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martedì 13 febbraio 2018
Una tigre dentro il pacco postale: l'orrore del traffico illecito di animali
Chiuso in un contenitore di plastica e spedito dentro un pacco postale come se fosse un oggetto qualsiasi.
Parliamo di un tigrotto del Bengala salvato da una morte certa soltanto grazie al fiuto di un cane poliziotto.
Una scena incredibile e surreale quella che si sono trovati davanti gli ispettori doganali della polizia messicana di Jalisco che hanno trovato un tigrotto all’interno di un pacco postale.
Poco più di due mesi, sedato, l’animale viaggiava in un contenitore di plastica che sarebbe dovuto arrivare a una cittadina dello stato centrale di Queretaro.
Ma fortunatamente il suo viaggio si è fermato alla dogana grazie al fiuto di un cane poliziotto che ha insospettito gli agenti a tal punto da aprire il pacco postale.
Il tigrotto del Bengala, completamente disidratato, ma nel complesso in buone condizioni è stato affidato alle cure dei veterinari del centro di animali esotici della zona.
Il pacco era stato spedito il 7 febbraio e avrebbe dovuto affrontare 350 chilometri di tragitto, la tigre era avvolta in un sacchetto di plastica e non si riesce a capire come sia riuscita a non soffocare.
L’agenzia di controllo sta adesso analizzando i documenti trovati accanto al cucciolo, così da poter risalire al fautore di questo gesto scellerato, per lui l’accusa sarà quella di maltrattamento di animali.
Le foto sono state pubblicate dall’account Twitter della Polizia federale del Messico, che sta ancora indagando sul caso, ma purtroppo come sappiamo il traffico illegale di animali non è una novità. 19 miliardi di euro l’anno è il giro d'affari che ruota attorno al commercio illegale di animali che continua a crescere nonostante gli sforzi congiunti da parte della comunità internazionale, dei governi e della società civile.
Dominella Trunfio
lunedì 5 febbraio 2018
Siria, distrutto l’antico tempio ittita di Ain Dara da un attacco aereo turco.
Il sito archeologico del tempio di Ain Dara, importante luogo di culto, attivo dal 1300 a.C. fino 740 a.C., è stato colpito nel corso di un raid dell’aviazione turca contro le postazioni curde.
Quel che restava del tempio di Ain Dara, un sito antico di 3.000 anni che conserva al suo interno misteriose impronte giganti e una struttura che ricorda quella del tempio di Salomone a Gerusalemme , è andato distrutto nel corso di un attacco dell’aviazione turca in Siria.
Il tempio, una delle più grandi e antiche costruzioni presenti nel paese, è famoso per le sue sculture di leoni e sfingi in pietra, complesse e misteriose.
I suoi resti costituiscono una testimonianza fondamentale dell’architettura religiosa risalente alla fine del regno Ittita.
Stando a quanto riferito dal ministero siriano per la Cultura e dall’Osservatorio siriano per i diritti umani, la distruzione è avvenuta venerdì.
Le foto e i video mostrate dall’Osservatorio e da Hawar News confermano che metà del tempio ora non esiste più, comprese molte delle statue attorno al sito.
Gli archeologi ritengono che le impronte, tre volte più grandi di un piede umano, possano aver voluto rappresentare il passaggio di un dio o di una dea. “Sono uniche nell’architettura religiosa della regione“, spiega Darren Ashby, analista di questioni siriane e irachene dell’ASOR .
Un’altra incisione all’interno del tempio ritrae Ishtar, dea della fertilità , portando alcuni a pensare che il tempio fu costruito in suo onore e che le impronte servissero a illustrare il suo ingresso nel tempio.
Alcuni ricercatori ritengono tuttavia che l’immagine della dea possa essere stata aggiunta dai conquistatori Assiri nei secoli successivi alla costruzione del tempio, lasciando avvolto nel mistero il motivo della rappresentazione delle impronte.
Dallo scoppio della guerra civile in Siria (2011) i combattenti dello Stato islamico hanno deliberatamente distrutto diversi siti archeologici nel paese, tra cui il celebre sito di Palmira.
I siti del patrimonio culturale del paese sono bersagli sia per i ribelli siriani, interni al Paese, che per le forze turche.
In quanto sito patrimonio culturale UNESCO, il tempio di Ain Dara e i villaggi vicini sono protetti dal diritto internazionale, ma questo non è servito a salvare il tempo della distruzione.
Fonte: http://www.artslife.com
mercoledì 17 gennaio 2018
Lo zoo svedese che ha ucciso 9 cuccioli di leoni perché in esubero
Ci risiamo... In perfetta salute, ma uccisi perché lo zoo non poteva permettersi di tenerli.
Nove cuccioli di leone, negli ultimi cinque anni, hanno fatto una brutta fine.
L’agghiacciante storia, purtroppo non un caso isolato, viene da Boras Djurpark, lo zoo svedese vicino a Goteborg.
Sono stati gli stessi responsabili della struttura ad ammetterlo: solo due dei 13 cuccioli nati da tre diverse cucciolate sono ancora vivi e rinchiusi allo zoo.
Due leoni sono morti per cause naturali e i restanti cuccioli sono stati soppressi.
Una pratica che il Boras Djurpark, a circa 40 chilometri da Göteborg usa ormai da tempo.
Simba, Rafiki, Nala e Sarabi sono nati nella primavera 2012 e soppressi nell’autunno 2013, mentre Kiara, Banzai e Kovu sono nati nella primavera del 2014 e sono stati uccisi fra l’estate e l’autunno 2015.
