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sabato 4 dicembre 2021

Questa gigante caverna di cristalli del Messico è tanto magnifica quanto mortale


 Sepolta a 300 metri di profondità sotto la montagna Sierra de Naica di Chihuahua, Messico, l'enorme "Caverna dei Cristalli" (Cueva de los cristales) contiene alcuni dei cristalli più grandi del mondo. 

Ancorati alle mura e alle pareti della caverna, questi cristalli sono cresciuti, lentamente ma inesorabilmente, per almeno mezzo milione di anni.

Si tratta di cristalli di selenite (una varietà di gesso cristallino): il più grande arriva quasi a 11 metri e mezzo di lunghezza e ad un volume di 5 metri cubici, con una massa stimata di 12 tonnellate. I cristalli creano uno spettacolo unico nella caverna di Naica, ma purtroppo pochissime persone possono assistervi: l'accesso alle grotte, infatti, è al momento proibito ed entrarci è estremamente pericoloso.


La Caverna dei Cristalli ha una temperatura che varia tra i 47°C e i 58°C (tra quelle registrate). I livelli di umidità, soprattutto, sono altissimi: vicini al 100%, impediscono a qualsiasi visitatore di tollerare l'ambiente per più di 10 minuti. Il rischio è che l'umidità condensi nei polmoni e diventi fatale.

A causa di ciò, la caverna è relativamente inesplorata e poco conosciuta.

 Alla fine del XVIII secolo, nell'area erano stati scoperti diversi giacimenti di metalli preziosi. 

Nel 1910 fu inizialmente scoperta una caverna di 120 metri, simile all'enorme Caverna dei Cristalli ma più piccola e meno letale. Fu battezzata "Caverna delle Spade". La caverna più grossa, invece, fu scoperta soltanto nel 2000. Era piena d'acqua, che venne estratta dalla Peñoles Mining Company ancor prima che si scoprissero le magnifiche colonne di selenite.


Negli anni successivi, gli scienziati riuscirono ad esplorare le caverne in escursioni che duravano dai 15 ai 60 minuti, grazie a dispositivi che garantivano loro aria respirabile. 

La direttrice del NASA Astrobiology Institute, Penelope Boston, è scesa nella Caverna dei Cristallli di Naica e ha contribuito alla scoperta di diverse forme di vita microbiche intrappolate dentro ai cristalli (in bolle d'aria al loro interno). I minuscoli organismi avevano almeno 50.000 anni.

Fonte: wonews.it

sabato 13 luglio 2019

La plastica si mescola alle rocce divenendo elemento permanente del Pianeta: ha così inizio una nuova era: l'antropocene


La plastica è talmente diffusa nei mari da essersi incorporata nelle rocce litoranee, traccia indelebile del devastante passaggio dell’uomo sulla Terra.
 E quando l’inquinamento plastico diventa elemento permanente della geologia del Pianeta non è un bene! 


 Il primo a individuare i nuovi agglomerati di roccia e plastica fu il biologo marino Ignacio Gestoso nel 2016, sull’isola portoghese di Madeira, ma a quel tempo lo studioso pensò che si trattasse di un materiale ibrido destinato a sparire presto. 
Venne chiamato “plasticrust” e un anno dopo, purtroppo, Gestoso lo ritrovò ancora.
 Venne quindi pubblicato un nuovo studio su Science of the Total Environment, dove Gestoso e i colleghi descrissero il plasticrust come un muschio sintetico dai colori brillanti e totalmente nuovi, che riveste grandi aree della costa rocciosa dell’isola presa in esame.
 Dichiararono che era talmente diffuso da generare un nuovo orizzonte antropogenico di plastica nelle registrazioni sedimentarie terrestri, aprendo le porte a una nuova era.

 E in effetti, proprio per la sua onnipresenza, la plastica è divenuta simbolo dell‘Antropocene, era segnata irrevocabilmente dal passaggio dell’uomo.
 Oltre a questo materiale, anche acciaio, calcestruzzo, fertilizzanti, radionuclidi, particolato in sospensione rintracciabile in sedimenti e in ghiacciai, isotopi prodotti nella detonazione di ordigni nucleari lasceranno traccia di sé, contribuendo a questa nuova epoca che potrebbe ben presto entrare nei libri di scuola.


L'antropocene, che dovrebbe seguire l’Olocene, epoca geologica iniziata circa 11.700 anni fa, venne individuato per la prima volta dal biologo Eugene F. Stoermer, che coniò il nome nel 1980.
 Ma solo negli anni successivi iniziò a far parlare di sé, in particolare con la pubblicazione del libro “Benvenuti nell’Antropocene!” del Premio Nobel olandese Paul Crutzen.

 Il testo parla di un’epoca dominata da una sola specie, quella umana, che ha modificato radicalmente il Pianeta, anche grazie alla tecnologia, ma che non ha saputo pilotare con saggezza il cambiamento. E che per questo potrebbe pagare un caro prezzo nel futuro immediato.
 I danni sono di varia natura ma secondo il Premio Nobel autore del libro, la minaccia peggiore è rappresentata dai cambiamenti climatici.
 E le prospettive dei geologi non sono migliori perché, a quanto pare, questa nuova era tanto tranquilla non è. 

Si prevedono ulteriore aumento delle temperature, maggiore concentrazione di anidride carbonica nell’atmosfera, scomparsa dei ghiacciai, rapida erosione, consumo globale di acqua in aumento, insomma nulla di buono all’orizzonte! 
Tranne per un aspetto, la tecnologia, che potrebbe aiutarci a raggiungere nuovi pianeti.

 Nel 2021 l’AWG dovrebbe presentare una proposta alla Commissione internazionale per la stratigrafia, e in base alla decisione che verrà presa, i libri di storia potrebbero cambiare, introducendo ufficialmente tra le pagine l’Antropocene!

