venerdì 2 maggio 2025
martedì 25 maggio 2021
Camera delle meraviglie, la misteriosa stanza dipinta di blu scoperta (per caso) in un appartamento di Palermo
A Palermo c’è un luogo speciale, scoperto per caso da una coppia di giornalisti che, nel 2013, acquistò casa in un palazzo del centro storico. Nessuno di loro immaginava cosa si nascondesse dietro quelle pareti. Ma un giorno, grazie a un’infiltrazione d’acqua che iniziò a sgretolare l’intonaco, venne alla luce la cosiddetta “Camera delle meraviglie“, una stanza blu decorata con magnifici caratteri arabi.
Grazie al restauro curato da Franco Fazio, sono riemerse scritte arabe in argento con cornice dorata, una volta dipinta, decorazioni sulle porte nascoste sotto strati e strati di vernice. Una frase in particolare ricorre ovunque, “Quello che Dio vuole accade, quello che Dio non vuole non accade”.
Le pareti della stanza blu nascondono persino una melodia musicale, come ha intuito il percussionista Giuseppe Mazzamuto riconoscendone le note. Misteriosa melodia che si può leggere e suonare sia da destra verso sinistra che da sinistra verso destra.
La cosa curiosa è che ancora oggi non si sa con precisione a cosa servisse.
Si è ipotizzato fosse la casa di un mercante, un luogo adibito alla preghiera o al relax.
Secondo l’Istituto di Lingue Orientali e Asiatiche dell’Università di Bonn potrebbe trattarsi di una camera magica dove si svolgevano riti iniziatici legati alla massoneria, ipotesi questa formulata dagli studiosi dell’Istituto di Lingue orientali e asiatiche dell’Università di Bonn. In ogni caso le sue origini rimangono un mistero.
Di qui, nel frattempo, sono passati Vittorio Sgarbi, che ne è rimasto impressionato, Ezio Bosso, Fareed Al Kothani, presidente per l’Europa della Lega islamica mondiale. E molti altri.
domenica 28 marzo 2021
Crolla l’ultimo ponte Inca in Perù per mancanza di manutenzione a causa della pandemia
Era l’unico ponte inca ancora conservato in Perù.
Tutti gli anni meno uno: il 2020, annus horribilis della pandemia. Uno stop che ha determinato il deterioramento delle sue corde causandone il crollo.
Profondamente dispiaciuti per quanto accaduto, sono stati proprio le persone delle comunità della zona di Quehue, presso Cusco, i primi a segnalare la caduta dell’ultimo ponte inca.
Sono costoro infatti coloro i quali hanno svolto, senza mai interrompere la tradizione, a giugno di ogni anno il tradizionale compito di tessere e sostituire le vecchie fibre con quelle nuove, permettendo in questo modo che il ponte rimanesse in piedi dai tempi degli Incas.
Tuttavia lo scorso anno, per via del divieto di mobilità e per il distanziamento, il compito non è stato svolto, con il risultato a cui ora assistiamo.
Dopo una riunione di emergenza fra tutte le autorità e le quattro comunità che ogni anno si incaricano della cerimonia di manutenzione del ponte, il sindaco del distretto di Quehue, Mario Tacuma Taype, ha annunciato che i lavori per il recupero del Q´eswachaka inizieranno a metà aprile.
Il ponte naturale, costruito a mano interamente con fibre vegetali, sta in piedi da circa 600 anni ed è una testimonianza vivente di una delle più grandi conquiste della civiltà Inca: il “Qhapaq Ñan” o Cammino Inca.
Dichiarato dall’Unesco patrimonio culturale immateriale dell’umanità nel 2013, questo ponte ci lega con la nostra eredità ancestrale e speriamo possa presto rinascere.
