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lunedì 15 gennaio 2024

Questa insolita spiaggia dalla sabbia viola è unica nel suo genere


 Avete mai pensato a una spiaggia viola? Esiste un luogo così particolare e si trova in California, precisamente lungo la pittoresca costa del Big Sur. 

Questa zona, famosa per le sue strade sinuose, cascate mozzafiato e panoramiche sull’Oceano Pacifico, ospita la singolare Pfeiffer Beach, un vero e proprio gioiello geologico.

 Big Sur è una destinazione da non perdere per ogni viaggiatore appassionato, nonostante le difficoltà di accesso dovute a tempeste e frane che talvolta interrompono la California Highway 1, l’arteria principale della regione.

Pfeiffer Beach non è solo una spiaggia qualsiasi, ma una vera rarità con la sua sabbia di colore viola, un fenomeno unico al mondo che cattura l’attenzione di visitatori provenienti da tutto il mondo. Sebbene la spiegazione scientifica di questo fenomeno non sia stata ancora confermata al 100%, una teoria popolare suggerisce che il colore viola provenga da particelle di granato di manganese provenienti dalle colline e montagne circostanti. 

La tonalità violacea della sabbia può variare a seconda del periodo in cui si visita la spiaggia, ma l’esperienza rimane incantevole in ogni momento, grazie anche alla tortuosa strada d’accesso e alla breve passeggiata dal parcheggio che offre viste spettacolari.


Pfeiffer Beach offre molto più della sua sabbia viola: è un paradiso per surfisti e un punto di partenza per gli avventurieri che desiderano esplorare il vasto Pfeiffer Big Sur State Park. 

Al tramonto, la spiaggia diventa il palcoscenico perfetto per fotografi e appassionati di selfie che cercano di immortalare la suggestiva luce che filtra attraverso la Keyhole Rock, creando scenari da sogno.

 Si ritiene che le pietre colorate presenti sulle colline sopra la costa siano la fonte del colore unico della sabbia di Pfeiffer Beach, aggiungendo un ulteriore tocco di mistero a questo luogo affascinante.

Fonte: greenme.it


mercoledì 4 maggio 2022

Aogashima: il villaggio dentro al vulcano


 Si trova in Giappone l’isola vulcanica di Aogashima, precisamente a 358 chilometri a sud di Tokyo (di cui fa parte), immersa nell’Oceano Pacifico e parte delle isole dell’arcipelago di Izu di cui costituisce l’isola più distante ma anche quella più interessante dal punto di vista geologico.

L’isola si è generata dai frammenti vulcanici di ben 4 caldere sottomarine e ha una superficie di circa 9 chilometri.

 La conformazione dell’isola vulcanica appare alquanto particolare poiché è composta da un cratere vulcanico che misura 1,5 chilometri, che costituisce la grande caldera che prende il nome di Ikenosawa e al suo interno ospita un secondo cratere più piccolo: il vulcano Maruyama alto appena 200 metri ma considerato ancora attivo.

 Dal punto di vista geologico rappresenta un insieme peculiare poiché è formata da rocce molto alte che si elevano dal mare lungo tutto il perimetro e sprofondano verso l’interno dando vita a un grande cono.

Si tratta di una meta non ancora inflazionata dal turismo, grazie alla sua posizione isolata, ma spostandosi per soli due giorni in questo luogo i visitatori possano esplorare l’isola in lungo e largo: immergersi nella natura, nelle attività all’aperto come quelle da praticare nel parco Ovamatenbo, e nelle escursioni lungo i sentieri segnati. 

C’è una strada che percorre tutto il perimetro del vulcano più grande fino a Otonbu, il punto più alto e panoramico, ma una delle migliori opzioni è rappresentata da un giro a bordo di elicottero che si prende sull’isola di Hachijojima e consente di ammirare in tutta la spettacolare natura vulcanica l’isola.


Una grande esplosione interessò l’isola nel 1785, quando fu abbandonata per circa mezzo secolo. 

Dopo l’inferno di fiamme e fuoco e gas che sterminò metà della popolazione sarebbe stato normale che venisse abbandonata per sempre; invece, con il tempo nuovi abitanti popolarono l’isola e oggi la vita scorre lenta ad Aogashima e lontana dal caos metropolitano.


Grazie al vulcano i residenti possono sfruttare le sorgenti di acqua calda naturale, ricavare energia geotermica sufficiente per l’autosostentamento e persino concedersi rilassanti saune a cielo aperto.

