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mercoledì 19 febbraio 2014

Le scale colorate di Istambul


Le città di tutto il mondo nascondono angoli in cui gli uomini si sentono liberi di dare sfogo alla propria creatività o ai propri sentimenti. Da sempre politica, rivolte o buoni propositi si riflettono su scritte, disegni, simboli o grafici che celano messaggi ben precisi. C’è chi pratica l’arte dei murales, chi scrive dediche d’amore su ponti o palazzi e chi usa il colore per rallegrare gli animi.
 È quello che ha fatto un pensionato di 64 anni a Istanbul scegliendo di dipingere la fatiscente scalinata di Findikli con i colori dell’arcobaleno.
 Il susseguirsi di gradini un tempo ricoperti dal grigiore urbano, sono apparsi l’estate scorsa come una salita pronta ad accogliere turisti e cittadini che si addentravano nei quartieri di Findikli e Cihangir, ricco di ristoranti, locali e gallerie di artisti, affacciati sul Bosforo. Quello di Huseiyn Cetinel, ex ingegnere forestale, si è trasformato da desiderio di far sorridere a protesta anti-governativa, tanto da far prendere la decisione al comune turco di riportare la ripida scalinata al cupore originale.
 Sui social network è stata subito rivoluzione e pennelli alla mano, molti cittadini si sono attivati per “difendere” la generosa iniziativa del pensionato turco.


Al grido dell’hashtag #direnmerdiven (#resistiscala) sui social media si sono scatenati colori in molti angoli della città, e quella scalinata “vestita” di arcobaleno è divenuta anche il simbolo per la protesta contro la costruzione di un centro commerciale al posto del Gezi Park.
 Twitter, YouTube o Facebook popolati di immagini o video che mostrano manifestanti turchi alle prese con l’arte urbana della scala colorata. 
Findikli è divenuto anche il simbolo del movimento per i diritti degli omosessuali, da anni in lotta per una crescente discriminazione in Turchia. 

 E pensare che Huseiyn Cetinel (che ha speso 800 dollari e quattro giorni per fare cambiare faccia a quella parte di quartiere) aveva solo intenzione di “rallegrare la zona”. 
Il risultato è quello di aver donato a uno dei centri della movida cittadina un aspetto scenografico destinato a rimanere positivo. Potere del colore. E dei media.

Atlantide cinese: scoperta una città sommersa nel lago Qiandao


Nel lago artificiale di Qiandao, è stata scoperta una Atlantide cinese, nascosta a circa 40 metri di profondità.
 La città sommersa è chiamata Lion City e sarebbe stata abitata per circa 1300 anni da quasi 300 mila persone.
 L’area che ospita le rovine era stata coperta d’acqua nel 1959, in occasione della costruzione della centrale idroelettrica, nei pressi del fiume Xin’an. Ora, questo gioiello nascosto della civiltà cinese è stato ritrovato da un gruppo di archeologi.





Grande quanto 62 campi da calcio, la “città dei leoni” è attraversata da 6 strade principali e i suoi 81 monti altro non sono che gli isolotti che spuntano dalla superficie del lago artificiale.
 Eretta tra il 25 e il 200 DC, i dintorni della città sono rimasti abitati fino al 1959, quando i 290 mila abitanti furono trasferiti per costruire il lago artificiale. 
Il nome di Lion City deriva dal monte nei pressi in cui sorgeva il borgo, ovvero la “montagna dei cinque leoni”. 
La ricerca di questa città perduta è iniziata nel 2002 e ci sono voluti diversi anni per trovarla, nascosta sotto l’acqua e la terra utilizzata per creare la base del lago.


