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giovedì 18 novembre 2021

La Mappa su un uovo di struzzo è la più antica rappresentazione del Nuovo Mondo


Se la prima mappa a rappresentare il continente americano è quella di Juan de la Cosa, realizzata nel 1500, e la prima in cui il nome America sembra identificarlo è la cosiddetta Universalis Cosmographia di Martin Waldseemüller, del 1507, il primo globo che mostrava il Nuovo Mondo fu creato nientemeno che da Leonardo da Vinci nel 1504.

Tuttavia, che fosse opera di Leonardo non si sapeva quando il 16 giugno 2012 fu scoperto alla fiera cartografica londinese organizzata dalla Royal Geographical Society. Un commerciante olandese stava cercando di venderlo come se fosse un oggetto del XIX secolo, e in seguito avrebbe affermato di averlo appena acquistato lo stesso giorno da un altro collega, quindi la provenienza del manufatto rimane sconosciuta.


 Il fortunato acquirente del mappamondo, il ricercatore Stefaan Missinne, sarebbe giunto alla conclusione (come espone nel suo libro The Da Vinci Globe ) che si trattasse dell'opera del celebre artista rinascimentale basandosi sul fatto che Leonardo avrebbe realizzato un disegno per il globo nel 1503, che si trova nel Codex Arundel.

Un altro disegno, della nave mostrata sulla mappa a sud dell'Oceano Indiano, è presente in un codice di Francesco di Giorgio Martini datato 1487-90, e proprio il proprietario di questo codice era lo stesso Leonardo.

 È l'unico libro sopravvissuto della vasta biblioteca di Da Vinci, e quindi l'unico che contiene annotazioni nella sua stessa calligrafia.


Secondo i ricercatori, sia i dettagli pittografici che il modo di applicare le incisioni (realizzate da un mancino) indicano Leonardo come suo autore. In questo senso la mappa del globo presenta, secondo Missinne e Geert Verhoeven, un esempio di prospettiva inversa, una forma di anamorfosi di cui il primo esempio noto è anche attribuito a Da Vinci.

Inoltre, sul recto della pagina 331 del Codice Atlantico , che risale al 1504, Da Vinci scrisse: el mío mappamondo che ha Giovanni Benci (il mio globo che ha Giovanni Benci), sottintendendo che avesse creato un globo. Oggi non è solo il più antico mappamondo inciso che conosciamo, ma anche il più antico a rappresentare l'America, come dicevamo all'inizio.

Nelle parole di Missinne e Verhoeven:

Mentre viveva a Firenze nel 1504 Leonardo aveva accesso non solo alle mappe più recenti, ma a molte altre fonti di conoscenza come le tecniche di incisione e fusione. Incidendo questi gusci d'uovo di struzzo molto esotici e costosi, ha voluto sottolineare la nascita del quarto continente: l'America. Nonostante sia intitolato ad Amerigo Vespucci, il nome che compare sul globo è Mundus Novus (Nuovo Mondo), esattamente come lo aveva chiamato Vespucci.

Fonte:  amusingplanet.com

 

mercoledì 11 gennaio 2017

Titanic: il ruolo sottovalutato di un incendio


Dopo oltre un secolo dalla notte tra il 14 e il 15 aprile 1912, quando il transatlantico britannico RMS Titanic affondò nell'Oceano Atlantico, ci sono ancora studiosi che cercano di scoprire cosa stava avvenendo realmente a bordo della nave poco prima e durante l'impatto con l’iceberg che ne causò l'affondamento. 

Recentemente sono venute alla luce delle fotografie che mostrano segni di evidenti e gravi danni allo scafo proprio nel punto in cui venne poi colpito dall’iceberg, causati da un incendio che si era sviluppato sotto coperta.
 A riportare alla ribalta il drammatico evento del Titanic è il giornalista e scrittore irlandese Senan Molony, che da 30 anni studia il disastro. 
 Secondo Molony quella notte si verificò una coincidenza di eventi che diede origine a una sorta di tempesta perfetta, dove fuoco, ghiaccio e negligenza portarono all’affondamento del Titanic e alla morte di oltre 1500 persone.

 Era già noto che a bordo del Titanic fosse in atto un incendio, nel bunker 6, dove era stivato il carbone per la navigazione: l'incendio si era sviluppato subito dopo la partenza da Belfast. Tuttavia, durante le indagini per spiegare l'accaduto quell’incendio non venne mai considerato importante.


Ora però alcune fotografie d'epoca vendute a un'asta privata hanno mostrato una situazione molto particolare: delle evidenti macchie scure sullo scafo, che secondo Molony e gli esperti che hanno studiato le immagini, sarebbero conseguenza di un incendio particolarmente violento.
 Il fuoco deve avere indebolito in modo significativo una parte dello scafo e, per una sfortunata coincidenza, proprio quella parte che sarebbe stata colpita dall'iceberg, che incontrò quindi una resistenza molto ridotta: «Alcuni esperti di metallurgia ritengono che con una temperatura di circa 1.000 gradi centigradi, cioè quella a cui deve essere stato sottoposto lo scafo dall'interno, la resistenza deve essere scesa di oltre il 75%», riporta Molony.

 Il terzo elemento che si è sovrapposto al fuoco e all’iceberg fu la velocità: il Titanic viaggiava più velocemente di quanto avrebbe dovuto e questo, molto probabilmente, perché buona parte dell'equipaggio era impegnato a spalare carbone - caricandolo nelle caldaie - per ridurre la forza dell'incendio. 

 Questa nuova ipotesi si aggiunge alle numerose altre che hanno trovato più di un elemento da associare alla causa primaria dell'affondamento, lo scontro con l'iceberg. 

 Fonte: focus.it

giovedì 10 settembre 2015

Stendardi Sciiti



Stendardi da processione sciita risalenti al 1650 d.C. circa, hanno pressapoco la forma di una spada, con un disco fra la lama e l'impugnatura e sono alti 127 centimetri.
Sono di ottone dorato tipico della tradizione metallurgica del suo luogo di provenienza, Isfahan, Esfahan, Iran, dove si incontravano mercanti e artigiani provenienti da India, vicino Oriente ed Europa. Rispecchia l'epoca degli scià safavidi in Iran, un epoca sofisticata, prospera e cosmopolita, tollerante verso tutte le forme di religione. Lo scià Abbas I invitava il mondo a visitare la sua capitale Isfahan, dove accoglieva inviati cinesi, consiglieri inglesi e mercanti armeni di fede cristiana.
I visitatori restavano sbalorditi davanti a questa tolleranza religiosa che accoglieva pacificamente cristiani ed ebrei, con i relativi luoghi di culto, all'interno di uno Stato la cui religione ufficiale era l'Islam. Quanto dovremmo imparare dalla storia.

giovedì 15 maggio 2014

Le carte nautiche medioevali copiate da originali sconosciuti ?

Precise, fin troppo, per le conoscenze dell’epoca. E per giunta comparse praticamente all’improvviso, senza traccia di modelli precedenti.
 Le cosiddette carte portolaniche- ovvero le carte nautiche in uso dal Medioevo- hanno sempre stupito gli esperti.


Queste mappe, spesso associate ai portolani ( i manuali della navigazione, nei quali venivano descritte nei dettagli le coste di una determinata regione), sono sempre state considerate opera di cartografi medioevali, sulla base di fonti a loro contemporanee.