 La maggior parte degli abitanti pratica la pesca ma non mancano le attività commerciali e sull’isola è presente anche una distilleria di Shochu, un liquore molto simile alla vodka.

Oggi i residenti sono poco meno di 200 e il villaggio è dotato di tutto ciò che può servire ai suoi cittadini: una scuola, un negozio, un ufficio postale, due locali che offrono specialità del posto e la possibilità di cantare al karaoke; ma vi sono anche bed & breakfast e un campeggio gratuito per i turisti dotato persino di una sauna geotermica dove rilassarsi.

 All’esterno dello stesso le sorgenti geotermiche sono utilizzate anche per cuocere al vapore cibi semplici come uova e patate.


Il calore originato dal vulcano viene utilizzato per produrre il sale hingya, tipico dell’isola, ottenuto scaldando l’acqua di mare con il vapore dei soffioni boraciferi.

Fonte: meteoweb.eu

venerdì 2 ottobre 2020

Thrihnukagigur , l'esperienza unica di scendere all'interno di un vulcano


 Il Vulcano Thrihnukagigur si trova in Islanda, a poco meno di 35 chilometri da Reykjavik. Si tratta dell’unico vulcano al mondo in cui oggi è possibile entrare al suo interno per ammirare i colori sgargianti della camera magmatica.

 Un’esperienza straordinaria, capace di regalare la sensazione esclusiva di un viaggio al centro della terra.

Il Thrihnukagigur, dormiente da circa 4.000 anni, sorge a circa 500 metri sul livello del mare e fu scoperto nel 1974 dall’esploratore Árni B Stefánssont.

 Dal 2012 è possibile visitarlo con un’escursione di 45 minuti fino al cratere e poi, attraverso uno speciale ascensore a cestello si potrà scendere per 198 metri fino a raggiungere la base della camera magmatica.

 L’esplorazione avviene in gruppi di 13 persone e una volta terminata la discesa, in compagnia di guide esperte, i visitatori potranno trascorrere un'ora in tutta libertà, scoprendo le spettacolari sfumature delle rocce. 

Gradazioni di colore che, secondo la loro composizione chimica, vanno dal rosso al blu cobalto, passando dal verde e da ogni tonalità di giallo.



Questo tour, oltre a svolgere un ruolo turistico, permette agli scienziati di studiare e tenere sotto controllo l’attività del vulcano.

 Il rischio di un’eruzione o di un terremoto improvviso che potrebbe chiudere l’accesso di questo spazio, dove un tempo ribolliva la lava, non è mai scongiurato. 

Tuttavia, le persone dotate di una buona dose di coraggio potranno assistere a uno spettacolo geologico veramente incredibile.

Fonte: mybestplace

lunedì 20 luglio 2020

L’unico posto sulla Terra dove la pangea esiste ancora


L'unico posto al mondo in cui si può guardare con i propri occhi la pangea.
 Ecco qual è l'unicità di Cliffs of Fundy, la scogliera canadese che mostra ancora oggi gli effetti delle antiche forze geologiche che hanno plasmato, e continuano a farlo, la frastagliata costa atlantica.
Sebbene la baia di Fundy della Nuova Scozia non sia così conosciuta, è un vero cumulo di tesori geologici. 
Ecco perché l'Unesco l'ha inserita fra i Global Geopark, una rete di 161 siti in 44 paesi che custodiscono silenziosamente la storia del nostro pianeta.


«Non c'è nessun altro posto sul pianeta Terra in cui è possibile vedere com'era il paesaggio 300 milioni di anni fa, ai tempi della Pangaea, così come gli effetti della sua rottura di 100 milioni di anni dopo, ovvero la nascita del mondo moderno», ha affermato il geologo John Calder. 

 The Cliffs of Fundy racconta la storia dell'incontro del supercontinente e della sua demolizione, fra scogliere a strapiombo sul mare, spiagge di fossili, crateri e insenature, fra cui si nasconde la dimora dei leggendari Glooscap e Malsumis, mitologici gemelli con il potere di creare, rispettivamente, un mondo buono e il suo opposto.




Le scogliere di questo litorale si estendono lungo 165 chilometri e sono state create dalle più alte maree della terra, con picchi alti come palazzi di cinque piani. 

