venerdì 2 maggio 2025
giovedì 27 marzo 2025
Tempio di Kailasa, un’opera monumentale scolpita nel cuore della roccia
È tra i più grandi edifici scavati nella roccia, ma non è questo l’unico motivo che rende il Tempio di di Kailasa uno dei luoghi più incredibili da visitare in Asia. Molti lo conoscono con il nome di Kailasanatha e attira ogni anno tantissimi visitatori per il suo interesse religioso e artistico.
L’opera, tra le più straordinarie del mondo antico, si trova all’interno del complesso delle grotte di Ellora nella zona occidentale dell’India. La sua particolarità? È scavato in un unico blocco di roccia basaltica e rappresenta il sacro monte Kailash, dimora del dio Shiva secondo la tradizione induista.
Durante il regno del sovrano Rashtrakuta Krishna I, il tempio Kailasa ha iniziato a prendere forma. Siamo nel VIII secolo e rappresenta una delle più complesse strutture monolitiche mai create.
Si trova presso la grotta numero 16 del vasto complesso delle grotte di Ellora, sito riconosciuto dall’UNESCO come Patrimonio dell’Umanità in India.
Cosa rende la costruzione così straordinaria?
Sicuramente la tecnica costruttiva. Se negli edifici tradizionali si lavora a blocchi o mattoni, qui la struttura viene scolpita nella roccia. Gli artigiani hanno scavato dalla cima proseguendo poi verso il basso con la tecnica dello scavo verticale dando vita ad una struttura interamente monolitica con dettagli incredibilmente raffinati e una precisione geometrica sbalorditiva. Le stime parlano di circa 400.000 tonnellate di roccia rimosse nell’arco di meno di vent’anni, un’impresa che sfida ogni logica per l’epoca.
Il Tempio di Kailasa fu concepito come un omaggio al dio Shiva, una delle divinità principali del pantheon induista. L’intera struttura simboleggia il Monte Kailash, considerato la dimora degli asceti e la sede spirituale di Shiva.
Il cortile del tempio, a forma di U, è circondato da un porticato a colonne disposto su tre livelli mentre al centro si trovano due elementi principali: il Mandapa (la sala esterna pilastrata) e il santuario centrale con il Linga, il simbolo fallico associato a Shiva. Di fronte al santuario è posizionata la statua di Nandi, il sacro toro cavalcato dalla divinità.
L’opera è gigantesca: si estende per circa 50 metri di lunghezza, 33 di larghezza e 30 di altezza. Alla base sono scolpiti elefanti in pietra che sembrano sorreggere la struttura regalandole un aspetto ancora più maestoso. Possiamo notare come l’architettura dravidica, tipica dell’India meridionale sia testimoniata dall’uso di torri a piramide, portoni decorati e bassorilievi complessi.
Fonte: siviaggia
giovedì 20 marzo 2025
El Capricho di Gaudí: il gioiello nascosto della Cantabria
Antoni Gaudí è stato uno degli artisti più straordinari del periodo a cavallo tra il Diciannovesimo e Ventesimo Secolo, conosciuto anche come il “plasmatore della pietra, del laterizio e del ferro”. Quando si parla di lui la mente vola subito a Barcellona, dove sette delle sue opere rientrano nella lista dei patrimoni dell’umanità dell’UNESCO: la Sagrada Familia, Casa Batlló, Casa Milà e il Parco Güell.
Ma in pochi sanno che nel nord della Spagna, a Comillas, si trova un’altra meraviglia firmata dal famoso architetto catalano. El Capricho di Gaudí è il gioiello nascosto della Cantabria, regione autonoma e provincia della parte settentrionale del Paese.
L’opera è stata realizzata tra il 1883 e il 1885 per l’avvocato Máximo Díaz de Quijano, un grande appassionato di musica. Proprio da questa passione prende il nome della costruzione: “capriccio” è un termine musicale, infatti, che indica una composizione libera e fantasiosa. Questa stessa idea di creatività si riflette proprio nel design di Gaudí, che rese El Capricho un’opera unica nel suo genere.