 La più antica è la Carta Pisana, comparsa alla fine del XIII secolo. Fu questa pergamena a dare il via ad una serie di carte nautiche estremamente accurate, pur se limitatamente al Mediterraneo e al Mar Nero.
 Questi disegni, impressi su pelli di animali opportunamente lavorate, mostrano con grande esattezza il contorno delle coste, i porti e le insenature mentre indicano con pochi dettagli le caratteristiche interne del territorio. 
Sono poi caratterizzate da una rete di linee rette intersecanti secondo vari angoli, che collegano sponde opposte per ciascuna delle 32 direzioni della bussola, al fine di indicare le rotte. 

 Dopo quel primo, mirabile esempio – opera di ignoto- spuntato dal nulla nella Repubblica Marinara di Pisa, altre mappe del genere entrarono in uso presso le corti di Spagna e Portogallo, dove vennero gelosamente custodite come segreti di Stato, tanto erano fondamentali per la navigazione. 
Gli studiosi hanno ipotizzato che esse siano il risultato delle conoscenze pratiche dei marinai del tempo, migliorate dalle più antiche nozioni tecniche di Bizantini ed Arabi. E la loro precisione sarebbe il frutto di fortunate coincidenze.


Non la pensa così, però, Roel Nicolai.
 La tesi di laurea con la quale è diventato dottore in geodesia ( la disciplina che studia la misurazione e la rappresentazione della Terra) presso l’Università di Utrecht, in Olanda, contesta infatti questa interpretazione. 
Nella sua “Revisione critica dell’ipotesi di un’origine medioevale delle carte portolaniche”, il ricercatore insiste su un punto centrale: la tecnica usata per realizzare quelle mappe nautiche non era a disposizione degli Europei del tempo.
 Quindi, i cartografi del XIII e del XIV secolo devono aver copiato le carte da fonti molto più antiche, forse senza neanche capire bene cosa stavano disegnando. Non solo. Nicolai sostiene che tale accuratezza è stata possibile utilizzando quella che appare una precoce versione della Proiezione di Mercatore, ovvero la conversione matematica della geometria della curvatura della Terra su un piano, ideata dal cartografo fiammingo ben 3 secoli più tardi, nel 1569. 
Ma nulla al momento fa pensare che una simile conoscenza esistesse già nel Medioevo. 
“Tutte le carte portolaniche che ho studiato sembrano realizzate grazie alla Proiezione di Mercatore. Sono sicuramente state disegnate su pergamena medioevale, ma chi le compilò probabilmente non si rese conto di quanto accurate esse fossero. In esse, la forma del Mediterraneo è perfettamente riconoscibile, mentre persino nel tardo Medioevo il suo aspetto era assai diverso da quello evidenziato sulle mappe”, scrive Nicolai.
 Nei mappamondi dell’epoca, infatti, il bacino appare molto più allungato e la linea costiera molto più approssimativa, se non del tutto fantasiosa.


Secondo il ricercatore olandese, quelle carte così precise sono come un mosaico, ottenuto con la sovrapposizione di vari originali. “Ci sono evidenti differenze di scala e di orientamento nei diversi punti delle mappe.
 Non solo ciò dimostra chiaramente che furono prodotte con la collazione di carte diverse, ma anche che i cartografi medioevali non erano esperti delle tecniche usate dalle loro fonti.” 
Nicolai ha poi smentito la possibilità che alla base di quei disegni tanto esatti potessero esserci i resoconti, dettagliati, dei navigatori del tempo sulla posizione dei porti principali e sulle rotte migliori. Applicando questo stesso metodo, ha verificato che la mappa risulta palesemente assai meno precisa rispetto alle carte portolaniche, persino utilizzando metodi di calcolo sviluppati alla fine del XVII secolo. Solo i progressi della cartografia avvenuti nel 1800 hanno permesso di raggiungere la stessa accuratezza. 
Ma il ricercatore assesta anche un altro colpo all’ipotesi comunemente accettata, ovvero che gli originali fossero stati realizzati da altri popoli del Mediterraneo, come ad esempio i Bizantini. 
“È altamente improbabile che le abbiano compilate loro. 
Per quello che sappiamo, Costantinopoli non ha aggiunto molto alle nozioni scientifiche ereditate dall’età classica. I Bizantini sono stati solo i depositari delle antiche conoscenze dei Greci e degli Arabi. E poi, perché mai avrebbero dovuto mappare le coste di Francia e Inghilterra? Erano al di fuori della loro sfera di interesse.”


Forse allora le fonti erano gli Arabi, navigatori ed astronomi competenti, sicuramente molto di più dei contemporanei europei? Anche in questo caso, lo studioso non ne è convinto: le carte portolaniche appaiono di gran lunga superiori anche alle competenze che gli Arabi avevano raggiunto a quei tempi in ambito nautico. “Non ci sono prove che avessero la capacità di ridurre le osservazioni relative alla curvatura terrestre sulla superficie piatta di una mappa”, spiega. Ugualmente, per quello che sappiamo finora, andrebbero escluse anche le carte di età alessandrina e quelle romane. 
Ma allora chi ha creato i modelli originali e quando? 
“La storia va riscritta“, è la conclusione di Roel Nicolai . “È necessario farlo, anche se mi sbaglio, perchè comunque significa che nel Medioevo esistevano forme di sapere molto più avanzate di quanto noi non immaginiamo”. Ma a suo avviso, tali conoscenze risalgono più probabilmente ad epoche precedenti. 
“Dobbiamo rivalutare lo stato della scienza nell’antichità. Ciò non comporta alcuna congettura sulle cosiddette civiltà perdute, ma dovremo ripensare al nostro passato, passo dopo passo”.

 Fonte : http://umbertogaetani.blogspot.it/

martedì 22 aprile 2014

La mappa di Fra' Mauro, ecco il mondo prima di Colombo


Nel 1457 il monaco camaldolese Fra’ Mauro, avvalendosi della collaborazione del marinaio e cartografo Andrea Bianco e del confratello Francesco di Cherso, iniziò la realizzazione di una grande mappa del mondo su pergamena commissionatagli dal re Alfonso V di Portogallo, a cui venne inviata nell’aprile del 1459 inserita in una cornice in legno.
 La mappa, di circa due metri di diametro, presentava commenti scritti che riflettevano le conoscenze geografiche del tempo e venne creata nel monastero di San Michele all’isola, a Murano, dove Fra’ Mauro visse almeno a partire dal 1433. 
Questa prima carta non è sopravvissuta al tempo e l’ultima notizia che la riguarda risale alla seconda metà del Settecento, quando risulta nel monastero portoghese di Alcobazz. 
Ma della mappa esiste una copia – riscoperta nel monastero di Murano, dal 1811 conservata nella Biblioteca Marciana e visibile nel percorso del Museo Correr di Venezia – che Fra’ Mauro iniziò per la Signoria di Venezia e che dopo la sua morte (1459) venne completata dai suoi collaboratori entro il 26 agosto 1460, come precisa un’iscrizione sul retro.
 La data della morte del celebre cartografo si desume dalla notizia che il 20 ottobre del 1459, nel monastero camaldolese di Murano, tutti i suoi scritti e le sue carte vennero chiusi in un baule.


Per comprendere la considerazione di cui godette Fra’ Mauro basta ricordare che nella Venezia del XV secolo venne coniata in suo onore una medaglia commemorativa che lo definiva «geographus incomparabilis»; ma la sua fama è tutt’oggi imperitura anche perché da lui prende nome la cosiddetta formazione di Fra’ Mauro, sulla Luna, di cui il cratere è la parte principale, e che venne raggiunta dall’Apollo 14 il 5 febbraio del 1971.