Le fredde acque del Nord Atlantico hanno scolpito le antiche rocce, dalle cui fratture sono emersi grandi flussi di lava incandescente. Ogni angolo di questo posto trasuda storia, e ci si può casualmente imbattere in cimeli preziosissimi, così come capitato pochi giorni fa a una signora che si è trovata sotto i piedi un fossile di 310 milioni di anni fa. 


 Fonte: lastampa.it

domenica 12 luglio 2020

In Canada, fra le infernali Smoking Hills che sputano fumo ininterrottamente da secoli


Il primo ad aver avvistato il fumo, pensava si trattasse di un incendio.
 Era il 1826 e Captain Robert McClure, in missione di salvataggio, ancora non sapeva che in realtà si trovava davanti a un «fuoco perpetuo» sotterraneo.

 Siamo nei remoti territori del Nord-Ovest del Canada. E quelle che sembrano il preambolo dell'inferno solo le Smoking Hills che bruciando ininterrottamente da secoli.
 Uno scenario surreale, dove il fumo esce dalle fenditure nelle rocce che si tuffano a strapiombo nel Mar Glaciale Artico.


L'incendio c'è, ma non si vede. 
Si consuma in depositi sotterranei di zolfo di lignite e il fumo sale in superficie, approfittando delle spaccature create dall'erosione. Una condizione che ha acidificato gli stagni che si trovano nella tundra lungo la costa e riversato sul suolo grandi concentrazioni di sedimenti di alluminio, ferro, zinco, nichel, manganese e cadmio che rendono la costa insolitamente variopinta.


 I pennacchi di gas sono ben visibili sia dal mare che dalla terraferma. E nonostante questa scogliera sia impervia e difficile da raggiungere – si raggiunge solo in elicottero o in barca, con partenza da Paulatuk – è diventata negli anni una attrazione turistica, meta di escursioni dal sapor post apocalittico rimasto invariato da secoli.

 Gli scogli che compongono queste colline di pietra riescono a resistere alle alte temperature, accumulando calore.




Si narra che l'equipaggio dell'esploratore ottocentesco abbia portato un pezzo di quelle rocce a bordo della della nave della Royal Navy Britannica, per portarlo in patria. E che roccia incandescente abbia bucato la scrivania in legno del capitano, su cui era stata appoggiata. 

 Inizialmente si pensava che queste colline celassero la bocca di un vulcano. 
Invece oggi si sa che rappresentano un ecosistema geologico unico nel suo genere.


 Fonte: lastampa.it

giovedì 4 giugno 2020

I Pilastri della Lena , l'imponente cresta calcarea della Siberia


I Pilastri della Lena sono una magnifica formazione geologica che si innalza lungo il corso del fiume Lena nella Repubblica di Sakha, situata nella parte orientale della Siberia.
 Questi spettacolari pilastri, che in russo vengono chiamati Lenskiye Stolby, raggiungono anche i 300 metri d'altezza e sono il risultato del processo di erosione iniziato ben 500 milioni di anni fa.

 La bellezza di questa foresta di pietra ha dato vita al Lena Pillars Nature Park, un territorio protetto oggi inserito nella lista del Patrimonio dell'umanità dell'Unesco. 

Una distesa di rocce calcaree costituite da marna, dolomite e ardesia che si mostra in tutto il suo imponente splendore correndo sulla sponda del fiume per oltre 40 chilometri.


Una zona impervia e selvaggia, caratterizzata da escursioni termiche in grado di passare dai 60° sotto zero dell’inverno ai 40° dell’estate. 

Tra queste profonde gole create dall’alternanza dello scioglimento e del congelamento dell'acqua, dove in passato sono stati rinvenuti i resti di ossa di animali preistorici come mammut, bisonti e altri mammiferi ormai estinti, oggi vivono zibellini, orsi, scoiattoli, alci e oltre 100 specie di uccelli.
 Qui crescono anche 21 specie di piante rarissime e il fiume vanta oltre 31 specie di pesci.




Il Parco Naturale dei Pilastri della Lena si trova a circa 200 km da Yakutsk, una città portuale che si raggiunge da Mosca con un volo di circa 7 ore. 
Una volta arrivati a Yakutsk, per ammirare al meglio questo straordinario capolavoro della natura, ci si può affidare alle numerose crociere organizzate sul fiume. 
Tutte le imbarcazioni offrono cabine dotate del massimo comfort, ma si può scegliere di partire anche in elicottero, un viaggio veloce di appena un’ora, ma molto costoso. 