Fonte: www.greenme.it
mercoledì 4 novembre 2020
Machu Picchu: la suggestiva città Inca riapre dopo il lockdown e brilla grazie a luci multicolori
Dopo otto mesi di chiusura a causa del Covid-19 riapre Machu Picchu,
il suggestivo sito Inca e metà turistica gettonata. Per motivi sanitari però gli ingressi continuano ad essere controllati: solo 700 turisti possono accedere giornalmente.
Sotto una pioggia sottile e luci multicolore brilla Machu Picchu. In occasione della riapertura è stato celebrato, infatti, un rituale Inca per ringraziare gli dei e mostrare che ‘i peruviani sono resilienti’, ha detto la ministra del Commercio estero e del turismo Rocio Barrios.
Dichiarata patrimonio dell’umanità dall’Unesco nel 1983, la città Inca già lo scorso giugno aveva subito un duro colpo per via del coronavirus, all’epoca il governo aveva promosso l’ingresso gratuito per rilanciare l’economia peruviana.
“Questo sarà un ritorno progressivo, vale a dire che avverrà a poco a poco, prima la gente del posto, poi i cittadini e poi i turisti da tutto il mondo”, ha detto la ministra Barrios.
Machu Picchu, è stata costruita intorno al 1400 e che dal 2007 fa parte delle sette meraviglie del mondo. Ogni anno viene visitata da un milione di persone. Situata a 2400 metri di altezza sulla valle dell’Urubamba, rappresenta una fonte per l’economia del paese.
Lo scorso anno sei turisti provenienti da Cile, Brasile, Francia e Argentina, sono stati arrestati e successivamente espulsi per aver danneggiato il Tempio del Sole nel sito archeologico più conosciuto al mondo e aver defecato al suo interno. Nel 2014, poi le autorità avevano denunciato una ‘nuova moda’, quella di fotografarsi nudi nel luogo sacro. All’epoca quattro turisti americani erano stati arrestati per essersi spogliati e aver postato poi le foto sui social.
Luogo suggestivo e di architettura unica, la città Inca è di fatto un’attrazione turistica ed è chiaro che il governo peruviano voglia sponsorizzarla e non c’è nulla di male, la speranza però è quella che questo patrimonio venga preservato.
Fonte: zerounotv.it
venerdì 3 luglio 2020
L’inquietante mistero della Chapelle Expiatoire di Parigi: trovate le ossa dei ghigliottinati della Rivoluzione nei muri
Luigi XVI e Maria Antonietta non erano soli.
Una «sconvolgente» scoperta ha cambiato la storia di uno dei celebri monumenti di Parigi, vicino a Place de la Concorde.
E' qui che re e regina furono sepolti dopo esser stati ghigliottinati, e in cui le loro spoglie riposarono per 21 anni, prima di essere trasferite nella tomba reale di Saint-Denis.
Ed è qui che ora sorge questo monumento commemorativo voluto da Luigi XVIII-
Dopo aver notato delle curiose anomalie sulle pareti, il guardiano della cappella Aymeric Peniguet de Stoutz ha deciso di ispezionare il sito insieme a un archeologo.
E' così che in una intercapedine fra i mura di pietra sono stati rinvenuti i primi resti di quelle che potrebbero essere almeno 500 persone ghigliottinate durante la Rivoluzione Francese.
La Chapelle Expiatoire fu progettata nel 1816 dall'architetto neoclassico francese Pierre François Léonard Fontaine e in parte costruita sul terreno dell'ex cimitero della Madeleine, chiuso nel 1794, l'anno successivo alla morte di Luigi XVI e Maria Antonietta.
Ma mai sinora era stato ipotizzato che delle ossa fossero state usate non solo come fondamenta ma anche inglobate fra le spesse mura della cappella commemorativa.
Nel suo rapporto l'archeologo Philippe Charlier ha confermato che il «piano inferiore della cappella nasconde quattro scatole di legno piene di ossa umane», oltre a esserci «terra mescolata con frammenti di ossa umane».
Trovandosi non lontano da quella che un tempo era Place de la Révolution, la piazza della ghigliottina, quell'area era probabilmente diventata una sorta di fossa comune. E i costruttori hanno quindi inglobato quel patrimonio nella nuova architettura, senza spostare le reliquie.