Una volta ritrovata, la Atlantide cinese è ora diventata una meta turistica, grazie alle immersioni subacquee organizzate dall’agenzia Big Blue.
 Da aprile e novembre, quando la marea è più bassa e il borgo risulta a un profondità massima di soli 25 metri, è possibile immergersi nelle acque del lago e visitare l’affascinante città, accompagnati dalle guide subacquee. Tuttavia, per poter visitare la Lion City occorre essere dei sommozzatori di livello avanzato, abituati alle immersioni notturne e profonde. 
Per chi non può avere la fortuna di compiere questa immersione, esistono dei filmati che mostrano tutto il fascino di questa Atlantide cinese sommersa da oltre cinquant’anni.
 Chissà che un giorno non decideranno di prosciugare il lago e riportare alla luce la città dei leoni. 
Da una parte, in questo modo, aumenterebbe il flusso turistico, dall’altro, il sito archeologico perderebbe gran parte del suo fascino. Dopotutto, la Lion City deve gran parte della sua bellezza al fatto di essere sommersa sott’acqua, dettaglio che la rende davvero unica e particolare.

martedì 18 febbraio 2014

A pesca di immondizia spaziale con la rete magnetica


Qual è il modo migliore per liberare lo spazio attorno alla Terra dai rifiuti spaziali? Secondo gli esperti dell’Agenzia Spaziale Giapponese JAXA potrebbe essere sufficiente pescarli con… un retino.
 Molto grande, con caratteristiche fisiche speciali, ma pur sempre un retino. 


Secondo quanto riportato qualche giorno fa dal quotidiano South China Morning Post la JAXA sarebbe infatti al lavoro per realizzare una grande rete magnetica da impiegare nella cattura dei frammenti metallici provenienti da satelliti in disuso e altre apparecchiature che giacciono abbandonate in orbita attorno al nostro pianeta. Per questo progetto gli ingegneri del Sol Levante si sarebbero appoggiati ai colleghi della Nitto Seimo, specializzata nella costruzione di reti da pesca. 
La rete, lunga circa 300 metri, potrebbe essere testata già alla fine di questo mese: verrà portata nello spazio da un razzo e  lasciata in orbita per un anno attorno al nostro pianeta. Giorno dopo giorno raccoglierà pezzi di metallo e altri detriti e si abbasserà progressivamente di quota, fino a quando il suo stesso peso non la farà cadere nell’atmosfera terrestre. Qui l’attrito la incenerirà insieme a tutto il suo contenuto. 


Secondo gli scienziati i manufatti abbandonati in orbita attorno alla Terra e grandi più di 6 centimetri sono circa 29.000 e viaggiano a quasi 20.000 km/h di velocità: un vero e proprio sciame di proiettili pronti a mettere fuori gioco qualsiasi apparecchiatura lanciata nello spazio. Un pericolo e un costo non indifferenti. 
Se questo e i prossimi test daranno risultati positivi la rete della JAXA diventerà completamente operativa entro il 2019.
“Per ora la cosa più importante e utile da fare è tenere sotto controllo questa grande massa di detriti” spiega ai media John Crassidis, esperto di detriti spaziali all’Università di Buffalo. 
L a rete della JAXA non è comunque il primo progetto per la raccolta e lo smaltimento delle apparecchiature orbitanti fuori uso: l’ESA, l’ente spaziale Europeo, ha recentemente concluso con esito positivo i test del Gossamer Deorbiter Sail, una piccola vela di 5 metri quadri in grado di provocare la caduta nell’atmosfera di un satellite pesante fino a 700 kg.


Fonte : Focus.it

Il carciofo, uno dei vegetali più straordinari che la natura ci ha regalato


 Conosciuto da tempi antichissimi , sull'origine del carciofo continuano a mancare solide certezze. In compenso, abbondano congetture ed ipotesi: c'è chi afferma che ad iniziarne la coltivazione furono gli Egizi, e chi invece nega che Egizi ed Ebrei lo conoscessero; alcuni lo ritengono originario dell'Asia, altri sostengono che è nato in Occidente. Chissà...!

Ecco la sua interessantissima storia partendo dalle più antiche notizie che lo riguardano.


