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Una scoperta eccezionale riporta alla luce un nuovo capitolo della storia di Pompei: una sala affrescata di straordinaria bellezza, battezzata "Casa del Tiaso", dove il mito di Dioniso prende vita attraverso scene di iniziazione e cortei bacchici. A più di un secolo dalla scoperta della celebre Villa dei Misteri, un nuovo tesoro archeologico getta luce sui culti misterici dell'antichità. Nel cuore dell'antica città, durante gli scavi nella Regio IX, è emersa una "megalografia", un fregio a grandezza naturale che decora le pareti di una "sala per banchetti". Le immagini raffigurano il corteo di Dioniso, con baccanti danzanti e cacciatrici feroci, satiri che suonano il flauto e scene di sacrificio. Al centro della composizione, una donna, simbolo dell'inizianda, si prepara a essere introdotta ai misteri del dio del vino, in un rituale notturno. Le figure del fregio, dipinte su piedistalli come statue, appaiono sorprendentemente vive, grazie alla resa dei movimenti, della carnagione e degli abiti. Un secondo fregio, più piccolo, raffigura scene di caccia, con animali vivi e morti, aggiungendo un ulteriore elemento ai rituali dionisiaci. l fregio, risalente al I secolo a.C., offre uno spaccato unico sui culti misterici dell'epoca, dove l'iniziazione prometteva una nuova vita. La Casa del Tiaso, con i suoi affreschi carichi di simbolismo, si affianca alla Villa dei Misteri come testimonianza eccezionale di questi riti. |
domenica 2 marzo 2025
Una nuova scoperta a Pompei rivela una megalografia, un grande affresco di rara bellezza che dà uno spaccato unico sui culti misterici del I secolo a. C.
martedì 14 marzo 2023
Tiberio, l’italiano che scoprì la penicillina prima di Fleming
Figlio di buona famiglia Vicenzo Tiberio frequentava la facoltà di Medicina di Napoli quando, ospite a casa degli zii ad Arzano (Napoli), notò che il pozzo usato per le necessità domestiche incideva sulla salute di tutti: ogni volta che veniva ripulito dalle muffe, gli inquilini avevano infezioni intestinali che cessavano solo quando le muffe ricomparivano.
Il ragazzo iniziò a raschiare le muffe con una spatolina. Non solo: le portò in laboratorio per analizzarle e le catalogò una a una.
Farlo non fu difficile: in quegli anni frequentava l’istituto di Igiene di Napoli.
Tiberio non si limitò a osservare il fenomeno, ma si dedicò anche alla sperimentazione: dopo aver ottenuto i primi risultati in laboratorio, individuò un terreno di coltura adatto ed estrasse un siero concentrato di quello che può essere considerato un antesignano degli antibiotici. Lo iniettò in alcune cavie precedentemente infettate e attese. I topi di laboratorio guarirono
A questo punto mancava solo la sperimentazione sull’uomo e la messa in produzione dell’antibiotico.
Le sue ricerche in facoltà suscitarono poco interesse e soltanto nel 1895, dopo la laurea, pubblicò la sua ricerca "Sugli estratti di alcune muffe" negli Annali di Igiene sperimentale, una delle più importanti riviste scientifiche italiane dell’epoca.
Scriveva Tiberio: «Ho voluto osservare quale azione hanno sugli schizomiceti [batteri, ndr] i prodotti cellulari, solubili in acqua, di alcuni ifomiceti [un tipo di funghi, ndr] comunissimi: Penicillium glaucum, Mucor mucedo ed Aspergillus flavescens. […] Per le loro proprietà le muffe sarebbero di forte ostacolo alla vita e alla propagazione dei batteri patogeni».
Purtroppo però il nostro Paese, da poco diventato nazione, era alla periferia del mondo scientifico del tempo. Gli Annali di Igiene Sperimentale erano una rivista di nicchia nel panorama internazionale e la comunità scientifica italiana si dimostrò assai poco lungimirante: le conclusioni di Tiberio furono derubricate a semplici coincidenze e il fascicolo archiviato in uno scaffale dell’Istituto di igiene dove rimase per 60 anni, riscoperto solo 40 anni dopo la morte.