Storicamente si credeva che i resti delle vittime per lo più aristocratiche della rivoluzione, e gli stessi rivoluzionari, si trovassero in diverse catacombe della città.
Ma quello che sinora era stato considerato solo un monumento in memoria della famiglia reale, oggi si è scoperto essere una sorta di «necropoli della Rivoluzione Francese».
Fonte:lastampa.it
domenica 14 giugno 2020
Nelle isole Cook la salute viene prima dell’economia: così il Paese è libero dal coronavirus
Stop all’economia, nelle isole Cook la salute viene prima. E funziona, perché il Paese non ha nemmeno un caso di coronavirus. Chiuse tutte le frontiere, crolla il turismo, si blocca tutto, ma anche la diffusione dell’infezione.
Una decisione quanto mai coraggiosa.
Le isole Cook sono un vero e proprio paradiso del Pacifico, in libera associazione con la Nuova Zelanda (secondo lo statuto possono divenire del tutto indipendenti in qualsiasi momento con un atto unilaterale).
Per natura, straordinaria bellezza e posizione la loro economia dipende quasi esclusivamente dal turismo. Ma il Governo non ci ha pensato due volte: ha chiuso tutte le frontiere (salvo quelle con la Nuova Zelanda, comunque con controlli), arrestando di fatto il PIL. Ma anche il coronavirus: ad oggi, infatti, il Paese non ha registrato nemmeno un caso positivo tra i suoi 15.200 abitanti (dati 2018) sparsi nelle sue 15 isole.
Facile chiudere le frontiere, tracciare tutti e non far entrare il virus per un piccolo Paese? Più a dirsi che a farsi. Perché, quando l’economia dipende quasi esclusivamente da quelle frontiere, la scelta resta comunque difficile e i problemi da affrontare enormi.
“La nostra salute ed economia devono andare avanti insieme – ha detto infatti a chiare lettere a Bloomberg il Ministro delle Finanze Mark Brown – Non possiamo mantenere la nostra economia senza considerare la salute e la sicurezza delle nostre persone. Allo stesso modo, non possiamo mantenere il nostro sistema sanitario senza un’economia sostenibile”.
Dal 19 giugno, comunque, il Paese ha deciso di “rilassarsi”, soprattutto perché la pandemia negli Stati più vicini e con maggiori legami politici ed economici sembra sconfitta, prima tra tutti la Nuova Zelanda, dove la Presidente Jacinda Ardern aveva annunciato la vittoria già a fine aprile e dove da 22 giorni permangono contagi zero.
Nel piccolo e meraviglioso arcipelago del Pacifico inizia ora una nuova fase: ricostruire un’economia che, secondo gli esperti, avrà un arresto brusco e devastante, con un calo di produzione pari a circa il 60%, proprio a causa dei divieti al turismo internazionale. Ma il Primo Ministro Henry Puna non ha avuto dubbi e ha scelto.
ROBERTA DE CAROLIS
giovedì 5 marzo 2020
Westminster: scoperto un passaggio segreto creato per Carlo II d’Inghilterra
La notizia che si sta diffondendo nel mondo è a dir poco sorprendente, all’interno del palazzo di Westminster infatti è stata trovata una porta segreta creata per il Re Carlo II d’Inghilterra.
Degna dei migliori film gialli la porta segreta trovata tra i corridoi del Palazzo che ospita le due camere dei parlamenti del Regno Unito, risalirebbe al diciassettesimo secolo.
Il passaggio, nascosto dietro a un rivestimento ligneo a pareti, secondo le prime ricostruzioni, è stato realizzato nel 1661 in occasione dell’incoronazione di Carlo II.
Secondo gli esperti, la porta celata dietro la boiserie è stata costruita per garantire al Re salito al trono una via di fuga in caso di attacchi al palazzo o altre situazioni che potessero mettere in pericolo i membri della famiglia reale.
