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giovedì 19 novembre 2020

Perché a Praga c’è una faccia gigante che ruota in perenne “metamorfosi”?


 “Le Metamorfosi” di Kafka rappresentate attraverso una scultura cinetica che riproduce il capo del noto scrittore: ecco una delle ultime opere dell’artista ceco David Černý, famoso per le sue intallazioni provocatorie e irriverenti.

L’opera, commissionata dai centri commerciali Quadrio di Praga nel 2014, consiste in una testa alta quasi 11 metri realizzata in acciaio inox; i 42 blocchi che compongono la scultura ruotano in modo indipendente grazie a un motore.

 L’installazione, oggi diventata un vero e proprio monumento che attrae numerosi turisti,  è un connubio di arte e tecnica: per realizzarla l’artista ha collaborato con il reparto di ingegneria meccanica di una nota ditta specializzata in robotica.


L’effetto è straniante: la forma della statua cambia senza fermarsi mai, come a simboleggiare l’alienazione dell’essere umano moderno all’interno della società.

 È evidente che l’artista ha ripreso uno degli elementi peculiari della poetica del noto scrittore: i personaggi kafkiani sono spesso privi di tratti fisici distintivi, nonché incastrati in dinamiche indipendenti dal loro volere, vittime di un destino indecifrabile.

La scultura raffigura  la dispersione dell’identità  attraverso un volto vuoto, in continua trasformazione, che riverbera lo spazio circostante grazie al gioco di specchi. 

La continua scomposizione del viso rivela una verità che ha a che fare con il concetto di identità dell’Io: il nostro ego non è altro che la proiezione degli sguardi altrui, un’unità fragile e sempre mutevole.


In questa scultura Černý quindi non ha solamente omaggiato uno degli scrittori europei più importanti di tutti i tempi, ma ha rappresentato l’essenza stessa della psiche umana e dell’alienazione dell’uomo moderno nella società


venerdì 17 gennaio 2020

L’attrazione dei fedeli per i “Santi Robot” di epoca medievale


Nonostante i luoghi comuni sul medioevo, che lo vedono erroneamente classificato come un’epoca buia e arretrata, i nostri antenati erano attivi in opere d’ingegno di grande ingegno tecnologico. 
Un tipo di meccanismo di particolare interesse è il robot, utilizzato non per svolgere attività lavorative ma per ispirare devozione fra i fedeli dell’epoca.

 Le prime prove documentarie dei “Santi Robot” risalgono all’inizio del XIII secolo, e parlano di automi in grado di muoversi in modo indipendente e gesticolare utilizzando dei complessi sistemi di ingranaggi, cerniere e fibbie in pelle.
 I meccanismi erano azionati da “vapore, acqua ed energia immagazzinata in un meccanismo a carica come un orologio”. 

Costruito principalmente in legno, il robot iberico ancora esistente dal nome “Vergine dei Re – Virgen de los Reyes”, aveva la testa in legno dipinta e le braccia ricoperte di pelle di capretto bianca.
 Nella sua ricerca “Robot Saints” Christopher Swift, del New York City College of Technology, afferma che le figure della vergine Maria e di Gesù bambino “potevano eseguire un numero quasi infinito di gesti e coreografie umane”, perché le loro braccia erano in grado di piegarsi e ruotare come le braccia umane.


In questo contesto è importante ricordare che la fede, per gli uomini medievali, era un affare molto concreto, e quindi non è sorprendente che anche i robot ne facessero parte.
 Dalle reliquie alle grandi opere architettoniche, le figure religiose per gli uomini del medioevo erano innumerevoli, sempre disponibili ad essere osservate e toccate.
 La fede medievale si concentrava fermamente sul tangibile, quindi non è poi così sorprendente che i robot santi ne facessero parte.
 Dai rosari alle cattedrali scolpite, le figure religiose erano sempre disponibili ai fedeli medievali per essere guardate e toccate. 

Un altro famoso robot devozionale, il Rood of Grace a Boxley, in Inghilterra, era un crocifisso nel quale la figura di Gesù Cristo aveva gli occhi in grado di ruotare, la cui testa era in grado di ruotare e che riusciva persino ad assumere diverse espressioni facciali. 
 Il Rood of Grace venne distrutto durante lo scisma anglicano voluto da Enrico VIII, e di esso non rimangono che i racconti dei testimoni dell’epoca. 
Curiosamente, proprio la scultura lignea del Rood of Grace fu utilizzata dai sostenitori del sovrano inglese per additare come “superstiziosa” la fede dei cattolici, e il crocifisso venne portato a Londra per essere bruciato.