Ancora nel 2016 sono stati soppressi Potter, Weasley, mentre Granger e Dolores sono stati trasferiti in uno zoo inglese.
Secondo quanto raccontano i responsabili, si sarebbe fatto di tutto per venderli o spostarli in altre strutture. “ Non abbiamo trovato nessuno disponibile e gli animali erano troppi”, dicono. “Quando hanno iniziato a essere troppo aggressivi e il gruppo troppo numeroso abbiamo dovuto procedere in quel modo.
Non è un segreto e non cerchiamo di nascondere che lavoriamo in questo modo.
È, purtroppo, un percorso naturale per i gruppi di leoni”, spiega Bo Kjellson, amministratore delegato del parco, alla tv svedese SVT.
A noi la cosa che sconvolge è proprio questa pratica legalizzata e il fatto che quasi ci si scandalizzi che dei leoni possano essere aggressivi.
Certo, in un contesto in cui vengono narcotizzati e drogati per diventare degli automi, forse può sembrare strano vederli comportarsi secondo la loro indole.
E’ questo è l’ennesimo motivo per cui condanniamo fermamente gli zoo di tutto il mondo.
Basti pensare che non è la prima volta che parliamo di animali uccisi per esubero.
Ricordiamo ad esempio Marius, la piccola giraffa uccisa davanti agli spettatori e poi data in pasto ai leoni nello zoo di Copenaghen. In quel caso, tutto il mondo si era indignato per la spettacolarizzazione della morte, qualcosa che ovviamente in natura non avrebbe destato alcun scalpore.
E come dimenticare la zebra della Norvegia dato in pasto alle tigri a Kristiansand Dyrepark, anche in quel caso perché l’animale non poteva essere mantenuto dallo zoo.
Tutto questo fa riflettere ancora una volta sull’inutilità di queste strutture che per puro profitto non rispettano il benessere degli animali.
Dominella Trunfio
lunedì 4 settembre 2017
Volpi geneticamente modificate : un'orribile verità del mercato delle pellicce
Sono immagini spaventose quelle che mostrano volpi geneticamente modificate per avere più pelle del normale.
Animali rinchiusi in minuscole gabbie, privati della loro libertà e utilizzati come merce nell’azienda della moda del lusso.
A denunciare la vicenda è da anni il gruppo finlandese Oikeutta Eläimille che nella sua ultima indagine investigativa, diffusa sul proprio sito qualche settimana fa, mostra ancora una volta, cosa si nasconde dietro le pellicce dei brand internazionali.
Le immagini provengono dagli allevamenti finlandesi, perché come sappiamo, la Finlandia è attualmente il paese maggior produttore mondiale di pellicce di volpe.
Nel 2015, un dossier dal titolo “Nordic fur trade” raccontava le condizioni degli animali, non solo delle volpi, e smascherava l'etichettatura Saga Furs, che da sempre, promette di certificare la tracciabilità e la qualità della pelliccia.
All’epoca sia le ispezioni ufficiali che le investigazioni dei gruppi animalisti rivelavano che di tutto si poteva parlare tranne che di benessere animale nei paesi produttori, molti dei quali (come la Norvegia) ricevono addirittura incentivi statali.
In tutto il mondo, quindi, dalla Danimarca alla Cina, i cosiddetti ‘animali da pelliccia’, (espressione che fa rabbrividire perfino a scriverla) ovvero volpi, visoni, procioni e altri, si trasformano in oggetti da allevamento.
I risultati sono quelli che ci mostra Oikeutta Eläimille secondo cui la pelliccia di questi animali finisce con marchio Saga Furs nelle vie delle shopping di lusso e nelle vetrine di Louis Vuitton e Michael Kors.
A prima vista, nessuno sarebbe in grado di capire che quella nella gabbia metallica è una volpe.
Secondo gli investigatori, oltre ad essere deformate, le volpi hanno problemi oculari, ferite aperte, lesioni agli arti e alle orecchie. Rinchiuse in pochi centimetri sviluppano comportamenti da automi e atti di cannibalismo nei confronti delle carcasse lasciate per giorni accanto agli animali vivi.
Senza considerare che non sono in grado di muoversi e camminare.
Pensate che questi animali in natura arrivano a pesare 4/5 kg, mentre le versioni “artificiali” create dall’industria possono arrivare anche a 20 kg di peso.
Nonostante i divieti e le restrizioni, questo mercato uccide ancora 40 milioni di animali ogni anno, per trasformarli in ornamenti per borse, manicotti o pellicciotti che adornano i nostri piumini.
La prossima volta che andrete a fare shopping, richiamate alla mente queste immagini e chiedetevi: voglio essere complice di tutto questo?
Fonte: greenme.it
amoreanimale.it
lunedì 11 aprile 2016
Bogor, Indonesia: leone “drogato” per posare con i visitatori
Succede al Taman Safari Park, a Bogor, in Indonesia: un video shock mostra un leone adulto con la testa penzoloni mentre due addetti dello zoo cercano di tenerlo sveglio per permettere ai turisti di fare una foto con lui, per la misera cifra di 1 dollaro.
Le immagini, in pochi giorni, hanno fatto il giro del mondo, provocando il disgusto degli animalisti che urlano al maltrattamento.