Si distingue per il suo stile eclettico, dove si notano influenze orientali, gotiche e naturalistiche. Insieme al palazzo e ai padiglioni Güell e alla casa Vicens, El Capricho è una delle opere del periodo orientalista di Gaudí, durante il quale l’architetto ha esplorato forme decisamente audaci per le sue opere, utilizzando materiali in combinazioni mai viste prima.
Visitare El Capricho di Gaudí è un’esperienza culturale unica. Non si tratta di una semplice villa, ma di una scoperta visiva e sensoriale senza precedenti. La torre cilindrica, ricoperta di piastrelle verdi e gialle, ricorda un minareto, in grado di donare un tocco esotico alla struttura, mentre le decorazioni a girasole riescono a donare luminosità alla facciata e gli interni, simboleggiando anche l’armonia che l’opera ha con la natura, con materiali come pietra, mattoni, ferro e ceramica, che creano un gioco di texture e colori unico. Insomma, un’opera di visitare, ma assolutamente da fotografare!
Per chi ama l’architettura, l’arte e la natura, una visita a El Capricho di Gaudí è un’esperienza da non perdere, un tesoro nascosto della Cantabria che permette di ammirare il genio di Gaudí in un contesto davvero affascinante e lontano dalle solite mete turistiche.
Fonte:siviaggia.it
venerdì 16 settembre 2022
Il giardino di vetro che sembra uscito da una favola
Per scoprire ed esplorare quello che uno dei luoghi più suggestivi del mondo intero dobbiamo recarci a Seattle, la più grande città dello Stato di Washington. È qui, tra le maestose sedi di Microsoft e Amazon, e all’ombra del futuristico Space Needle, che si snoda un giardino delle meraviglie che sembra dare vita agli scenari delle favole più belle.
Situato nel Seattle Center, proprio accanto all’edificio Space Needle, c’è Chihuly Garden and Glass, un giardino di vetro che espone in maniera permanente tutte le straordinarie opere dello scultore Dale Chihuly.
Sin dalla sua inaugurazione, avvenuta nel 2021, questo inedito orto botanico ha catturato l’attenzione dei cittadini, diventando un’attrazione imperdibile per tutti i viaggiatori che giungono in città.
Il nome, tanto evocativo quanto calzante, non è che un preludio all’esperienza meravigliosa che si vive all’interno di questo giardino.
Ad accogliere i visitatori sono le sculture di Dale Chihuly, che si muovono sinuose e armoniose all’interno di una vegetazione rigogliosa e lussureggiante.
La passeggiata all’interno del giardino è affascinante, suggestiva e seducente perché consente agli ospiti di esplorare un terreno inedito e di toccare con mano una sperimentazione perfettamente riuscita, quella della convivenza tra l’arte e la natura.
Tutta l’esperienza è scandita dai due elementi principali che caratterizzano questo giardino che è anche un museo: da una parte la natura, in tutta la sua genuina bellezza, dall’altra l’artificio che la valorizza, che con i suoi giochi di luce e riflessi la fa brillare come non ha fatto mai.
Il Chihuly Garden and Glass è un giardino e un museo, è un luogo dove la natura e le sculture di vetro soffiato creano un mondo inedito e onirico, che affascina e stupisce a ogni passo.
Non è una semplice immersione all’interno di un universo che ospita l’arte e la natura, ma una vera e propria esperienza sensoriale che lascia senza fiato.
Entrare all’interno del Chihuly Garden and Glass vuol dire avvicinarsi alla mente del genio creativo Dale Chihuly, vuol dire toccare con mano le sue visioni, le stesse che però lasciano ampio spazio alle personali suggestioni dei visitatori.
Sono tante, tantissime, le sculture che si snodano lungo sentieri incorniciati da una natura più rigogliosa che mai. La esaltano, la valorizzano e l’accompagnano in un percorso che l’ospite è chiamato a fare, lo fanno con le loro forme stravaganti, con i colori cangianti, con quei lineamenti che proprio alla natura sono ispirati.