Il passaggio infatti collega gli interni del palazzo di Westiminster ad una stanza isolata dove potersi nascondere.
Secondo gli storici, a lavoro sul posto, il corridoio non si interrompeva alla secret room, ma probabilmente concedeva una via di fuga dal palazzo anche se al momento non è possibile risalire a questa possibile uscita.
La sorprendete scoperta è stata fatta seguito dell’individuazione di cerniere di due porte di legno dall’altezza di tre metri e mezzo ciascuna.
Per risalire alle origini di questo passaggio segreto, gli esperti hanno analizzato il materiale per la costruzione delle porte, questa tecnica di dendrocronologia ha permesso di datare la realizzazione al 1659.
La scoperta del passaggio segreto non è la sola ad aver sorpreso il popolo britannico e il mondo intero, all’interno della stanza nascosta infatti sono stati ritrovate delle incisioni risalenti alla seconda metà del 1800, anni in cui l’edificio fu ripristinato a seguito dell’incendio del 1834.
Secondo gli storici, la scritta che recita “Questa stanza è stata chiusa da Tom Porter, che era molto affezionato a Ould Ale”, sarebbe stata fatta dagli operai che lavorarono a palazzo per la sua ricostruzione.
La famiglia reale così come tutti i cittadini britannici si chiedono quanti segreti ancora nasconda Westminster.
Gli storici in questo senso continueranno a lavorare per scoprire quali sorprendenti rivelazioni ci riserva il palazzo che conserva storie di generazioni intere.
Fonte: siviaggia.it
lunedì 17 febbraio 2020
Maldive, due sub italiani salvano uno squalo balena impigliato nella rete dei pescatori
Reti, pezzi grandi o spezzoni piccoli con un unico denominatore comune, la plastica indissolubile che inquina e ammazza gli animali marini.
Un tappeto di plastica che imprigiona anche le tartarughe e i delfini e sta aumentando vistosamente.
Due sub italiani, Simone Musumeci e Antonio Di Franca, durante un’immersione alle Maldive si sono imbattuti in uno squalo balena, considerato il pesce più grande al mondo, che era rimasto impigliato in una rete da pescatori.
Secondo quanto hanno raccontato, lo squalo era lungo 4 metri. I due sub hanno tagliato la rete con dei taglierini e l’operazione, avvenuta alla profondità di 14 metri, è durata 10 minuti.
Una volta libero, evidenzia Giovanni D’Agata, presidente dello “Sportello dei Diritti”, lo squalo se ne è andato, ma poco dopo è tornato come se volesse ringraziare i due sub.
“È stato il più bel momento delle nostre vite, non lo scorderemo mai!”, hanno raccontato i ragazzi.
Lo squalo balena non rappresenta alcun pericolo per l’uomo, perché si nutre quasi esclusivamente di plancton, filtrando il cibo con le branchie.
lunedì 7 ottobre 2019
Uluru chiude ai turisti ma i 50 mila bulbi di luce che lo illuminano rimarranno per sempre
A tempo indeterminato.
Il suggestivo campo di luci che illumina Uluru, l'enorme monolite sacro del deserto rosso australiano, rimarrà per sempre.
L'artista Bruno Munro ha creato un incantevole allestimento con 50 mila bulbi ad energia solare che di notte trasformano il parco nazionale di Uluru-Kata Tjuta in una tavolozza di colori. L'installazione sarebbe dovuta rimanere fino al 31 marzo 2019 ma, visto il successo, è stata prima prorogata sino al 31 dicembre 2020 e ora - grazie ad un riallestimento da un milione di dollari - potrà rimanere lì per sempre, cambiando così i progetti che prevedevano di ripiantare i fiori di vetro in giro per il mondo.
I bulbi ad energia solare sono stati collegati a chilometri di fibra ottica che garantiranno continuità, permettendo così all'opera di Munro di brillare ancora a lungo.