 Tra le poche notizie giunte fino a noi sul monaco camaldolese sappiamo che lavorò anche come ingegnere idraulico nel 1444 deviando le acque del Brenta, ma che già dal 1448 si dedicò a «formar mappamondi» nel suo laboratorio cartografico di San Michele. 
 Una delle cose più sorprendenti dell’attività cartografica di Fra’ Mauro è come egli abbia potuto realizzare le sue opere senza aver mai viaggiato, pur se in qualche modo è lui stesso a spiegarlo nelle didascalie del suo mappamondo, in cui cita i numerosi viaggiatori che facevano tappa a Venezia, da cui carpiva molte notizie e preziosi dettagli. 
Tra le sue fonti, inoltre, non può essere trascurato quanto scritto da Marco Polo ne Il Milione, un testo basilare per disegnare il continente asiatico e sul quale aveva già modellato le sue mappe il cartografo trecentesco Marin Sanuto.


Fra’ Mauro, quindi, non si mosse ai dal convento di San Michele, ma viaggiò per il mondo attraverso i racconti degli altri, riuscendo in un certo senso a fare in cartografia quello che un paio di secoli dopo fece nel campo della museografia il gesuita Athanasius Kircher, il quale, pur rimanendo nel Collegio Romano, collezionò oggetti provenienti da tutto il mondo speditigli dai suoi confratelli in missione nei diversi continenti.

 Il monaco camaldolese acquisì carte da navigatori portoghesi, soprattutto riguardanti l’Africa nord-occidentale, ascoltò descrizioni sul corso del Nilo fatte da monaci etiopi ospiti a Venezia e da tanti altri viaggiatori, molti dei quali di passaggio proprio a San Michele a Murano, dove giungevano per venerare la reliquia della Santa Croce.
 Il planisfero della Biblioteca Marciana è leggermente ellittico e iscritto in un quadrato con i lati di 2,23 metri; è privo di scala, così come di meridiani e paralleli; il suo orientamento vede il sud riprodotto nella parte superiore, secondo l’uso islamico e al contrario del tipo tolemaico.
 La mappa, inoltre, è attenta alla riproduzione oggettiva del mondo conosciuto: il monaco camaldolese abbandonò la geografia simbolica tanto in voga all’epoca e che prevedeva l’inserimento di Gerusalemme come centro geometrico di una carta.


La città divina resta un centro ideale per densità di popolazione, ma è il Mar Mediterraneo a divenire il fulcro della rappresentazione terracquea, con un netto spostamento verso occidente.
 Va, infine, sottolineato come lo schema che ha fatto da modello per la mappa sia almeno anteriore al 1453, dato che la didascalia in corrispondenza di Costantinopoli definisce la città ancora sede dell’Impero Romano d’Occidente senza fare riferimento alla sua conquista da parte dei Turchi avvenuta proprio in quell’anno. 

La mappa del mondo di Fra’ Mauro, quindi, può essere considerata come il momento di passaggio dalla cartografia simbolica, come visto per il caso di Gerusalemme, a un nuovo atteggiamento “scientifico”, peraltro lontano anche da istanze politiche, come dimostra un episodio narrato da Pompeo Molmenti che rivela il frate poco incline alle richieste encomiastiche della committenza veneziana: 
«Un giorno, mentre Fra' Mauro era intento a delineare su una grande pergamena uno dei suoi planisferi, venne a fargli visita un senatore della Serenissima [un’altra edizione dice lo stesso Doge]. Il cartografo gli illustrò il lavoro che stava eseguendo, ma il senatore era soprattutto ansioso di controllare se Venezia vi era indicata con il dovuto risalto.
 Non riuscendo a individuarla con immediatezza chiese con impazienza: “dove zela Venessia?”. “La xe qua” rispose Fra’ Mauro, indicandone il nome sulla pergamena. 
Orgoglioso della grandezza della regina dell’Adriatico, il senatore non ne fu soddisfatto; Venezia doveva risaltare maggiormente, per cui riprese: “e perché cussì picola?”. 
E Fra’ Mauro: “la xe in proporzion del mondo”. Allora il patrizio replicò seccato: “fè el mondo pì piccolo e Venessia più granda!”. Ma Fra Mauro la lasciò “in proporzion del mondo”. 

 Gianni Pittiglio , storico dell’arte.

venerdì 14 marzo 2014

Le due Coree

) L’ultima testimonianza della guerra fredda: due Coree delle quali una è quasi del tutto sconosciuta:
L’inviato di guerra del ”Corriere della Sera”, Giuliano Gallo, racconta la Corea del Nord : il filmato è stato postato su YouTube il 20 dicembre 2011