Il percorso espositivo attraversa diverse stanze. Sono nere, ma mai cupe, perché sempre illuminate dalle sculture di vetro soffiato da Dale Chihuly che omaggiano e celebrano la natura. Ma restano ancora confinate in un mondo immaginato e artificiale, almeno fino a quando non si arriva alla serra, l’ambiente più suggestivo dell’intero giardino.
È qui che gli elementi artistici diventano gli assoluti protagonisti di una realtà inedita. Piante scintillanti di vetro che sembrano muoversi col vento, ma che in realtà sono immobili, scendono verso il basso. L’incanto continua anche all’esterno, dove un meraviglioso giardino che accoglie i visitatori continua a mescolare le visioni che già conosciamo attraverso un gioco di forme, colori, e materiali, artificiali e naturali.
È magia!
Fonte: siviaggia
mercoledì 1 giugno 2022
Una piccola stupenda fontana
Roma ospita centinaia di fontane, molte delle quali costituiscono inimitabili capolavori. La celeberrima Fontana di Trevi, la maestosa Fontana delle Naiadi a Piazza della Repubblica, la superba Fontana del Tritone a Piazza Barberini. E proprio davanti a quest'ultima autentica meraviglia, sorge la quasi sconosciuta Fontana delle Api.
Costruita con marmo lunense (il marmor lunensis è il pregiato marmo di Carrara, prese questo nome per via delle spedizioni che partivano dal porto di Luni, vicino La Spezia) e situata originariamente all'angolo con Via Sistina sullo stipite dell'edificio di Palazzo Soderini, questa piccola e deliziosa fontana, simbolo dell'arte romana barocca, ha una storia piuttosto interessante.
La sua costruzione fu commissionata a Gian Lorenzo Bernini da Papa Urbano VIII, membro della famiglia Barberini.
La Fontana delle Api fu messa in opera nel 1644 mediante un meccanismo idrodinamico che sfruttava la canalizzazione dell'acqua di "scarico" proveniente dalla Fontana del Tritone (anche questa disegnata da Bernini nei mesi precedenti).
Utilizzata inizialmente come abbeveratoio sia per la popolazione che per gli animali, il disegno che Bernini progettò per la fontana era quello di conchiglia aperta.
La valva inferiore costituiva il catino, mentre sulla base di quella superiore erano presenti le tre api da cui sgorgava l'acqua proveniente dall'acquedotto Felice e che costituivano il blasonato simbolo del casato dei Barberini.
Nel 1867 fu smontata per facilitare la viabilità cittadina, rivoluzionata dalla costruzione di nuovi quartieri limitrofi e dall'allargamento delle strade che percorrevano l'area, a quel tempo situata all'estrema periferia della città.
I pezzi della fontana furono relegati nei magazzini del comune fino al 1919, anno in cui il sindaco Apolloni ne fece iniziare la ricostruzione. Una volta ultimata nel 1920, l'opera fu collocata nella posizione attuale, all'angolo di Piazza Barberini con Via Veneto, in una posizione talmente defilata da renderne non immediata l'individuazione.
Pochi furono i pezzi originali ritrovati integri al momento della ricostruzione, motivo per cui si decise di sostituire quelli mancanti utilizzando blocchi di travertino prelevati da Porta Salaria, poco prima della sua definitiva demolizione nel 1921 (attualmente, il posto dove sorgeva la porta è occupato da Piazza Fiume).
Dal 2000 sono stati effettuati diversi restauri, causati soprattutto da svariati atti di vandalismo che ne hanno ripetutamente danneggiato la struttura.
In passato, la fontana scatenò mordacità e sarcasmo. Infatti, fu ironicamente soprannominata dai romani fontana "delle mosche", alludendo al fastidio provato nei confronti di una famiglia potente e bramosa di ricchezza come quella del committente.
Secondo alcune indiscrezioni dell'epoca, si diceva in giro che la fontana prelevasse acqua in grandi quantità dalla vasca e ne restituisse solamente una piccola parte dalle api da cui sgorgava. Metaforicamente, si alludeva ai salatissimi tributi che i romani erano obbligati a pagare ottenendo in cambio pochi benefici in termini di opere di pubblica utilità. Insomma, la storia si ripete...