Ormai da tre anni, quando il sole tramonta, la duna rocciosa sacra agli aborigeni s'illumina di mille colori.
Una vista spettacolare, che giustifica appieno il suo titolo «Tili Wiru Tjuta Nyakutjaku», ovvero «Guardando molte belle luci».
Una bella notizia, che coincide quasi con la chiusura di Uluru: dal 26 ottobre scatterà infatti il divieto di arrampicarsi sulla formazione di arenaria di 550 milioni di anni.
E' stato infatti riconosciuto il diritto del popolo Anangu di preservare il loro luogo sacro, dopo un lungo dibattito iniziato nel 2010.
«Sono davvero onorato che il campo di luce rimarrà a Uluru», ha dichiarato Munro.
L'antico paesaggio rosso continuerà a ispirare i miei pensieri, sentimenti e idee che modelleranno la mia vita e il mio lavoro».
E ai turisti non resta che meravigliarsi nell'ammirare quest'incredibile spettacolo della natura da lontano, al cospetto di sette campi da calcio costellati da 15 tonnellate di sfere di vetro smerigliato.
Fonte: lastampa.it
martedì 17 settembre 2019
Gli aborigeni hanno vinto: niente più scalate sul monolite sacro
Alla fine gli aborigeni ce l’hanno fatta: Uluru, l’enorme monolite di arenaria nel cuore del “Red Centre” in Australia, considerato sacro per gli Anangu, non si potrà più scalare.
Dal 26 ottobre stop alle scalate dell’ex Ayers Rock. A stabilirlo è stato il consiglio del Parco nazionale Uluru-Kata Tjuta dopo un lungo dibattito iniziato nel lontano 2010, anche se il possibile stop era stato deciso un anno e mezzo fa.
Come sappiamo Uluru è sacro per gli aborigeni che da anni chiedono ai visitatori di non arrampicarsi e di non scalare il monolite australiano.
“Abbiamo la responsabilità di insegnare ai visitatori a salvaguardare la nostra terra. La salita può essere pericolosa. Troppe persone sono morte nel tentativo di scalare Uluru. Molti altri sono rimasti feriti durante l’arrampicata. Proviamo grande tristezza quando una persona muore o è ferita nella nostra terra. Ci preoccupiamo per te e ci preoccupiamo per la tua famiglia. La nostra legge tradizionale ci insegna il modo corretto di comportarci”, si legge sul sito del parco.
E ancora:
“Per noi, quella che stai scalando è una cosa sacra, non dovresti arrampicarti”.
Senza tralasciare che tutto il sito è pieno di cartelli che recitano: “Noi, i proprietari tradizionali Anangu, abbiamo da dirvi questo. Uluru è sacra nella nostra storia, un luogo di grande cultura.
Sotto la nostra legge tradizionale, scalarla non è permesso. Questa è la nostra casa. Per favore non salite”.
Scoperto nel 1872 dall’esploratore britannico Ernest Giles, il monolite è un luogo sacro per gli Anangu perché legato a tanti miti tra cui quello di Tatji, la Lucertola rossa che viveva nelle pianure. Secondo la leggenda Tatji giunse a Uluru e qui lanciò il kali (boomerang), che si piantò nella roccia.
Tatji scavò la terra alla ricerca del suo kali, lasciando numerosi buchi rotondi sulla superficie della roccia.
Questa parte della storia giustificherebbe alcuni insoliti fenomeni di corrosione sulla superficie di Uluru.
Non essendo riuscito a trovare il suo kali, Tatji morì in una caverna e i grossi macigni che vi si trovano oggi sarebbero i resti del suo corpo.
Uluru è alto 348 metri e questa è la seconda vittoria degli aborigeni. La prima, era stata quella di ripristinare il vero nome del monolite che, nel corso degli anni, era diventato all’inglese Ayers Rock. Adesso, viene riconosciuto lo status di montagna sacra, uno status che era stato bistrattato nel tempo per via di un turismo sfrenato.
