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martedì 11 giugno 2013

Internet aiuterà a decifrare gli ultimi misteri della scrittura maya



Sebbene i ricercatori abbiano cominciano la decodifica dei glifi maya già da un sessantina di anni, molti aspetti del sistema di scrittura di questa enigmatica civiltà risultano ancora avvolti nel mistero. 
 Venuti alla conoscenza del grande pubblico grazie al loro calendario ciclico, la cui fine sarebbe coincisa con la fine del mondo, i Maya hanno dominato gran parte dell'America centrale e meridionale per oltre 1000 anni, prima che lo loro civiltà crollasse circa 600 anni fa, a seguito dell'occupazione spagnola del nuovo mondo.
 Per secoli, gli studiosi hanno capito poco o nulla della scrittura Maya, dei loro eleganti calcoli matematici e dei loro calendari. I primi segreti sono statti svelati tra gli anni 1950 e 1960, con un accelerazione a partire dal 1970.

Ancora molto resta da capire dell'immenso corpo di sculture e di iscrizioni immerse per secoli nelle rovine della giungla e negli arma dei musei. Ma un'idea semplice di uno studioso potrebbe dare un grande impulso allo studio della civiltà maya, grazie alla condivisione in rete delle conoscenze. 
 David Stuart, archeologo presso l'Università del Texas, è uno dei maggiori esperti al mondo della scrittura maya. “Ho conservato per anni scatole piene di note e documenti nel mio ufficio, senza poter mai pubblicare ogni nuova piccola scoperta”, spiega il ricercatore, “così ho pensato che se avessi avuto un blog, avrei potuto parlare delle nuove scoperte e mettere in evidenza alcuni aspetti dei miei vecchi studi”
 Stuart ha messo online il suo blog cinque anni fa, grazie al quale gli studiosi di tutto il mondo e gli amatori possono pubblicare nuove iscrizioni, affinare traduzioni e dibattere le sottigliezze della lingua maya, il tutto finalizzato a ricostruire la storia di questo popolo straordinario, un lavoro che richiede anni ma che grazie a internet può essere notevolmente accelerato. “Il blog raccoglie le idee molto in fretta e ciò è molto interessante”, confessa l'archeologo Stephen Brown, archeologo della Houston University. “Non c'è bisogno di aspettare anni per la pubblicazione. Si possono condividere le idee con i colleghi praticamente in tempo reale”. La verità sul conto dei Maya Quando gli spagnoli arrivarono in America centrale nel 16° secolo, fecero del loro meglio per cancellare l'intero patrimonio culturale dei Maya, distruggendo quasi tutti i testi in quanto ritenuti 'pagani'. Gli unici sopravvissuti al massacro culturale furono tre libri scritti in carta di corteccia, riscoperti nel 18° secolo in Europa con il nome di 'Codice di Desdra', 'Codice di Parigi' e 'Codice di Madrid'.

Stuart descrive i tre codici come 'manuali per sacerdoti', che si concentrano principalmente sui sofisticati calcoli astronomici che hanno reso famosi i Maya. 
 Il vescovo di epoca coloniale, Diego de Landa, riuscì ad ottenere la collaborazione di alcuni scribi maya per traslitterare i glifi maya nell'alfabeto spagnolo. 
Grazie a questo 'vocabolario', i primi studiosi riuscirono a comprendere il sistema di datazione chiamato 'lungo computo'. Nella prima fase degli studi, crebbe un alone mitico attorno alla civiltà Maya, considerati come un popolo amante della pace e preoccupati solo della scienza e dei rituali. Ad alimentare il malinteso fu anche la scoperta che la data dell'ultimo giorno del calendario del Lungo Computo (13.0.0.0.0) corrispondeva con quella del 21 dicembre 2012 del calendario gregoriano. Queste conclusioni sulla civiltà maya si rivelarono sbagliate. 
Presto i ricercatori scoprirono che i maya erano venali e brutali come tutti gli altri essere umani: combatterono guerre, conquistarono territori e trattavano male i loro prigionieri. 
 In verità, scoprirono (e lo abbiamo scoperto anche noi!) che la data del 13.0.0.0.0 non corrispondeva alla fine del mondo, ma all'inizio di un nuovo ciclo del Lungo Computo. 