Anche questa, come la maggior parte delle opere d'arte, è circondata da un alone di leggenda.
Pare che per l'inaugurazione, il committente avesse fatto scolpire sulla fontana la frase: "Papa Urbano l'aveva fatta edificare nell'anno XXII del suo pontificato". Ma il Papa era ancora nel suo XXI anno, a soli due mesi dall'inizio del XXII. Da questo fatto prese spunto l'ironia dei romani, scomodando addirittura Pasquino con la nota frase "havendo li Barberini succhiato tutto il mondo, ora vogliono succhiare anche il tempo".
Per non dare adito a questi moti di sarcasmo, la frase fu leggermente modificata per volere del Cardinale nipote del Papa, che fece scomparire la seconda I. Ed ecco per i romani una ennesima occasione per ironizzare, spargendo la voce che il Cardinale avesse voluto lanciare malasorte al Papa, augurandogli di non arrivare al XXII anno di pontificato.
Leggenda o realtà che fosse, Papa Urbano VIII morì qualche mese dopo il "ritocco" apportato dal nipote!
Fonte: ezrome.it
venerdì 29 aprile 2022
Monet e le ninfee. Perché le dipinse così tante volte?
La storia di Claude Monet (1840-1926), padre della corrente artistica dell'impressionismo, ha origine vicino a Parigi, a Giverny, dove l'artista abitò e dove iniziò a dipingere a partire dagli anni Ottanta dell'Ottocento.
Affascinato da ciò che definiva "l'aspetto mutevole della natura", Monet si dedicò per tutta la vita a dipingere en plein air (letteralmente all'aperto) per riuscire a cogliere le sottili sfumature che la luce e l'aria generano su ogni particolare della natura. La sua casa aveva due magnifici giardini, che lui curava personalmente: uno di impianto tradizionale, prevalentemente geometrico; l'altro un giardino acquatico di concezione orientale, ricco di piante esotiche e con qualche elemento architettonico, come il ponte giapponese che appare nei suoi dipinti.
Come una grande opera vivente, li riempì di iris, papaveri, tulipani, rose e, naturalmente, di splendide ninfee.
Lo scopo dell'arte di Monet fu quello di cogliere l'impressione di un attimo, come quando si guarda qualcosa per la prima volta; sfruttò così la modalità del "dipingere in serie" le ninfee proprio per farsi l'occhio su quel soggetto preciso, per vedere di volta in volta che cosa cambiasse rispetto al dipinto precedente e come mutassero i colori dalla sera alla mattina, dall'alba al tramonto, dall'inverno all'estate.
Quando Monet dipingeva le sue amate ninfee, quindi, non si concentrava nel rappresentare i dettagli specifici ma voleva creare una visione d'insieme, cercando di rendere al meglio le intonazioni, i giochi di luce sull'acqua e i suoi riflessi colorati nelle diverse ore del giorno e nelle diverse stagioni.
Nelle opere delle ninfee, come anche nella famosa serie della Cattedrale di Rouen, la ripetizione del medesimo soggetto è dettata dalla volontà di cogliere quel soggetto nell'immediato e nell'attimo non ripetibile.
Monet, dunque, per tutta la vita, riuscì a dipingere immerso nella natura, e per farlo aveva bisogno non solo di vederla, ma di sentirla in tutti i suoi fenomeni.
Fece della natura il suo atelier, quell'atelier diverso ogni volta che cambiava il paesaggio, il soggetto, il punto di vista.
L'invenzione delle serie delle ninfee nacque proprio dalla malinconia dettata dalla consapevolezza della natura temporanea della bellezza.
Il ciclo delle ninfee è composto da ben 250 dipinti, oggi sparsi nei più importanti musei del mondo. Ma dietro quei dipinti, soprattutto in quelli più prossimi alla sua scomparsa, si nasconde anche il dolore di un grande artista che lottò contro la sua malattia.