 Se i protestanti del sedicesimo secolo indicavano questo tipo di robot come ingannevole per le persone perché gli faceva credere ai miracoli, Swift suggerisce che: I cristiani medievali potrebbero aver apprezzato le statue sacre mobili non per le loro qualità miracolose , ma per le loro capacità meccaniche, tecnologiche e, in definitiva, teatrali


Oltre a creare qualcosa di spettacolare, sembra che lo scopo di creare questi robot fosse quello di ispirare la contemplazione, proprio come le gigantesche sculture che ancor oggi vengono utilizzati nelle parate a tema religioso.
 Se i robot erano un veicolo per la pratica spirituale, non si può presumere che i fedeli, nel medioevo, pensassero agli automi come persone “reali”, animati dalla forza divina, ma li osservavano ammirati dalla meraviglia meccanica che gli artisti del tempo erano in grado di realizzare. 


 Fonte: vanillamagazine.it

mercoledì 12 giugno 2019

Porto Flavia: l’incredibile scalo in Sardegna a metà fra il mare e il cielo


Può capitare di fare un giro barca nelle acque cristalline attorno al Pan di Zucchero, e restare sorpresi, alzando la testa, di trovarsi di fronte un inaspettato porto. 

Sì, alzando la testa, perché la banchina di questo strano approdo si trova a metà di una parete rocciosa a picco sul mare, proprio di fronte al faraglione-simbolo della costa sud occidentale dell’isola.


Potrebbe sembrare una follia quella costruzione di cemento con inciso il nome Porto Flavia, e invece era un’opera ingegneristica di avveniristica concezione, quando venne progettata agli inizi degli anni ’20 del secolo scorso, e lo rimane tutt’ora. 

 Porto Flavia era un’infrastruttura che serviva l’area mineraria di Masua, concepita per abbattere i consistenti costi di trasporto dei metalli estratti. 

 Fino al 1924, quando venne completato il porto, i minerali venivano trasportati a spalla, in grandi ceste di vimini, fino alla spiaggia di Masua, dove venivano caricati sulle bilancelle (piccole imbarcazioni a vela), per approdare al porto di Carloforte, a una trentina di chilometri di distanza. 
Nuovamente scaricato a mano, il materiale veniva stivato in magazzini o direttamente sui mercantili in attesa.
 Per completare il carico di una nave potevano essere necessari due mesi, se il tempo era avverso e le bilancelle (che spesso affondavano) non potevano navigare, ma anche in condizioni di mare favorevoli non occorreva meno di una settimana. 
Senza considerare i costi in termini di fatica umana, con i marinai addetti al trasporto che lavoravano senza riposo e con bassissimi salari.

 Nel 1922 le miniere di Masua passarono in concessione alla belga Sociétè de la Vieille Montagne, che chiese al direttore di escogitare una soluzione per ridurre i tempi e i costi del trasporto. 

Cesare Vecelli, ingegnere di origini venete, la trovò la soluzione, e che soluzione! 
Vecelli studiò le coste nei pressi di Masua finché non trovò il luogo perfetto: le scogliere a picco sul mare di fronte al Pan di Zucchero. Il mare era profondo e sufficientemente protetto dal vento e dai marosi, così i minerali potevano essere caricati direttamente sui mercantili.




Per realizzare Porto Flavia, che l’ingegnere dedicò alla figlia nata da poco, furono scavati due tunnel sovrapposti lunghi 600 metri, collegati da nove silos di stivaggio.

 Nella galleria superiore arrivava un trenino elettrico che portava i minerali, scaricati nei serbatoi per gravità; in quella sottostante, un nastro trasportatore riceveva il materiale, sempre per gravità, e lo trasferiva alla piattaforma di carico, sotto la quale aspettava la nave.


Il porto divenne operativo nel 1924 e consentì alla società belga di ridurre i costi in maniera consistente, quasi del 70%. 
C’è da dire che Vecelli fece anche in modo di garantire condizioni di lavoro più umane, e un salario meno misero, ai tanti operai che lavoravano a Porto Flavia. 


 L’impianto perse d’importanza negli anni ’60, con il calo dell’attività mineraria, e fu chiuso negli anni ’90.