Oltremanica le cose andarono doversamente. Quando 35 anni dopo, nel 1929, Alexander Fleming annunciò la sua scoperta al Medical Research Club di Londra, la comunità scientifica inglese intuì immediatamente il potere rivoluzionario di quelle muffe che potevano essere il primo passo per la creazione di un farmaco in grado, almeno in linea teorica, di guarire da tubercolosi, broncopolmoniti, infezioni postoperatorie e soprattutto ferite di guerra.
Nei 12 anni successivi gli studi sulla penicillina proseguirono grazie al cosiddetto "gruppo di Oxford" composto dall'australiano Howard Florey e dall'ebreo tedesco Ernst Chain: nel 1940 fu possibile condurre le prime sperimentazioni.
Tutte diedero ottimi risultati e il primo uso che si fece della penicillina, mentre infuriava la Seconda Guerra Mondiale, fu proprio sui campi di battaglia. Non a caso già due anni dopo, nel 1943, la produzione a uso militare dell'arma segreta, come veniva chiamata la penicillina, ebbe un’impennata.
L'epilogo della storia è risaputo: nel 1945, a guerra finita, Fleming, Florey e Chain furono insigniti del premio Nobel per la medicina e la fisiologia. Nello stesso anno in Europa la penicillina sarà distribuita nelle farmacie anche ad uso civile.
E Tiberio? Lui morì nel 1915, ad appena 46 anni, stroncato da un infarto.
Deluso dalla tiepida accoglienza delle sue ricerche, dopo la sua scoperta (incompresa) abbandonò l’Università: partecipò al concorso per medico nel Corpo sanitario marittimo e si arruolò nella Marina militare, rinunciando alla carriera accademica.
Oggi sulla facciata della sua casa natale a Sepino (Campobasso) una lapide lo ricorda così: "Primo nella scienza, postumo nella fama".domenica 13 marzo 2022
Scoperto in Antartide, il relitto della Endurance, la nave di Shackleton
E’ stata finalmente localizzata dai droni sottomarini la barca dell’esploratore Ernest Shackleton, dopo 107 anni. Il 44 metri in legno, stritolato dai ghiacci e affondato nel 1915, giace sul fondo del mare di Weddell, a est dell’Antartide, a 3.008 metri di profondità. Il merito del ritrovamento va alla missione Endurance22 partita da Città del Capo, sulla rompighiaccio Agulhas II, capitanata dal dottor John Shears.
Localizzato il relitto, gli studiosi ora effettueranno foto e una mappatura della zona, ma non toccheranno in alcun modo la nave poiché nel Trattato Antartico (che regolamenta l’utilizzo delle porzioni disabitate dell’Antartide), il relitto dell’Endurance è stato definito un monumento e va protetto.
Perché è un monumento? Perché il tre alberi Endurance è il simbolo di quella che è considerata la più grande impresa nella storia della marineria.
Qualche tempo fa una rivista statunitense ha chiesto ai suoi lettori chi fosse, secondo loro, il più grande navigatore di tutti i tempi.
Forse vi aspettereste nomi del calibro di Joshua Slocum, Tabarly o al limite, se siete nostalgici, Cristoforo Colombo. E invece no. Per gli americani, il più grande è un esploratore, che si è rivelato, nel momento di vera difficoltà, anche un eccellente navigatore.
Stiamo parlando di Ernest Shackleton.
Tre volte, invano, ha sfidato il Polo Sud. La sua nave è stata stritolata dai ghiacci. Lui non si è mai arreso: navigando per ottocento miglia su una scialuppa di sette metri in Antartide, ha salvato tutti i 27 membri del suo equipaggio.
Scopriamo chi è il più grande esploratore di tutti i tempi.
“Datemi Scott a capo di una spedizione scientifica, Amundsen per un raid rapido ed efficace, ma se siete nelle avversità e non intravedete via d’uscita inginocchiatevi e pregate Dio che vi mandi Shackleton”.
A pronunciare queste parole fu Raymond Priestley, geologo, geografo ed esploratore britannico, anche presidente della Royal Geographical Society. Esagerato? Per niente. Ernest Shackleton è, ancora oggi, l’emblema dell’uomo capace di portare a termine l’impossibile.