Chiari accenni al carciofo si rintracciano già nella tradizione sia greca che romana.
 Nella mitologia greca esso è l’incarnazione di Cynara, una ninfa cara a Zeus. 
Cynara era bellissima e Zeus se ne invaghì. Era bella, ma anche volubile e capricciosa e perciò il dio geloso la trasformò in ortaggio, verde e spinoso. 
Il colore ricorderebbe infatti gli occhi di Cynara e le sue spine le tante pene che il dio patì per la gelosia. 
Quest’ortaggio ha però un cuore dolce come quello della fanciulla che inizialmente lo aveva incantato.

 Passando alla storia romana troviamo che Teofrasto (300 a.C.) nella sua "Storia delle piante" descrive le caratteristiche e le virtù dei "cardi pineae", mentre Plinio il Vecchio (I° sec d. C.) nella "Naturalis Historia" ne documenta l'uso nella cucina romana; Decio Bruno Columella nel "De Re Rustica" asserisce che in quel tempo già era in auge la coltivazione del carciofo a scopo sia alimentare che medicinale. 
Teofrasto e Galeno lo raccomandavano ai pazienti come diuretico e rilassante; Columella, invece, lo considerava caro a Bacco e Plinio il Vecchio ne decantava le sue virtù nella cucina romana.

 Nel mondo egizio pare che al tempo di Tolomeo Everegete, re dell’Egitto dal 246 al 221 a.C. , ai soldati fosse ordinato di mangiare carciofi, per ricavarne una dose maggiore di forza e coraggio. 

Vegetale perfettamente integrato e gradito sia nelle tavole greche che romane, del carciofo si perdono le tracce nelle epoche successive. In seguito all’arrivo dei barbari in Italia sparì la sua coltivazione, reintrodotta successivamente dagli spagnoli in Sicilia. L’oblio di questo vegetale durò a lungo, praticamente fino alla fine del Medio Evo. 
Di questo periodo mancano notizie certe, mancano ricette e fonti letterarie, dal momento che la stampa non esisteva ed i manoscritti circolavano poco. 

E’ nel rinascimento che si assiste alla riscoperta del carciofo: la sua coltivazione si estende in diverse regioni italiane. Pietro Mattioli, noto medico senese del '500, scrive cosi su un suo trattato sulle piante medicinali: «veggonsi ai giorni nostri in Italia carcioffi di diverse sorti: spinosi, sia serrati che aperti, non spinosi, rotondi, lunghi, aperti e chiusi, e di quelli che rassemblano alle pine dei pini».


Nel secolo XV il carciofo era dunque ben diffuso in Italia. 
Venuto dalla Sicilia, approda in Toscana verso il 1466. In Francia si dice che fu introdotto da Caterina de' Medici, la quale gustava volentieri i cuori di carciofo. 
Madrina d'eccezione, Caterina de' Medici (1519-1589), che dalla sua Toscana lo portò in Francia nel 1547, quando andò sposa ad Enrico II facendone il cibo più a la page della capitale francese. Le male lingue dell’epoca ne dissero ’di cotte e di crude’ a proposito di Caterina de’ Medici.
 Educanda quattordicenne, tracagnotta e bruttina, con gli occhi a palla caratteristici della famiglia Medici, venne dai “cugini francesi” sdegnosamente definita la "grassa bottegaia fiorentina", quando arrivò a Marsiglia per sposare il bel coetaneo, delfino della corona, Henri de Valois, il futuro Enrico II d'Orléans. 
Figurarsi cosa pensavano di lei quelle malelingue, circa il fatto che impiegò 10 anni per … fare un figlio! Anche per questo, si narra che la "bottegaia" ricorresse a molti alimenti che riteneva afrodisiaci. Entravano nell'elenco: cardo, scalogno, zucchine, sedano, funghi, fave, cipolle, e carciofi. (Afrodisiaci o meno, sappiamo che Caterina mise alla luce ben nove eredi!)
 Le cronache del tempo riportano un pranzo di gala, con il carciofo protagonista, dato in suo onore dalla città di Parigi nel 1549. 