 Fonte: mybestplace.com

lunedì 18 maggio 2020

Le Montagne arcobaleno di Zhangye Danxia


Un’antica leggenda racconta che là dove nasce un arcobaleno è sepolta una pentola piena di monete d’oro! E se invece di un tesoro in metalli preziosi, l’arcobaleno stesso si fondesse con il terreno, con i monti e le colline da dove nasce, donando i suoi colori direttamente alla terra, dipingendola dei suoi spettacolari riflessi? 
È quello che sembra essere accaduto nella provincia di Gansu, nella Cina nord-occidentale. E precisamente nel Parco Geologico Nazionale di Zhangye Danxia, meglio conosciuto come le Montagne arcobaleno.


 Le Montagne arcobaleno di Zhangye Danxia sono un’area spettacolare, considerata tra le più incredibili della nazione e non a caso utilizzata da numerosi set cinematografici (tra cui film come Avatar o la saga di Guerre stellari). 
Si estende per ben 510 km² in una zona arida non lontana dal deserto del Gobi. 

L’attrazione principale del luogo è data dalle particolari conformazioni rocciose.
 Lisce, taglienti e con accostamenti incredibilmente insoliti di colori, le montagne evocano vere e proprie tavolozze di pittori, che dando luogo a un paesaggio davvero unico al mondo.
 Non a caso, il sito è stato dichiarato dall’Unesco nel 2010 “Patrimonio dell’Umanità”.




In realtà le Montagne Arcobaleno sono il risultato di un lento processo orogenetico durato quasi 25 milioni di anni. 
Lo scontro fra la placca indo-australiana e quella euroasiatica ha generato queste “increspature geologiche” che hanno sollevato e portato allo scoperto depositi marini millenari di arenaria rossa e altri minerali. 
Successivamente sono stati ossidati e lavorati dall’incessante e millenaria azione combinata della pioggia e del vento. 


Secondo i geologi, la peculiarità delle formazioni rocciose Danxia è dovuta proprio al sovrapporsi di differenti strati di crosta oceanica. Gli strati di roccia hanno risposto in maniera differente alla luce solare e assunto svariati colori. E a seconda della consistenza e della densità hanno reagito in modo diverso all’erosione. 
Si sono così venuti a creare grotte, picchi aguzzi e colline sinuose.


Il parco è diviso in varie aree, in parte visitabili, tra cui due sono le principali. 
La più famosa e spettacolare è sicuramente “Qicai danxia“, i Monti Arcobaleno veri e propri, chiamati così per gli incredibili colori che le contraddistinguono. 
Un’altra zona molto particolare, anche se meno nota al pubblico, è il “Binggou danxia“, un’area dalle tinte meno intense, ma caratterizzata da rocce dalle forme bizzarre.

 Gli abitanti di Zhangye, la città più vicina al parco, consigliano di visitare Qicai danxia per i colori che sembrano dipinti e Binggou danxia per le forme che sembrano scolpite. 
Insomma un viaggio artistico attraverso la geologia che va diritto al cuore, soprattutto se si visitano questi paesaggi negli orari migliori, ovvero all’alba e al tramonto. 

 FONTE: RIVISTANATURA.COM

martedì 28 aprile 2020

In Spagna c’è un’enorme voragine nel terreno, unica in Europa


Un luogo così suggestivo da non sembrare neanche vero. 
Si chiama “Sima de San Pedro”, voragine di San Pietro. 

Si tratta di un’enorme voragine che si trova in Spagna, nei pressi di Oliete, un piccolo comune spagnolo di 357 abitanti situato nella comunità autonoma dell’Aragona. 
 Per secoli, la “Sima” di San Pedro è stato un luogo inquietante e minaccioso, una fossa dove un sasso lanciato all’interno impiegava parecchi secondi per raggiungere il fondo, immerso in un silenzio rotto solo dall’eco della pietra spinta nella voragine. 

Un luogo che non si incontra per caso perché al di fuori dei percorsi turistici comunemente battuti. 
 Ma una volta giunti sul posto lo spettacolo è mozzafiato.
 Si apre una voragine larga 85 metri e profonda circa 100. Per ammirarla da vicino è presente una passerella che si staglia nel vuoto.


Per il suo valore geologico, l’abisso è considerato unico in Europa e viene talvolta utilizzato per organizzare gare di speleologia nazionali e internazionali. 
Una discesa nel suo cuore infatti è una delle avventure più “vertiginose” per gli amanti delle arrampicate. 