 Laura De Rosa

mercoledì 7 novembre 2018

Tapputi Belatekallim: il 1° chimico della storia fu una donna dell’antica Babilonia


E’ lunga la lista di scienziate che, con il loro talento e la loro genialità, hanno influito in modo decisivo sul corso della storia. Una fra le più antiche di tutte risale a un’epoca davvero remota, ai tempi dell’antica Mesopotamia, e il suo nome è Tapputi, nota anche come “Belatekallim”, un titolo che significava “sovrintendente donna di palazzo”. 

Tapputi visse attorno al 1.200 avanti Cristo durante il periodo medio-babilonese, e lasciò tracce di sé e della sua aiutante, nota soltanto per la parte finale del nome “-ninu”, su di una tavoletta cuneiforme scoperta fra le rovine di Babilonia.


Scritta in caratteri cuneiformi e incisa sull’argilla, la tavoletta parla di Tapputi Belatekallim e -ninu, creatrici di profumi alla corte del Re, e cita per la prima volta uno strumento molto particolare: l’Alambicco.


Alambicco di Pyrgos 1800 a.C. 

 Nell’età del bronzo dell’antica Mesopotamia, il profumo era un prodotto ampiamente utilizzato dalle classi sociali più abbienti, e richiedeva abilità particolari per la sua distillazione. 
I profumi venivano utilizzati durante le cerimonie religiose, e avevano un forte significato simbolico. 

 Il profumo e l’incenso erano considerati un ponte tra gli dei e gli uomini, e offrivano la possibilità di comunicare con le divinità.
 Si pensava inoltre che i profumi dolci fossero graditi agli dei, e quindi i morti venivano trattati con una grande varietà di fragranze per renderne più gradevole il passaggio alla vita eterna.

 Realizzare dei profumi in quell’epoca non era semplice, e il lavoro richiedeva una grande abilità e conoscenza delle materie prime da trattare. 
Oltre al talento, erano fondamentali anche le capacità tecniche nella distillazione delle materie, oltre un attento uso dei componenti, costituiti da oli appositamente preparati, mirra, fiori, resine naturali e altri ingredienti minori, pressati, manipolati e combinati in modo da creare profumi “degni degli dei”.


La creatrice di Profumi del pittore Franco-Austriaco Rudolf Ernst 


 La tavoletta babilonese fa riferimento a un trattato scritto da Tapputi, la prima opera dell’uomo riguardante la preparazione di fragranze e il primo lavoro sulla chimica nella storia. 
Il trattato non è pervenuto a noi moderni, ma i produttori di profumo fecero certamente riferimento alle ricette di Tapputi e -ninu. 
Fra queste, una è attribuita all’antichissima chimica: Un balsamo per il re fatto di fiori, olio e calamo, una canna usata spesso per trattare i problemi di stomaco


Tapputi rivoluzionò la preparazione dei profumi, usando i primi solventi in grado di rendere le fragranze più durature e dolci. 

Il suo ruolo nella storia non fu solo quello di creatrice di profumi, ma fu anche supervisore di palazzo e membro della ristretta corte attorno al Re di Babilonia, una “conferma” all’importanza che le era attribuita dal sovrano in persona. 

 Fonte: vanillamagazine

giovedì 26 aprile 2018

Anche le piante hanno il battito cardiaco


D'accordo, il titolo è un po' forte. 
Però è vero che molti alberi attraversano periodici cambiamenti di forma e posizione delle fronde che appaiono sincronizzati per tutte le parti della pianta, e che non dipendono dall'alternanza giorno-notte: l'hanno scoperto ricercatori ungheresi e danesi, che paragonano queste oscillazioni a intervalli regolari a una sorta di battito cardiaco vegetale, legato a un lento, ma costante, sistema di pompaggio attivo della linfa.
 Questi impercettibili movimenti sarebbero legati a cambiamenti periodici di pressione dell'acqua attraverso le radici e il fusto: gli alberi la risucchierebbero attivamente in fasi periodiche, della durata di alcune ore.

 Finora non si credeva che le piante potessero farlo: piuttosto, si pensava che l'evaporazione di liquidi dalle foglie innescasse una risalita passiva di nutrienti dal terreno.

 Il lavoro degli scienziati si è svolto in due fasi. 
Nella prima, spiegata in un articolo pubblicato lo scorso ottobre, i due hanno sfruttato una forma di scansione laser solitamente utilizzata per monitorare l'altezza dei palazzi per osservare 22 specie di piante, e vedere se in una notte senza vento e senza luce artificiale cambiassero forma.
 In 7 specie sono state osservate oscillazioni dei rami verso l'alto o verso il basso di circa 1 cm, ogni 3 o 4 ore. 
Nelle magnolie i movimenti sono stati ancora più visibili: 1,5 cm a ogni "battito".


Ora in un supplemento di ricerca, gli scienziati della Aarhus University (Danimarca) e del Balaton Limnological Institute (Ungheria) hanno attribuito le cause di queste oscillazioni all'alimentazione attiva della pianta, che trae acqua dalle radici in impulsi che durano qualche ora e che, avvenendo tra una sezione della pianta e l'altra, richiederebbero un minor dispendio energetico rispetto a una singola risalita lungo l'intera altezza del fusto.

 «Nella classica fisiologia delle piante, i processi di trasporto sono spiegati come flussi costanti con fluttuazioni trascurabili nel tempo», spiegano gli autori «i modelli correnti non consideravano esistessero fluttuazioni periodiche più corte delle 24 ore».

 Nel 2016, lo stesso gruppo di ricerca aveva dimostrato che di notte le piante "respirano", abbassando le fronde anche di 10 cm.
 Questi movimenti avvengono però su base circadiana: di giorno, i rami tornano in posizione normale.

 Il lento battito osservato è qualcosa di diverso, che non dipende dall'alternanza luce-buio.
 I meccanismi di pompaggio non sono ancora ben compresi: forse, dipendono dalla contrazione delle cellule dello xilema (il tessuto all'interno del tronco adibito al trasporto della linfa). 
Strizzandosi come spugne, queste potrebbero favorire la risalita dell'acqua. 
Ma si tratta ancora soltanto di un'ipotesi. 