Un po di storia 
Notizie sui primi aitanti della Corea si hanno a partire dall'8000 a.C.
Secondo il Samguk Yusa e altre testimonianze dell'era medievale coreana, il regno di Gojoseon (Antico Joseon) sarebbe stato fondato nel 2333 a.C., finendo con l'estendersi dalla penisola coreana a gran parte della Manciuria.
Verso il III secolo a.C., esso si disgregò in vari stati successori
La storia della Corea si estende dai tempi del Paleolitico inferiore fino ai giorni nostri.
All'incirca intorno all'anno zero dell'era cristiana, i Tre Regni (Goguryeo, Silla e Baekje) conquistarono gli altri stati successori di Gojoseon, giungendo a dominare la penisola e gran parte della Manciuria.
I tre regni rivaleggiavano tra loro sia economicamente che militarmente.
Nel 1392, a seguito di un colpo di stato, il generale Yi Seong-gye fondò la dinastia Joseon (1392-1910). Re Sejong il Grande (1418-1450) creò l'hangul, l'alfabeto coreano.
Tra il 1592 ed il 1598, il Giappone invase la Corea, ma fu infine respinto grazie agli sforzi degli eserciti e della marina guidata dall'ammiraglio Yi Sun-shin.
Negli anni 1620 e 1630, Joseon subì invasioni dalla dinastia manciù dei Qing. Durante il XIX secolo, la Corea tentò di porre un freno all'influenza straniera chiudendo le frontiere a tutte le nazioni eccetto la Cina.
Nel 1853 la USS South America, una cannoniera americana, visitò Busan per 10 giorni ed ebbe contatti amichevoli con ufficiali locali coreani.
Invasione francese 
Nel 1866, in reazione al sempre maggiore numero di conversioni coreane al cristianesimo, la corte coreana strinse i freni con gli abusivi missionari cattolici francesi, massacrando ugualmente i missionari francesi ed i convertiti coreani.
Quello stesso anno in autunno la Francia invase ed occupò porzioni dell'Isola Ganghwa.
L'esercito coreano vinse pesantemente ed i Francesi abbandonarono l'isola.
Spedizione statunitense in Corea (1871)
La General Sherman, uno schooner a ruota laterale della marina mercantile di proprietà britannica, dotato di armi, tentò di aprire la Corea al commercio .
Dopo un iniziale problema di comunicazione, la nave risalì un fiume e si arenò vicino a Pyongyang.
Dopo aver ricevuto l'ordine di andare via da parte di ufficiali coreani, gli uomini dell'equipaggio americano uccisero quattro abitanti coreani, rapirono un ufficiale militare ed ingaggiarono sporadici combattimenti che continuarono per quattro giorni.
Dopo due tentativi falliti di distruggere la nave, la USS General Sherman fu infine data alle fiamme da navi incendiarie coreane caricate con primitivi esplosivi.
In risposta, gli Stati Uniti si scontrarono militarmente con la Corea nel 1871, uccidendo 350 Coreani e ritirandosi in ciò i Coreani chiamano Sinmiyangyo.
Cinque anni dopo, l'isolata Corea firmò un trattato di scambio con il Giappone, e nel 1882 firmò un trattato con gli Stati Uniti, ponendo fine a parecchi secoli di isolazionismo.
Entrata giapponese
Verso il 1876, un Giappone in rapida modernizzazione obbligò la Corea ad aprire i suoi porti e sfidò con successo l'impero Qing nella Guerra sino-giapponese (1894-1895).
Nel 1895, i Giapponesi furono coinvolti nell'omicidio dell'imperatrice Myeongseong, che aveva cercato l'aiuto russo, ed i Russi furono costretti a ritirarsi dalla Corea.
Nel 1897, Joseon fu rinominato Impero coreano, e re Gojong divenne l'imperatore Gojong. Seguì un periodo di influenza russa, finché il Giappone sconfisse la Russia nella Guerra russo-giapponese (1904-1905).
La Corea divenne di fatto un protettorato del Giappone il 25 luglio 1905, il Trattato del Protettorato del 1905 fu promulgato senza il necessario sigillo dell'imperatore Gojong.
Nel 1910 il Giappone annetté di fatto la Corea in base al Trattato di annessione nippo-coreano.
Sebbene la legalità del trattato sia ancora asserita dal Giappone, esso generalmente non è accettato in Corea perché non fu firmato dall'Imperatore di Corea come richiesto e violava la convenzione internazionale sulle pressioni esterne riguardo ai trattati.
La Corea fu controllata dal Giappone mediante un cosiddetto Governatore Generale di Corea fino alla resa incondizionata dello stesso Giappone alle Forze Alleate, il 15 agosto 1945, quando si considerò la sovranità de jure trasferita dalla dinastia Joseon al Governo provvisorio della Repubblica di Corea.
La dominazione nipponica fu molto dura: i Giapponesi eliminarono la gerarchia di Joseon, distrussero il Palazzo reale di Gyeongbokgung, e modificarono il sistema di tassazione coreano per scacciare i fittavoli ed esportare le colture di riso coreane in Giappone, causando così una penuria del principale alimento del paese che si risolse in una serie di gravi carestie; introdussero inoltre una serie di misure punitive, incluso l'assassinio di coloro che rifiutavano di pagare le tasse nelle province; imposero lo schiavismo nei lavori stradali, nelle miniere e nelle prime fabbriche sfruttatrici in Corea.
Il Giappone, inoltre, promosse lo schiavismo dei Coreani anche in patria e nei territori occupati, trasferendovi a forza gli schiavi.
Dopo la morte dell'imperatore coreano Gojong nel gennaio 1919, che si diceva fosse stato avvelenato, manifestazioni per la liberazione contro gli invasori giapponesi ebbero luogo su scala nazionale il 1º marzo 1919 (il Movimento del 1º marzo (Samil)). Questo movimento fu soppresso con la forza e circa 7.000 persone furono uccise dai soldati e dalla polizia giapponesi.
Si stima che 2 milioni di persone presero parte a manifestazioni pacifiche a favore della liberazione.
Molti cristiani coreani, compreso un intero villaggio di Jeamri, furono crocifissi o bruciati vivi mentre combattevano per la liberazione coreana.
Questo movimento era in parte ispirato dal discorso del 1919 del presidente statunitense Woodrow Wilson, che dichiarava il sostegno al diritto di autodeterminazione e al fine del dominio coloniale per gli Europei.
Nessun commento fu fatto da Wilson sulla liberazione coreana, forse perché una fazione pro-giapponese negli Stati Uniti cercava vie di penetrazione commerciale in Cina attraverso la penisola coreana.
A Shanghai, Cina, come conseguenza immediata del Movimento del 1º marzo, fu istituito il Governo provvisorio della Repubblica di Corea, che coordinava lo sforzo della liberazione e la resistenza contro il controllo giapponese.
Alcune delle conquiste del Governo provvisorio includono la Battaglia di Chingshanli del 1920 e l'imboscata ai capi dell'esercito giapponese in Cina nel 1932. Il Governo provvisorio è considerato il governo de jure del popolo coreano nel periodo dal 1919 al 1948, e la sua legittimità è consacrata nel preambolo alla costituzione della Corea del Sud.
Le continue insurrezioni anti-giapponesi, come quella degli studenti nel novembre 1929, condussero nel 1931 al rafforzamento del governo militare.
Dopo gli scoppi della Guerra sino-giapponese nel 1937 della Seconda guerra mondiale nel 1939 il Giappone tentò di cancellare l'identità della Corea come nazione.
Il culto presso i santuari scintoisti giapponesi fu reso obbligatorio. Il programma scolastico fu radicalmente modificato per eliminare l'insegnamento della lingua e della storia coreane all'interno della Corea.
La continuità della stessa cultura coreana cominciò ad essere illegale.
La cultura e l'economia della nazione subirono pesanti perdite. la lingua coreana fu bandita ed i Coreani costretti ad adottare nomi giapponesi.
Numerosi manufatti culturali coreani furono distrutti o portati in Giappone.
Non a caso, ad oggi preziosi manufatti coreani si possono spesso trovare in musei giapponesi o tra collezionisti privati. Si proibì la pubblicazione dei giornali in lingua coreana e all'università lo studio della storia coreana fu bandito, con i libri di testo coreani bruciati, distrutti o dichiarati illegali sotto la supervisione del Comitato per la revisione della storia coreana.
Secondo un'indagine del governo sud-coreano, 75.311 beni culturali furono asportati dalla Corea.
Il Giappone ne ha 34.369, gli Stati Uniti 17.803.
Durante la Seconda guerra mondiale, i Coreani furono costretti a sostenere lo sforzo bellico giapponese.
Decine di migliaia di uomini furono arruolati nelle forze armate giapponesi.
Circa 200.000 ragazze e donne, per lo più della Corea e della Cina, furono arruolate come schiave sessuali, eufemisticamente chiamate "donne di conforto"

La divisione della Corea 



La resa incondizionata del Giappone, il crollo anteriore della Germania nazista, combinati con i fondamentali spostamenti della politica e dell'ideologia mondiali, condussero alla divisione della Corea in due zone di occupazione che ebbe effettivamente inizio l'8 settembre 1945, con gli Stati Uniti che amministravano la parte meridionale della penisola e l'Unione Sovietica che prendeva il controllo sull'area a nord del 38º parallelo.
Il Governo provvisorio fu ignorato, principalmente a causa dell'errata convinzione americana che fosse troppo allineato su posizioni comuniste.
Questa divisione avrebbe dovuto essere temporanea ed inizialmente si intendeva restituire una Corea unificata al suo popolo fino a quando gli Stati Uniti, il Regno Unito, l'Unione Sovietica e la Repubblica di Cina avessero potuto organizzare un'amministrazione fiduciaria.
Alla Conferenza del Cairo il 22 novembre 1943, si convenne che "a tempo debito la Corea diventerà libera ed indipendente"; ad un successivo incontro a Jalta nel febbraio 1945, si convenne di costituire un'amministrazione fiduciaria di quattro potenze sulla Corea.
Il 9 agosto 1945, i carri armati sovietici entrarono nella Corea settentrionale dalla Siberia, incontrando poca o nessuna resistenza. Il Giappone si arrese alle Forze Alleate il 15 agosto 1945.
Nel dicembre 1945, una conferenza si riunì a Mosca per trattare il futuro della Corea. Fu discussa un'amministrazione fiduciaria di 5 anni, e fu istituita una commissione congiunta sovietico-americana. La commissione si riunì in modo discontinuo a Seul, ma giunse ad un punto morto sulla questione di costituire un governo nazionale. Nel settembre 1947, con nessuna soluzione in vista, gli Stati Uniti sottoposero la questione coreana all'Assemblea generale delle Nazioni Unite.
Le iniziali speranze per una Corea unificata, indipendente, evaporarono rapidamente quando la politica della Guerra fredda e l'opposizione al piano di amministrazione fiduciaria da parte degli anti-comunisti coreani ebbero come risultato alla costituzione nel 1948 di due nazioni separate con sistemi politici, economici e sociali diametralmente opposti.
Il 25 giugno 1950, con la sua risoluzione n. 82 il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite riconobbe la Repubblica di Corea come il solo governo legale della Corea.
Nel giugno 1950 scoppiò la Guerra di Corea quando la Corea del Nord violò la linea del 38º parallelo per invadere il Sud, ponendo fine per il momento a qualsiasi speranza di una riunificazione pacifica. A causa del dominio americano sulla Corea del Sud, questa è divenuta una democrazia capitalista, mentre la Corea del Nord, a causa dell'occupazione sovietica, ha istituito un governo di tipo comunista. Da allora i rapporti tra le due Coree hanno conosciuto alti e bassi, oscillando sempre fra momenti di aperta ostilità e tentativi di dialogo e riavvicinamento. 



