure nei momenti audaci.
Giacciono a coppie, uomo e donna, sdraiati entrambi sul giaciglio, in atteggiamento curiosamente affettuoso.
Le due donne a capotavola sono chiamate eteree, cortigiane, soprattutto a causa dei capelli biondi, che pare fossero una caratteristica preferita tra le donne di piacere.
Gli uomini sono scuri ed abbronzati, nudi fino alla cintola.
Le donne, disegnate sulla roccia colore crema, sono affascinanti, e indossano vesti leggere, con ricchi mantelli attorno alle anche. Hanno una certa aria libera e audace, e forse sono davvero cortigiane.
L’uomo a capo tavola tiene, tra pollice ed indice, un uovo, e lo mostra alla donna con i capelli biondi sdraiata vicino a lui, la quale allunga la mano sinistra come a toccargli il petto.
Egli regge. nella mano destra, una grande coppa di vino, per la baldoria.
E' corsa contro il tempo al Bioparco di Roma per cercare di salvare la vita a un giovane cigno preso a bastonate probabilmente da qualche ragazzino sulla spiaggetta del lago di Bracciano all'altezza del camping Parco del Lago.
Lì, da diversi anni, una famiglia di cigni reali nidificano ed è un'area che rientra nei confini del Parco di Bracciano e Martignano: i frequentatori del lago sono abituati ad una convivenza rispettosa con questa specie che lì ha il suo habitat naturale.
Tuttavia sabato scorso qualcuno, probabilmente un giovanissimo turista, ha aggredito con una improvvisa e imprevedibile raffica di pugni sulla testa un cigno maschio che, difendendo il suo nido, si era opposto al giovane intruso probabilmente tentando di beccarlo. Un ospite del campeggio e la sua compagna in due occasioni sono intervenuti per allontanare il ragazzo dal cigno e poi si sono subito rivolti alla direzione del camping.
Durante la tarda serata poi, c'è stata una seconda aggressione all'animale, probabilmente con qualche bastone.
Secondo quanto raccontano i titolari del camping, la mattina di domenica il cigno era agonizzante in spiaggia, incapace di muovere collo e cranio.
Alessio Rosi, responsabile della struttura, ha quindi iniziato a contattare diversi enti preposti alla salvaguardia faunistica del parco. Una corsa in salita dove nessuno, a quanto racconta Rosi, si prendeva la responsabilità di intervenire per soccorrere il cigno: l'Ente Parco era chiuso perchè era domenica.
L'ufficio del Guardiaparco non è potuto intervenire per assenza di mezzi.
Il responsabile dell'ufficio veterinario della ASL di competenza ha rifiutato l'intervento perché non si trattava di animale domestico.
La Guardia Forestale e anche quella Provinciale hanno rimandato la richiesta di aiuto per il cigno al punto di partenza, cioè all'Ente parco. E porte chiuse anche dall'assessorato all'Ambiente del Comune di Roma.
Alla fine viene contattata la Lipu, i cui uffici chiudevano alle 17.30 e comunque i volontari della Lipu non potevano venire a prelevare l'animale perché era ormai tardi e il luogo troppo distante dalla loro area di intervento. E, paradossalmente, trattandosi di un animale selvatico i proprietari del campeggio non avrebbero nemmeno potuto spostarlo dal lembo di spiaggia in cui giaceva.
Durante la notte, quindi, hanno sorvegliato sia l'animale ferito sia il nido (per timore dei rapaci, dei roditori o di qualche altra follia umana) e in mattinata, dopo altre richieste d'aiuto inevase, i titolari del camping hanno deciso di trasportare, nonostante tutto e tutti e con le dovute cautele, il cigno a Roma, presso il Bioparco dove finalmente ora l'animale ferito è ricoverato e preso subito in cura dal direttore Federico Coccia.
"Speriamo che quel bel cigno ce la faccia a vivere" commenta Rosi, "ci saremmo aspettati attenzioni diverse da parte dei tanti enti preposti, verbalmente, alla sua salvaguardia"
http://roma.repubblica.it/cronaca/
In questo 1 maggio la mia marcia ideale è con i contadini di Portella della Ginestra. A volte fare un salto nel passato è illuminante.
Fu l'eccidio di lavoratori che avvenne in località Portella della Ginestra, in provincia di Palermo il 1 maggio 1947
Il 1º maggio 1947, nell'immediato dopoguerra, si tornava a festeggiare la festa dei lavoratori, spostata al 21 aprile, ossia al Natale di Roma, durante il regime fascista.