 Fonte: focus.it

giovedì 29 marzo 2018

Maria Sibylla Merian, la scienza in rosa


La banconota da 500 marchi della Repubblica Federale Tedesca, la vecchia Germania Ovest, raffigurava il volto di una donna con al suo fianco la sagoma di un insetto, una vespa. 
Sull’altro lato, una pianta di dente di leone con, appoggiati sulle sue foglie, una falena della specie Dicallomera fascelina e il suo bruco.




Agli italiani il volto della donna di cui sopra forse dirà poco, ma per il popolo tedesco Maria Sibylla Merian, questo il suo nome, rappresenta una straordinaria storia di coraggio, emancipazione femminile e talento in campo sia scientifico sia artistico.


Merian nasce nel 1647 a Francoforte, ai tempi capitale dell’editoria, crocevia di traffici commerciali e città dal grande fermento culturale. 
È figlia di un noto incisore, Matthäus Merian il vecchio, che muore quando lei ha solo tre anni.
 La madre si risposa con un pittore floreale.

 Per tutta la vita Maria Sibylla è a stretto contatto con ambienti artistici: impara svariate tecniche di disegno, pittura e incisione, raggiungendo sin da giovanissima risultati eccellenti, e ha modo di confrontarsi con i fratellastri, anche loro artisti, e con diversi insegnanti.

Al talento artistico si affianca un grande interesse per la natura e per lo studio degli insetti.
 Si dice che da bambina rubi un tulipano (ai tempi una rarità) soltanto per poterlo disegnare. 
A soli 18 anni si sposa con un pittore (non poteva essere altrimenti), Johann Andreas Graff, e con lui si trasferisce a Norimberga.
 Dal matrimonio nasceranno due figlie.




Dopo un libro dedicato ai fiori e pubblicato in tre parti, Maria comincia a lavorare a un testo interamente dedicato alle farfalle. L’opera completa, “La meravigliosa metamorfosi dei bruchi e il loro singolare nutrirsi di fiori”, è rivoluzionaria: gli animali non vengono più raffigurati in modo astratto, ma per la prima volta essi appaiono nel loro ambiente naturale. 
Come mai prima nella storia dell’illustrazione zoologica, ci si trova di fronte a immagini create solo dopo un’osservazione prolungata e scientificamente accurata dei soggetti. 
Nondimeno, per molte specie si inquadra tutto il ciclo vitale, il che non è banale: ai tempi, molti bruchi e farfalle della stessa specie vengono considerati entità separate. 
In ogni tavola del libro si possono invece vedere uova, bruchi e insetti adulti appartenenti allo stesso animale.
 E infine, è ammirevole il coraggio della scelta degli insetti come soggetto: si superano le diffuse superstizioni che raffiguravano questi animali come creature demoniache.

 La vita di Maria è movimentata. 
Dopo aver aderito a una setta labadista, un gruppo di protestanti che praticano un ascetismo estremo ispirato ai primi cristiani, si trasferisce in Olanda.
 Questa scelta la porta alla separazione dal marito.
 Dopo pochi anni, però, l’artista-scienziata abbandona la comunità e si trasferisce ad Amsterdam, porto di mare e centro di scambi commerciali. 
Merian vede le incredibili specie animali e vegetali provenienti dalle esotiche colonie olandesi, e decide di risparmiare per organizzare un viaggio in Suriname, dove potrà osservare da vicino quelle meraviglie. 

L’incredibile e inedita spedizione tutta al femminile (ad accompagnarla c’è la seconda figlia Dorothea) è un evento mai visto prima nella storia della scienza. 
Dopo due anni e non pochi problemi di salute, Merian ritorna in Olanda con un’incredibile collezione di fiori, insetti e altri reperti naturali che interesseranno persino lo zar Pietro il Grande. 

Da questa spedizione nasce il suo capolavoro, “La metamorfosi degli insetti del Suriname”, un gioiello composto da 60 incisioni colorate dedicate alle meraviglie naturali del paese sudamericano.


Da una di queste, raffigurante un grosso ragno intento a catturare un uccellino, nascerà il termine “migale”, ancora adesso utilizzato. 

Maria muore ad Amsterdam nel 1717, universalmente riconosciuta come una delle più grandi scienziate del suo tempo.

 FONTE: RIVISTANATURA.COM

venerdì 22 settembre 2017

Beelzebufo, la rana preistorica che mangiava i dinosauri


Che il mondo del passato fosse popolato da giganteschi e mostruosi animali era risaputo, ma che esistesse addirittura una rana in grado di mangiare dinosauri appare davvero una stranezza. 

Si tratta di Beelzebufo, una rana vissuta sessantotto milioni di anni fa in quello che oggi è il Madagascar.
 Si trattava di un animale caratterizzato da un appetito davvero impressionante ed in grado di mangiare prede molto grandi come i dinosauri. 

A scoprire la gigantesca rana è un team di studiosi dell’Università di Adelaide che hanno pubblicato lo studio su Scientific Reports. La differenza maggiore tra questa rana e quelle di oggi è l’incredibile potenza della mascella che riusciva a garantire una grande capacità di afferrare le prede come rettili o mammiferi. Anche i piccoli dinosauri erano potenziali prede della rana Beelzebufo.
 Per risalire alla potenza del morso gli esperti hanno ricostruito una serie di dati giungendo alla conclusione che il morso della rana fosse paragonabile a quello di grandi predatori come i lupi e le femmine di tigre.




I fossili della rana Beelzebufo sono stati scoperti nel 1993 sull’isola del Madagascar e dimostrano come questo particolare animale fosse in grado di raggiungere anche i quaranta centimetri di lunghezza per un peso di cinque chili. 