Seoul capitale Corea del Sud
Dopo la scissione, ha registrato due percorsi estremamente diversi, se non addirittura antitetici.
Alla chiusura e all'oscurantismo della Repubblica del Nord, hanno fatto e fanno da contraltare la netta disponibilità e sensibilità allo scambio e al confronto della Corea del Sud.
Sopratutto discipline come il cinema o l'architettura mostrano i segni delle influenze straniere penetrate nel Paese, statunitensi, giapponesi o malesi, senza preclusione.
Artisti e architetti riconosciuti a livello mondiale, compositori e cantanti da milioni di copie invitano a considerare la Corea del Sud come una delle realtà in maggior fermento a livello culturale, non solo in una prospettiva continentale ma globale.



Pyongyang. capitale Corea del Nord

venerdì 13 dicembre 2013

Un video che chiarisce alcuni punti oscuri e tenuti sotto silenzio per secoli



Il catarismo Il termine deriva  dal greco katharos ("puro"), con il quale si autodefinirono per primi i seguaci del vescovo Novaziano elettosi antipapa nel 251; per questa ragione il termine katharoi fu citato per la prima volta in un documento ufficiale della Chiesa Cristiana nei canoni del Concilio di Nicea del 325
Una diversa etimologia del termine "catari", proposta per la prima volta dal teologo Alano di Lilla (1200 circa), sostiene che il termine derivi sia dal greco katha (spurgo), perché "trasudano tutti i loro vizi", sia dal latino catus (gatto), perché "si dice che adorino il diavolo sotto le sembianze di un gatto".

Un video forse un po lungo ma anche ESAUSTIVO di uno dei genocidi più cruenti nella storia della chiesa cattolica
Tenuto sotto silenzio dalla stessa.

Eretico dal greco: [airetikos] scegliere.
La figura dell'eretico non ci arriva come una figura positiva: è fondamentalmente chi, discostandosi dal seno della madre chiesa, si discosta da una verità con la 'V' maiuscola, precipitando nell'errore - vuoi per fallacia nel discernimento, vuoi per o vanità. Quest'ottica presuppone l'esistenza di una verità assoluta, che la chiesa detiene e impone con qualsiasi mezzo

Emanata il 18 novembre del 1302, la bolla Unam Sanctam sintetizza in modo completo il programma teocratico perseguito tenacemente da Bonifacio VIII (papa dal 1294 al 1303).

Noi sappiamo dalle parole del Vangelo che in questa Chiesa e nel suo potere ci sono due spade, una spirituale, ed una temporale, perché, quando gli Apostoli dissero: «Ecco qui due spade»1 — che significa nella Chiesa, dato che erano gli Apostoli a parlare — il Signore non rispose che erano troppe, ma che erano sufficienti.
E chi nega che la spada temporale appartenga a Pietro, ha malamente interpretato le parole del Signore, quando dice: «Rimetti la tua spada nel fodero».
Quindi ambedue sono in potere della Chiesa, la spada spirituale e quella materiale; una invero deve essere impugnata per la Chiesa, l'altra dalla Chiesa, la prima dal clero, la seconda dalla mano di re o cavalieri, ma secondo il comando e la condiscendenza del clero, perchè è necessario che una spada dipenda dall'altra e che l'autorità temporale sia soggetta a quella spirituale . Perciò se il potere terreno erra, sarà giudicato da quello spirituale; se il potere spirituale inferiore sbaglia, sarà giudicato dal superiore; ma se erra il supremo potere spirituale, questo potrà essere giudicato solamente da Dio e non dagli uomini; del che fa testimonianza l'Apostolo: (l'uorno spirituale giudica tutte le cose, ma egli stesso non è giudicato da alcun uomo, perché questa autorità, benché data agli uomini ed esercitata dagli uomini, non è umana, ma senz'altro divina, essendo stata data a Pietro per bocca di Dio e resa inconcussa come roccia per lui ed i suoi successori, in colui che egli confessò, poiché il Signore disse allo stesso Pietro: «Qualunque cosa tu legherai... ». Perciò chiunque si oppone a questo potere istituito da Dio, si oppone ai comandi di Dio, a meno che non pretenda, come i Manichei, che ci sono due principii; il che noi affermiamo falso ed eretico, poiché – come dice Mosè – non nei principii, ma «nel principio» Dio creò il cielo e la terra. Quindi noi dichiariamo, stabiliamo, definiamo ed affermiamo che è assolutamente necessario per la salvezza di ogni creatura umana che essa sia sottomessa al pontefice di Roma.

mercoledì 28 agosto 2013

Il mappamondo più antico


Quello che si vede nell’immagine è il più antico mappamondo mai scoperto, che riporta, oltre che l’antico continente, anche le Americhe.
 Risale all’inizio del 1500 e, molto probabilmente, venne realizzato artigianalmente a Firenze utilizzando la parte inferiore di due uova di struzzo. Mostra i dettagli ancora vaghi e poco definiti delle Americhe, così come le avevano descritte Cristoforo Colombo e Amerigo Vespucci.
 Il mappamondo è decorato anche con mostri marini, intrecci di correnti marine e persino con la posizione di un vascello affondato. Lo studio è stato realizzato dalla Washington Map Society ed è stato pubblicato sulla rivista The Portolan. 
 “Quando ho visto questo mappamondo non credevo ai miei occhi e inizialmente ero molto scettico sull’autenticità del manufatto. Poi ho dovuto ricredermi. Il mio scetticismo è dovuto al fatto che oggi scoperte di questo genere sono rarissime e spesso è facile incorrere in errori”, ha spiegato Stefaan Missinne un ricercatore indipendente del Belgio.
 Non è noto chi fosse il proprietario del mappamondo che nel 2012 lo ha donato in modo anonimo al London Map Fair che ha poi permesso a Missine di studiare l’oggetto utilizzando il carbonio-14, ricerche sul tipo d’inchiostro usato, una tomografia del testo sovrascritto e una serie di elementi storici. Una ricerca che ha richiesto un periodo di circa un anno per giungere a conclusioni precise.


Sul mappamondo vi sono 71 nomi.
 Il nord America è rappresentato da un gruppo di isole sparse,mentre nel sud est asiatico compare la scritta “Hic sunt dracones”, ossia “qui vi sono i draghi”.
I soli tre nomi che si trovano sull’America meridionale sono: Mondus Novus, terra de Brazil e Terra Sanctae Crucis.


Il ricercatore ha potuto stabilire che esso venne realizzato nel 1504 e che probabilmente venne preso come modello per la costruzione del mappamondo in rame Lenox che si trova al New York Public Library e, datato 1510, risultava essere il più antico mappamondo conosciuto con le Americhe rappresentate.