 Gli scribi maya hanno prodotto la loro letteratura durante l'apice della loro civiltà, scrivendo su grandi eventi, su re e nobili, in una lingua che non è mai cambiata nel corso dei secoli. “Gli attuali discendenti dei Maya sono in grado di riconoscere alcune parole, ma non riescono a capire il testo”, spiega Stuart. “E' come se gli scribi avessero scritto in latino classico, mentre i Maya moderni parlano le lingue romanze”. Quando Stuart ha cominciato la sua carriera, più di 30 anni fa, comunicava i suoi progressi per iscritto ad una piccola cerchia di persone. “Il grande progresso tecnologico, all'epoca, era la fotocopiatrice”. Ora, invece, Stuart posta disegni, foto di glifi e idee sul suo blog, rendendole disponibili a tutti coloro che hanno accesso a Internet, consentendo i commenti di qualsiasi internauta del mondo e favorendo la partecipazione di quei studiosi che vivono nelle aree più remote del pianeta che spesso, per questioni logistiche, vengono tagliati fuori dal dibattito. 

 Fonte : ilnavigatorecurioso

Ma anvedi chi parla...hahahahah

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NECESSITA' IMPROROGABILI ........La tasca, la panza, i privilegi, poi se c'è tempo e VOGLIA L'Italia

Passa la prima riforma delle larghe intese al Senato: riapre.........
il ristorante dei senatori

Per le riforme necessarie al Paese servono saggi e tempo, ma una cosa si può fare subito: riaprire la mensa al Senato Dopo che la lussuosa mensa di Palazzo Madama aveva chiuso i battenti il 31 gennaio 2013, in attesa della nuova legislatura, arriva oggi la felice notizia della sua riapertura.
Non che i senatori fino ad oggi abbiano patito la fame, anzi, il Senato aveva messo a loro disposizione il ristorante dei dipendenti, solo che, a parte i senatori del Movimento 5 Stelle, gli onorevoli hanno preferito glissare l'invito.
Forse l'ambiente non era adatto a lor signori onorevoli? E così è stata deliberata la riapertura, da metà giugno, della "lussuosa mensa" per i senatori.
La notizia, arrivata direttamente dagli ambienti grillini di Palazzo Madama e diffusa oggi sul social network Facebook, fa felici naturalmente i 64 dipendenti della Ditta Gemeaz (Gruppo Elior) che ha l'appalto della ristorazione al Senato, che il 31 gennaio erano stati posti in cassa integrazione, ma fa ancor più felici gli onorevoli senatori che potranno ritornare a mangiare nella loro mensa preferita, dove si mangia bene e si paga poco.
Non è la prima volta che la mensa dei senatori occupa spazio tra gli onori della cronaca.
Nel 2011, il Presidente del Senato Schifani fu costretto a ritoccare, ma senza esagerare, i prezzi delle portate del ristorante per i senatori, dopo che sui social network giravano alcuni scontrini sul costo di un pranzo senatoriale il cui ammontare non raggiungeva i 10 euro. Pensate che un primo di trofie con asparagi e speck costava soltanto 87 centesimi, mentre per una tagliata di manzo con rucola e grana un senatore doveva sborsare poco più di 3 euro.
Ora i prezzi sono leggermente aumentati ma ci sono troppi privilegi che toccano non soltanto i parlamentari ma anche i dipendenti delle due Camere. È di ieri la notizia che alla Camera si è insediato il Comitato per gli affari del personale per studiare la riduzione dei costi del personale dipendente, ma di un Comitato che si occupi della riduzione dei privilegi della Casta, neanche l'ombra.

lunedì 10 giugno 2013

TOTEM - Alberi Parlanti

Situati su spiagge deserte o nelle radure delle foreste della loro terra d'origine, i totem della Columbia Britannica (provincia canadese sulla costa del Pacifico; hanno un aspetto magico e misterioso;
 sono forse le opere d'arte primitiva piú sensazionali che si conoscano. 
Anche nei musei di New York, Londra e Parigi, dove richiamano l'attenzione piú di qualsiasi altro oggetto di esotica provenienza, i visitatori ne guardano a bocca aperta le facce grottesche e le mitiche figure: la Donna Cannibale il Grande Corvo,l'Uccello del Tuono, scolpiti da antichi maestri 
con strani nomi quali 
Haésemhliyawn o Oyai.  

Il totem della dinastia dell'Uccello del Tuono, nello Stanley Park di Vancouver. Scolpito nel 1936 da Matthias Capilano, capo della tribú Squamish dei Salish, narra la storia della creazione ad opera dell'Uccello del Tuono. 