La chiusura del sito Unesco coinciderà con il 34esimo anniversario della riconsegna di Uluru ai nativi. Una buona notizia per gli aborigeni, ma in generale per tutti perché dal 1940 sono state 37 le vittime del monolite, senza dimenticare che il sito si stava trasformando in una discarica abusiva di rifiuti.
martedì 26 febbraio 2019
Corsa contro il tempo per salvare la bellissima Mont-Saint-Michel dalla plastica
Invaso dalla plastica.
L'isolotto di Mont-Saint-Michel, Patrimonio mondiale dell’umanità, sta vivendo la sua stagione più buia: la sua baia è disseminata di rifiuti di plastica che arrivano dai vicinissimi allevamenti di mitili: 120 aziende, con circa 600 dipendenti, che producono alcune delle ostriche più famose della Francia e le uniche cozze locali che vantano la denominazione Doc.
A denunciare la situazione è Pierre Lebas, presidente dell'associazione Amis du rivage de la baie du Mont-Saint-Michel: «È inaccettabile che su un sito così favoloso come Mont-Saint-Michel, Patrimonio mondiale dell'Unesco, gli escursionisti possano ritrovarsi faccia a faccia con un mucchio di rifiuti di plastica».
Secondo quanto riportato da Le Parisien, per proteggere le loro produzioni di pregio, i professionisti utilizzano reti e coni per evitare che i granchi e gli uccelli raggiungano cozze e ostriche. Materiali plastici che, durante le maree e le tempeste, il mare strappa dall'allevamento per poi «scaricarli» nella baia.
Gli ambientalisti ora chiedono azioni mirate per difendere l’ambiente e l’immagine di Mont-Saint-Michel. Ma gli allevatori alzano le spalle:
«Sarebbe suicida trascurare l’ambiente dal quale siamo interamente tributari. Ma il mare e le tempeste sono perfino più forti dei materiali che utilizziamo. È vero, c’è una parte di perdita di questi rifiuti, ma non lo possiamo evitare», ha dichiarato Sylvain Cornée, vice-presidente del Comité régional de la conchyliculture della Bretagna del Nord, ricordando che gli allevatori «si rivolgono a un’associazione che, tre giorni al mese, raccoglie i rifiuti lungo il litorale».
Poi c'è anche da dire che gli allevatori non sono gli unici a generare rifiuti, che vengono gettatati in mare anche da pescatori e turisti, peggiorando la situazione, che per ora non ha una soluzione, se non nell'uso del buon senso dalla parte di tutti.
Fonte: lastampa.it
lunedì 25 febbraio 2019
Questa tartaruga gigante non è estinta. Dopo 100 anni ritrovata nelle Galapagos
Dopo più di un secolo dall’ufficializzazione della sua estinzione, una tartaruga gigante endemica dell’isola Fernandina è stata ritrovata nel meraviglioso Arcipelago delle Galapagos.
Inserita dall’Unione internazionale per la conservazione della natura (Iucn) nella lista degli animali estinti nel lontano 1906, si tratta una femmina adulta appartenente alla specie Chelonoidis Phantasticus, individuata da una spedizione di esperti del Parco nazionale delle Galapagos e dell’Ong statunitense Galapagos Conservancy e per ora trasportata in un centro di riproduzione sulla vicina isola di Santa Cruz.
Gli esperti ritengono che non sia la sola, perché sarebbero evidenti le tracce e l'odore di altre tartarughe probabilmente della stessa specie.
La tartaruga gigante Fernandina è una delle 14 specie di tartarughe giganti originarie delle isole Galapagos e molte di esse sono in pericolo di estinzione.
Le tartarughe sono state uccise negli ultimi due secoli ma questa scoperta costituisce un buon motivo per sperare in un futuro migliore.