L’avanzata del carciofo si estendeva nel nord Europa. Dall’Olanda i carciofi raggiunsero anche l’ Inghilterra: abbiamo notizie che nel 1530 venivano coltivati nel Newhall nell'orto di Enrico VIII. 
Poi la coltivazione di questo straordinario ortaggio varcò l’oceano e raggiunse l’America.
 Nel continente americano, il carciofo cominciò ad essere coltivato circa due secoli dopo (1700) da parte dei colonizzatori, in particolare dagli immigrati francesi, in Louisiana, verso gli inizi del 1800. 
Ancora oggi, a New Orleans, in molti dei ristoranti del quartiere francese il carciofo viene servito come contorno per ostriche e altri frutti di mare.
 Gli Spagnoli, invece, provvidero a trapiantarlo in California nell'area di Monterey, dove, favorito dalle ottime condizioni climatiche, attecchì al punto da divenire una vera "pianta invasiva", quasi una minaccia per l’habitat della zona. Ciò, però, non impedì alla cittadina costiera di Castroville (5000 abitanti) di auto-proclamarsi "Centro Mondiale dei Carciofi'' e di festeggiare, nel mese di maggio, questo titolo con un frequentatissimo "Festival del Carciofo", (Artichoke Festival) con tanto di elezione della "reginetta": la prima Artichoke Queen ad essere eletta, nel 1949, fu una certa Marylin Monroe! 

 Oggi la coltivazione del carciofo è diffusa in gran parte del mondo, con tecniche moderne. Se ne producono annualmente circa 13 milioni di quintali, dei quali il 46% in Italia. Il carciofo riveste, quindi, una notevole importanza nell'economia agricola italiana: è tra le specie ortive più coltivate, collocandosi al 3° posto.


Vediamo ora, insieme, le principali caratteristiche di questo straordinario vegetale

 Il carciofo (Cynara cardunculus L. ssp. scolymus (L.) Hegi) è una pianta della famiglia delle Asteraceae.
 Le Asteracee (Asteraceae Martynov, 1820), note anche come Compositae Giseke, (1792, nomen conservandum), sono una vasta famiglia di piante dicotiledoni dell'ordine Asterales. Il carciofo, perciò, è parente stretto sia del cardo sia (chi l'avrebbe sospettato?) dell'assai più romantica margherita!

 L’attuale carciofo coltivato (Cynara scolymus), nelle sue ampie varietà, deriva con buona certezza dal suo progenitore selvatico (Cynara cardunculus); la sua “domesticazione” pare sia avvenuta in Sicilia, a partire dal I secolo circa. 

Il carciofo, abbastanza ricco di ferro, risulta di buon valore nutritivo e di basso apporto calorico. 
Per la cultura popolare possiede virtù terapeutiche e salutari grazie alla ricchezza della sua composizione: sodio, potassio, calcio, fosforo, ferro, vitamine (A, B1, B2, C, PP), acido malico, acido citrico, tannini e zuccheri consentiti anche ai diabetici; È quindi per la tradizione: tonico, stimolatore del fegato, sedativo della tosse, contribuisce a purificare il sangue, fortifica il cuore, dissolve i calcoli e disintossica.
 La medicina popolare ha attribuito al carciofo particolari virtù terapeutiche, forse a causa dell’aroma caratteristico. 