Oggi, soprattutto per merito di un artista del secolo scorso, Mungo Martin, i pali totemici hanno ripreso a fiorire lungo la costa del Pacifico. 
Collezioni di antichi totem classici richiamano migliaia di turisti a Vancouver, Victoria e Prince Rupert, e recentemente ne sono sorti di nuovi anche in altri paesi. I totem sono in realtà alberi genealogici. 
Poiché il rango sociale aveva grande importanza agli occhi di popolazioni quali gli Haida, i Tsimshian e i Kwakiutl, i capi tribú usavano le raffigurazioni del Lupo, dell'Aquila, dell'Orso e dell'Orca per sfoggiare i loro legami di parentela con la mitologia degli indiani. Allora, come oggi, il genio degli scultori piú dotati si riconosceva nella stilizzazione realistica. Nelle loro mani, semplici tronchi di cedro si trasformano in figurazioni simboliche tratte dalla vita e dalla leggenda. «Quando venivano unite le une alle altre» scrisse una volta la pittrice Emily Carr, parlando dell'opera di un ignoto scultore Kwakiutl «costituivano la storia di un gruppo umano.» 
I totem avevano soprattutto la funzione di ricordo. Cominciando dalla sommità, dominata di solito da un corvo o un'aquila, un indiano poteva scoprire tutti gli ascendenti e le gesta del proprietario del palo.
Poi, identificando altri personaggi mitici scolpiti nel legno, poteva rievocare spaventosi racconti su Tsonoqua, la selvaggia donna dei boschi..., Tseakami, il grande cedro divenuto uomo..., Yehl il corvo, che scoprì l'uomo in una conchiglia.

Particolare di un totem Tsimshian nel Thunderbird Park Copia di un totem rinvenuto lungo il corso superiore del fiume SkeenaVictoria Columbia Britannica 

Eppure questi “alberi parlanti” restano stranamente silenziosi sulle loro origini. Sebbene i totem siano simili a sculture presenti nel Pacifico meridionale e molto diversi dalle opere d'arte di altre tribù nordamericane, gli etnologi sono quasi concordi nel pensare che i primi 'indiani' del Nord-Ovest giunsero dall'Asia attraverso lo stretto di Bering circa 10.000 anni fa. 
Insediatisi su una costa resa prospera dalle immense ricchezze che offrivano la foresta e il mare, quegli indiani diedero origine a una cultura quanto mai raffinata. Intorno al 3000 a.C, i cosiddetti “mangiatori di salmone” vivevano in case comunitarie costruite con assi di cedro ed erano diventati abilissimi nella lavorazione del legno. 
L'età d'oro per gli scultori di totem fu il XIX secolo, quando gli indiani sostituirono gli strumenti di pietra e di osso con utensili di ferro provenienti dall'Europa.
 Alti anche 25 metri, i totem piú belli raggiungevano un così elevato contenuto simbolico da meritare il nome di “parabole di legno”. Oltre a commemorare figure leggendarie, i totem servivano talvolta a dileggiare persone viventi. 
 Nella Columbia Britannica settentrionale una donna eresse un palo per irridere l'ex marito, di nome Denti Aguzzi, mentre un capo tribú dell'Alaska mise in ridicolo un pope russo che invano aveva cercato di convertirlo. 
Quale che fosse il suo scopo, un bravo scultore poteva impiegare un anno intero nella lavorazione di un tronco di cedro, abbellendo la sua opera con colori ricavati da minerale di ferro, argilla azzurra, carbone di legna o conchiglie bruciate. 
Il totem veniva infine eretto durante un potlatch (una festa con banchetti, danze e discorsi) e il suo proprietario doveva dar prova della sua ricchezza e posizione sociale distribuendo ricchi doni a tutti gli ospiti. 
 Quando le tribú indiane cominciarono a conoscere l'alcol e le malattie dei bianchi, il loro numero scese da 60.00o nel 1850 a 25.000 nel 1900. Nel 1862, il solo vaiolo causò la morte di 15.000 indiani della costa.
 Intanto le loro antiche arti e tradizioni venivano condannate sia dalla chiesa che dallo stato. Prima i missionari cristiani, assimilando i totem alle immagini pagane, ne fecero distruggere molti. Poi, nel 1884, il governo di Ottawa proibì i potlatch - la vera ragione per cui si erigeva la quasi totalità dei pali totemici - sostenendo che l'ingente distribuzione di doni riduceva in miseria molti indiani.