“Questo ci incoraggia a rafforzare i nostri piani di ricerca per trovare altri (tartarughe), che ci permetteranno di avviare un programma di allevamento in cattività per recuperare questa specie”, racconta Danny Rueda, direttore del Parco Nazionale delle Galapagos.
L'arcipelago delle Galapagos comprende 19 isole nell'Oceano Pacifico a circa 1.000 km dalla costa ecuadoriana.
Fernandina, la terza più grande e più giovane delle isole, rimane la più vulcanicamente attiva.
Le Galapagos furono dichiarate parco nazionale nel 1959 e patrimonio mondiale dell'Unesco nel 1978 e ad oggi qui ci sono ben undici specie di tartarughe giganti: cinque a Isabela, una a San Cristobal, due a Santa Cruz, una a Espanola, una a Pinzon e una a Santiago.
Speriamo che questo posto magnifico si ripopoli di queste centenarie abitanti!
Germana Carillo
martedì 19 febbraio 2019
200 cani destinati al macello salvati da un allevamento di carne in Corea del Sud
Una situazione che andava avanti ormai da otto anni e che finora non era mai stata cambiata.
A salvare 200 cani tra chihuahua, bulldog francesi, Yorkshire terrier, barboncini e meticci è stata la HSI, un ente di beneficenza per animali che da anni si batte per i diritti degli amici a quattro zampe.

Così non solo i cani sono stati salvati da una fine ignobile, ma la fattoria è stata finalmente chiusa, evitando così che altre vittime innocenti, finissero nelle mani di allevatori senza scrupoli. Parliamo di cani che non avevano mai conosciuto la libertà, che non avevano mai corso felici nell’erba.
Vivevano in gabbie di ferro poggiate sul cemento, esposti a lampade e senza mai vedere la luce del sole.
Carne da macello, insomma, in attesa di essere servita nei ristoranti locali.
L’operazione è iniziata il 13 febbraio e adesso i cani saranno trasferiti in Stati Uniti e Canada in attesa di essere adottati.
Questa storia ha un bellissimo lieto fine, ma in Corea del Sud ogni anno circa un milione di cani viene mangiato.
Una tradizione che indigna, ma che purtroppo continua ad esistere.
"Questi cani non sono diversi dagli altri, adesso hanno bisogno di cure amorevoli", ha detto a AFP Kelly O'Meara, un funzionario della HSI.
Questa fattoria è la 14esima chiusa dal 2015 per gli stessi identici motivi.
Dominella Trunfio
mercoledì 13 febbraio 2019
Le terribili immagini degli orsi polari costretti a cercare cibo nelle discariche dei villaggi
Sono immagini incredibili quelle che vengono da Belushya Guba, nell'arcipelago di Novaya Zemlya al largo della costa nord-orientale della Russia, dove la popolazione di circa 2500 abitanti, dal 9 febbraio è costretta a convivere con 52 orsi polari.
Gli orsi si spingono fino alle abitazioni in cerca di cibo, frugano tra la spazzatura, adesso i funzionari locali hanno dichiarato lo stato di emergenza visto che non sono mancati episodi in cui gli orsi sono entrati perfino all’interno delle case.
Non è la prima volta che parliamo delle conseguenze dei cambiamenti climatici degli orsi polari costretti a cambiare perfino la loro dieta perché ormai costretti a recarsi sulla terraferma a causa della perdita di ghiaccio marino.
Cercano cibo come bacche, uccelli e uova, frugano tra i rifiuti e la plastica.
La Rosprirodnadzor, l’ente di protezione delle risorse naturali russo, ha categoricamente vietato di sparare anche ‘agli esemplari più aggressivi’, per questo sono state organizzate pattuglie nei villaggi per spaventare gli orsi, senza però causare loro nessuna grave conseguenza di sopravvivenza.
Le persone hanno paura, ma gli orsi sono protetti in Russia, per cui si cerca una soluzione che vada bene a tutti: effetti luminosi, cani, recinti più resistenti.