Oggi il carciofo viene apprezzato come fonte di cellulosa e di fibra alimentare. Ha uno scarso contenuto vitaminico ma è piuttosto ricco, invece, di sali di potassio e di ferro (scarsamente utilizzabili); Il suo apporto calorico è trascurabile. Contiene, inoltre, la cinarina, sostanza particolarmente amara contenuta nelle foglie, nello stelo e nell'infiorescenza, che svolge nell’organismo un'azione benefica sulla secrezione biliare, favorisce la diuresi renale e regolarizza le funzioni intestinali. Altro principio attivo è la cinaropicrina. 
I suoi contenuti vitaminici, infine, son utili per ridurre la permeabilità e la fragilità dei vasi capillari. Il carciofo è utilizzato anche in cosmesi. Il suo succo svolge un'azione bioattivante, vivificante e tonificante per la pelle devitalizzata e foruncolosa.
 Per trarre beneficio di queste straordinarie qualità curative, bisognerebbe assumere una quantità di carciofo fresco pari a 100-300 g al dì, per un periodo abbastanza prolungato.
 Il carciofo alla luce dei più recenti studi deve essere considerato un autentico toccasana. Il suo uso dovrebbe entrare nella quotidianità alimentare d’ogni individuo, e in particolar modo in quei soggetti che hanno o potrebbero avere, per ragioni ereditarie, un livello di colesterolo superiore alla media. 
Alle sue straordinarie proprietà benefiche si associa inoltre una grande e sapida gradevolezza. Il suo uso in cucina è uno dei più vari, capace di accompagnare una straordinaria varietà di pietanze.

lunedì 17 febbraio 2014

Le preghiere...


Un esploratore, nella foresta, vedendo arrivare un leone, pieno di paura inizia a pregare: "Signore infondi sentimenti cristiani a questa bestia feroce!"
 Il leone allora si inginocchia, fa il segno della Croce e prega a sua volta: "Signore, benedici il cibo che sto per mangiare..." 

Impariamo italiani come si parla in "" Itagliano""

Santorini una grande civiltà scomparsa

Nel mare Egeo, a circa 80 km dall’isola di Creta, vi è una piccola isola, dell’arcipelago delle Cicladi, dalla forma di mezzaluna, e nelle sue vicinanze altri due isolotti, Therasia e Aspronisi,a dividerli solo una laguna.

Il nome dell’isola è Thira, conosciuta anche come Santorini, ma, nell’antichità era conosciuta anche con il nome di Kalliste (“la Bellissima”)
Millenni fa, quest’isola fu la sede di una cultura altamente progredita per i canoni dell’epoca, oseremmo dire “all’avanguardia”.
Quasi 3600 anni fa), l’isola non aveva questa forma né queste dimensioni.
Era un’isola di forma circolare, al cui centro si ergeva una montagna, essa doveva avere fiumi e vallate verdi di papiri e palme. Oggi giorno, per chi sbarca su quest’isola , è visibile un cartello con la scritta, in inglese, che la celebra come l’isola più bella del mondo e, seppur ammaliati dalla sua selvaggia bellezza, non può non sembrare una forzatura, visto che il paesaggio è quello tipicamente vulcanico, brullo e spoglio.
Non si vedono né olivi ne cipressi e pochissimi sono in generale gli alberi e i cespugli, mentre viti e pomodori crescono nei pochi campi coltivabili sottratti alla pomice lavica, disposti a terrazza, con muri di contenimento che a volta raggiungono i 6 metri, rendendo persino difficile il camminamento delle persone.
Sicuramente non era così 3600 anni fa, visto che persino i faraoni egiziani la celebravano come un posto paradisiaco.
Quello che oggi ne rimane è uno scheletro, sconquassato da una delle più tremende esplosioni vulcaniche che si siano mai registrate sulla terra, ed è, da allora, rimasta priva del suo nucleo centrale, sprofondato per centinaia di metri nel mare, formando quella che, geologicamente parlando, viene definita una caldera.
Dove una volta vi era il nucleo centrale dell’isola sorgono oggi due isolotti neri che emersero successivamente chiamati con i nomi Nea Kameni e Palia Kameni (la più piccola, sorta durante un’eruzione del 196 a.C.).
Tutta l’isola non è altro che un vulcano, ancora attivo.
3600 anni fa, il nucleo centrale esplose con un immane boato, proiettando la parte centrale dell’isola in aria e sprofondando il resto sotto l’immane massa d’acqua che si dovette riversare nel bacino creatosi.
Dove una volta vi era terra oggi vi sono rupi denudate che testimoniano l’improvviso sprofondamento,
Archeologicamente parlando l’isola è interessante perché, sin dal 1967, anno in cui iniziò una vera e propria campagna di scavi, venne portata di nuovo alla luce, strappata da strati di polvere vulcanica e pietra pomice, a volta spessi anche trenta metri, depositatesi nei secoli, una vera e propria città dell’epoca minoica, con tanto di vasellame, affreschi, utensili, oggetti di arredamento perfettamente conservati.