Circa duemila lavoratori della zona di Piana degli Albanesi, in prevalenza contadini, si riunirono nella vallata di Portella della Ginestra per manifestare contro il latifondismo, a favore dell'occupazione delle terre incolte e per festeggiare la vittoria del Blocco del Popolo nelle recenti elezioni per l'Assemblea Regionale Siciliana, svoltesi il 20 aprile di quell'anno e nelle quali la coalizione PSI - PCI aveva conquistato 29 rappresentanti (con il 29% circa dei voti) contro i soli 21 della DC (crollata al 20% circa).
Improvvisamente dalle colline circostanti partirono sulla gente in festa numerose raffiche di mitra che lasciarono sul terreno, secondo le fonti ufficiali, 11 morti (9 adulti e 2 bambini) e 27 feriti, di cui alcuni morirono in seguito per le ferite riportate.
La CGIL proclamò lo sciopero generale, accusando i latifondisti siciliani di voler “soffocare nel sangue le organizzazioni dei lavoratori”. Solo quattro mesi dopo si seppe che a sparare materialmente erano stati gli uomini del bandito separatista Salvatore Giuliano, colonnello dell'E.V.I.S..
Il rapporto dei carabinieri sulla strage faceva chiaramente riferimento ad "elementi reazionari in combutta con i mafiosi".
Nel 1949 Giuliano scrisse una lettera ai giornali, in cui affermava lo scopo politico della strage.
Questa tesi fu smentita dall'allora ministro degli Interni Mario Scelba.
Nel 1950, il bandito Giuliano fu trovato assassinato, presumibilmente ucciso dal suo luogotenente Gaspare Pisciotta, il quale morì avvelenato in carcere quattro anni più tardi, dopo aver affermato di voler rivelare i nomi dei mandanti della strage. Attualmente vi sono forti dubbi che Pisciotta fosse l'autore dell'omicidio, come è stato fatto osservare nella trasmissione Blu notte e come emerge dal lavoro di Alberto Di Pisa e Salvatore Parlagreco.
L’episodio, che resta ancora oscuro, porta i segni della collusioni fra la mafia e le forze reazionarie dell’isola.
Queste le 11 vittime, così come riportate dalla pietra incisa posta sul luogo del massacro:
Margherita Clesceri (min. albanese)
Giorgio Cusenza (min albanese)
Giovanni Megna (min. albanese, 18 anni)
Francesco Vicari (min. albanese)
Vito Allotta (min. albanese, 19 anni)
Serafino Lascari (min. albanese, 15 anni)
Filippo Di Salvo (min. albanese, 48 anni)
Giuseppe Di Maggio (13 anni)
Castrense Intravaia (18 anni)
Giovanni Grifò (12 anni)
Vincenza La Fata (8 anni)
Rimasero gravemente ferite 27 persone. Alcuni di questi feriti morirono in seguito a causa delle ferite riportate.
Sul movente dell'eccidio furono formulate alcune ipotesi già all'indomani della tragedia.
Il 2 maggio 1947 il ministro Scelba intervenne all'Assemblea Costituente, affermando che dietro all'episodio non vi era alcuna finalità politica o terroristica, ma che doveva essere considerato un fatto circoscritto, e identificò in Salvatore Giuliano e nella sua banda gli unici responsabili.
Il processo del 1951, dapprima istruito a Palermo, poi spostato a Viterbo per legittima suspicione, si concluse con la conferma di questa tesi, con il riconoscimento della colpevolezza di Salvatore Giuliano (morto il 5 luglio 1950, ufficialmente per mano del capitano Antonio Perenze) e con la condanna all'ergastolo di Gaspare Pisciotta e di altri componenti la banda.
Pisciotta durante il processo, oltre ad attribuirsi l'assassinio di Giuliano, lanciò pesanti accuse sui presunti mandanti politici della strage.
« Coloro che ci avevano fatto le promesse si chiamavano così: L'onorevole deputato democristiano on. Bernardo Mattarella, l'onorevole deputato regionale Giacomo Cusumano Geloso, il principe Giovanni Alliata di Montereale, l'onorevole monarchico Tommaso Leone Marchesano e anche il signor Scelba.
Furono Marchesano, il principe Alliata, l'onorevole Mattarella a ordinare la strage di Portella della Ginestra.
Dopo le elezioni del 18 aprile 1948, Giuliano mi ha mandato a chiamare e ci siamo incontrati con Mattarella e Cusumano; l'incontro tra noi e i due mandanti è avvenuto in contrada Parrino, dove Giuliano ha chiesto che le promesse fatte prima del 18 aprile fossero mantenute.