Nato nel 1874 a Kilkea House, in Irlanda, Ernest Henry Shackleton a sedici anni si arruola su una nave della marina mercantile britannica, fuggendo dagli studi medici ai quali lo aveva indirizzato il padre.
Dieci anni di viaggi tra l’Oceano Pacifico e l’Indiano fanno maturare in lui la convinzione che la marina mercantile non sia adeguata a soddisfare le sue ambizioni. La voglia di raggiungere fama e ricchezza lo spingono quindi a intraprendere la carriera di esploratore e per iniziare si aggrega alla spedizione antartica organizzata dalla Royal Geographical Society e guidata da Robert Falcon Scott, un altro mostro sacro dell’esplorazione dei poli.
L’obiettivo della spedizione è quello di raggiungere per primi il Polo Sud.
Scott e Shackleton arrivano a circa 480 miglia dal Polo Sud prima di doversi arrendere.
Si crea, tra i due, una frattura, secondo alcuni causata dalla sempre crescente popolarità di Ernest tra i membri della spedizione, e alla base della decisione di Scott di rimandare il collega in Inghilterra adducendo cause di salute.
Passano quattro anni prima che Shackleton possa tornare al Polo Sud, questa volta a capo di una sua spedizione.
A bordo del tre alberi Nimrod e grazie all’aiuto finanziario del governo australiano e e di quello neozelandese, nella primavera del 1907 raggiunge l’Isola di Ross, dove allestisce il campo base (ancora oggi visibile).
Ufficialmente la spedizione si trova lì per analizzare la mineralogia dell’Antartide, ma il vero motivo è sempre lo stesso: arrivare per primi al Polo Sud.
Shackleton si sente forte e preparato, grazie soprattutto all’esperienza acquisita nella spedizione precedente. Ma i preparativi si rivelano ancora una volta insufficienti.
I membri della spedizione erano marinai e non esperti sciatori. La decisione di utilizzare i pony della manciuria è controproducente, tanto che devono essere progressivamente abbattuti.
Nonostante tutto questo, i membri della spedizione riescono ad arrivare a soli 180 chilometri dal polo sud.
Qui, Shackleton dimostra un grande spirito critico e una notevole capacità di valutare la situazione: anche se il traguardo è ormai a un passo, si rende conto che, avanzando ancora, il ritorno sarebbe impossibile.
Decide di quindi di fare rientro al campo base. A chi gli ha chiesto il perché di quella decisione, ha sempre risposto: “Meglio un asino vivo che un leone morto”.
Per tre anni comunque Shackleton detiene il primato di avvicinamento al Polo Sud, che gli viene strappato quando prima Roald Amundsen e poi Scott lo raggiungono.
Rimane un’unica conquista di prestigio: la traversata del continente antartico. è il 1° agosto 1914, alla vigilia dello scoppio della Prima Guerra Mondiale, quando la tre alberi Endurance parte con a bordo ventotto uomini.
Varata in Norvegia dai cantieri navali Framnaes Schipyard, si tratta di un veliero lungo 44 metri, dotato anche di un motore a singola elica sviluppante una potenza di circa 350 cavalli, che le consente una velocità media di 10 nodi, progettato espressamente per le esplorazioni artiche.
Ma le condizioni della banchisa sono proibitive e particolarmente estese: il 19 gennaio l’Endurance rimane incastrata nel pack.
“La nostra posizione al mattino del 19 era lat. 76°34’S, long. 31°30’O. Il tempo era buono, ma era impossibile avanzare. Durante la notte il ghiaccio aveva circondato la nave e dal ponte non era possibile vedere mare libero”, scrive Shackleton nel suo diario di bordo.
Gli uomini trascorrono il lungo inverno australe a bordo della nave, ma il 27 ottobre l’Endurance viene abbandonata e un mese dopo è completamente distrutta dalla pressione del ghiaccio.
Shackleton trasferisce l’equipaggio sulla banchisa in un accampamento d’emergenza chiamato “Ocean Camp” dove rimangono fino al 29 dicembre, quando si spostano, trasportando al traino tre scialuppe di salvataggio, su un lastrone di banchisa che chiamano “Patience (pazienza, in inglese) Camp”. Mai nome fu più azzeccato.