E’ singolare constatare che la stessa eruzione che provocò la distruzione di gran parte dell’isola e l’annientamento dell’allora civiltà fiorente che ivi prosperò, ha, di fatto, permesso, coprendola con le sue polveri eruttive, con i suoi detriti lavici, che la storia di questo posto potesse giungere a noi, migliaia di anni dopo, con i sue edifici, i suoi manufatti, i suoi affreschi, .

L’uomo che ridiede vita a questa città, che la riportò alla luce dopo secoli di oblio, fu l’archeologo greco Spyridon Marinatos, che le dedicò tutta la sua vita, tanto da morire in loco, per strapparla all’abbraccio delle prove della tremenda sciagura avvenuta millenni fa. Santorini, con la morte del suo padre putativo, è come se fosse morta di nuovo, come se quasi 40 anni di scavi non fossero serviti a niente, rimanendo esclusa, volontariamente dai normali itinerari archeologici citata semplicemente molto più semplicemente come “sede di scavi archeologici relativi al periodo tardo minoico”. Perché oggi forse Santorini non sarà più l’isola più bella del mondo, ma è, sicuramente , la sede di alcuni dei più affascinanti enigmi della storia.
La civiltà che fiorì su quest’isola che alcuni autori, accademici non, vedono quest’isola come la sede della mitica Atlantide narrata da Platone, altri ne sono convinti.
Akrothiri e la civiltà che vi dovette prosperare la rendono , di fatto, uno dei luoghi più enigmatici del nostro pianeta.
Alcuni vulcanologi e archeologi francesi e greci accorsero sull’isola per studiare il fenomeno e la loro attenzione si rivolse ad alcuni blocchi di pietra, costituenti delle mura, che gli operai della cava di pomice avevano portato alla luce
Un vulcanologo, Fouquè, entrò in possesso, tramite un contadino, di alcuni reperti antichi e dopo alcune opere di scavo scoprì delle cripte, strumenti di ossidiana, uno scheletro e frammenti di vasi. Stimolati da queste scoperte due studiosi francesi, Henrì Mamet ed Henrì Grocex cominciarono altri scavi nel 1870, scoprendo, coperti da pomice, pareti ricoperte di gesso, dipinte con affreschi dai colori vivaci e realistici, con effetti ottici straordinari.

Chi diede impulso alla ricerca su Thera fu l’archeologo greco Spyridon Marinatos che , in più riprese, partendo dal 1930, ne studiò la storia, fino a quando, nel 1956, diventando direttore del dipartimento delle antichità, non decise di dedicarsi anima e corpo a trovare le tracce di un antico insediamento sull’isola.

Marinatos ebbe il grande merito di capire che gli scavi da lui effettuati andavano protetti, al contrario di quanto era successo a Pompei.
Coprì così gli scavi con lamiera ondulata sottile e fibra di vetro per consentire comunque il passaggio dei raggi solari.
A sostegno di questa copertura, impiantò un sistema di travi in acciaio autoportanti, sistema che gli consentiva facilità nell’installazione e nell’estensione dell’area da proteggere.
In questo clima e con quest’ingegnosità Marinatos si accinse a svelare al mondo il “suo” piccolo, grande, tesoro, anche se si rese subito conto che tra lui e la fine degli scavi sarebbero intercorsi generazioni di archeologi e forse persino qualche secolo.
Ma valeva veramente la pena, e per stabilire questo bastarono poche picconate, per portare alla luce ciò che si celava sotto la cenere e la pomice di Santorini erano i resti di una civiltà ben strutturata e ingegnosamente abile.
I suoi membri vivevano in una sorta di paradiso idilliaco, e questo li aiutò a sprigionare grandi verve di energia creativa, talento artistico e gusto sofisticato.