A denunciare l’accaduto è stato lo Scorpion Wildlife Trade Monitoring Group, un’organizzazione non governativa indonesiana che si occupa di salvaguardare quel che di inalterato resta dell’ambiente naturale in Indonesia, che sostiene che le immagini mostrino l’animale inequivocabilmente sotto effetto di sostanze stupefacenti utilizzate per stordirlo.
Il video, postato sulla loro pagina facebook il 2 aprile, ha raggiunto le 5.000.000 di visualizzazioni, riuscendo ad allarmare perfino la World Association of Zoos and Aquarium (WAZA, l’Associazione Mondiale di Zoo e Acquari), che si occupa di fornire linee guida per la cura degli animali che si trovano in strutture come il Taman Safari Park.
L’Associazione ha fatto sapere che sta indagando sull’accaduto e che “il video è di grande aiuto per comprendere meglio la situazione”.
Dal canto suo, la Scorpion chiede che il Safari Park venga estromesso dalla WAZA, colpevole di maltrattamenti anche verso altri animali: “Gli orangotanghi vengono utilizzati per degli spettacoli e tre delfini sono relegati in una vasca minuscola in cui nuotano in cerchio tutto il giorno”, denunciano gli animalisti.
Dal canto loro, i responsabili del Taman hanno trovato il modo di difendere la propria posizione: “Il leone era solo molto assonnato, sono animali che necessitano di dormire molto. Tra l’altro, questo leone in particolare è nato a marzo dello scorso anno ed è stato cresciuto in cattività, gli operatori del parco gli sono familiari”, hanno dichiarato.
Eppure, la versione non convince molti veterinari, perplessi sulla possibilità di manipolare un’animale dalla naturale ferocia in maniera tanto semplice.
E, mentre il video del leone “addormentato” continua a collezionare click e visualizzazioni, si torna a parlare dei trattamenti spesso disumani a cui poveri animali sono sottoposti in zoo e parchi naturali, interessati unicamente alla possibilità di guadagni maggiori contro ogni regola di buonsenso.
Fonte: meteoweb.eu
lunedì 19 ottobre 2015
Salvato cucciolo di orango “mummificato” in una scatola
Lo hanno trovato come se fosse stato mummificato.
Chiuso in una scatola con le braccia e gambe rannicchiate, quasi come se in quell’abbraccio volesse trovare conforto per l’incubo che stava vivendo.
Così Gito, un cucciolo di orango di cinque mesi, è stato trovato dagli operatori dell’International Animal Rescue (Iar).
«E’ uno dei casi più choccanti di crudeltà sugli animali e di abbandono che abbiamo mai visto - spiegano dall’associazione -, anche per quelli di noi che hanno già visto molte situazioni».
Rimasto orfano per mano di un bracconiere che aveva ucciso sua madre, il piccolo era tenuto come animale domestico dal capo di un villaggio nel Borneo dopo averlo acquistato per 30 dollari.
Quando lo Iar lo ha trovato, era stato messo in una scatola di cartone e lasciato al sole per morire.
Era stato nutrito solo latte condensato, e la scatola ricoperta della sua urina.
«Era sdraiato come morto con le braccia incrociate sul petto, e questo, insieme a una mancanza di capelli e pelle grigia, lo faceva apparire quasi mummificato come se fosse in una bara» ha detto lo Iar che lo ha subito preso e portato in moto in un lungo viaggio, nove ore, verso la clinica.
Per fortuna Gito è sopravvissuto anche a questo. I veterinari che lo hanno visitato gli hanno riscontrato la scabbia e gli sono state subito applicate flebo.
Un video mostra soprattutto i danni agli arti che il piccolo orango ha subito: appena gli operatori provavano a muovergli braccia o gambe, il piccolo emetteva versi di dolore, così come non era in grado di reggersi in piedi.
La storia di Gito è tragicamente simile a quella di Budi, un giovane orango che è stato salvato all’inizio di quest’anno dalla vita in una gabbia di pollo. Quando è stato trovato, Budi era fortemente denutrito e i suoi arti erano storti e gonfi.
«Il nostro team ha visto un significativo aumento del numero dei cuccioli di orango tenuti come animali domestici - ha detto Alan Knight, amministratore delegato di Iar -.
Questo è il risultato degli incendi boschivi che devastano l’Indonesia, lasciando gli oranghi selvatici senza cibo e riparo.
Per evitare di essere bruciati vivi, scappano e spesso vengono uccisi o catturati».
Purtroppo, il tragico mercato dei cuccioli di orango continuerà fino a quando il loro habitat continuerà a essere distrutto: gli oranghi hanno perso fino all’80 per cento della loro popolazione nel secolo scorso, con il tasso di mortalità che è aumentato notevolmente negli ultimi anni.
Ma per ora Gito è al sicuro, e si spera possa ripercorre gli stessi passi di Budi che poco per volta sta tornando a essere un animale con una dignità e salute che merita.
Fonte: LaZampa.it
mercoledì 6 maggio 2015
Crudeltà senza confini: salvati 24 pappagallini rinchiusi in bottiglie di plastica
Più di 24 pappagallini in via d'estinzione sono stati salvati dalla dopo essere stati trovati rinchiusi in bottiglie di plastica destinati al commercio illegale.
Lo scopo di queste torture disumane era quello di farli passare alla dogana del porto di Tanjung Perak a Surabaya, Indonesia.
Ma la polizia indonesiana ha scoperto gli uccelli - che possono essere venduti per circa 900 euro ciascuno, e ha ridato loro la libertà per ricevere cure mediche adeguate.