 Fonte: scienzenotizie.it

lunedì 12 giugno 2017

Antiche "esplosioni" di metano sui fondali dell'Artico


All'interno di crateri sottomarini sono intrappolate enormi riserve di metano che al momento ne filtrano in quantità ridotte, ma che potrebbero dar luogo a improvvisi rilasci massicci, tali da raggiungere l'atmosfera, con effetti sul clima ancora tutti da chiarire.

 E' questa la conclusione di uno studio condotto da ricercatori dell'Università Artica Norvegese a Tromsø, che firmano un articolo pubblicato su "Science", che hanno analizzato lo stato di centinaia di questi crateri individuati sul fondale del mare di Barents. 

Durante le glaciazioni, il metano liberato dal fondale marino è rimasto intrappolato sotto gli spessi strati di ghiaccio soprastanti, formando miscele di gas e acqua, o idrati, che sono stabili e rimangono allo stato solido a pressioni come quelle che si hanno a 300 metri di profondità e se le temperature sono inferiori ai 5 °C. Karin Andreassen e colleghi hanno scoperto che in seguito al riscaldamento climatico avvenuto fra 15.000 e 12.000 anni fa, si liberarono improvvisamente enormi quantità di questo metano intrappolato, creando caratteristiche formazioni a cratere e raggiungendo l’atmosfera.

 Alcuni di questi crateri sono stati osservati per la prima volta negli anni novanta, ma grazie alle nuove tecnologie si è dimostrato che interessano un’area molto più ampia di quanto si credeva inizialmente.
 “Noi ci siamo concentrati sui crateri da 300 metri a 1 chilometro di diametro, mappandone circa un centinaio, ma ci sono molte centinaia di crateri più piccoli, di larghezza inferiore a 300 metri”, spiega Andreassen.


La presenza di grandi depositi di gas idrati nei fondali dei mari artici è nota da tempo, ma le modalità del rilascio di metano influiscono significativamente sul suo destino.

 Pur essendo un potente gas serra, il metano rilasciato lentamente dai depositi sottomarini non contribuisce in modo particolarmente sensibile al riscaldamento climatico – osservano i ricercatori – perché gran parte di esso viene ossidato nella risalita lungo la colonna d’acqua che attraversa per raggiungere l’atmosfera. 
Al contrario, un rilascio improvviso e violento permetterebbe al gas di raggiungere inalterato l’atmosfera sotto forma di grandi bolle. Allo stato attuale, concludono i ricercatori, non si può escludere che il cambiamento in atto delle condizioni dei mari artici, con l’assottigliamento dello stato dei ghiacci e l’innalzamento delle temperature dell’acqua, possa portare a una repentina destabilizzazione dei gasi idrati e quindi alla liberazione esplosiva di metano.

 Fonte: lescienze.it

martedì 25 ottobre 2016

Triangolo delle Bermuda, mistero risolto ?



Fin dal 1800 il Triangolo, detto anche "delle Bermude" e "del Diavolo" a causa di un articolo apparso nel 1964, è entrato nell'immaginario collettivo come un'area maledetta.
 Lì, in quella zona dell'Oceano Atlantico incastrata fra Florida, Bermuda e Portorico, si stima che dal 1851 siano scomparse più di 8mila persone, con almeno 75 aerei precipitati o spariti e centinaia di navi di cui non si è mai conosciuto il reale destino.
 L'ultimo episodio risale al 2015. 

Complici articoli e best seller come il libro "Bermuda, il triangolo maledetto", quest'area di mare che si estende per oltre 500mila chilometri quadrati è rimasta per anni un mistero maledetto: campi magnetici (per via delle bussole che possono impazzire), vulcani sotterranei, depositi di gas, piramidi sott'acqua, perfino alieni, sul Triangolo è stata fatta ogni tipo di teoria. 
 In realtà, come sostenuto dalla Guardia costiera degli Stati Uniti, il numero di incidenti aeronavali avvenuto nel triangolo rientra nella media rispetto ad altre zone del mondo.
 Ma il fascino di scoprire perché proprio lì, dove nel 1945 i cinque aerei militari Avenger degli Usa finirono nel nulla, avvenivano così tanti misteri, è rimasto tale da lasciare aperta e attuale la sfida per tutti gli scienziati.

 La nuova soluzione sul caso Bermuda arriva ora dal dottor Randy Cerveny dell'Arizona University e dal meteorologo Steve Miller della Colorado University.
 Parlando con Science Channel i due ricercatori sostengono che una spiegazione plausibile alle terribili condizioni atmosferiche a cui è soggetto il Triangolo sia data dalle nubi esagonali, ovvero nuvole "chiuse" concentrate nella zona a ovest dell'area.


Questo tipo di nubi, la cui concentrazione sopra le Bermude (così come in altre zone del mondo, ad esempio sui mari irlandesi) è stata confermata dalle immagini satellitari studiate dai due ricercatori, produrrebbero vere e proprie "bombe d'aria" dando vita a terrificanti venti capaci di soffiare fra le 170 e le 190 miglia orarie. Gli scienziati ritengono che questi venti siano in grado di dar vita a fenomeni e tempeste tali da capovolgere navi o portare aerei a precipitare. 
Un mix di potenza della natura se si pensa come la stessa zona sia colpita da centinaia di trombe d'aria ogni anno. 
Per Cerveny questi "getti d'aria che scendono dalla parte inferiore delle nubi a contatto con l'oceano possono dare vita ad onde di dimensioni enormi. Quello che abbiamo osservato, in quest'area, è proprio una forte concentrazione di nubi esagonali". 

 Le ricerche sui fenomeni naturali del triangolo dovranno essere confermate da altri studi e immagini satellitari e gli scienziati stessi definiscono la teoria solo come "una possibile spiegazione". 
Forse è dunque ancora presto per parlare di "enigma risolto".
 Di fatto, il mistero di in questa zona dell'Atlantico che conta una media di 4 aerei e 20 navi scomparsi all'anno (dai primi dell'Ottocento), ha una storia di lunghissimo corso: il primo a registrare le anomalie magnetiche dell'area, con tanto di bussole impazzite, si dice fu proprio Cristoforo Colombo già nel suo viaggio del 1492 alla scoperta della America. 