Durante l’età del bronzo, gli abitanti dell’isola godettero di uno standard di vita e di benessere invidiato ancora oggi da molte comunità moderne, o comunque raggiunto solo nel corso degli ultimi tre secoli.
In quest’isola inondata dal sole, gli abitanti di Thera si costruirono case alte ed eleganti, con stanze ben proporzionate, e adornate con esempi fantastici della creatività pitturale dell’epoca.
La loro piccola patria era un punto cruciale per i traffici marittimi dell’Egeo, e, per generazioni, godettero di una prosperità senza eguali, dovuta ai numerosi scambi commerciali che intrattenevano con i mercanti che ivi sbarcavano e con le terre che le loro navi raggiungevano.
Man mano che i lavori procedevano ci si accorgeva di essere dinanzi a qualcosa di straordinario.
Non ci volle molto per affermare che la città era stata una località di spicco.
Chiunque avesse avuto la fortuna di sbarcare a Thera in quell’epoca felice, sarebbe rimasto impressionato dalla fila di imponenti edifici che si ergevano sulla costa.
Grandi case con solide fondamenta e architravi in legno si erigevano su due, tre o forse anche quattro piani, utilizzate de singole famiglie o da assembramenti popolari.
Per la sua densità abitativa e per il numero di edifici, Thera avrebbe ben figurato a cospetto dei maggiori porti di mare europei del periodo medioevale.
Disegno di Francesco Corni