 Massiccio totem funerario conservato all' Università della Columbia Britannica. 
Quando moriva una persona d'alto rango, la salma era posta dietro la trabeazione che recava l'immagine del totem legato al defunto, in questo caso lo squalo. 

 Da ultimo vennero i collezionisti. Antropologi e cacciatori di curiosità si misero a rastrellare la costa e centinaia di magnifici totem antichi furono rubati nei villaggi abbandonati o comprati a poco prezzo per andare ad arricchire collezioni private e gallerie pubbliche di tutto il mondo.
 Intorno al 1900 ci fu chi pagò tre dollari al metro pali totemici Haida oggi valutati circa un milione di dollari. 
Ma non tutti gli indiani erano disposti a separarsi dai loro tesori. «Io ti darò i totem dei miei prozii» dichiarò senza esitazioni un orgoglioso capo Tsimshian «quando tu mi cederai la pietra tombale del governatore Douglas.»
 Ben presto rimase solo un nutrito gruppo di totem Gitksan in otto villaggi lungo il corso superiore del fiume Skeena. 
 Quando nel 1925 i totem furono posti sotto la protezione del governo federale, pochi indiani del luogo conoscevano ancora il significato di quegli strani simboli o ne sapevano scolpire di nuovi. 

Nell'isola di Vancouver, invece, alcuni artigiani Kwakiutl mantennero in vita la loro arte. Uno era il capo tribú Mungo Martin, o Naka' penkim. Dedicatosi formalmente all'arte fin dalla fanciullezza, eresse il suo primo grande totem durante un potlatch tenuto illegalmente ad Alert Bay nel 1897. Per 50 anni costruí magnifiche facciate di case, maschere, scatole ornamentali e alcuni dei piú bei totem mai visti. 
Ma anche se i visitatori arrivavano a pagare 300 dollari le sue 'miniature' di un metro e mezzo, Mungo Martin doveva guadagnarsi da vivere facendo il pescatore. 
 Nel 1947, a 68 anni, fu chiamato dall'Università della Columbia Britannica per sistemare nel campus la nuova collezione di totem Haida e Kwakiutl acquistati dall'ateneo. In seguito, assunto come primo scultore dal Museo provinciale della Columbia Britannica a Victoria, vi rimase dieci anni scolpendo totem, istruendo nuovi scultori 
e restaurando le opere dei maestri del passato.

Wawadit'la, noto anche come Mungo Martin House, una "grande casa" Kwakwaka'wakw. Costruito da Mungo Martin nel 1953. Situato a Thunderbird Park a Victoria, British Columbia 

Quando Martin venne inaspettatamente licenziato, l'editore del Times di Victoria, Stuart Keate, lo aiutò finanziariamente ordinandogli la costruzione del totem piú alto del mondo. Mentre Keate raccoglieva 8500 dollari da vari donatori, tra cui Winston Churchill e Bing Crosby, Martin passò sei mesi a scolpire un totem di circa 40 metri. 
Collocandovi alla base l'immagine del Corvo (il proprio antenato), lo coronò con un'aquila dal grande becco che somigliava molto a Keate, dotato di un grosso naso aquilino. Martin continuò a scolpire fino alla sua morte, avvenuta nel 1962, a 83 anni. Frattanto aveva istruito due generazioni della propria famiglia (il genero Henry Hunt e il nipote Tony) oltre allo stilista Kwakiutl Doug Cranmer. «Noi tre abbiamo insegnato quest'arte a circa 300 scultori» dice Tony «perciò il 90 per cento dell'arte indiana contemporanea nella Columbia Britannica
 si deve a Mungo Martin.»

 Totem - Tlingit Native American Heritage Centre

 Un altro grande patrono è Walter Koerner, un magnate d'origine cecoslovacca, che cominciò a collezionare sculture indiane nel 1941.
 In seguito, Koerner inviò spedizioni per trarre in salvo totem che stavano marcendo in regioni desertiche, fece tornare in patria pregevoli opere custodite in gallerie straniere e ne commissionò di nuove a scultori di talento come Bob Davidson, pronipote di un maestro scultore Haida. 
Davidson aveva solo 22 anni nel 1969, quando eresse un grande totem a Masset, nelle isole della Regina Carlotta, il primo collocato in quel luogo in 80 anni.