Stipati con crudeltà in bottiglie vuote di plastica, i pappagallini rischiavano una fine certa.
Il cacatua crestagialla (Cacatua sulphurea) è stato indicato come specie a rischio dall'Unione Internazionale per la Conservazione della Natura (IUCN) nel 2007.
La popolazione è a un livello critico a causa della deforestazione e del bracconaggio: recenti studi suggeriscono che rimangono meno di 7.000 individui.
Più di 10.000 pappagalli, tra Lori e Cacatua, vengono catturati in natura ogni anno nel Nord Halmahera, Indonesia, per il commercio internazionale illegale di specie selvatiche.
Circa il 40 per cento degli uccelli muore durante il trasporto. Quindi, per ogni 1.000 pappagalli catturati in natura, 400 ne sono morti invano, durante il bracconaggio, il trasporto e il commercio, a causa di cattive condizioni e gestione crudele.
Il cacatua crestagialla si riproduce molto lentamente e depone le uova solo una volta all'anno.
Può produrre solo due uova alla volta.
Anche loro, come altri animali, sono l'ennesime vittime della crudeltà dell'uomo.
Fonte: http://www.diregiovani.it
lunedì 20 aprile 2015
Tiger Temple: basta agli abusi e ai maltrattamenti nel tempio delle tigri in Thailandia
Abusi, maltrattamenti e commercio illegale di specie selvatiche. Avveniva da anni all'interno del Tiger Temple di Kanchanaburi, in Thailandia, dove ai turisti era consentito di scattare ambiti selfie con le tigri recluse, dar loro da mangiare e persino meditare in compagnia dei loro cuccioli.
Dopo anni di proteste, finalmente le tigri verranno spostate dal tempio buddista grazie a una decisione del governo.
Il successo del Tiger Temple si è sempre basato sul fatto che le sue tigri fossero state salvate da bracconieri per vivere e muoversi liberamente e pacificamente tra i monaci del tempio, attivamente impegnati nel lavoro di conservazione della specie.
Peccato che non ci siano mai state prove sul fatto che le donazioni e i biglietti pagati siano stati devoluti per questa causa.
La prima perplessità a tal proposito deriva dal fatto che le tigri sono allevate dai monaci, non da esperti della fauna selvatica o da ambientalisti. Per non parlare, poi, delle terribili condizioni in cui sono costretti a vivere gli animali.
Gabbie troppo piccole e affollate prive di qualsiasi arricchimento in cui le tigri passavano 20-21 ore al giorno.
Esemplari con comportamenti ripetitivi dovuti a stress da cattività. I felini erano costretti a interagire con gli ospiti per circa tre ore in un momento in luce diretta del sole, senza ombra e acqua.
Abusi fisici e maltrattamenti per rendere le tigri più collaborative con gli esseri umani e insegnare a essere sottomesse ai custodi. Tirate per la coda, colpite con piccole canne, innervosite dai turisti fatti sedere sulle loro schiene e sempre troppo vicini, senza alcuno spazio in cui ripararsi.
Nutrite solo con pollo, perché più economico.
Stranamente apatiche e calme, forse sedate.
In natura, poi, le tigri adulte tendono a vivere solitarie, incontrandosi solo per accoppiarsi o quando i cuccioli sono troppo piccoli per vivere da soli. Ma al Tiger Temple sono state ospitate fino a 90 tigri in una sola volta.
Ma ora, in seguito a una serie di eventi drammatici, comprese aggressioni agli ospiti, Nipon Chotiban, direttore generale del Dipartimento dei Parchi Nazionali della Thailandia, ha finalmente ordinato che tutte le tigri siano trasferite dalla struttura entro la fine di aprile.
Questa è una grande notizia per gli ambientalisti della fauna selvatica e per gli attivisti per i diritti degli animali che hanno combattuto per oltre 15 anni per chiudere questo tempio degli orrori.
E soprattutto per le tigri, che hanno il diritto di essere libere dallo sfruttamento.
Fonte:greenme.it
giovedì 29 gennaio 2015
Liberati 1000 gatti: erano destinati alle cucine di un ristorante cinese
Leggere notizie di questo genere ci turba non poco, questo perché noi, nella nostra cultura occidentale, abbiamo sempre avuto una diversa visione e concezione dei cani e dei gatti, nostri piccoli grandi amici a quattro zampe.
Ma questa visione non può essere generalizzata a tutti, e così ecco che in alcune zone della Cina, sopratutto nel sud, a Canton, sia i cani che i gatti sono considerati delle vere e proprie prelibatezze della cucina locale.
C’è da dire, però, che da qualche tempo a questa parte sono molte le popolazioni che stanno rinunciando a questa usanza, probabilmente spinti dalle numerose associazioni animaliste sparse sul territorio cinese.
Sta di fatto che a Wuxi, nella provincia di Jiangsu, le autorità cinesi hanno fermato un camion con oltre mille gatti destinati alla macellazione a Guangzhou, dove sarebbero diventati pietanze nella cucina cinese.
L’autista del camion è stato arrestato, ma solo perché non aveva le autorizzazioni necessarie e perché i gatti risultavano sequestrati.
Gli agenti, però, non avendo una struttura in cui tenere questi felini hanno deciso di lasciarli liberi nelle colline circostanti, scatenando le proteste degli animalisti.