 Fonte: www.repubblica.it

giovedì 15 settembre 2016

Così Nikola Tesla aveva predetto lo smartphone


Il lavoro di Nikola Tesla, uno dei più grandi scienziati di tutti i tempi, padre degli studi sull'elettromagnetismo e "mago dell'elettricità", è considerato pionieristico sotto molti aspetti. 
 Ma lo sfortunato inventore di origine serbo-croate, più volte privato dei suoi meriti scientifici, aveva forse previsto anche qualcosa che ci riguarda da molto vicino.
 In un'intervista rilasciata nel 1926 al reporter statunitense John B. Kennedy, fece riferimento a un dispositivo che somiglia in modo impressionante agli attuali smartphone.
 Ecco l'estratto, ripreso dal Time:

 "Quando la telefonia senza fili sarà perfettamente applicata, l'intera Terra si trasformerà in un enorme cervello, quale di fatto è, e tutte le cose saranno parte di un intero reale e pulsante. Saremo in grado di comunicare l'uno con l'altro in modo istantaneo, indipendentemente dalla distanza. Non solo, ma attraverso la televisione e la telefonia riusciremo a vederci e sentirci esattamente come se ci trovassimo faccia a faccia, anche se lontani migliaia di chilometri; e gli strumenti che ci permetteranno di fare ciò saranno incredibilmente semplici, in confronto al telefono che usiamo ora. Un uomo sarà capace di tenerli nel taschino del gilet." 

 Queste parole, rilette oggi, sembrano anticipare non solo l'avvento degli smartphone, ma anche quello di Internet, Skype, FaceTime e tutte le tecnologie con le quali possiamo azzerare le distanze.
 Nella stessa intervista, Tesla si espresse anche sul futuro della condizione femminile, con parole di estrema lungimiranza: 

"Questa battaglia verso la parità di genere porterà a un nuovo ordine, in cui la donna sarà superiore. Non nella superficiale imitazione fisica dell'uomo, le donne dimostreranno prima la loro uguaglianza e poi la loro superiorità, ma nel risveglio dell'intelletto femminile." 

Parole che dimostrano, ancora una volta, lo spirito visionario del celebre inventore, citato come ispiratore da alcuni imprenditori odierni come Elon Musk (che da Tesla ha mutuato anche il nome per la sua azienda automobilistica) o dal cofondatore di Google Larry Page. 

 Fonte: focus.it

lunedì 2 maggio 2016

Il volo temerario dei "papà" di Felix Baumgartner


Nell'era delle passeggiate spaziali e dei voli parabolici, un'ascesa in mongolfiera potrebbe non fare notizia.
 Eppure fu proprio per mezzo di un pallone aerostatico che James Glaisher (1809-1903), meteorologo e aeronauta britannico, entrò nella leggenda dell'aviazione, con uno dei voli più spericolati, coraggiosi e incoscienti che l'uomo abbia mai tentato.

 Il 5 settembre 1862, a bordo di un aerostato, Glaisher e il co-pilota Henry Coxwell raggiunsero gli 11 km di quota: l'altezza a cui volano gli aerei di linea.
 Lo fecero di proposito, per studiare i fenomeni atmosferici che governano il meteo sulla Terra.
 Ma ignoravano i rischi dell'impresa e soltanto un colpo di fortuna e la prontezza di riflessi salvarono la coppia da morte certa, evitando che il pallone proseguisse il suo viaggio incontrollato verso la stratosfera. 

 Per Glaisher e Coxwell non era il primo volo, ma nessuno fino ad allora si era mai spinto a quella quota.
 L'impresa era stata finanziata dalla British Association for the Advancement of Science per studiare quello che oggi studiano i palloni meteorologici: i venti d'alta quota, i movimenti delle nubi, la formazione delle precipitazioni, l'umidità.

 L'aerostato riempito con un gas leggero (forse idrogeno) decollò da Wolverhampton, Inghilterra centrale: per salire occorreva togliere un po' di sabbia dal cesto; per scendere, bisognava aprire una valvola e lasciare uscire gas dal pallone. 
Era una bella giornata, ma prima di raggiungere i 5 km d'altezza successe qualcosa di strano: uno dei sei piccioni che Glaisher aveva portato con sé a bordo aprì le ali e cadde fuori dal cesto come un foglio di carta.
 Continuando a salire, un altro pennuto fu scaraventato nel vuoto, precipitando come un sasso.


Prima ancora che Glaisher potesse fiutare il pericolo, la temperatura dell'aria era precipitata a -20 °C e la vista dell'aeronauta si era offuscata.
 Le poche strumentazioni scientifiche di bordo erano divenute illeggibili, e il braccio di Glaisher stava perdendo sensibilità. Voltandosi verso Coxwell per cercare aiuto, il pilota lo vide con la testa a ciondoloni, privo di senso. 
Stavano salendo troppo, e troppo in fretta; bisognava scendere immediatamente, per sopravvivere.


La valvola per svuotare il pallone era rimasta impigliata in una delle funi: Glaisher si arrampicò sul bordo del cesto, rischiando la vita per disincastrarla. 
Afferrò una cima con i denti e, dopo qualche strattone, liberò la valvola.
 Fortunatamente, il pallone prese a scendere.
 Coxwell si riebbe dallo stordimento, e continuò con le misurazioni scientifiche.
 Dei piccioni, solo uno rimase in vita. 
Per lo spavento, dopo l'atterraggio, l'animale rimase per 15 minuti ancorato al braccio di Glaisher, prima di spiccare di nuovo il volo.  Il freddo, la mancanza di ossigeno e la rapida ascesa avevano creato nei due aeronauti la nausea, la paralisi e la perdita di coscienza sperimentata anche dai sub, quando risalgono troppo in fretta. 