Tratto da Focus.it

martedì 14 maggio 2013

Le prove del cannibalismo tra i primi coloni americani

Resti umani rinvenuti di recente testimonierebbero del "fiero pasto" consumato nella prima comunità insediatasi a Fort James, in Virginia, confermando alcuni resoconti storici dell'epoca.
Nulla a che vedere con misteriosi ed improbabili riti di fondazione che prevedevano cruenti spargimenti di sangue, animale o umano: i primi coloni americani (poche centinaia di individui giunti a partire dal 1607) che posero le proprie dimore in quel villaggio della Virginia che venne battezzato Jamestown, assai probabilmente ricorsero al cannibalismo come ultimo, disperato tentativo di sopravvivenza, stretti tra un ostile inverno e il terrore delle vicine popolazioni native.
La carestia che si era abbattuta sui territori tra il 1609 e il 1610 mise a dura prova il corpo e lo spirito dei padri fondatori di quello che sarebbe diventato il primo insediamento stabile del continente americano: oggi a raccontarcelo intervengono alcune prove archeologiche che testimonierebbero quanto già narrato dalle fonti scritte dell’epoca o di poco successive.

Gli antropologi e gli archeologi dello Smithsonian Museum of Natural History di Washington hanno infatti presentato i risultati del lavoro di analisi forense condotto su resti umani risalenti al XVII secolo e ritrovati nel 2012 nel corso degli scavi che da diversi anni interessano il nucleo più antico dell’insediamento coloniale, chiamato James Fort.
Frammenti ossei venuti alla luce da un deposito di rifiuti nel sottosuolo di un edificio risalente al 1608 e consistenti in una tibia ed un cranio che mostrerebbe gli evidenti segni di un aggressione: compito dei ricercatori è stato stabilire a chi appartenessero i resti e se eventualmente recassero i segni di un’uccisione o, addirittura, del cannibalismo.
I resoconti storici, in effetti, tornano più di una volta su episodi legati allo stato di estrema povertà e assenza di risorse che avrebbe spinto i primi abitanti di James Fort a ricorrere alla carne umana come “fiero pasto”: nel tentativo di ottenere una concreta prova di tali episodi, William Kelso, direttore archeologico del Jamestown Rediscovery Project ha richiesto la consulenza scientifica di Doug Owsley, a capo della sezione di antropologia del museo di storia naturale di Washington.
È stato così possibile ricostruire non solo l’identità dell’individuo ma anche il suo possibile aspetto constatando, soprattutto, come effettivamente il corpo venne sottoposto ad un vero e proprio “scannamento”: in particolare, i segni di quattro fendenti inferti con mano piuttosto debole all’altezza della fronte starebbero ad indicare un primo tentativo fallito di aprirne il cranio; probabilmente in un momento successivo, la parte posteriore risulta essere stata spaccata con i colpi più fermi e forti provenienti da una mannaia o da una piccola accetta.
Evidentemente, coloro i quali infierirono sul cadavere erano interessati a mangiarne il cervello, ma anche parti più in vista del volto, come le guance; tagli ottenuti grazie ad uno strumento affilato, visibili sui lati e sotto la mandibola, sarebbero da attribuirsi ad un tentativo di eliminare i tessuti dalla faccia e dalla gola per ricavarne altra carne per nutrirsi e placare una fame diventata probabilmente “ferina”. Lo scheletro, del quale si possiede in effetti appena il 10%, era di una fanciulla alla quale i ricercatori hanno attribuito il nome di Jane: grazie alle analisi condotte sui suoi poveri e scarsi resti, gli studiosi sono stati in grado di ricostruire diversi aspetti della sua breve vita che vide i propri esordi nell’Inghilterra e finì all’incirca 14 anni dopo per cause che è stato impossibile stabilire.
È verosimile ipotizzare, tuttavia, che l’assalto al cadavere avvenne quasi immediatamente dopo la morte, secondo il Professor Owsley: «Il tentativo di rimuovere il cervello è qualcosa che va fatto molto rapidamente poiché il materiale cerebrale non si preserva bene e a lungo», ha spiegato.
Gli esami isotopici condotti sui denti e sulle ossa hanno consentito di ricostruire una possibile dieta della ragazza che fu ricca di proteine, denunciando un’estrazione sociale elevata, in accordo con i tempi in cui l’accesso alla carne era un privilegio riservato a pochissimi individui (o, in alternativa, è probabile che fosse stata domestica a servizio di qualche personaggio benestante).
La ragazza, inoltre, avrebbe vissuto molto poco tempo a Fort James, prima di morire per cause naturali o per mano di ignoti.
Grazie alle cronache dell’epoca, infatti, è noto da tempo come il cannibalismo abbia costituito la risorsa estrema dei primi abitanti delle coste della Virginia, in particolare durante il periodo chiamato starving time, quando una violenta carestia si abbatté sulla colonia di Jamestown nell’inverno a cavallo tra il 1609 e il 1610.
Dei 500 abitanti che formavano la piccola e giovane comunità ne sopravvissero appena una sessantina, al costo altissimo di doversi nutrire prima dei propri cavalli, dei propri cani e dei propri gatti; poi vennero mangiati i topi, i serpenti e il cuoio delle scarpe. Nel corso dell’inverno, James Fort rimase assediato dai nativi Powhatan (la grande e potente tribù celebre soprattutto grazie al personaggio di Pocahontas): le riserve di cibo che erano giunte con una flotta nell’agosto del 1609 (forse su una nave dove la stessa Jane viaggiava) si erano rivelate in buona parte deteriorate e non consentirono ai coloni di affrontare i mesi successivi; la precedente siccità aveva reso la terra profondamente arida. Alla fine, si arrivò a mangiare gli stessi esseri umani: il caso di Jane non fu probabilmente un episodio del tutto straordinario, in quel momento. Il presidente della colonia, John Smith, era partito nel settembre del 1609: il resoconto di quanto accadde a Jamestown fu dunque opera del reggente George Percy che registrò atti e stati d’animo della indicibile disperazione dell’epoca, durante quel rigido inverno che decimò la popolazione del piccolo villaggio: suo è l’accenno alle pratiche di cannibalismo, extrema ratio di un manipolo di miserabili perduti al di là dell’Oceano, fuggiti al vecchio mondo ed approdati in una realtà ostile e terribile, dalla quale solo in pochissimi uscirono vivi e, alcuni di essi, con il ricordo dell’orrore consumato durante i mesi più oscuri.

domenica 5 maggio 2013

Il Colosso di Rodi



Sul Colosso abbiamo meno notizie che su qualsiasi altra delle Sette Meraviglie. Non sappiamo dove sorgesse o quale fosse il suo aspetto; gli studiosi peraltro hanno trovato possibile, e non del tutto inutile, mettere insieme tutte le prove e le testimonianze disponibili, per rispondere in qualche misura a entrambi gli interrogativi. Prima di tutto: il significato della parola Colosso.
 Era questa una voce pregreca, originaria dell’Asia occidentale, per indicare una statua, sia pure di modeste dimensioni. In questo senso fu usata dai Dori quando, nel 1000 a. C., si stanziarono nel Dodecanneso e nell’Asia Minore di sudovest. Come tale venne riferita originariamente anche alla statua di Carete dedicata a Elio. Ma dopo la creazione di questo monumento, e la sua inclusione fra le Sette Meraviglie del Mondo Antico, la parola passò a significare soltanto una statua gigantesca.