Sì, perché questi gatti, abituati come sono a vivere in cattività, non sono abbastanza autonomi per riuscire a sopravvivere da soli in libertà.
Alcuni gruppi animalisti si sono subito mobilitati per mettersi sulle loro tracce, purtroppo molti di questi felini, non essendo abituati a quell’habitat, sono già morti perché investiti dalle auto o perché non riuscivano a trovare cibo.
I volontari sono riusciti a recuperarne vivi solo una cinquantina, e alcuni di questi sono stati dati in adozione.
Per gli altri, invece, probabilmente non ci sarà nulla da fare.
Il problema, infatti, è proprio questo: spesso vengono intercettati e fermati mezzi di trasporto con animali domestici destinati alle tavole nei ristoranti del sud del Paese, ma, essendo sempre di gran numero, una volta liberati si pone il problema del loro affido.
Fonte: eticamente.net
giovedì 4 dicembre 2014
Il maglioncino di lana d'angora : ora non puoi più dire di non sapere !
La lana d'angora viene prodotta utilizzando il morbidissimo, caldissimo e lungo pelo di una particolare razza di conigli bianchi: gli Angora.
Con questa lana vengono confezionate maglie, berretti, sciarpe, guanti, maglieria intima, indumenti per bambini e vengono preparati tessuti destinati alla confezione di abiti,giacche e cappotti; una parte della produzione d'angora viene commercializzata sotto forma di gomitoli di lana da lavorare ai ferri o all'uncinetto.
Tradizionalmente i conigli d'angora venivano pettinati manualmente; il pelo oramai "maturo" che restava impigliato al pettine veniva raccolto e filato e naturalmente la produzione era di modeste quantità.
In seguito alcuni cominciarono a tosare i conigli, pratica tuttora molto in uso negli allevamenti della Nuova Zelanda, ma il pelo così ottenuto, privo della parte finale in quanto tagliato, è di qualità inferiore rispetto a quello intero.
Il settore della moda e dell'abbigliamento in Europa richiede enormi quantitativi di lana d'angora, per soddisfare il vasto mercato.
Si va dai prodotti di alto pregio e dai marchi più famosi, generalmente reperibili in boutique, fino alle catene di distribuzione di moda a basso prezzo presso le quali si riforniscono soprattutto supermercati, negozi tradizionali e commercianti ambulanti.
Ed ecco che in Cina hanno subito fiutato l'affare ed hanno cominciato ad allevare questi conigli "da lana".
Attualmente il 90% dell'angora mondiale proviene dalla Cina, dove non ci sono leggi che regolamentino l'utilizzo degli animali e men che meno li tutelino dagli abusi e dalle torture che subiscono negli allevamenti e dove viene utilizzata la crudele pratica di strappare il pelo ai conigli vivi .
Questa barbarie ha origine dalla considerazione che mentre un pelo tosato spunta sul mercato un prezzo dai 25 ai 35 euro al chilo, quello letteralmente strappato via dal povero animale vivo è un prodotto che ha ottime caratteristiche qualitative e in tal modo i produttori cinesi spuntano un prezzo doppio.
Quindi si tratta solo di avidità?
No.
Si tratta anche di assoluta mancanza di empatia, cioè della totale incapacità di immedesimarsi negli altri esseri viventi, nella loro gioia e nel loro dolore e nello specifico quindi di soffermarsi a riflettere anche per un solo istante sulle sofferenze a cui sottopongono poveri animali indifesi.
A ben guardare per i cinesi sembra essere la norma ed è inutile che i soliti perbenisti "politically correct" si scandalizzino e puntino il dito accusando di razzismo chi lo afferma.
Non sono fantasia, ma sono tragica e incontrovertibile realtà le oche spiumate vive per produrre imbottiture per piumoni e piumini a basso prezzo, i cani uccisi per strada a bastonate per privarli della pelliccia o addirittura scuoiati vivi per lo stesso motivo e poi gettati, agonizzanti, su lerci carretti e portati chissà dove, magari al mercato, così non sprecano nulla e guadagnano doppiamente (i cani per i cinesi sono una apprezzata consuetudine alimentare).
Queste e tante altre atrocità servono per soddisfare l'insaziabile consumismo di uomini e donne dell'intera Europa.
L'organizzazione PETA (People for the Ethical Treatment of Animals) ha documentato in un video le crudeltà compiute sui conigli d'angora negli allevamenti cinesi.
I commenti alla vicenda, che si possono leggere sulla stampa italiana o che sono a corredo di alcuni filmati, parlano erroneamente di conigli "scuoiati".
Scuoiare significa togliere la pelle con tutto il pelo che vi è impiantato; dallo scuoiamento si ottiene la pelliccia.
Per la lana d'angora si tratta di conigli "spelati" (proprio con una sola "elle") perché viene strappato via il pelo, ma non la pelle. Questi conigli alla fine del trattamento vengono rimessi nelle gabbie, dove resteranno fino alla ricrescita di nuovo pelo, per essere poi nuovamente spelati; quelli più malridotti o che non sopravvivono alla tortura, vengono uccisi, ma non subito, bensì con tutto comodo per il torturatore, che prima deve finire di strappare il pelo ai conigli sui quali deve "operare" quel giorno.
Il video è molto forte sconsiglio la visione alle persone più sensibili.
La responsabilità di tutto ciò a chi si può ascrivere? Ai cinesi? Certamente sì, sono gli esecutori materiali, la manovalanza.