I residenti giurano che gli orsi, mai prima d’ora, si sono spinti così vicino alle abitazioni, ma come dicevamo la perdita di habitat, spinge questi animali a comportarsi in maniera del tutto anomala.
Mentre le autorità locali stanno cercando di sedare gli orsi e riportarli tra i ghiacciai, rimane l’emergenza: nessuno è autorizzato a uscire da solo o a spostarsi a piedi.
Dominella Trunfio
venerdì 25 gennaio 2019
Arrivano le prime uova prodotte senza uccidere pulcini maschi
In Germania sono già in vendita nei supermercati delle catene Rewe e Panny.
Si tratta delle uova – le prime al mondo – prodotte senza sacrificare alcun pulcino maschio.
Già, perché negli allevamenti intensivi di galline ovaiole i pulcini di sesso maschile sono considerati un sottoprodotto: non depongono uova e allevarli per la carne è antieconomico.
Dunque, appena nati, vengono tritati vivi e destinati alla produzione di mangime animale.
L’azienda tedesca Seleggt ha però messo a punto una soluzione per evitare questa inutile – e crudele – mattanza che ogni anno, solo in Germania, causa la morte di oltre 47 milioni di pulcini maschi.
Le uova salva pulcino sono frutto di anni di studio.
Come spiegato in un video dalla stessa azienda, il sistema permette di individuare il sesso del pulcino prima della schiusa delle uova. Tra l’ottavo e il decimo giorno di incubazione alle uova è praticato un microforo da dove viene estratto il liquido.
Il sistema funziona un po’ come un test di gravidanza: se lo stick diventa rosso il pulcino sarà di sesso femminile. Se diventa blu, si tratterà di un maschio.
In questo caso, l’uovo viene scartato e destinato alla produzione di mangime animale.
Infine, vengono fatte schiudere solo le uova contenenti pulcini femmina.
E i costi? Secondo l’azienda, l’impiego di questo metodo costa, al consumatore finale, 1 o 2 centesimi di Euro in più a uovo.
FONTE: RIVISTANATURA.COM
mercoledì 23 gennaio 2019
E' spuntata in Turchia una nuova città arcobaleno
Un'altra città arcobaleno.
L'invasione di colori questa volta sta trasformando Kusadasi, città turistica della costa occidentale del Mar Egeo, in Turchia.
Il suo borgo è stato suddiviso in spicchi secondo precise gradazioni di colori, creando così sulla collina un arcobaleno visibile 365 giorni l'anno.
I lavori saranno completati entro aprile.
La sbalorditiva trasformazione si potrà vedere anche dal mare, mentre si attracca al porto, e non mancherà di stupire i tanti turisti che scelgono questa meta per trascorrere le vacanze o che passano da qui in crociera o come punto di partenza per visitare la regione e le rovine classiche di Efeso.
Kusadasi significa «isola degli uccelli», proprio perché è la via di accesso a Guvercinada, Pigeon Island, isoletta collegata alla terraferma da una stretta strada artificiale. Il suo turismo spesso si ferma al porto e al lungomare, dove si trovano gli hotel e i ristoranti.
Ma ora questa trasformazione vuole portare i vacanzieri anche in «alto», nell'antico borgo decisamente trascurato, che ora si prepara a vivere una nuova vita grazie ai suoi incredibili colori.
Più di 400 case sono state totalmente pitturate nell'ambito del progetto «Let's color» promosso da AkzoNobel con l'intento di colorare il mondo e ridare nuova vita ai luoghi con vernice e pennelli, e l'aiuto di tutto la comunità.
«Questo è un luogo cruciale per noi, visto che è il primo posto che i turisti vedono della Turchia quanto arrivano al porto», sostiene il sindaco Ozer Kayali.
«È un panorama sorprendente, motivo per cui crediamo che questo progetto darà un grande contributo alla nostra comunità».
Fonte: lastampa.it
















