Sebbene il Colosso sia menzionato circa sedici volte dagli antichi scrittori, solo tre ne parlano a lungo: i loro resoconti però sollevano piú domande di quante siano le risposte che dànno. Si tratta di Strabone, di Plinio il Vecchio e di Filone di Bisanzio. Una quarta fonte è un carme greco, che si ritiene fosse l’iscrizione dedicatoria della statua stessa. Piú recentemente, dal secolo XV in poi, molti hanno scritto qualcosa a proposito del Colosso.
 Le varie opinioni sono state mirabilmente riassunte, in un articolo pubblicato nel 1932, dallo studioso francese A. Gabriel, che vi aggiunse qualche sua costruttiva intuizione personale. Dall’articolo di Gabriel in poi ben poco lavoro è stato compiuto in merito: un articolo di Herbert Maryon del 1956 avanzò nuove ipotesi, soprattutto riguardo alla parte tecnica:
 ipotesi che, subito in gran parte demolite da Denys Haynes, lo indussero a pubblicare la prima ricostruzione accettabile del vero aspetto del Colosso.

In sostanza, dell’aspetto esteriore della statua sappiamo troppo poco, ma alcuni accenni a questo riguardo, fatti da Plinio e Strabone, meritano di essere citati, anche se molto incompleti. 

Plinio, nella sua Naturalis historia, ha scritto: Il piú ammirato di tutti i colossi era quello del Sole che si trovava a Rodi opera di Carete di Lindo, discepolo di Lisippo. Esso era alto 70 cubiti [c. 32 metri]. Questa statua, caduta a terra dopo sessantasei anni a causa di un terremoto, anche se a terra, costituisce tuttavia ugualmente uno spettacolo meraviglioso. Pochi possono abbracciare il suo pollice, e le dita sono piú grandi che molte altre statue tutte intere. Vaste cavità si aprono nelle membra spezzate; all’interno si possono osservare pietre di grande dimensione, del cui peso l’artista si era servito per consolidare il colosso durante la costruzione. Dicono che fu costruito in dodici anni e con una spesa di 300 talenti ricavati dalla vendita del materiale abbandonato dal re Demetrio allorché, stanco del suo prolungarsi, tolse l’assedio a Rodi. Nella stessa città ci sono cento altri colossi piú piccoli di questo, ma tali da rendere famoso qualunque luogo in cui si trovasse anche uno solo di essi. (Plinio, Naturalis historia XXXIV 41 sg).

 Strabone, nella sua Geografia, riferisce: La città dei Rodiesi è situata sul promontorio orientale dell’isola, ed è di tanto superiore alle altre città per i suoi porti, le strade, le mura e ogni attrezzatura, che, non sarei in grado di citarne una uguale o tanto meno superiore ad essa. È notevole anche per l’ordine che vi regna e per l’attenta cura agli affari di stato, e in particolare alle questioni navali; grazie a ciò mantenne il predominio sui mari per molto tempo, debellando i pirati e divenendo amica sia dei Romani, sia dei re alleati ai Romani come ai Greci. Perciò, non solo ha conservato la sua autonomia, ma fu anche adorna di molte offerte votive, che per lo piú si trovano nel Dionisio e nel ginnasio, ma anche altrove. Tra le piú importanti di queste vi è anzitutto il Colosso di Elio, che un poeta giambico dice «di 70 cubiti d’altezza, opera di Carete di Lindo». Ora però giace al suolo, abbattuto da un terremoto che gli ha spezzato le ginocchia. 
Il popolo rodio, ammonito da un oracolo, non lo rimise in piedi. Questa dunque è la piú importante delle offerte votive; e ad ogni modo è considerato per opinione generale una delle Sette Meraviglie. (Strabone, Geografia XIV 2.5). 

Resoconti che ci informano pochissimo sull’aspetto reale del Colosso; ma il buon senso, unito a ciò che gli antichi scrittori dicono, o non dicono, porta alla conclusione che il dio stava ritto in piedi e probabilmente nudo.  

 Possiamo formulare altre congetture, e dedurre che una statua di 33 metri, per stare in piedi, doveva avere una linea semplice, pressappoco la forma di una colonna, con una sagoma e un atteggiamento non dissimile da quello di un kuros greco del periodo arcaico. Prima di tutto, dobbiamo rifiutare la ricostruzione di Maryon, che ci presentava un uomo nudo in atto di alzare la destra verso il capo; essa è basata su un frammento di bassorilievo marmoreo rinvenuto a Rodi, che in modo molto evidente rappresenta un atleta in atto di posarsi una corona sul capo, e non ha nulla a che vedere con Elio. Sulla base delle testimonianze credibili, Gabriel ha ipotizzato una possibile, anche se non in alcun modo certa, struttura della statua, che consiste in un giovane nudo, rigidamente diritto, con le gambe unite, una torcia in una mano e una lancia nell’altra. 
Quanto alla testa del dio, gli studiosi hanno sempre fatto riferimento alle monete di Rodi dell’epoca che raffigurano la testa di Elio. 
Molte di esse, circa dello stesso periodo, mostrano il capo circondato dai raggi solari, immagine allora assai comune nelle rappresentazioni di Elio. 
Ma su altre monete rodiesi dello stesso periodo si trova la variante di una testa senza raggi: la questione rimane aperta, con una certa propensione – da parte nostra – per la testa raggiata.  

 L’elemento piú sorprendente dev’essere stato la grandezza della statua, ugualmente impressionante sia dopo la caduta, sia da eretta. La maggior parte delle descrizioni è d’accordo sui 70 cubiti di altezza, anche se una fonte che, nella misura data, forse comprendeva la base, parla invece di 80. La lunghezza del cubito nell’antichità poteva leggermente variare a seconda del luogo o dell’epoca, ma pensiamo di essere nel giusto indicando la statura complessiva del monumento in circa 33 metri. 
Statue al disopra dei 10 metri non erano rare allora in Grecia, ma nessuna è citata grande come il Colosso, né prima né dopo la sua comparsa. L’ispirazione derivò forse dall’Egitto, dove si conoscevano enormi statue di pietra fin dai tempi più antichi; e sappiamo Rodi e l’Egitto strettamente legati nel III secolo a. C. Una delle pochissime statue di tale grandezza, al giorno d’oggi, è quella in bronzo della Libertà, nel porto di New York, eseguita dallo scultore francese Frédéric-Auguste Bartholdi, che aveva nella sua mente il Colosso di Rodi. Inaugurata nel 1886 per commemorare le rivoluzioni francese e americana, con i suoi 46 metri è persino piú alta del Colosso.

Per renderci conto del metodo incredibilmente complicato con cui il Colosso fu costruito, dobbiamo ricorrere a Filone di Bisanzio. Come egli sostiene, non vi è dubbio alcuno che fu forgiata a pezzi, e che Herbert Maryon si sbagliava supponendola fatta di lastre di bronzo martellato. 