Oggi rimane come preziosa testimonianza della storia mineraria della Sardegna, e dell’ingegno di un uomo che ha progettato un porto a metà tra mare e cielo. 

 Fonte: vanillamagazine

giovedì 30 agosto 2018

Le coste inglesi e il segreto degli specchi acustici


Chi si trovasse a passeggiare dalle parti di Dover e in generale sulle coste meridionali dell’Inghilterra potrebbe incappare in strani monoliti dalla forma trapezoidale con al loro interno una rientranza concava di forma sferica. 
Non si tratta però di strane costruzioni druidiche, risalenti all’epoca di Bretoni, Galli o Celti, bensì di opere ben più recenti, costruite circa un centinaio di anni fa. 
 Si tratta degli “acoustic mirror”, specchi acustici realizzati dall’esercito britannico a cavallo tra la Prima e la Seconda Guerra Mondiale, anni in cui non era ancora stato perfezionato il radar.


Costruiti in prossimità della costa da Chichester fino a Sunderland, si tratta di strutture in cemento (e non di roccia vera e propria), la cui forma richiama quella delle moderne parabole. 
Di altezza variabile e compresa tra i 15 e i 30 piedi (quindi da circa 4,5 metri a poco più di 9), sono rivolte verso il mare e al loro interno nascondevano un microfono. 
Il loro scopo era quello di individuare l’eventuale arrivo di flotte aeree nemiche e organizzare di conseguenza una difesa militare o un contrattacco.


Ideati dal Maggiore William Sansome Tucker negli anni ’20, questi strani specchi di calcestruzzo sfruttavano la fisica acustica e le proprietà riflettenti delle superfici rigide. 
Le onde sonore si concentravano in un solo punto (o in un’area ristretta) all’interno della sfera concava della struttura, permettendo ai microfoni di rilevarle e ai militari britannici di individuare un potenziale allarme: era possibile captare il suono di un aereo in avvicinamento fino a una distanza di 40 km, dando all’Esercito di Sua Maestà circa un quarto d’ora di anticipo per prepararsi all’imminente attacco. 

 Il Regno Unito decise di puntare su questo tipo di tecnologia, che però già nel 1936 divenne superata.
 Fu quello l’anno in cui un velivolo situato lungo la costa del Norfolk fu individuato con un radiogoniometro a distanze esponenzialmente maggiori rispetto alle possibilità degli specchi di pietra.
Era appena nato il radar e l’investimento dell’esercito inglese era istantaneamente diventato archeologia militare.


Il ricordo di quei circa 15 anni di sapiente studio della fisica acustica sono però resistiti ai decenni (e alla Seconda Guerra Mondiale).
 E così, passeggiando per le scoscese costiere inglesi, potrete ritrovare gli specchi acustici ancora oggi: sono lì, tutti e tredici, a captare le onde sonore di ogni aereo in avvicinamento verso il cuore del Paese.
 Senza però che ci sia più alcun microfono a dare seguito e considerazione alla loro funzione. 

 Fonte: siviaggia.it

lunedì 4 giugno 2018

In Cina c’è una enorme ruota panoramica senza raggi che riproduce le spire di un dragone


Una gigantesca ruota panoramica senza raggi.
 La più grande del mondo è alta 145 metri ed è entrata in funzione a Weifang , in Cina: impiega 30 minuti per completare una rotazione completa e offre una suggestiva vista sul fiume Bailang e il mare di Bohai.

 La ruota panoramica ha 36 cabine che trasportano fino a dieci passeggeri per cabina, ognuna dotata di connessione wi-fi gratuita, per pubblicare in tempo reale i selfie mozzafiato scattati durante la rotazione, e televisori collegati a delle webcam esterne, se i finestroni trasparenti non fossero abbastanza per ammirare il paesaggio circostante.




La ruota senza raggi è formata da una «colonna vertebrale del drago», una ciambella di spire create ad arte con 4.600 tonnellate d’acciaio, fissata a terra con un sistema di costruzione «ad aquilone».
 Una struttura che sembra sfidare le leggi di gravità, lungo cui ruotano le cabine blu, in vetro e acciaio.


Una struttura di design, per una ruota hi-tech dotata anche di centinaia di migliaia lucine a led che fanno brillare l’ossatura del drago, rendendo ancora più unico il panorama sul lungo fiume cinese.