Ma gli importatori di lana d'angora, le Case di moda, i colossi dell'abbigliamento? Certamente sì, anche costoro sono responsabili, sono tessere dello stesso mosaico.
Ovviamente nessun ammette di essere stato a conoscenza della cosa e ciò suona alquanto inverosimile.
Manca però ancora una tessera fondamentale: il mandante. Quest'ultima categoria è vastissima, perché composta da tutti coloro che acquistano indumenti di lana d'angora.
Certo è doverosa una precisazione: infatti molte persone sono effettivamente del tutto ignare della sofferenza che sta dietro ad un vaporoso capo in lana d'angora o ad un morbido gomitolo da lavorare ai ferri .
Molti di costoro una volta saputa la verità non hanno più acquistato questi indumenti o hanno riportato in negozio quello appena comperato; molti altri invece ancora ignorano questa orribile realtà e non possono venir colpevolizzati.
Tutti coloro che invece sanno e fanno finta di nulla e continuano ad acquistare questi prodotti intrisi di sofferenza, sono colpevoli come e più dei cinesi.
Anche tu che hai letto questa pagina e hai guardato questo filmato, ora non puoi più dire di non sapere.
E' legge di mercato che la richiesta alimenti l'offerta; cessata la richiesta, cesserà anche l'offerta, con tutto quel che sta a monte.
Per quanto vi possa far piacere l'indossare un capo d'abbigliamento caldo e morbido, ricordatevi di leggere sempre l'etichetta e lasciatelo sugli scaffali, se leggete la parola "angora".
http://animalisos.altervista.org/
martedì 2 dicembre 2014
A 30 anni dal disastro di Bhopal
Nelle prime ore del 3 dicembre 1984 dallo stabilimento della Union Carbide India Limited, una cisterna di oltre 40 tonnellate di isocianato di metile esplodeva riversando nella città indiana di Bhopal una nube tossica di oltre 30 chilometri quadrati che provocò la morte immediata di migliaia di persone (3800, 8000, 15000 secondo fonti contrastanti) e altre migliaia di vittime successive strettamente legate all'evento.
Secondo uno studio pubblicato da Amnesty International, che si è a lungo occupata di questo tema, nel 2004 le persone affette da malattie legate all'incidente ammontavano a 100 mila.
Il disastro di Bhopal è considerato il peggiore incidente industriale mai avvenuto.
L'americana Union Carbide stabilì la sua affiliata a Bhopal nel 1969 forte della sua posizione centrale nel paese e della manodopera a basso costo.
Si specializzò nella produzione di Sevin, un pesticida contenente un agente chimico altamente tossico, l'isocianato di metile, fabbricato nello stesso stabilimento.
Nel 1984 la produzione di Sevin si era fermata, ma l'isocianato di metile era ancora stoccato in alcune cisterne e superava le quantità di sicurezza.
L'infiltrazione di acqua in una delle cisterne provocò la famigerata reazione.
Oggi la fabbrica della Union Carbide di Bhopal, mai stata smantellata, è un relitto arrugginito, dove la natura ha ripreso possesso degli spazi un tempo occupati dall'uomo.
La zona è ancora off limits, poiché secondo molti attivisti il terreno è ancora fortemente inquinato.
Anche le falde che abbeverano oltre 50 mila persone nella zona sarebbero avvelenate dai rifiuti tossici dello stabilimento.
Satinath Sarangi, attivista del Bhopal Medical Appeal che gestisce una clinica per le vittime del gas, ha spiegato a Reuters che nella zona c'è «un'alta prevalenza di anemici, ritardo nel menarca delle ragazze, malattie della pelle e un alto numero di bambini con malattie congenite.
I bambini nascono con arti malformati, danni cerebrali e disturbi muscoloscheletrici».
In questa foto del 2008 alcuni pazienti si recano presso il Jawaharlal Nehru Hospital di Bhopal.
Nella zona le malattie legate al consumo di acqua inquinata, come il colera, sono molto diffuse.
A distanza di trent'anni gli attivisti sostengono che i rifiuti tossici presenti nel terreno stiano ancora avvelenando le acque sotterranee.
Soltanto nel 2012 il governo si è trovato costretto ad ammettere che le acque della zona sono contaminate, quando la Corte Suprema ha ordinato di distribuire acqua pulita alle 22 comunità circostanti l'ex stabilimento.
Secondo quanto confermato anche dal National Center for Biotechnology degli Stati Uniti, la Union Carbide Corporation iniziò da subito a declinare ogni responsabilità verso la perdita di gas, incolpando dapprima la filiale indiana, poi un fantomatico gruppo di estremisti Sikh.
Qualche anno dopo la Union Carbide accettò di pagare 470 milioni di dollari, che il governo indiano avrebbe distribuito ai soggetti ufficialmente riconosciuti come colpiti dall'incidente.
La compagnia non si è mai fatta carico della pulizia dell'area contaminata.
Nel novembre 2014 però il governo indiano ha accettato di rivedere il numero dei morti e dei feriti e di conseguenza l'ammontare dei risarcimenti.
Nel novembre 2004 il duo The Yes Men giocò un brutto scherzo alla Dow Chemical, la compagnia che acquisì la Union Carbide.
Spacciandosi per il portavoce della Dow Chemical Jude Finisterra, uno dei due comici dichiarò alla BBC che la compagnia finalmente riconosceva la sua completa responsabilità nei confronti della catastrofe.