Oramai cieco, morì a causa di un tumore polmonare nel 1926, all'età di 86 anni, nel suo angolo di paradiso, a Giverny.
Fonte: www.focus.it
martedì 26 aprile 2022
Il “maiale” del Leone di Lucerna: l’invisibile sberleffo di uno scultore non pagato
Il “Leone di Lucerna” è una delle attrazioni turistiche più famose della città svizzera: un leone mortalmente ferito, scolpito nella roccia, in una grande ex-cava di arenaria, nei pressi della città.
Il monumento è dedicato alla memoria delle Guardie Svizzere al servizio del re di Francia, che persero la vita durante la Rivoluzione Francese, mentre difendevano il Palazzo delle Tuileries, a Parigi.
Il leone morente vuole essere un simbolo del coraggio dei soldati, disposti a morire piuttosto che tradire il loro giuramento di fedeltà.
Negli ultimi due secoli, milioni di turisti hanno ammirato questo monumento, che Mark Twain descrisse come “il pezzo di pietra più triste e commovente del mondo”. Ma sono pochissimi, tra coloro che si fermano a guardare il leone, che si accorgono che ci sono due animali, e non uno, scolpiti nella roccia.
I soldati mercenari svizzeri, fin dal 15° secolo, erano molto apprezzati dai monarchi europei per la loro disciplina e fedeltà, in particolare dai sovrani di Francia e Spagna, che li assoldarono come guardie del corpo, a difesa dell’incolumità delle famiglie reali.
Il 10 agosto 1792, un’immensa folla di rivoluzionari (parigini e non, popolani e borghesi, uomini e donne) riuscì a entrare nel Palazzo delle Tuileries, e a sopraffare le 1.330 Guardie Svizzere, mentre il re Luigi XVI e la sua famiglia fuggivano attraverso i giardini.
Oltre seicento soldati elvetici furono uccisi durante la sommossa, circa duecento morirono in prigione per le ferite riportate e durante le successive rivolte, nel mese di settembre.
In quel drammatico 10 agosto del 1792, il luogotenente delle Guardie Svizzere Carl Pfyffer von Altishofen, al servizio del re di Francia, si trovava a casa a Lucerna , e si salvò.
Nel 1801, quando fu congedato, iniziò a pensare a un monumento commemorativo che onorasse la memoria dei suoi compagni caduti a Parigi.
In quegli anni la Svizzera, dopo la conquista di Napoleone, era assoggettata ai francesi, e un monumento dedicato ai difensori della monarchia non era sicuramente gradito.
Quando il paese riconquistò la sua indipendenza, a seguito della “restaurazione” del 1815 seguita alla sconfitta di Napoleone a Waterloo, von Altishofen decise che era giunto il momento di concretizzare il proprio progetto.
Commissionò l’opera allo scultore neoclassico danese Bertel Thorvaldsen, e iniziò a raccogliere i fondi per realizzarla.
Von Altishofen non riuscì a raccogliere il denaro necessario a pagare l’intera somma richiesta dallo scultore, molto famoso e impegnato, e decise di tenere nascosto questo aspetto all’artista, almeno fino a quando questi non avesse consegnato un modello della scultura. I rapporti tra i due divennero burrascosi, anche per il troppo tempo impiegato dallo scultore che, secondo l’ex-guardia, dimostrava “indifferenza verso i popoli che attendono il suo lavoro”.
Quando Thorvaldsen apprese che non sarebbe stato pagato, se non in minima parte, andò comunque avanti con il lavoro, apportando qualche modifica dell’ultimo minuto.
Lo scultore modellò un leone morente trafitto da una lancia, simbolo dei soldati caduti. Una zampa dell’animale è appoggiata sullo scudo con lo stemma della monarchia francese, mentre accanto si trova un altro scudo con l’effigie della Svizzera.
Thorvaldsen non alterò la scultura, per rispetto ai soldati caduti in Francia, ma cambiò la forma della nicchia dove giace il leone, dandole un contorno che ricorda quello di un maiale.