Le case si districavano su un labirinto di vie e vialetti, ognuna di loro munita di solide porte e scale, con ampie finestre che davano luce ed aria a stanze di grandi dimensioni.
L’arredamento, in legno, era di squisita fattura, come si è potuto concludere dai calchi in gesso rilevati dalle forme impresse nella coltre di cenere vulcanica, unica traccia dopo che il legno era oramai deteriorato da tempo.
Nelle case erano presenti affreschi che rappresentavano episodi di vita marinara, lunghi viaggi, donne della lunghe vesti drappeggiate, dal seno nudo e da sfavillanti gioielli.
Gli affreschi che rappresentavano scene di vita naturale erano caratterizzati da una costante presenza di animali oggigiorno non più esistenti sull’isola, come antilopi, scimmie, rondini o da piante come papiri e gigli.
Quando venne trovata la prima casa così riccamente decorata si pensò subito che essa appartenesse a qualche nobile, ma poi ci si accorse, ben presto, che questo rappresentava non un optional ma un qualcosa di serie nelle abitazioni di Thera.
Ma il popolo di quest’isola aveva anche il buon gusto per le cose belle e la pulizia.
Le case erano, infatti, dotate di bagni con vasche in terra cotta e toilette in pietra che un tempo dovevano avere l’asse in legno.
Le toilette venivano ritrovate sempre al secondo piano degli edifici, ed erano collegate, mediante tubi in argilla incassati tra le spesse pareti, ad una sofisticata rete fognaria comunale che correva sotto le strade!
Sembra che quindi i minoici abbiano anticipato quest’invenzione di almeno una trentina di secoli!!
Per dare un ‘idea di cosa significasse pensate solo che la Venezia dei Dogi, la Parigi dell’inizio XVIII secolo, e persino al Reggia di Versailles all’inizio erano del tutto sprovviste di queste comodità. Comodità che invece ritroviamo in siti antichissimi e altrettanto misteriosi come Mohenjo-Daro, in Pakistan e che colpirono di stupore i primi conquistadores che si ritrovarono dinanzi alle bellezze di Tenochtitlan, tanto che alcune testimonianze la descrissero più lussuosa di qualsiasi città europea di allora, persino di Roma o Costantinopoli.
Ma torniamo a Santorini. Vi doveva essere, all’epoca una sorgente d’acqua che a quanto pare riempiva le cisterne della città e scorreva continuamente grazie ad un ingegnoso impianto di fognatura.
In quella che viene comunemente definita come casa occidentale, probabilmente , veniva utilizzata la pressione del vapore di qualche sorgente vulcanica affinché si potesse utilizzare una sorta di autoclave che spingeva l’acqua nelle cisterne sui tetti delle case. L’intrico di tubi presente nelle case fa pensare che il vapore, mentre veniva convogliato in apposite cisterne di condensazione, dove si sarebbe trasformato in acqua per il bagno, nel suo percorso attraversava i muri, riscaldando così d’inverno le stanze delle case. In effetti sembra che qualcosa simile a valvole sia stato trovato anche se spesso, per prudenza o per voglia di nascondere, si preferisce dare un altro significato a determinati oggetti.
E’ solo un caso che Platone, descrivendo Atlantide, affermi che essa si forniva d’acqua da due sorgenti, una calda e una fredda?
La pesca, insieme alle forme di agricoltura e allevamento, forniva gli approvvigionamenti alimentari di cui la popolazione abbisognava.
Inoltre ogni casa aveva una macina per ridurre in farina l’orzo per fare il pane.
Tutte le ceramiche erano un concentrato di colori e grazia, sia che fossero bacinelle o coppe, brocche o piatti, o semplici vasi.
Lo stile delle ceramiche di Thera sembra precorrere quello presente sulle opere di Creta, rinforzando l’ipotesi che gli abitanti di quest’isola abbiano poi esportato il loro stile anche al di fuori del loro territorio.
Il resto di cui questa civiltà aveva bisogno era sicuramente fornito da un importante commercio con altre parti del mondo allora conosciuto, e quindi l’abilità marinaresca di questo popolo era considerevolmente superiore a molti altri popoli dell’epoca. D’altronde molti affreschi mostrano scene di viaggi per mare.
Al contrario della nostrana Pompei, a Thera non sono stati ritrovati scheletri di corpi umani o di animali, o oggetti veramente preziosi.
Questo fa supporre che la maggior parte della popolazione riuscì a fuggire a tempo.
Forse precedenti scosse telluriche, l’apertura di fratture nella terra, da cui incominciarono a scaturire esalazioni di gas e fuochi che incominciarono a levarsi dal cono del vulcano, impaurirono oltremodo la popolazione dell’isola che decise di trovare riparo in altri luoghi.

Ma quello che stupisce di più è che gli abitanti dell’isola lasciarono le loro case con la ferma speranza di ritornarci, un giorno.
Vasi pieni cibi posti ordinatamente, ceramiche riposte nei ripiani con solerzia,i mobili sistemati e in ordine e, dall’altra parte, la completa mancanza di oggetti di valore, fa pensare ad un esodo tranquillo e disciplinato, benché rapido ed efficiente, piuttosto che ad una fuga travolti dal panico.

La civiltà minoica, privata della sua arma migliore, la flotta navale, distrutta dalle onde di maremoto, e terrorizzata da quell’immane catastrofe rimase ben presto vittima delle invasioni di altri popoli, tra i quali i greci, che ben presto distrussero una civiltà che aveva raggiunto un apice eguagliabile (se non superiore) a quello raggiunto dalla società egizia. 
Thera potrebbe rivivere, o quanto meno restituirci parte della sua bellezza se l’intero sito fosse riportato alla luce, ma forse la realtà è che, oggi, ben poche persone ne hanno sentito parlare, così che dove la pomice non è più presente a nascondere quest’antico teatro di civiltà, vi è ora la cappa dell’indifferenza e della disinformazione storica e culturale.
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