Filone racconta: Steso al di sotto un basamento di marmo bianco, l’artefice vi appoggiò anzitutto i piedi della statua fino ai talloni, concepiti in proporzione alle misure del dio, che doveva sollevarsi fino a 70 cubiti di altezza; e la sola pianta del piede superava di già le altre statue. Infatti non era possibile sovrapporre le altre parti dell’opera trasportandole da altri luoghi; bisognava invece sovrapporre le caviglie e far salire l’intera opera su se stessa, come un edificio in muratura. Per questo, mentre gli artisti modellano le altre statue in un primo tempo, poi fondono le varie membra separatamente e finalmente le compongono tutte insieme, qui alla parte fusa per prima era subito attaccata sopra la seconda, e su questa veniva sistemata la terza dopo la fusione, quindi la successiva, ancora con lo stesso sistema. Infatti non era possibile rimuovere le singole membra metalliche. Avvenuta la fusione sopra le parti precedentemente disposte, si assicuravano gli stacchi degli agganci e le giunture delle graffe, e si garantiva l’equilibrio gettando pietre nell’interno. Per continuare poi su basi salde il piano delle operazioni, al compimento di ciascuna delle sezioni del colosso l’artista accumulava tutt’intorno una massa mostruosa di terra, nascondendovi sotto la parte già finita e fondendo su quella piattaforma le successive. 
È evidente che, dato un simile modo di procedere, la statua non poteva avere braccia tese in nessuna direzione, se non forse verso l’alto. Il fatto che Carete fosse allievo di Lisippo ci suggerisce qualcosa sull’aspetto dell’opera, quello che era in uso al tempo in cui la statua fu costruita. Anche se immobile, non poteva avere l’austera e grave fissità di uno degli arcaici kuroi greci. Lisippo si compiaceva di aggiungere un agile senso di moto a un corpo atletico in riposo, e l’Elio di Carete non deve aver fatto eccezione. 
Nessuna delle fonti antiche riferisce sulla collocazione esatta del Colosso nella città di Rodi, un’omissione che ha dato luogo a innumerevoli tentativi di situarlo, tentativi tutti scrupolosamente analizzati da Gabriel. Possiamo non tenere in alcun conto la teoria che la statua fosse nel deigma, o bazar, a sudest del porto di Mandraki, poiché tale teoria si basa sull’errata lettura di certi testi antichi. Si è anche asserito che nella città bassa vi era una cappella di San Giovanni al Colosso, eretta sul sito del Colosso stesso; ma Gabriel ha dimostrato non esservi mai stata una cappella in quella parte della città.
 La credenza che la statua fosse collocata a cavallo del porto, poi denominato Mandraki, è riportata negli scritti di un pellegrino italiano, un certo De Martoni, che visitò Rodi nel 1394-95. Egli citava una tradizione popolare, secondo la quale la statua poggiava un piede dove, al tempo suo, sorgeva la chiesa di San Nicola (oggi forte San Nicola), all’ingresso orientale del porto, mentre l’altro piede poggiava sul fianco opposto dell’imbocco del porto. Cosa chiaramente impossibile, perché l’apertura delle gambe della statua, come fece osservare Gabriel, avrebbe dovuto superare in tal caso i 400 metri. Eppure quest’idea, insieme all’altra che il Colosso reggesse una torcia a mo’ di faro, ebbe ampia diffusione nel Medioevo, sia in racconti scritti sia su disegni. 
Questa credenza può esser anche derivata dalla cattiva interpretazione di un carme tramandato nell’Antologia Palatina. Con ogni probabilità è l’iscrizione dedicatoria del Colosso: Sole, per te gli abitanti di Rodi la dorica, al cielo il colosso levarono di bronzo, quando, sopiti marosi di guerra, di spoglie nemiche fecero per la patria una corona. Ché sulla terra né solo sul mare l’eressero, lume dolce di libertà senza servaggio. Sono Eraclidi di stirpe, non è che un avito retaggio sulla terra e sul pelago l’impero. (Antologia Palatina VI 171).
 Forse ispirata a quanto sopra è la supposizione, risalente al XV secolo, che il Colosso si ergesse dove De Martoni aveva collocato il piede destro della statua, e cioè all’imbocco orientale del porto di Mandraki. Qui, al tempo dei Cavalieri, vi erano prima una chiesa, poi un forte (che esiste tuttora), dedicato a San Nicola. Questa è la posizione che Gabriel preferisce, e molti elementi l’appoggiano. Certamente nel forte è incorporato materiale da costruzione antico, e Gabriel ha dimostrato la fondata possibilità che le macerie della statua non siano rotolate nel mare, ma siano rimaste sulla terra. Sappiamo anche che, dopo il Colosso, si diffuse il costume di collocare statue gigantesche all’ingresso dei porti, come quelle di Ostia, il porto di Roma, e di Cesarea in Palestina.
 Quest’ultimo è menzionato da Giuseppe Flavio nella sua Guerra Giudaica (I 413): 
«La bocca del porto guardava verso nord, [...], e su ciascuno dei due lati si elevavano su colonne tre colossali statue».

Il porto fu costruito da Erode il Grande fra il 22 e il 20 a. C. Rappresentazioni di simili statue appaiono su monete come elemento essenziale nella raffigurazione dei porti. Parecchie di esse, aventi funzione di faro all’ingresso della rada, dovevano essere di proporzioni gigantesche.
 Tuttavia vi sono due obiezioni principali alla teoria che la statua stesse all’imbocco del porto. Prima di tutto, sembra improbabile che gli abitanti di Rodi accettassero, dopo la distruzione del Colosso nel 226 a. C., che un’enorme massa di macerie occupasse indefinitamente un tratto di terreno cosí vasto e importante. In secondo luogo, un autore antico ci informa che la statua, nella caduta, causò il crollo di molte case all’intorno, il che non sarebbe potuto accadere se fosse stata sul molo di un porto. 
Tutto ciò conduce a un’ipotesi conclusiva, che sembra la piú probabile a chi scrive.
 In cima alla Strada dei Cavalieri vi è una vecchia scuola turca, che si sa essere stata costruita nel secolo scorso sul luogo della chiesa conventuale dei Cavalieri, dedicata a San Giovanni al Colosso. La chiesa, iniziata nel 1310, fu disintegrata accidentalmente da un’esplosione di polvere da sparo nel 1856. Prima di attribuire troppo peso alla denominazione data alla chiesa di San Giovanni al Colosso, occorre notare che, per la grande fama della statua, l’aggettivo colossensis («del Colosso») nel Medioevo era applicato all’intera città di Rodi. 
Tuttavia, da numerose iscrizioni trovate vicino a questo luogo si ha la certezza quasi assoluta che il tempio di Elio anticamente sorgeva lí o nelle immediate vicinanze. Era pratica comune presso i Greci dedicare offerte votive nei santuari degli dèi, cosí che grandi santuari come quello di Delfi ed Olimpia divennero veri musei di sculture.
 Poiché sappiamo che il Colosso era un ex voto per la liberazione della città dall’assedio di Demetrio, esso doveva essere stato elevato nel tempio di Elio. Se è da escludere la localizzazione a San Nicola, la zona della scuola turca ha molti motivi per essere ritenuta la piú probabile e potrebbe premiare le operazioni di scavo. Al momento, intorno alla scuola, si può vedere molto materiale da costruzione antico, ed esso indica forse che la scuola è stata costruita proprio sul quadrato delle primitive fondamenta. Inoltre, vi sono resti delle antiche mura sia subito fuori dai cancelli della scuola, sia nella parte bassa del muro perimetrale di fronte al Palazzo dei Grandi Maestri. 

Il terremoto che abbatté il Colosso (e anche molti altri edifici della città di Rodi) avvenne nel 226 a. C. Strabone annota che la statua si spezzò all’altezza delle ginocchia, e che l’offerta di Tolomeo III d’Egitto di pagarne subito il restauro fu declinata dai Rodiesi, ammoniti da un oracolo a non provvedere a ricostruirla. Cosí la statua rimase per circa 900 anni dov’era caduta, e i viandanti potevano vederne i resti nonché la massa di pietra e ferro che un tempo l’aveva sorretta. 
Quando gli Arabi, nel 654, saccheggiarono Rodi, trasportarono i pezzi del Colosso attraverso il mare in Asia Minore e li vendettero a un ebreo di Emesa.
 La tradizione vuole che questi li portasse in Siria sul dorso di 900 cammelli; e qui finisce la storia del Colosso di Rodi, la meno conosciuta delle Sette Meraviglie.
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