La scultura fu materialmente realizzata, sui modelli di Thorvaldsen, da due artisti: lo svizzero Pankraz Eggenschwyler, che durante il lavoro morì cadendo da un’impalcatura, e il tedesco Lucas Ahorn, che nel 1821 completò l’opera.
A quanto pare nessuno notò il profilo del maiale fino a scultura conclusa, ma chiunque sia dotato di un occhio attento è in grado di cogliere il sottile messaggio con cui l’artista volle esprimere il proprio disprezzo nei confronti di chi aveva commissionato l’opera.
Fonte: vanillamagazine
giovedì 24 marzo 2022
L'ultima fatica di Michelangelo
Michelangelo Buonarroti, grande protagonista del Rinascimento italiano, aveva 89 anni quando morì.
Fino agli ultimi giorni, e nonostante le sue condizioni di salute non fossero buone, si dedicò alla Pietà Rondanini: iniziata a scolpire tra il 1552 ed il 1553, probabilmente per il suo sepolcro, venne ripresa tra il 1555 e il 1564, anno della sua scomparsa.
La Pietà Rondanini è chiamata così perché nel 1744, quasi due secoli dopo la morte di Michelangelo, fu acquistata dai marchesi Rondanini, che la collocarono nel palazzo di famiglia, a Roma.
Ancora due secoli e, nel 1952, venne acquistata dal Comune di Milano: dopo varie peripezie relative alla sua collocazione, oggi si trova conservata al Castello Sforzesco, negli ambienti di quello che era l'Ospedale Spagnolo.
È una scultura alta un metro e novantacinque, fatta di quel marmo che Michelangelo sceglieva accuratamente nelle Alpi Apuane, isolata nella sala in cui è esposta così da essere visibile da ogni punto di vista.
Rappresenta il tema della Pietà, ovvero l'atto di accoglimento, da parte di Maria, del corpo di Cristo, suo figlio, dopo la deposizione dalla Croce: vi è la fusione del corpo di Cristo nel corpo della Madre, come in un tentativo di farlo rivivere nell'attimo stesso della morte.
La particolarità di questa scultura è che si tratta di un "non finito", cioè di un'opera levigata e lavorata solo in alcune parti, mentre altre sono lasciate in uno stato di abbozzo.
Il lavoro di Michelangelo si è interrotto nel momento in cui l'espressività, per lui, è risultata compiuta perfettamente nel blocco di pietra, come se non fosse più necessario scolpire il resto perché tutto era già leggibile perfettamente.
Per Michelangelo, la scultura era l'arte del togliere per svelare ciò che nella materia è contenuto già di per sé.
domenica 6 marzo 2022
La fontana dei Dioscuri
Quando il visitatore arriva in piazza del Quirinale, la meta più probabile è probabilmente quella delle eleganti Scuderie, scelte spesso come scenario d’eccezione per mostre e rappresentazioni di grande richiamo.
Un turista può anche essere interessato a fotografare la residenza del nostro Presidente della Repubblica, il Palazzo sul quale garrisce al vento il nostro tricolore, appeso al pennone più importante della capitale. Al centro della piazza (un tempo chiamata piazza di Monte Cavallo), che separa via del Quirinale da via XXIV maggio, svettano una coppia di possenti statue ed un grandioso obelisco egizio.
L’abilità architettonica che ha prodotto questo maestoso gruppo scultoreo, unita alla componente di ingegno idraulico da cui scaturisce l’alimentazione idrica della magnifica vasca granitica sottostante, formano la Fontana cosiddetta dei Dioscuri.
Ma chi sono i Dioscuri, le maestose figure che svettano davanti al Palazzo del Quirinale? Si tratta dei figli del dio Zeus, Castore e Polluce, venerati dai romani in quanto protettori della città. Le statue originarie, di cui quelle posizionate sulla Fontana rappresentano una pregevole copia, sono state attribuite al grande scultore greco Fidia.
La storia della Fontana risale alla fine del XVI secolo.