Dopo quell'incidente, Glaisher effettuò altri 21 voli, tornando con osservazioni cruciali per la comprensione del meteo. 
Notò per esempio che i venti cambiano velocità a seconda dell'altezza a cui si trovano, e scoprì come si formano le gocce d'acqua prima di precipitare sulla Terra. 

 Quella passione per il volo avrebbe ispirato moltissimi tra i suoi posteri: abbiamo tutti ancora negli occhi il passo compiuto da Felix Baumgartner prima del tuffo nel vuoto dalla stratosfera, da 38.969 m di altezza, dopo un'ascensione di 2 ore e 37 minuti a bordo di una capsula sostenuta da un pallone aerostatico.


E anche il futuro del turismo spaziale potrebbe sfruttare questi mezzi di ascesa: la compagnia spagnola Zero2Infinity, sostenuta dall'astronauta della Nasa Michael Lopez-Alegria, vorrebbe usare un gigantesco pallone ad elio per condurre gli aspiranti viaggiatori celesti a 34 km dalla superficie terrestre, al di là del 99% della nostra atmosfera. 

 Fonte: focus.it

mercoledì 9 marzo 2016

Il materiale più nero: il Vantablack, sulla cui superficie svanisce persino il laser


Si tratta della nuova versione del materiale in nanotubi di carbonio ed è il più scuro al mondo, così nero che il laser addirittura svanisce quando ne tocca la superficie.
 E’ il Vantablack della Surrey NanoSystems.
 La caratteristica più importante di questo materiale è quella di essere così nero che gli spettrometri non sono in grado di stabilire quanta luce rifletta, sempre che ne rifletta.
 E c’è una versione precedente del Vantablack che assorbiva il 99,96% della luce, restituendone appena lo 0,04%, ma in questa nuova variante la percentuale è scesa ancora di più facendone il materiale più nero esistente al mondo.
 I nanotubi in carbonio di cui è formato sono in grado di catturare la luce. Il nome infatti è formato dall’acronimo Vanta, che sta per “Vertically Aligned NanoTube Arrays” o schiere di nanotubi allineati verticalmente, e black. 
 Per capire quanto sia nero basti pensare che assorbe persino la luce del laser e rende impossibile per l’osservatore rendersi conto della differenza tra una superficie perfettamente liscia e una corrugata, anche se ci si trova in piena luce.

 I campi in cui può essere utilizzato questo materiale sono quello militare e quello spaziale.
 Ad esempio per particolari mimetiche da assegnare alle truppe speciali o rivestimenti per aerei e droni.
 In astronomia, invece, potrebbe essere utilizzato nei telescopi, per evitare l’effetto straylight o di “luce sporadica”, un tipo di rumore strumentale nei sistemi ottici dovuto a imperfezioni nei monocromatori e a conseguenti fenomeni di diffusione della luce all’interno degli strumenti. 

 Fonte: meteoweb.eu

giovedì 18 febbraio 2016

Rivelati i veri colori dei dipinti di van Gogh


L’analisi chimica di un frammento microscopico tratto da uno dei tre dipinti di Vincent van Gogh (“La Camera da Letto”) rivela il vero colore delle pareti nella foto era il viola piuttosto che il blu-fiordaliso sbiadito che vediamo oggi.
 Questo quanto rivelato da un gruppo di scienziati che ha effettuato l’interessante ricerca. La rivelazione è molto significativa perché dimostra “che il colore originale delle pareti nei quadri viene interpretato come una chiara indicazione del telaio emotivo di van Gogh“, rivela Francesca Casadio, presso l’Art Institute di Chicago. “Le pareti della camera da letto di Arles erano bianche; così il viola è la sua interpretazione, la propria volontà di esprimere il riposo della mente e della fantasia”, continua la dottoressa Casadio. 
 E’ tuttavia estremamente insolito per un artista dipingere una stanza vuota, quindi il fatto che van Gogh abbia creato la sua camera letto ad Arles è visto come espressione del suo bisogno di un posto che lui stesso potesse chiamare casa, tanto più che visse in 37 luoghi diversi nei suoi 37 anni! 

Van Gogh ha completato il suo primo dipinto “La Camera da Letto” nell’ottobre del 1888 ed è esposto ad Amsterdam. 
Gli altri due dipinti risalgono invece al settembre 1889, dopo aver subito un taglio all’orecchio e un graduale, progressivo esaurimento nervoso. 
“E’ davvero una scoperta straordinaria, perché adesso sappiamo con certezza che le pareti della camera da letto non erano viola, bensì bianche. 
Il dipinto è stato pensato per infondere un’atmosfera accogliente, per trasmettere un senso di riposo e di tranquillità”, conclude l’Associazione Americana per l’avanzamento della Scienza, a Washington. 

 Fonte: http://scienzenotizie.it/

martedì 9 febbraio 2016

Fuochi fatui: “luci fantasma” tra leggenda e scienza


In tutto il mondo si narrano leggende su strane luci spettrali osservate dai viaggiatori nel cuore della notte.
 Le apparizioni si mostrano come bizzarre fiammelle solitamente di colore blu che si manifestano a livello del terreno in particolari luoghi come i cimiteri, le paludi e gli stagni nelle brughiere. Il fenomeno è conosciuto con una varietà di nomi: in italiano sono noti come “fuochi fatui”, nome che mira più a descrivere il modo in cui si manifesta il fenomeno, mentre nei paesi anglosassoni, sono conosciuti come “Will-o’-the-Wisp”, oppure “Jack-o’-lantern”, in base alla leggenda cui fanno riferimento.

 Anche la scienza si è interrogata sul fenomeno. 
Benché non esistano prove sulla reale esistenza dei fuochi fatui in natura, sono state avanzate diverse teorie, tra cui quella quella sull’ossidazione del fosfano e metano, prodotto dalla decomposizione anaerobica del carbonio organico, che può provocare una luce splendente dovuta a chemiluminescenza. Tuttavia, come riporta l’Enciclopedia del CICAP, l’origine del fenomeno è tutt’altro che chiarita. 