L’equipaggio è costretto ad attendere mesi prima di potersi muovere di nuovo.
Nell’aprile 1916 gli uomini, notato che il ghiaccio inizia a frantumarsi, salgono a bordo delle scialuppe. Shackleton ha già in mente dove dirigere il gruppo.
La destinazione migliore sarebbe l’Isola Desolation, circa 160 miglia a ovest. Le altre possibili destinazioni sono due isole più vicine, Elephant e Clarence.
Una volta salpati, i membri dell’equipaggio si ritrovano costantemente bagnati e impossibilitati ad accendere il fuoco per scaldarsi o per sciogliere il ghiaccio (fondamentale per dissetarsi). Shackleton capisce di non avere altra scelta, deve raggiungere al più presto la terraferma: dopo sette giorni di navigazione tutte e tre le scialuppe arrivano all’isola Elephant, la cui superficie è quasi completamente ricoperta di neve e ghiaccio e battuta senza sosta da forti venti. Se già di per sé la capacità di Shackleton di mantenere in vita l’equipaggio fino a questo momento è stata notevole, è proprio ora che la spedizione entra nel mito.
Shackleton capisce infatti che è fondamentale ripartire in fretta, destinazione la Georgia del Sud, base di una flotta di baleniere.
Una decisione che a prima vista appare folle: si tratta di affrontare più di 800 miglia in uno degli oceani più pericolosi del mondo a bordo della James Caird, una delle scialuppe lunghe sette metri salvate dalla distruzione dell’Endurance.
Per preparare la barca viene rialzato il bordo libero, rinforzata la chiglia e costruito uno ponte improvvisato in legno e tessuto intriso d’olio e sangue di foca per renderlo impermeabile.
Per stabilire la rotta, l’equipaggio ha a disposizione solo un cronometro e un sestante. Date le scarse speranze di successo, Shackleton decide di caricare viveri per solo quattro settimane: se non avrà raggiunto la destinazione entro quel lasso di tempo, probabilmente significherà che sono affondati e, peggio, persi nei mari australi.
E’ il 24 aprile 1916 quando Shackleton e i cinque uomini di equipaggio da lui scelti, lasciano l’isola Elephant.
Affrontando onde gigantesche e raffiche di vento valutate intorno ai 100 km/h, dopo quindici giorni di navigazione giungono in vista della Georgia del Sud.
Una tempesta li costringe a lottare nove ore per potersi avvicinare a terra ma, finalmente, il 10 maggio sbarcano. Le stazioni baleniere si trovano però sul versante opposto dell’isola. Di circumnavigarla non se ne parla, a causa dei venti dominanti e della costa rocciosa e piena di insidie. Anche l’entroterra non scherza però: l’area non è mai stata esplorata ed è composta da montagne ghiacciate.
Shackleton, insieme a due membri dell’equipaggio, trasforma le scarpe in ramponi infilando dei chiodi nelle suole e senza altro equipaggiamento percorre, in sole 36 ore, gli oltre trenta chilometri che separano il loro punto di atterraggio dalla base di Stromness.
Qui viene accolto dagli increduli balenieri, che forse pensano di avere davanti a loro dei fantasmi… Organizzare i soccorsi per i ventidue uomini di equipaggio rimasti sull’Isola di Elephant non è per niente facile: il Regno Unito è impegnato nella Prima Guerra Mondiale e Shackleton capisce che non arriverà alcun aiuto dalla patria.
Cerca dunque un appoggio in Sud America. Il 30 agosto, quattro mesi dopo la partenza dall’Isola di Elephant, l’esploratore irlandese riesce a raggiungere tutti i ventidue naufraghi a bordo di una nave militare cilena.
A portare di diritto Shackleton nell’Olimpo degli esploratori non è solo l’incredibile traversata a vela sulla James Caird, ma il fatto che, nonostante le incredibili traversie, non perde nessun membro della spedizione.
Non pago delle sue esperienze, Shackleton salpa per l’Antartide, ancora una volta, nel 1921 a bordo della nave Quest.