Il giorno successivo le azioni della Dow crollarono.
Su questo pannello vengono mostrati alcuni abitanti della zona uccisi nel 1984 dall'incidente.
Si trova in uno degli ospedali di Bhopal.
Fonte: .focus.it
martedì 4 novembre 2014
Non solo Moncler: l'orrore dei piumini che spennano vive le oche
Spiumate senza pietà per interminabili minuti.
Testa e zampe immobilizzate per sbrigare velocemente la pratica. Insieme alle piume vengono via anche pezzi di pelle.
La carne finisce sempre contusa, spesso lacerata. Viene sommariamente disinfettata e ricucita, non per compassione, ma per limitare le perdite in questi lager che imprigionano dai 5 ai 10 mila esemplari.
È un orrore che si ripete da una fino a quattro volte in un solo anno negli allevamenti di oche utilizzate per i nostri piumini.
La loro imbottitura, infatti, non viene dagli animali morti, ma, in modo illegale, da quelli vivi. Così possono rendere 4 volte.
Tutto questo anche se qualche anno fa gli esperti dell'Agenzia per la Sicurezza Alimentare Europea hanno stabilito che "tale pratica può essere effettuata senza causare sofferenza o lesioni, se eseguita nel momento in cui sono in fase di muta e se vengono utilizzate tecniche di spazzolatura e pettinatura".
'Siamo tutti oche' è il titolo dell'inchiesta di Report andata in onda ieri su Raidue a firma di Sabrina Giannini, che ha portato per la prima volta sul grande schermo l'illegalità della "spiumatura" sulle oche vive in Ungheria, denunciando così la crudele pratica illegale diffusa nella Comunità europea.
L'inchiesta comincia dall'imbottitura del piumino più di moda, analizzandone i passaggi: dalla confezione alla delocalizzazione. Un'indagine a largo raggio (anche geografico) sulle scelte di alcuni marchi della moda che si spingono perfino in territori non riconosciuti dall'ONU pur di risparmiare pochi euro su prodotti venduti a prezzi elevati in boutique.
Come in Ungheria, seconda soltanto alla Cina nella produzione annuale di piuma e piumino d'oca che esporta grezza o selezionata in categorie, per leggerezza e prezzo.
La destinazione finale è sempre imbottire qualcosa: piumoni, cuscini e capi d'abbigliamento.
Si scopre così, con immagini terribili, come e dove viene fatto un piumino.
Un prodotto che Remo Ruffini, grande imprenditore italiano che ha acquistato il famoso marchio francese, si augura un giorno tutti chiamino Moncler, come spiega il servizio.
Non a caso l'azienda risponde al servizio stamattina con un messaggio sulla home del proprio sito: "Moncler utilizza solo piuma di alta qualità, acquistata da fornitori obbligati contrattualmente a garantire il rispetto dei principi a tutela degli animali, come riportato dal nostro Codice Etico, al punto 6.4. L'associazione del nome Moncler a pratiche illegali e vietate dal nostro Codice Etico, è impropria.
I nostri fornitori di piuma sono tutti basati in Italia, Francia e Nord America".
"Alla fine due milioni di oche ungheresi all'anno lasciano definitivamente le loro penne al macello.
Vengono pagate a peso, ma per la carne oppure per il loro fegato, fatto crescere 10 volte oltre il normale, una malattia indotta negli animali che gli chef rendono appetibile. E lo chiamano paté de fois gras.
Il fegato grasso si ottiene con il metodo dell'alimentazione forzata praticata su oche e anatre, animali che in libertà vivrebbero 10/15 anni, ma vengono uccisi dopo 4 mesi di agonia", spiega la giornalista.
Le fa eco Friedrich Mülln, attivista della Soko Tierschutz Investigator, ricordando che il 100% degli animali rimane ferito e circa il 20% subisce ferite molto gravi. "Per tre volte negli ultimi tre anni abbiamo consegnato le foto della fattoria dell'uomo armato di forcone. Sì, le abbiamo date all'EFSA... Abbiamo consegnato tonnellate di prove... numerosi casi dalla Germania, dalla Francia, dall'Ungheria, ecc...", denuncia l'animalista.
Chi acquista un piumone o una giacca non può conoscere la provenienza della piuma. Se è cinese, ungherese, o miscelata. Se è stata spiumata da viva o post mortem.
L'unica soluzione per non contribuire a questo orrore è non acquistare prodotti contenenti piume d'oca, premiando le tante alternative sintetiche e altrettanto calde.
Ma il "Vera Piuma" è davvero sinonimo di prodotto di qualità? Report ha dimostrato che le griffe italiane non usano sempre pregiato piumino per i loro capi, ma a parte la qualità della piuma (che varia a seconda del livello di maturazione del piumaggio), esistono prodotti che possano offrire un comfort dello stesso livello?
Con questo obiettivo la LAV ha commissionato dei test di comfort, mettendo a confronto proprio un prodotto MONCLER in vera piuma con due prodotti realizzati con materiali alternativi (THE NORTH FACE e SAVE THE DUCK).
I test hanno misurato le performance secondo le due variabili "Resistenza Termica" (quanto il prodotto tiene caldo) e "Resistenza Evaporativa" (traspirazione) e i risultati hanno dimostrato che i due prodotti realizzati con materiale sintetico (poliestere) sono più traspiranti della vera piuma, e solo leggermente meno "caldi".