 Le leggende che riguardano i fuochi fatui sono davvero tantissime e riportate in tutto il mondo, anche se quelle meglio attestate si tramandano nel folklore inglese e in gran parte di quello europeo. 
 I racconti britannici si somigliano un po’ tutti e sottolineano l’aspetto malefico della luce in sé o di chi la porta con sé. 
Quelli più noti sono quelli di “Will-o’-the-Wisp”, o “Jack-o’-lantern”.
 Il termine Will-o’-the-Wisp si basa sul racconto di fabbro malvagio di nome Will, il quale, giunto alla fine dei suoi giorni, ebbe da San Pietro la possibilità di redimersi.
 Essendone incapace, fu condannato a vagare sulla Terra per sempre, con in mano un carbone ardente per scaldarsi.
 Fedele alla sua malvagità, Will si serviva del carbone luminoso per attirare in trappola gli ignari viaggiatori che notavano la luce, conducendole in fitte foreste e terribili paludi dalle quali non riuscivano più ad uscire.
 La leggenda di Jack-O’-Lantern, invece, risale all’Irlanda. La storia racconta dell’alcolizzato Jack che fu anche lui costretto a vagare per l’eternità con una lanterna in mano, in quanto escluso sia dal Paradiso che dall’Inferno, non solo per la sua vita immorale, ma anche per aver addirittura tentato di ingannare il diavolo. 

Nell’Europa continentale, le luci vengono associate allo spirito dei defunti, alle fate o ad altri esseri soprannaturali che cercano di far perdere il sentiero agli ignari viaggiatori.
 Altre volte, si ritiene che le luci notturne siano gli spiriti dei bambini non battezzati o nati morti, i quali, non potendo accedere né al paradiso, né all’inferno, volano sospesi nel limbo.
 Storie simili si narrano in nord Europa. 
In Svezia, ad esempio, la leggenda vuole che il fuoco fatuo sia l’anima di una persona non battezzate che attira i viaggiatori verso l’acqua, nella speranza di riceve il battesimo.
 In Danimarca e Finlandia, invece, il fuoco fatuo era associato alla presenza di un qualche tesoro sepolto nelle profondità del terreno o di una palude. 

 Anche l’Asia conosce numerose leggende associate a questi enigmatici fuochi notturni. 
Nel folklore giapponese sono conosciuti come Hitodama, letteralmente “sfera di spirito”. 
 Sono le anime delle persone morte da poco e appaiono come piccole sfere luminose di colore blu pallido o verdastro con una piccola coda, generalmente nei cimiteri e soprattutto in estate. Sarebbe talvolta possibile osservarle accanto a persone gravemente malate come manifestazione dell’anima che lascia gradualmente il corpo. 
 Altri tipi di fuochi fatui presenti nella tradizione giapponese sono gli onibi (fuochi demoniaci), originari della tradizione cinese dove sono noti come guǐhuǒ, che accompagnano le manifestazioni di esseri spirituali di origine non umana, accusati di attirare i viandanti lontano dal sentiero per farli perdere nel bosco.


Il primo tentativo di spiegare scientificamente le cause dei fuochi fatui è da attribuire al fisico italiano Alessandro Volta, il quale, nel 1776, scoprì il metano.
 Egli propose che alcuni fenomeni elettrici naturali, come i fulmini, potrebbero interagire con i gas prodotti dalla palude producendo il noto fuoco fatuo. 
 Molti scienziati sposarono la tesi di Volta, che però fu presto messa in discussione dato che le testimonianze non accennavano a condizioni meteorologiche favorevoli ai fulmini, riportavano assenza di calore e lo strano comportamento del fuoco fatuo che sembra retrocedere quando avvicinato da qualcuno.
 Tuttavia, l’apparente ritiro del fuoco fatuo poteva essere facilmente spiegato con lo spostamento dell’aria generato da oggetti in movimento in prossimità del fenomeno e la conseguente dispersione dei gas.

 La tesi fu dimostrata con una serie di esperimenti prodotti nel 1832 da Louis Blesson.

 Nella scienza moderna, è generalmente accettato che la maggior parte dei fuochi fatui sono causati dall’ossidazione di fosfina (PH3), difosfano (P2H4) e metano (CH4). 
Queste molecole, prodotte dalla decomposizione organica, a contatto con l’ossigeno possono provocare emissione di fotoni.
 Un tentativo di replicare un fuoco fatuo in laboratorio fu tentato nel 1980 dal geologo britannico Alan A. Mills dell’Università del Leicester. 
 Lo scienziato riuscì a produrre una nube incandescente fredda mescolando fosfina, greggio e gas naturale, ottenendo una luce di colore verde, ma anche una copiosa quantità di fumo acre, fattore in contrasto con la maggior parte delle testimonianze oculari di fuoco fatuo.
 Lo stesso Mills, in uno studio prodotto nel 2000, propose che i fuochi fatuo fossero “fiamme fredde”, ovvero aloni luminescenti precombustione che si verificano quando vari composti sono riscaldati appena sotto il punto di accensione. 
 Nel 2008, i chimici italiani Luigi Garlaschelli e Paolo Boschetti hanno replicato gli esperimenti di Mills segnando qualche progresso.
 La luce era ancora verdastra, ma regolando le concentrazioni di gas e le condizioni ambientali (temperatura e umidità) è stato possibile ridurre il fumo e l’odore a livelli non rilevabili.

 Fonte: accademiadellescienze

giovedì 19 novembre 2015

Il DNA perduto dei popoli delle Ande


Un gruppo di ricercatori ha sequenziato il DNA di un bambino sacrificato durante un rituale Inca circa 500 anni fa.
 I risultati delle analisi dimostrerebbero che, prima dell'arrivo degli spagnoli in Sudamerica, le popolazioni del territorio delle Ande possedevano dei tratti genetici caratteristici, andati perduti in seguito alla colonizzazione.