Ormai è un mito e il giorno della partenza da Londra viene salutato da una folla festante. Ma nel porto di Grytvyken, nella Georgia del Sud (chiamatelo destino), ha un attacco cardiaco e muore.
Mentre il suo corpo era in viaggio per l’Inghilterra, la moglie dà disposizioni affinché venga sepolto proprio nel cimitero di Grytvyken. La sua vera casa.
Fonte: giornaledellavela
sabato 5 marzo 2022
Lo schiaffo di Anagni
Benché nell'iconografia dell'epoca (siamo nel 1303) e in molti dipinti di epoca successiva l'episodio noto come "lo schiaffo di Anagni" fosse rappresentato proprio come uno schiaffo, dato a Papa Bonifacio VIII forse da Giacomo Colonna - dei Colonna, potente famiglia patrizia di Roma - o forse da uno dei cavalieri che lo avevano accompagnato nella presa del palazzo papale di Anagni e nel sequestro del Papa, più che di uno schiaffo vero e proprio probabilmente si trattò di un oltraggio morale, come molti in effetti lo definiscono.
Giurista, fondatore dell'Università La Sapienza di Roma e organizzatore del primo Giubileo, nel 1300. Ma anche arrogante, egocentrico, avido di soldi e potere: Bonifacio VIII fu un personaggio controverso.
Dante Alighieri, che per i maneggi pontifici fu costretto all'esilio, gli riservò un posto nell'inferno ancor prima che fosse morto, mentre Jacopone da Todi lo apostrofò come "novello anticristo", pagando la sua audacia con la scomunica e il carcere.
Le leggende popolari sul suo conto si sprecavano: c'era chi diceva fosse superstizioso, chi raccontava che il suo anello emanasse "un'ombra talvolta luccicante, talvolta no" e assumesse forme nuove, umane e animalesche. Di certo Bonifacio fu l'ultimo a concepire il pontefice come massima autorità spirituale e politica della cristianità, superiore a qualsiasi sovrano.
Nato ad Anagni intorno al 1230, Benedetto Caetani ebbe una rapida carriera ecclesiastica, conclusasi con la sua elezione a pontefice 4 giorni dopo l'abdicazione di Celestino V, che finì subito nelle sue grinfie: Bonifacio lo fece arrestare, temendo che i cardinali francesi a lui ostili potessero nominarlo antipapa.
Da allora continuò a immischiarsi nelle vicende politiche francesi, fiorentine, spagnole, senza peraltro nessun'altra intenzione che giovare a se stesso.
Odiato al di fuori dello Stato pontificio, Bonifacio non era amato neanche all'interno della Santa Sede: colpiti dal suo atteggiamento arrogante e accentratore, alcuni membri della Curia e dell'aristocrazia romana capeggiati dai cardinali Pietro e Giacomo Colonna gli si rivoltarono contro. Sostenevano che la sua elezione fosse illegittima e per questo nel 1297 lo dichiararono decaduto.
La vendetta del papa fu terribile: scomunicò i due cardinali, confiscò i loro beni e nel 1299 fece radere al suolo Palestrina, roccaforte dei Colonna, "perché non vi resti nulla, nemmeno la qualifica o il nome di città".
I Colonna, che si rifugiarono in Francia, ebbero però la loro rivincita: aiutati dal re Filippo IV il Bello, che non accettò mai la sottomissione al papa, riuscirono a mettere il pontefice sotto processo, a giugno del 1303, per destituirlo.
I primi di settembre gli eventi precipitarono: Giacomo Sciarra Colonna e il consigliere di Stato francese, aiutati dalla borghesia di Anagni e da molti cardinali, assaltarono il palazzo pontificio, catturarono il papa e lo tennero prigioniero.
Non risparmiarono le ingiurie, secondo alcuni persino fisiche: per questo l'episodio passò alla Storia come lo schiaffo di Anagni. Bonifacio si salvò solo grazie all'intervento dei suoi concittadini: fiaccato nel corpo e nello spirito, rientrò a Roma il 25 settembre e qui morì poco più di due settimane dopo.
Fonte: focus.it
lunedì 31 gennaio 2022
Dall’epoca romana ad oggi un solo acquedotto non ha mai cessato di rifornire l’Urbe: l’Acquedotto Vergine.