Fonte: lastampa.it

lunedì 14 maggio 2018

Due Orologi di Roma scandiscono il tempo con l’acqua


Gli Orologi di Roma, ad acqua, sono un intricato gioco di ingegneria: l’unico esibito in luogo pubblico è quello che fa bella mostra di sé nel Parco di Villa Borghese 


Gli Orologi di Roma, ad acqua, erano tre.
 L’Inventore, un frate domenicano Giovanni Battista Embriaco, era solito costruire questi idrocronometri, mosso da una grande passione per le invenzioni e l’ingegneria meccanica. 
 Il terzo, meno famoso, era stato istallato nel cortile dell’Ex Ministero delle Finanze ma nel 1860 andò perduto.
 Roma rimase con due tempi.

 Il più famoso e anche più suggestivo si innalza in quella piccola nicchia di bosco pensata dall’architetto Gioacchino Ersoch, nel Parco di Villa Borghese.
 Ben congegnata, la posizione di questo orologio ad acqua, è pubblica, non ci sono teche a custodirne le fragilità, tant’è che, spesso, si sono verificati atti vandalici e, quando l’orologio è rimasto trascurato, l’ingranaggio ha smesso di funzionare.


L’acqua fa il suo lavoro, così come il bilancino interno che muove le lancette e carica la suoneria, ma è la Scuola di Formazione Professionale del Centro Elis a manutenere l’idrocronometro, una scuola specializzata nel campo dell’industria e dell’artigianato.

 La cornice arborea e acquatica, insieme, sono un piacevole luogo di passeggiate, a pochi passi dal Pincio.
 Non c’è tempo che scandisca meglio le ore del silenzio. E qui ci si distrae dalla città.


Il secondo tra gli Orologi di Roma, ancora attivo ma privato, venne creato dallo stesso padre Embriaco per arredare il cortile interno del Palazzo Berardi-Cesi-Muti.
 Un palazzo del ‘500 ad opera di Giacomo della Porta, ristrutturato da Pio Piacentini, un notevole scrigno in cui nascondere il tempo.


I battiti di Roma si sentono scandire forte da questi due monumenti. Il primo così teatrale, incastonato dentro una torretta lignea che richiama ai tronchi degli alberi. Perfettamente fuso con lo spazio naturale. 
Il secondo così marmoreo, alloggiato dentro una conchiglia che rimanda alla Venere che emerge dalle acque. 
Simbolicamente una perla rara.



Fonte: http://viaggiare.moondo.info

venerdì 16 marzo 2018

A Dubai arriva la motocicletta drone per la polizia


Da oggi pattugliare le strade di Dubai sarà ancora più facile. La polizia della città ha infatti ricevuto in dotazione una hoverbike, una vera e propria motocicletta drone che consentirà agli agenti di volare e atterrare direttamente dal cielo. 
E così dopo la Bugatti Veyron in grado di toccare i 408 chilometri orari, le forze dell’ordine di Dubai guardano ancora più al futuro con una ‘pattuglia volante’ che permetterà loro di spostarsi più rapidamente. 
Del resto le caratteristiche dell’hoverbike parlano chiaro: questo mezzo può raggiungere i cinque metri di altezza, ha un’autonomia di 25 minuti e può sopportare carichi fino a 300 kg.




Un’innovazione tecnologica di tutto rispetto per spostarsi agilmente nel cielo della capitale di uno dei sette emirati degli Emirati Arabi. Da non dimenticare che, oltre all’hoverbike e alla Bugatti Veyron, il parco macchine della polizia di Dubai vanta tra le altre anche un’edizione limitata dell’Aston Martin One-77, una Ferrari FF ed una Lamborghini Aventador.
 Del resto la città è tra le più ricche ed evolute al mondo dal punto di vista tecnologico e questo non rende certo la vita facile ai malviventi che, con la motocicletta drone, avranno serie difficoltà a far perdere le proprie tracce. 


Fonte: scienzenotizie.it

lunedì 23 ottobre 2017

Il pozzo indiano di Chand Baori


Vero e proprio simbolo dell’ingegneria idraulica dell’antichità è Chand Baori, un pozzo a gradini situato nel villaggio di Abhaneri vicino a Jaipur, nello stato indiano del Rajasthan. 