 Il team internazionale guidato dal genetista Antonio Salas, dell'Università di Santiago di Compostela (Spagna), ha preso in esame una mummia rinvenuta nel 1985 sull'Aconcagua, la montagna più alta della cordigliera della Ande.
 Apparteneva a un giovanissimo individuo di 8 anni scelto come vittima sacrificale per il cosiddetto Capacocha, una pratica rituale che scandiva gli avvenimenti cruciali per il popolo Inca.


Attraverso le moderne tecniche di biologia molecore, gli scienziati hanno prelevato tessuti di polmone riuscendo a isolare e sequenziale l'intero DNA contenuto nei mitocondri, gli organelli cellulari addetti alla produzione di energia. 
Alcune sequenze caratteristiche identificavano una popolazione genetica denominata c1b, originatasi in Mesoamerica e Sudamerica circa 18mila anni fa; tuttavia la contemporanea presenza di altri frammenti atipici ha suggerito che il bambino appartenesse a un sottogruppo finora sconosciuto, ribattezzato c1bi.

 Per avvalorare l'ipotesi, Salas e colleghi sono andati a caccia di questi codici rari in un ampio database genetico, scovando solo quattro corrispondenze: tre soggetti moderni provenienti da Perù e Bolivia e un individuo della civiltà preincaica degli Huari, che ha prosperato sulle Ande tra il 500 e il 1000 d. C. 
 L'affinità tra la mummia dell'Aconcagua e il campione Huari fa supporre che la variabile c1bi fosse un tempo molto comune tra le popolazioni andine, ma che sia stata quasi completamente cancellata dalla colonizzazione europea.
 La causa è da ricercare verosimilmente nelle malattie importate dai conquistatori spagnoli: «Fino al 90% degli indigeni sudamericani morì molto rapidamente», spiega Salas, «determinando la perdita di una grossa fetta di diversità genetica».

 Lo studio è stato pubblicato su Scientific Reports.

 Fonte: focus.it

giovedì 12 novembre 2015

I topi cantano per amore


Mai come in primavera siamo abituati a sentire il canto degli uccelli. 
Come questi animali però ce ne sono tantissimi altri che emettono ugualmente suoni e per così dire “canzoni”, che per noi risultano però impercettibili. 
I topi per esempio producono incredibili vocalizzazioni ultrasoniche (Usvs), che variano rispetto alle condizioni sociali in cui si trovano. 
Secondo un recente studio della Duke University, pubblicato nella rivista scientifica Frontiers of Behavioral Neuroscience, infatti, gli esemplari maschio di topo generano sequenze vocali sorprendentemente complesse nel rituale del corteggiamento.
 La nuova ricerca basata sull’analisi di questi processi rappresenta un importante passo avanti nella comprensione delle USVs, che da tempo interessano i neuroscienziati.
 Ma non solo. 
La scoperta infatti nasconde risvolti inaspettati di estrema importanza: comprendere il filo rosso che unisce questi suoni ai contesti sociali infatti potrebbe aiutare a fare luce sui meccanismi che inducono a deficit nelle comunicazioni sociali per alcuni dei disordini dello spettro autistico.
 In natura esistono differenti specie animali che utilizzano le vocalizzazioni come strumenti sociali.
 Il linguaggio animale è infatti articolato e nasconde spesso precise strategie, come il corteggiamento.

 Secondo quanto riportato da un recente studio effettuato da due ricercatrici del Program in Neurobiology and Behavior, per esempio, molte specie aviarie sono in grado di formulare e riconoscere vocalizzazione complesse per la comunicazione con altri esemplari.
 Se però le sequenze canore degli uccelli possono essere percepite dal nostro orecchio poiché emesse alle giuste frequenze, non è lo stesso per quelle generate dai topi, non altrettanto elaborate ma comunque importanti. 
Proprio su queste vocalizzazioni ultrasoniche si sono concentrati gli studi del gruppo di ricerca della Duke University, finalizzati a comprendere come queste siano modulate rispetto ai differenti contesti sociali.


Guidati da Jonathan Chabout, i neuroscienziati statunitensi hanno posto un gruppo di topi in differenti situazioni sociali, per analizzare le sequenze emesse. 
Grazie a un nuovo approccio computazionale, sono stati così in grado di studiare le dinamiche tra le diverse sillabe in una data sequenza. 
I risultati mostrano che queste sillabe sono a volte scandite seguendo un tempo musicale preciso e secondo dati pattern. 
Come per i cuccioli che chiamano le loro madri, così gli esemplari maschio emettono canzoni più elaborate e con toni più forti quando sentono l’odore delle femmine senza vederle.
 Al contrario quando si trovano in loro presenza, producono suoni più lunghi e semplici.
 “Pensiamo che passino a emettere vocalizzazioni più semplici così da conservare energia per cacciare e cercare di corteggiare la femmina allo stesso tempo”, afferma Erich D. Jarvis, co-autore dello studio e membro del Duke Institute for Brain Sciences.
 “È incredibile pensare a quanto articolate e differenziate possano essere le vocalizzazioni prodotte dai topi, che peraltro sappiamo essere meno complesse di quelle emesse da uccelli e dalla nostra specie”.
 Altrettanto incredibile sembra essere la reazione degli esemplari femmina, che prediligerebbero generalmente coloro che producono suoni più articolati. 

Tutte le registrazioni effettuate durante lo studio sono ora disponibili su MouseTube, una piattaforma web creata dall’Istituto Pasteur di Parigi, il cui intento è quello di raccogliere più studi possibili sull’argomento così da avere un costruttivo e immediato confronto diretto.
 Se quindi da una parte la ricerca ha rivelato quali siano le ragioni che spingono i topi a emettere date sequenze musicali, rimangono ancora sconosciuti i meccanismi che regolano questi processi.
 Il prossimo step sarà infatti quello di comprendere il ruolo dei geni e delle diverse aree cerebrali responsabili.


 Fonte: galileonet.it
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