I due tornarono allora da Roma e ci hanno fatto sapere che Scelba non era d'accordo con loro, che egli non voleva avere contatti con i banditi. »
La seconda ipotesi fu quella sostenuta da Girolamo Li Causi in sede parlamentare, dalle forze di sinistra e dalla CGIL, secondo la quale il bandito Giuliano era solo l'esecutore del massacro: i mandanti, gli agrari e i mafiosi, avevano voluto lanciare un preciso messaggio politico all'indomani della vittoria del Blocco del Popolo alle elezioni regionali.
In seguito ai riscontri emersi dal processo, diversi parlamentari socialisti e comunisti denunciarono i rapporti tra esponenti delle istituzioni, mafia e banditi.
Intervenendo alla seduta della Camera dei deputati del 26 ottobre 1951, lo stesso Li Causi affermava:
« Tutti sanno che i miei colloqui col bandito Giuliano sono stati pubblici e che preferivo parlargli da Portella della Ginestra nell'anniversario della strage.
Nel 1949 dissi al bandito: "ma lo capisci che Scelba ti farà ammazzare? Perché non ti affidi alla giustizia, perché continui ad ammazzare i carabinieri che sono figli del popolo come te?". Risposta autografa di Giuliano, allegata agli atti del processo di Viterbo: "Lo so che Scelba vuol farmi uccidere perché lo tengo nell'incubo di fargli gravare grandi responsabilità che possono distruggere la sua carriera politica e finirne la vita".
È Giuliano che parla.
Il nome di Scelba circolava tra i banditi e Pisciotta ha preteso, per l'attestato di benemerenza, la firma di Scelba; questo nome doveva essere smerciato fra i banditi, da quegli uomini politici che hanno dato malleverie a Giuliano.
C'è chi ha detto a Giuliano: sta tranquillo perché Scelba è con noi; Tanto è vero che Luca portava seco Pisciotta a Roma, non a Partinico, e poi magari ammiccava: hai visto che a Roma sono d'accordo con noi? »
Tranquillità, calma e serenità sono i sentimenti a cui un giardino giapponese si ispira.
I primi nascono nei santuari scintoisti, dallo stretto rapporto tra ideologia, spiritualità, meditazione e amore per la natura.
Per secoli si sono sviluppati sotto l'influenza dei giardini cinesi, ma a poco a poco cominciarono a sviluppare propri stili, basati sulla cultura giapponese.
Al loro interno ricreano paesaggi ideali in miniatura, spesso in un modo altamente astratto e stilizzato. Un microcosmo fatto di pietre, acqua, ponti e elementi naturali, un paesaggio idealizzato e simbolico influenzato dall'idea buddhista di paradiso.
L'elemento a cui tutto ruota intorno è l'equilibrio tra le parti, sia nelle forme che nei colori.
È il principio dello Yin e dello Yang in cui ogni cosa e' controbilanciata dal suo opposto.
La primavera è sicuramente un periodo perfetto per visitare un giardino giapponese, dove ricercare un po' di pace e tranquillità.
In queste foto ci sono alcuni tra i più famosi che si trovano in Giappone, ma anche quelli ricreati nelle nostre città occidentali non sono meno belli.
Rikugien Gardens
Kyoto Garden
Himeji Castle Gardens
Genkyu-en Garden
Himeji gardens
Koishikawa Korakuen Gardens
Kounji temple pond garden
Kanazawa Kenrokuen Garden
Hiroshima's Shukkeien Garden
Niwa Garden
Ci siamo sinceramente e onestamente rotti le scatole di questa Europa e di questo detestabile europeismo, posticcio e ipocrita, con il quale i partiti cosiddetti tradizionali (di destra e di sinistra) hanno svenduto la sovranità dei paesi europei a un sistema euroburocratico e finanziario di impronta germanocentrica, che nulla ha a che vedere con l’Europa intesa come popolo europeo.
Ecco perché oggi – a ridosso delle elezioni per il rinnovo del Parlamento Europeo – riscuotono grandi consensi i partiti euroscettici e quelli che predicano l’uscita se non proprio dall’Europa (UKIP), quanto meno dall’euro.
La questione politica è assai complessa e coinvolge sia aspetti economici che sociali.