"Il piumino, quindi, oltre che un prodotto eticamente inaccettabile perché produttivo di enormi sofferenze animali, non è difendibile neanche dal punto di vista delle prestazioni. – dichiara Simone Pavesi, responsabile LAV – Per questo motivo, e per le evidenze emerse nella trasmissione di Rai3, abbiamo chiesto un incontro con la Moncler per confrontarci su scelte commerciali alternative a quelle che sfruttano gli animali, considerando inoltre che il loro Codice etico, all'articolo 6.4 relativo al trattamento degli animali, non fa alcun riferimento alla pratica della spiumatura".
In Italia l'articolo 19 del Decreto Legislativo 146/2001, vieta a partire dal 1°gennaio 2004 la spiumatura di volatili vivi, ma sul mercato nazionale è possibile acquistare prodotti con piume ottenute con questa crudele pratica e ricavate da animali allevati all'estero.
Per la tutela di milioni di oche (e altri anatidi) è quindi necessario vietare il commercio di prodotti che contengono piume. "E' una coincidenza che i nostri test siano stati condotti proprio su un capo Moncler, protagonista con altri marchi della puntata di Report, ma questi risultati rafforzano la nostra richiesta – aggiunge Pavesi – i prodotti, infatti, sono stati esaminati a marzo di quest'anno, ben prima che Report realizzasse il servizio e sono stati eseguiti presso il Laboratorio Centrocot - Centro Tessile e Cotoniero di Busto Arsizio (VA), il primo laboratorio in Italia ad avere messo a punto un servizio mirato alla valutazione del grado di confortevolezza offerto da un tessuto".
Sulla fonte troverete anche la petizione per far sì che quest'ignobile pratica venga messa al bando. Speriamo bene...
http://www.greenme.it/consumare/mode-e-abbigliamento/14800-piumino-oche-report
domenica 12 ottobre 2014
La crudele verita' sui pachidermi che dipingono
Gli elefanti sono esseri magnifici e intelligentissimi che ispirano molta tenerezza negli uomini. Cosa c'è di più sorprendente e bello che guardare un dolce elefante usare la sua proboscide per dipingere il quadro di un fiore, o addirittura di se' stesso? È per questo che foto, video e articoli che stanno impazzando da un po’ di tempo a questa parte sul web degli elefanti “artisti” diventano puntualmente virali.
Ma cosa si nasconde dietro questa abilità dei pachidermi?
Siamo sicuri di esclamare ‘che carino’ davanti a un elefante pittore?
O forse dovremmo piuttosto dire ‘che orrore’?
Se tutti iniziassimo a guardare oltre le apparenze, infatti, ci accorgeremmo di quanta crudeltà si nasconde dietro l’immagine dell'elefante che dipinge che strappa “awwwww” sui social.
Pensiamo, per esempio, al Maesa Elephant Camp, in funzione dal 1976 e accreditato come pioniere del concetto di elefante "artista". Il centro si trova appena fuori Chiang Mai, in Thailandia, e oggi ospita settantotto elefanti acquistati dal fondatore Choochart Kalmapijit nel corso degli ultimi trenta anni.
Nemmeno a dirlo, vivono tutti in cattività.
Una delle "competenze" dei lodati dagli elefanti del Maesa Elephant Camp, quindi, è la straordinaria capacità di dipingere.
Ma avete mai visto un pachiderma armeggiare con colori e pennelli in natura?
Come si può insegnare a un cucciolo di elefante selvatico a stare fermo e concentrarsi sulla pittura?
Ce lo spiegano il sito OnegreenPlanet e Born Free.
La verità è che gli elefanti hanno sopportato mesi e mesi di abusi fisici per imparare a tenere un pennello, disegnare una linea retta e dipingere fiori e foglie sugli alberi.
Durante l’addestramento i cuccioli vengono affamati, incatenati e picchiati, fino a quando il loro spirito viene completamente piegato alla volontà dei loro rapitori e aguzzini.
Una volta che i giovani elefanti hanno subito questo processo, possono imparare a dipingere.
Gli elefanti usano pennelli speciali per creare i propri "capolavori". Pennelli che vengono inseriti direttamente nella proboscide, con una barra perpendicolare che serve ad evitare che l’oggetto scivoli al suo interno.
L'elefante impara ad afferrare la parte superiore del pennello, operazioni che gli causa sofferenza perché la proboscide è incredibilmente sensibile e piena di terminazioni nervose.
Per addestrare l'elefante a spostare il pennello per creare ciò che noi riconosciamo come fiori o alberi, i conducenti usano questi pungoli dolorosi per guidare i movimenti.
Ovviamente, se un elefante dipinge in modo non corretto, viene ferito discretamente con il pungolo o direttamente con le mani. Durante le performance i conducenti esercitano un controllo continuo su un orecchio, tirando a destra o a sinistra per manipolare l'animale e fargli fare un certo tratto col pennello.
L’esercizio viene ripetuto ogni singolo giorno per due o anche tre volte.
Ecco cosa si nasconde dietro i “teneri e dolci” elefanti “artisti”. Cosa possiamo fare?
Condividere queste informazioni, in modo che sempre più persone boicottino i centri che dispongono di elefanti in cattività, ridicolizzandoli e costringendoli a fare qualcosa che in natura non farebbero mai.
Perché gli animali non sono pagliacci per il nostro divertimento, non meritano di soffrire per intrattenerci. Siete d'accordo?
Fonti:
greenme.it
http://www.onegreenplanet.org/
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