 'Ksan - Hazelton - Columbia Britannica 

 Da allora, con altri artisti indigeni, Davidson insegnò nello storico villaggio indiano 'Ksan, a Hazelton, nella Columbia Britannica, un gruppo di sei edifici in legno di cedro, fronteggiati da totem, che ospitano la prima scuola di arte indiana nord-occidentale. 
 Qui uomini e donne Gitksan delle tribú Tsimshian costruiscono ancora opere che non hanno nulla da invidiare ai grandi totem scolpiti 200 anni fa dai loro antenati.

LA MISTERIOSA QUINTA DE GALEIRA



La Quinta da Regaleira – chiamata comunemente anche Palácio da Regaleira (dal nome dell’edificio principale), a sua volta detto anche Palácio do Monteiro dos Milhões (dal nome del proprietario; letteralmente: “Palazzo del/di Monteiro dei milioni”) – è una tenuta (in portoghese: quinta) di 4 ha. con palazzo, giardini e grotte, situata nel centro storico della città portoghese di Sintra (a nord-ovest di Lisbona) e costruita – nella veste attuale – tra il 1904 ed il 1910 su progetto dell’architetto italiano Luigi Manini (1848-1936) e su commissione di António Augusto Carvalho Monteiro (1848-1920), che aveva acquistato la proprietà nel 1892. La tenuta prende il nome dalla figlia di uno dei proprietari precedenti, divenuta in seguito baronessa di Regaleira. Il palazzo e i giardini della Quinta da Regaleira, oggi proprietà del comune di Sintra e sede della Fondazione Cultursintra (Fundação Cultursintra),
 sono annoverati – come tutto il centro storico di Sintra – nel Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO.

Nella tenuta si trovano statue, laghetti, grotte, labirinti, tempietti, ecc., il tutto circondato da una vegetazione e da giardini esotici. Nella bizzarra e fantasiosa costruzione, si può osservare il connubio di vari stili architettonici: prevale il gotico-manuelino, ma vi sono anche tracce dello stile rinascimentale e di quello romanico. Numerosi – come e più che nel Palácio Nacional da Pena – sono i riferimenti all’esoterismo, alla massoneria, all’alchimia e alla mitologia classica, tutto frutto delle concezioni di Carvalho Monteiro

Tra i primi proprietari del terreno su cui ora sorgono il palazzo e i giardini, vi fu un certo José Leite che lo acquistò nel 1697 e quindi un certo Francisco Albertino Guimarães de Castro che lo ottenne nel 1715 (prendendo così il nome di “Quinta do Castro”, oltre che di “Quinta da Torre”) in un’asta pubblica e vi alimentò una fontana preesistente, facendo canalizzare l’acqua della Serra de Sintra.
 In seguito passò dapprima in possesso di un certo Manuel Bernardo (nel 1830), quindi, nel 1840 di un ricco mercante di Oporto, soprannominato Allen e la cui figlia si sarebbe fregiata in seguito del titolo di baronessa di Regaleira (da cui il nome della tenuta) 
 Quest’ultimi vendettero poi la proprietà nel 1892 ad António Augusto Carvalho Monteiro, un imprenditore che aveva fatto le proprie fortune in Brasile soprattutto grazie alle piantagioni di caffè e per questo soprannominato “Monteiro dos Milhões” (“Monteiro dei milioni”). Fu così che la tenuta acquistò la forma attuale: Monteiro incaricò infatti l’architetto italiano Luigi Manini di costruirgli un palazzo circondato da giardini, ispirandosi al Palazzo di Buçaco (progettato dalla stesso Manini) e al Palácio Nacional da Pena. I lavori di costruzione iniziarono nel 1904 e terminarono nel 1910. 
Nel 1942, la tenuta fu venduta a Waldemar d'Orey, che iniziò delle opere di restauro. Nel 1987, la proprietà fu acquisita da un’impresa giapponese, la Aoki Corporation, e la tenuta rimase chiusa al pubblico, dovendo servire come abitazione privata.
 Nel 1997 la Quinta da Regaleira venne infine acquistata dal comune di Sintra  ed è ora aperta al pubblico.
 Ospita inoltre la Fondazione Cultursintra, che si occupa della salvaguardia e conservazione dei beni culturali.
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