La recessione economica, la sostanziale abolizione delle barriere che favoriscono l’immigrazione clandestina, il trattato di Schengen, il cronico difetto di legittimazione popolare dei vertici europei, le assurde politiche di austerità che hanno piegato molti paesi europei (tra cui l’Italia, ma in particolar modo la Grecia), la costante erosione della sovranità nazionale, tutti questi elementi hanno reso l’Europa più un peso insopportabile, che un’occasione di progresso comune.
L’Europa è miseramente fallita.
E’ solo un’oligarchia di poteri e interessi che niente ha a che vedere con i popoli europei.
I vincoli assurdi nei quali i paesi della vecchia Europa sono costretti, vincoli che hanno costretto gli Stati nazionali a politiche economiche austere e recessive, sono diventati l’ottimo humus nel quale gli euroscettici hanno prolificato e dal quale rivendicano il legittimo diritto a dire una verità incontestabile:
quest’Europa è morta, è fallita, è da cancellare.
Si ritorni agli Stati nazionali, all’indipendenza sovrana e monetaria. Basta con una moneta straniera, con una BCE che non risponde a nessuno, con una Commissione Europea non eletta dai cittadini. (ricordate le parole di Attalì?), "Attali: "Una piccola pandemia permetterà di instaurare un Governo Mondiale!"
Basta con un’entità sovranazionale che non persegue il bene dei ma solo gli interessi di una ristretta casta di lobbisti finanziari.
Ecco perché Nigel Farage e il suo partito l’UKIP, in Gran Bretagna (nazione che non è mai stata particolarmente innamorata dell’Europa), oggi rischiano di fare il botto (il partito si attesta al 31%, davanti ai laburisti e ai conservatori).
E così pure Marine Le Pen in Francia con il Front National. Entrambi questi partiti hanno abilmente interpretato la stanchezza dei loro rispettivi concittadini, e la loro delusione per le suicide politiche dei loro governi.
Discorso a parte, purtroppo, merita l’Italia, dove l’europeismo è diventata una religione istituzionale talmente ortodossa e conservatrice, che persino i partiti che si proclamano euroscettici lo sono in modo estremamente moderato e ambiguo.
In ogni caso, l’euroscetticismo e la voglia di uscire dall’euro è un vento di novità nell’acqua stagnante della religione europeista.
La verità è che l’Europa - e non mi stanco di ripeterlo – non è più un progetto di unificazione dei popoli, ma è solo un progetto di sistematica distruzione della cultura e dell’identità europea.
E forse – e dico forse – sarebbe stato meglio che il progetto europeo si fosse fermato al libero scambio di merci e servizi.
Al vecchio e ragionevole MEC.
La "signora" in questione si è tanto abituata a considerare il popolo italiano un idiota decerebrato, che non ha perso il vizietto anche ora che non è più ministro.
Ora si presenterà alle Europee per rappresentarci hahahahahah
Ma se quando era in carica ne ha detto di ogni su questo popolo definito(razzista,ignorante,incivile ecc ecc,)
Perché lo vuole rappresentare in Europa?
Io la risposta ce l'ho lascio a voi dedurre quale!!!
COMICA: KYENGE IMPARA AD UTILIZZARE PHOTOSHOP E PRESENTA NUOVA FOTO
Dopo due giorni – il tempo di imparare ad utilizzare photoshop – la Kyenge presenta una nuova foto. Quella che definisce ‘originale’.
Si tratta, dice, di ‘una foto scattata nel 1990, durante un’udienza concessa dal Papa agli studenti dell’ultimo anno‘.
Detto che la cosa più ‘burina’ e squallida era l’avere postata una foto con il Papa il giorno della sua Canonizzazione, è inutile che Kashetu si arrampichi sugli specchi, la prima foto è un fotomontaggio, anche fatto male.
Non vi è alcun dubbio su questo.
Il dubbio è semmai sui ‘motivi’ del ritocco.
Perché lungi dal risolvere la questione, diremmo che questa ‘nuova’ foto, non fa altro che far nascere altre domande.
Se aveva una foto così chiara, perché presentarne una taroccata con un GPII con tre mani?
Inoltre, lo sfondo delle due foto è completamente diverso, le posizioni dei presenti sono completamente diverse.
Forse Kyenge ha avuto più di una udienza?
Ce lo spieghi.
E ci spieghi perché ha taroccato la prima foto: c’era forse qualcuno che non doveva apparire?
Il ‘proprietario’ della mano?
Risponda la candidata Kyenge: perché ha taroccato la prima foto?
Dice l’Ansa, (un tempo gloriosa agenzia,) che la circostanza della foto è confermata anche da una compagna dell’epoca della Kyenge. Dobbiamo ridere?