Durante i cinque anni di pontificato tra il 1585 ed il 1590, Papa Sisto V Felice Peretti (da cui prese il nome l’omonimo acquedotto, precedentemente noto come Alessandrino) diede incarico (1588) all’architetto Domenico Fontana di trasferire le due grandi statue dei Dioscuri (alte oltre cinque metri) nell’atto di frenare i rispettivi cavalli, spostandole nella posizione odierna dalle attigue Terme di Costantino (situate all’inizio della attuale via Nazionale).
Dopo averlo fatto restaurare, Fontana posizionò il gruppo all’inizio della Strada Pia, lunghissima via che si snodava lungo le attuali via del Quirinale e via XX Settembre fino alla attuale Porta Pia, e rivolgendo i Dioscuri verso il Palazzo del Quirinale, a quei tempi residenza estiva dei pontefici. In tal modo, la prospettiva dell’intera struttura scultorea era ben visibile dal quadrivio in corrispondenza di via delle Quattro Fontane.
Il gruppo fu collocato su un piedistallo, ai piedi del quale era posizionata la fontana, formata da una vasca a quattro lobi con una balaustra centrale che sorreggeva un catino dal quale l’acqua precipitava verso la conca sottostante. L’acqua defluiva poi da protomi leonine che ornavano, insieme a stemmi del casato sistino, i lati della vasca, alternati di forma rettilinea e concava.
Non ebbero poi seguito i due progetti ideati rispettivamente da Alessandro VII (seconda metà del XVII secolo), che aveva pensato di spostare la fontana in piazza S.S. Apostoli, e da Clemente XI (prima metà del XVIII secolo), che voleva sostituire l’intero gruppo con la Colonna Antonina, ritrovata da poco in piazza Montecitorio.
La sistemazione presente è opera di Pio VI Braschi (Papa tra il 1775 ed il 1799), che nel 1782 incaricò l’architetto Giovanni Antinori di aggiungere al centro della piazza il grande obelisco egizio in granito rosso (circa 29 metri di altezza) che originariamente si trovava, insieme a quello attualmente eretto in piazza dell’Esquilino (alle spalle della Basilica di Santa Maria Maggiore), a Campo Marzio in piazza Augusto Imperatore, sui lati del Mausoleo.
I lavori dell’Antinori, che compresero anche il posizionamento dei Dioscuri ad angolo retto tra loro, durarono diversi anni (fino al 1786), tanto da fargli meritare il soprannome “non tirai” (anagramma del cognome), affibbiatogli dalla proverbiale sagacia dei romani, che commentarono inoltre “un asino non poteva spostare un cavallo”.
Successivamente ancora un pontefice, Pio VII Chiaramonti (1800-1823) commissionò (1818) all’architetto Raffaele Stern la sostituzione della precedente fontana con una grande vasca granitica di forma circolare dell’epoca romana, riscoperta nel 1587 durante i lavori dell’acquedotto Felice nei pressi del Foro Romano (anticamente noto come Campo Vaccino).
In precedenza, su commissione di Papa Sisto V, la vasca era stata impiegata (1593) da Giacomo della Porta come abbeveratoio per animali nella Fontana del Mascherone nel Foro Boario, così chiamata per la scultura a forma di maschera da cui fuoriusciva l’acqua.
In realtà Stern completò un lavoro avviato precedentemente da Pio VI, che aveva disposto il trasferimento della vasca da Campo Vaccino. Ma durante lo spostamento le truppe napoleoniche avevano invaso Roma (era il 15 febbraio 1798) ed il gruppo dei Dioscuri era rimasto senza fontana fino alla sconfitta di Waterloo nel 1815, che aveva decretato di fatto il termine dell’occupazione francese.
Solo allora, fu possibile a Stern riprendere e completare i lavori di trasferimento conferendo alla fontana la conformazione definitiva.
Ed è quest’ultima l’opera che ammiriamo oggi al centro di Piazza del Quirinale, proprio davanti alle finestre della residenza del Presidente della Repubblica Italiana.
Fonte: www.ezrome.it





