 La fossa ha origini molto antiche, è circondata da materiali risalenti al periodo giurassico e ospita circa 25 specie tra anfibi, rettili, uccelli e mammiferi, pipistrelli, gracchi dal becco rosso e taccole. 
Anche nella parte inferiore della voragine, la vita si fa strada con un’intensità inimmaginabile dalla cima. Infatti nel fondo dell’abisso di San Pedro è presente un lago profondo 22 metri che contiene circa 560.000 metri cubi d’acqua.


La cittadina più vicina è Oliete, dove vivono meno di 360 persone, caratterizzata da stradine ripide e strette intervallate da canali d’acqua. E il paesaggio, per molti chilometri intorno, è di colore ocra, quasi desertico e caratterizzato da una bellezza austera.

 


FRANCESCA MANCUSO

martedì 15 ottobre 2019

Machu Picchu è stata costruita volutamente dagli Incas in un’area altamente sismica


Durante il GSA Annual meeting conclusosi a Phoenix, in Arizona, il geologo brasiliano Rualdo Menegat, del Departamento de Paleontologia e Estratigrafia, Universidade Federal do Rio Grande do Sul, ha presentato la relazione “How Incas used geological faults to build thei settlements” secondo la quale l’antico santuario Inca di Machu Picchu, considerato una delle meraviglie architettoniche dell’umanità, la città nascosta costruita in una remota area andina in cima a una stretta cresta, in alto sopra un canyon che precipita in un fiume, sarebbe stato costruito volutamente in un’area a fortissimo rischio sismico. 


 Machu Picchu è famoso per la sua perfetta integrazione con il paesaggio spettacolare che l’ha nascosta ai conquistadores spagnoli, ma la posizione della città/santuario ha a lungo sconcertato gli scienziati: perché gli Incas hanno costruito il loro capolavoro in un posto così inaccessibile? 
La ricerca di Menegat suggerisce che la risposta potrebbe essere legata alle faglie geologiche che si incrociano sotto il sito e da una dettagliata analisi geo-archeologica viene fuori che gli Incas avrebbero costruito intenzionalmente Machu Picchu, come altre loro città, in luoghi in cui si incontrano faglie tettoniche.
 Menegat è convinto che «La posizione di Machu Pichu non è una coincidenza. 
Sarebbe impossibile costruire un sito del genere in alta montagna se il substrato non fosse fratturato».


Utilizzando una combinazione di immagini satellitari e misure sul campo, Menegat ha mappato una fitta rete di fratture e faglie che si intersecano sotto il sito peruviano patrimonio mondiale dell’Unesco e a sua analisi indica che queste caratteristiche variano ampiamente: «Alle minuscole fratture visibili nelle singole pietre ai grandi allineamenti di 175 chilometri che controllano l’orientamento di alcune delle valli fluviali della regione». 

Menegat ha scoperto che queste fratturazioni «Si verificano in diversi insiemi, alcuni dei quali corrispondono alle principali zone di faglia responsabili del sollevamento delle Ande centrali negli ultimi 8 milioni di anni. 
Poiché alcuni di questi difetti sono orientati a nord-est-sud-ovest e altri a nord-ovest-sud-est, creano collettivamente una forma a “X” dove si interseca sotto Machu Picchu»
 La mappatura del ricercatore brasiliano suggerisce che le suddivisioni urbane della città/santuario Inca e i campi agricoli circostanti, ma anche i singoli edifici e le scale, siano tutti orientati lungo queste tendenze: 
«Il layout riflette chiaramente la matrice della frattura alla base del sito – ha detto Menegat – Anche altre antiche città Inca, tra cui Ollantaytambo, Pisac e Cusco, si trovano all’intersezione di faglie, ognuna è precisamente l’espressione delle direzioni principali dei difetti geologici del sito».

 I risultati dello studio di Menegat indicano che la rete di faglie e fratture sottostante alla città sacra è parte integrante della costruzione di Machu Picchu quanto le sue leggendarie pietre che stanno insieme senza malta e così perfettamente montate che è impossibile far scivolare tra di loro una carta di credito.

 Menegat spiega che «Come capimastri, gli Incas hanno approfittato degli abbondanti materiali da costruzione nella zona di faglia. 
L’intensa fratturazione ha predisposto le rocce a rompersi lungo questi stessi punti di debolezza, riducendo notevolmente l’energia necessaria per scolpirle».