Voluto da Marco Vipsanio Agrippa, genero dell’imperatore Augusto, venne inaugurato il 9 Giugno del 19 a.C. e doveva rifornire le sue terme nel Campo Marzio: fu il sesto acquedotto della città in ordine di realizzazione.
L’acquedotto era alimentato da alcune sorgenti che si trovavano nell’Agro Lucullano, a poca distanza dal corso dell’Aniene e presso l’odierna località di Salone, all’VIII miglio della Via Collatina.
La portata giornaliera era di 2.504 quinarie (pari a 1.202 litri al secondo), delle quali, secondo Frontino, 200 venivano erogate nel Suburbio, mentre le 2.304 che giungevano in città erano distribuite attraverso 18 castella secondari in modo che 1.457 andassero per le opere pubbliche, 509 alla casa imperiale e le restanti 338 alle concessioni private.
Il percorso dell’acquedotto Vergine era lungo circa 20.471 Km, tutto sotterraneo ed entrava in città da nord, seguendo la via Collatina fino alla località di Portonaccio; qui attraversava la via Tiburtina, oltrepassava su arcate il Fosso della Marranella alla confluenza con l’Aniene, dirigendosi poi verso la Nomentana e la Salaria e quindi, piegando verso sud, attraversava le zone di Villa Ada e dei Parioli, passando sotto il ninfeo di Villa Giulia, entrava infine in città in prossimità del Muro Torto.
Gli ultimi 2 Km circa correvano invece in parte su sostruzioni ed in parte, relativamente all’ultimo tratto attraverso il Campo Marzio, su arcuazioni continue fino ai Saepta, il grande edificio pubblico situato in prossimità del Pantheon e delle adiacenti Terme di Agrippa.
Una piscina limaria (serbatoio di decantazione) era posta presso le pendici del Pincio, dove il condotto antico è accessibile tramite una scenografica scala a chiocciola costruita nel Rinascimento, proprio accanto alla Trinità dei Monti.
Resti imponenti sono visibili invece all’interno della “Rinascente” in via del Tritone e presso via del Nazareno, dove si conservano, parzialmente interrate, tre arcate in blocchi bugnati di travertino poste ai lati di un fornice più grande.
La leggenda vuole che una fanciulla avesse indicato ai soldati di Agrippa le sorgenti fino ad allora cercate invano e perciò da quel momento denominate della Vergine, ma in realtà sembra che “virgo” possa piuttosto riferirsi alla purezza e alla leggerezza delle sue acque, determinate dall’assenza di calcare.
Seppur danneggiato nell’attacco di Roma dei Goti di Vitige, fu ben presto ripristinato e continuamente restaurato durante il corso dei secoli in modo da poter servire di acqua fresca e pura la città. Ancora oggi infatti molte delle fontane del centro cittadino, sono servite dall’acquedotto Vergine, come per esempio la straordinaria Fontana di Trevi.
sabato 8 gennaio 2022
Mastro Titta, er boja de Roma
“Quella der boia é ‘na missione. Perché ammazzá un omo ner nome de la giustizia nun é come scannà uno dentro a un’osteria quanno se sta’ bevuti, è ‘na cosa diversa. Perché tu ammazzi un’omo che nun t’ha fatto gnente. Quindi lo fai senza odio, senza rancore anzi con una certa educazione, un certo garbo: Permette? Prego! Zac! Je stacchi la testa e buonanotte.”
Così sentenziava Aldo Fabrizi nella commedia musicale Rugantino del 1962 nei panni del famigerato Mastro Titta, all’anagrafe Giovanni Battista Bugatti, boia del Papa-Re.
Il nostro uomo era nato a Senigallia il 6 marzo 1779 e cominciò la sua carriera di “carnefice giudiziario” assai precocemente, all’età di appena diciassette anni, nell’anno del Signore 1796.
La sua prima vittima si chiamava Nicola Gentilucci, un ragazzo di Foligno, che fu dal Bugatti impiccato e squartato perché “Tratto dalla gelosia, aveva ucciso prima il prete di Cannaiola di Trevi e il suo cocchiere, poi, costretto a buttarsi alla macchia, grassato [rapinato in italiano desueto] due frati”.