Oltre a contribuire a modellare le singole pietre, la rete di faglie di Machu Picchu probabilmente offriva agli Incas altri vantaggi, secondo Menegat «Il principale tra questi era una fonte d’acqua disponibile. 
Le fratturazioni tettoniche dell’area hanno incanalato l’acqua di fusione e l’acqua piovana direttamente nel sito. La costruzione del santuario in un crinale così in alto ha anche avuto il vantaggio di isolare il sito da valanghe e frane, rischi fin troppo comuni in questo ambiente alpino».

 Le falde e le fratture sotto Machu Picchu hanno anche contribuito a drenare il sito durante gli intensi temporali della regione amazzonica peruviana: «Circa i due terzi dei lavori di costruzione del santuario hanno comportato la costruzione di drenaggi sotterranei – conclude Menegat – 
Le fratture preesistenti hanno aiutato questo processo e hanno contribuito alla sua notevole conservazione. Machu Picchu ci mostra chiaramente che la civiltà Inca era un impero di rocce fratturate». 

 Fonte: greenreport.it

venerdì 2 agosto 2019

Lanzarote, un’estate fra gli astronauti per sentirsi su un altro pianeta


Se la Luna è in Islanda, Marte si trova in Spagna. 

Pur trovandosi a 54,6 milioni di chilometri dal pianeta rosso, Los Volcanes di Lanzarote, nelle Isole Canarie, è quanto di più simile c'è al mondo. 
Il torrido paesaggio vulcanico, con la sua sabbia nera e rossa, i crateri, le colline laviche e i campi pietrosi offre uno scenario da altro mondo, tanto da essere stato scelto da Esa e Nasa come campo di esercitazione per gli astronauti che prenderanno parte alle prossime missioni spaziali.


Per la sua insolita strana somiglianza geologica con la Luna e Marte, Lanzarote è diventato uno dei centri di ricerca più importanti del mondo.
 E' qui che sono stati testati i Mars Rovers e che si sperimentano le procedure di attracco ed esplorazione.

 E l'elevato valore ambientale dell'isola le ha fatto conquistare anche il titolo di Riserva della biosfera dell'Unesco. 
Un ecosistema di grande valore, tra vulcani, grotte e spiagge incontaminate.


Per un viaggio nelle viscere della terra c'è la grotta di Los Verdes, antico rifugio dai pirati: un mondo segreto dalle mille forme geologiche contorte, frutto della lava vulcanica trasformata in roccia.
 Poi ci sono El Golfo, un cratere a livello del mare creato dalle violenti eruzioni del 1730, e il Charco de los clicos, un piccolo lago d'acqua salata dal colore verde smeraldo circondato da un spiaggia di ciottoli neri raggiungibile da una collina di sabbia rossa.


Insomma, le suggestioni qui non mancano.

 «Lanzarote offre diversi paesaggi lunari e marziani realistici», ha affermato Loredana Bessone d'Agenzia Spaziale Europea.

 «È facile insegnare compiti e operazioni agli astronauti, ma non è facile formarli come scienziati sul campo. 
Il progetto "Pangaea" aiuta gli astronauti di qualsiasi livello a diventare geologi di campo e geo-microbiologi efficaci in un contesto scientifico planetario. 
E i risultati sono molteplici: gli astronauti imparano a diventare geologi, gli scienziati svolgono indagini e imparano a lavorare in modo più operativo».

 Un campo di addestramento, perfetto anche per le vacanze.



Fonte: lastampa.it

mercoledì 17 luglio 2019

L’Altopiano di Ennedi: remota e affascinante meta nel Ciad


Non ha spiagge meravigliose come il Kenia, non ha città imperiali come il Marocco, non ha parchi lussureggianti come il Sudafrica, ma ciò non significa che il Ciad, in Africa Centrale, non offra attrattive spettacolari, anzi. 

 Proprio là dove il Sahara ha ricoperto con le sue sabbie le regioni settentrionali del paese, ci sono delle imponente formazioni di arenaria, modellate nel corso dei millenni, meraviglie geologiche inserite nel Patrimonio mondiale dell’UNESCO nel 2016.


Il deserto non è una meta per tutti: bisogna amare i silenzi sconfinati, gli orizzonti infiniti e il misterioso fascino della solitudine.