Il testo citato è un estratto di una finta autobiografia dello stesso Mastro Titta scritta da un autore anonimo sul finire del XIX secolo prendendo spunto da una serie di appunti lasciati su un taccuino dallo stesso carnefice.
Il testo fu redatto quando ormai il Bugatti era già da anni passato a miglior vita, molto probabilmente allo scopo di screditare lo stesso regime papalino, di cui Mastro Titta viene descritto come lo spietato e implacabile braccio della morte.
Al di là delle demonizzazioni, un’altra testimonianza della ferocia del boia più famoso dello Stato Pontificio arriva direttamente dall’archivio del comune di Valentano, in provincia di Viterbo. Qui, come ebbe a scrivere lo stesso Bugatti “Il 28 marzo 1797, mazzolai e squartai Marco Rossi, che aveva ucciso suo zio e suo cugino per vendicarsi della non equa ripartizione fatta di una comune eredità”.
Va tuttavia precisato come Mastro Titta svolgesse il suo lavoro di carnefice come mansione “part-time”, tanto è vero che tra un’esecuzione e l’altra il Bugatti svolgeva la professione di ombrellaio presso la propria casa, situata nel Rione di Borgo, in Vicolo del Campanile al civico 2.
Ovviamente, date le sue funzioni di carnefice Mastro Titta era alquanto malvisto dai propri concittadini e dunque, anche per salvaguardare la propria incolumità, gli era fatto divieto di recarsi nei rioni centrali dell’Urbe, oltre il fiume Tevere.
Solamente quando era in programma un’esecuzione allora mastro Titta, chiusa bottega e indossato il suo tristemente celebre mantello scarlatto (oggi visibile al Museo criminologico di Roma assieme agli altri suoi “ferri del mestiere”), attraversava Ponte Sant’Angelo per recarsi sul suo macabro “luogo di lavoro”.
Nella Roma papalina le sentenze di morte erano tradizionalmente eseguite a Piazza del Velabro (dove Monicelli ha ambientato l’esecuzione del prete-brigante don Bastiano nel film Il marchese del Grillo) oppure a Campo de Fiori o a Piazza del Popolo ed erano seguite da folle imponenti tanto da assumere l’aspetto di veri e propri spettacoli pubblici, come accadde il 23 novembre 1825 in occasione della decapitazione dei carbonari Angelo Targhini e Leonida Montanari.
Dall’abitudine di Mastro Titta di attraversare il Tevere soltanto in occasione di un’esecuzione derivò il detto romanesco “Boia nun passa ponte” che significa “ciascuno se ne stia nel suo ambiente”. Sempre da questo fatto ebbe origine un altro modo di dire romano, “Mastro Titta passa ponte“.
Quando questa frase cominciava a rimbalzare di bocca in bocca per i quartieri della Città Eterna significava che quel giorno qualcuno ci avrebbe rimesso la testa. Mentre il boia raggiungeva il luogo dov’era stato montato il patibolo, i ragazzini che lo incontravano canticchiavano strada facendo una sinistra filastrocca “Sega, sega, Mastro Titta / ‘na pagnotta e ‘na sarciccia / un´a me, un´a te / un´a mammeta che so´tre”.
Mastro Titta esercitò il mestiere di carnefice per ben sessantotto anni, dal 1796 sino al 1864, interrompendosi solamente durante i sei mesi della Repubblica Romana (febbraio-luglio 1849) durante la quale la pena capitale venne abolita.
Il Bugatti pertanto servì ben sei Papi a cominciare da Pio VI, passando per Pio VII, Leone XII, Pio VIII, Gregorio XVI e terminando la propria carriera sotto il pontificato di Pio IX, il quale lo collocò a riposo assegnandogli una pensione di trenta ducati al mese.
Nel corso della sua quasi settantennale carriera giunse a collezionare ben 516 esecuzioni fra decapitazioni, impiccagioni e squartamenti. Morì novantenne nel 1869, poco più di un anno prima che fosse aperta la Breccia di Porta Pia, che pose fine a quel regime papalino di cui lui era stato uno dei più feroci e implacabili difensori.