 Arrivare all’altopiano di Ennedi significa spingersi verso una frontiera lontana da qualsiasi cosa chiamata “civiltà”, un luogo frequentato solo da un paio di tribù nomadi che ancora si aggirano tra le sabbie del Sahara e le piccole oasi, in cerca di pascoli per i loro cammelli, le capre e le pecore. 
Sono pastori, come lo erano quegli uomini del neolitico che hanno lasciato incisioni e pitture rupestri tra i 7000 e 3000 anni fa, nelle grotte che usavano come rifugio.




L’altopiano di Ennedi è quasi un baluardo naturale nel bel mezzo del Sahara, con le sue torri, i pilastri, gli archi e i ponti di arenaria, che occupano un territorio (40.000 chilometri quadrati) grande quasi quanto la Svizzera.




Queste straordinarie formazioni geologiche iniziarono a strutturarsi milioni di anni fa, durante la cosiddetta “era della vita antica” (tra i 550 e i 250 milioni di anni fa), quando l’oceano ancora ricopriva quello che oggi è il deserto del Sahara. 

 Modellato prima dall’acqua del mare e poi dal vento del deserto, l’altopiano di Ennedi è una straordinaria testimonianza di un mondo ormai scomparso, con il suo ecosistema che consente ancora la sopravvivenza di centinaia di specie animali e vegetali, compreso il raro coccodrillo del deserto.


E’ molto suggestiva l’ipotesi, non confermata da alcuna prova, che nelle aree più remote dell’altopiano possano ancora vivere il raro ghepardo sudanese, l’onice del Sahara (una specie di antilope considerata estinta dal 2000), e forse addirittura la tigre di Ennedi (un tipo di gatto dai denti a sciabola), conosciuta solo grazie alla descrizione dei nativi.


La vita delle tribù nomadi, così come di animali e piante, è possibile grazie all’acqua dolce delle gueltas (stagni del deserto), che dissetavano anche, migliaia di anni fa, gli animali dipinti nei petroglifi: coccodrilli, cammelli, cavalli, uccelli, leoni, rappresentati insieme a figure principalmente femminili.


Remoto, quasi irraggiungibile, ma straordinariamente affascinante: il massiccio di Ennedi, Riserva Naturale e Culturale, sito patrimonio dell’UNESCO, potrebbe e dovrebbe rappresentare una risorsa economica per uno dei paesi tra i più poveri al mondo. 


 Fonte: vanillamagazine

martedì 7 maggio 2019

In Turchia c’è una montagna che “sputa fuoco” ininterrottamente da duemila anni


Una fiamma eterna sfarfalla nel Parco nazionale dell'Olympos Beydaglari di Antalya, in Turchia. 
Qui si trova una montagna in grado di «sprigionare» fuoco: le fiamme escono dalle fenditure nella roccia e sono alimentate da una misteriosa emissione di metano dai meandri della Terra.


Le montagne non dovrebbero «sputare fuoco». 
Ma nonostante questo, questo massiccio turco emette costantemente da almeno duemila anni le Chimaera seep, le fiamme Chimera. 

A spiegare, almeno in parte, questo fenomeno, è ora uno studio pubblicato sulla rivista Applied Geochemistry condotto dal ricercatore italiano Giuseppe Etiope insieme al collega canadese Michael J. Whiticar, che documenta come queste fiamme perpetue vengano alimentate da una «infiltrazione sotterranea di metano», ma non dello stesso tipo prodotto dalla decomposizione della materia organica.
 Si tratta infatti in un «metano abiotico, prodotto spontaneamente dalle reazioni chimiche tra rocce e acqua» direttamente nel sottosuolo.


Non si tratta di un fenomeno raro: la montagna turca non è l'unica a custodire questa fonte illimitata di metano inorganico. 

Tuttavia rimane misterioso: nello studio, Etiope elenca le varie ipotesi che possono spiegare la produzione di metano senza alcun elemento organico coinvolto, dal raffreddamento del magma, ai meteoriti primordiali, sino al processo di serpentinizzazione che si verifica quando l'acqua filtra attraverso alcuni tipi di minerali nel mantello terrestre, causando una reazione metamorfica.


Qualunque sia il perché, rimane l'incredibile fascino di questo fenomeno che si può osservare nel parco nazionale turco che si estende lungo i litorali delle antiche regioni della Panfilia e della Licia. 

La montagna più alta del parco è il Tahtali Dagi l'Olimpo Licio, e il giacimento di gas perennemente in fiamme di Yanartas si trova proprio ai piedi di questa montagna. 


 Fonte: lastampa.it
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