Mastro Titta non mostrò mai rimorso per il proprio operato. Anzi, si ritenne sempre un buon cristiano, giungendo a definirsi “Braccio esecutore della volontà di Dio, emanata dai suoi rappresentanti in Terra”.
Fino alla fine fu un convinto assertore della pena capitale di cui giustificava “l’utilità” sociale con la seguente argomentazione: “Ho sempre creduto che chi pecca deve espiare; e mi è sempre sembrato conforme ai dettami della ragione ed ai criteri della giustizia, che chi uccide debba essere ucciso. Un delinquente è un membro guasto della società, la quale andrebbe corrompendosi man mano se non lo sopprimesse. Se abbiamo un piede od una mano piagata e che non si può guarire, per impedire che la cancrena si propaghi per tutto il corpo, non l’amputiamo?”.
Complice il lunghissimo periodo durante il quale restò in servizio, Mastro Titta entrò nella tradizione popolare romanesca al punto che la sua figura compare in diverse opere, letterarie cinematografiche e teatrali.
Già nel corso dell’Ottocento venne nominato in un sonetto del poeta dialettale Giuseppe Gioacchino Belli datato 1830 e intitolato “Er ricordo”, nel quale l’autore fa tra l’altro menzione dell’usanza “pedagogica” dei padri di far assistere i figli all’esecuzione per poi assestare loro un ceffone affinché si ricordassero quale fosse la fine riservata ai delinquenti e rigassero dritto.
Dell’opera di Mastro Titta scrisse anche Lord Byron, il quale nel corso di un soggiorno nella Città Eterna assistette alla decapitazione di tre condannati avvenuta in Piazza del Popolo il 19 maggio 1817. Si chiamavano Giovan Francesco Trani, Felice Rocchi e Felice De Simoni e vennero decapitati a Piazza del Popolo in quanto riconosciuti colpevoli da un tribunale pontificio di “omicidi e grassazioni” o, come si direbbe oggi, per rapina a mano armata. Byron rimase molto turbato da quanto aveva visto tanto che in una lettera indirizzata al suo editore John Murray scrisse: “La cerimonia, compresi i preti con la maschera, i carnefici mezzi nudi, i criminali bendati, il Cristo nero e il suo stendardo, il patibolo, le truppe, la lenta processione, il rapido rumore secco e il pesante cadere dell’ascia, lo schizzo del sangue e l’apparenza spettrale delle teste esposte – è nel suo insieme più impressionante del volgare rozzo e sudicio new drop e dell’agonia da cane inflitta alle vittime delle sentenze inglesi”.
Nel 1845 un altro scrittore britannico, Charles Dickens, assistette nella giornata dell’8 marzo, all’esecuzione di Giovanni Vagnarelli, ventiseienne eugubino condannato per avere rapinato e ucciso a bastonate una contessa tedesca diretta a Roma in pellegrinaggio. Dickens riportò questa esperienza nel suo libro Lettere dall’Italia. Nel suo racconto traspare tutto il disgusto per la scena della quale si trovò ad essere spettatore “ […] Non vi era alcuna manifestazione di disgusto, o di pietà, o di indignazione, o di mestizia. Fu uno spettacolo brutto, sporco, ributtante; il cui unico significato non era altro che un’opera di macelleria, al di là del momentaneo interesse, ai danni dell’unico sventurato protagonista […]”.
Nel Novecento “Er boja de Roma” è stato rappresentato anche dal cinema: accanto alla memorabile interpretazione di Mastro Titta da parte di Aldo Fabrizi, la figura del carnefice più famoso della Roma papalina fa la sua comparsa verso la fine del film “Nell’Anno del Signore”, pellicola risalente al 1969, nella quale si racconta, in maniera romanzata, la vicenda dei carbonari Targhini e Montanari. Nell’ultima scena, poco prima di finire decapitato come l’amico, Montanari apostrofa Mastro Titta come “l’omo più moderno de Roma” perché nel clima di repressione e passatismo della Restaurazione almeno lui si serve della ghigliottina, uno strumento “moderno” che, per usare le parole di Montanari “non puzza de vecchio e de decrepito”, proprio perché inventato durante la Rivoluzione francese.