 Costruito intorno al VII secolo d.c, anche se alcune fonti lo datano al IX, è situato di fronte al tempio di Harshat Mata.
 Il pozzo è formato da 3500 gradini divisi per scalinate che scendono per oltre 13 piani. 
Si spinge per circa 100 metri sotto al livello del terreno, il che lo rende il più ampio e profondo pozzo a gradini dell’India.
 Si tratta di un bacino in cui l’acqua può essere raggiunta scendendo attraverso una serie di passaggi.

 Questi tipi di pozzo si trovano in India occidentale, ma anche nelle regioni aride del Pakistan. 
Ciò che lo distingue dai serbatoi d’acqua, è che il pozzo a gradini rende più facile raggiungere la falda acquifera.
 Essi sono più semplici per il mantenimento e la gestione operativa, e nell’antichità servivano anche per altri scopi, ad esempio come luoghi dove ristorarsi dalla calura, di aggregazione sociale e teatro di cerimonie religiose.


Il pozzo prende il nome dal suo costruttore, il re Chand di Abhaneri e dalla parola “baori”, termine utilizzato nell’India occidentale per indicare costruzioni di questo tipo.

 Il livello dell’acqua era legato al periodo dell’anno.
 Nei momenti di siccità era ovviamente più basso, mentre negli altri periodi bisognava scendere meno scalini. 

Chand Baori è a ragione considerato uno dei più mirabili esempi di architettura del passato, e la leggenda legata alla sua costruzione vuole che il pozzo sia stato costruito in una sola notte dagli spiriti. 

Di fronte ai gradini si trova il tempio di Harshat Mata risalente al VII secolo, lo stesso periodo della scalinata.
 L’acqua era necessaria per le abluzioni rituali che dovevano essere eseguite dai fedeli prima di recarsi al tempio e quindi la storia di queste due costruzioni è necessariamente legata.

 Non è facile per un europeo trovare un approccio all’architettura indiana, soprattutto se cerchiamo riferimenti con l’architettura contemporanea occidentale. 
Concetti a noi noti come peso, arco e sostegno non sono traducibili in un codice architettonico indiano. 
Dobbiamo pensare invece ad un rigoroso reticolo di forme geometriche basate principalmente su triangolo e quadrato. Spiritualità, ingegneria e tradizione hanno permesso alla cultura indiana di raggiungere vette altissime per complessità e raffinatezza.
 E ne sono esempio proprio questi pozzi a gradoni disseminati in tutta l’India. 

Ciò che colpisce a Chand Baori è la modularità quasi ipnotica delle pareti.
 È ingegno per la sopravvivenza allo stato puro, poiché per secoli questi pozzi hanno garantito l’approvvigionamento idrico in uno dei paesi dalle riserve d’acqua più esigue.


Nell’antichità, in Rajasthan, si cominciarono a scavare giganteschi pozzi per sfruttare le violente, ma brevi piogge monsoniche che si alternavano a lunghissimi mesi di siccità. 

Questi pozzi venivano costruiti dal basso verso l’alto, lastricati con enormi blocchi di pietra e dotati di versanti di scalinate che permettevano di raggiungere l’acqua a qualsiasi livello si trovasse. La tecnica di depurazione delle acque piovane era raffinata: l’acqua cadendo all’interno del pozzo filtrava attraverso il limo finissimo, fino a raggiungere il fondo ricoperto di argilla, per essere poi disponibile nella stagione secca.
 Per millenni questi sistemi hanno aiutato intere popolazioni a lottare contro la siccità.






Oggi molti pozzi sono chiusi e sostituiti da un sistema tradizionale di acquedotti che non risolve l’emergenza acqua. 
Queste stupefacenti imprese ingegneristiche si sono spesso rivelate superiori rispetto ai moderni progetti idraulici che hanno visto l’India protagonista negli ultimi anni. 

 Fonte: oubliettemagazine.com

giovedì 12 ottobre 2017

Qual è stato il primo cyber attacco della storia?


Basta scorrere le notizie di cronaca per sapere che i cyber attacchi sono uno dei flagelli dei tempi moderni, ma la loro storia non è cosi recente come si potrebbe pensare: già due secoli fa c’era chi si dava all’hackeraggio e si arrovellava per trovare il modo per “bucare” i sistemi di comunicazione. 

Uno dei primi esempi di “cyber attacco” risale infatti al 1834 e i protagonisti furono due speculatori finanziari francesi.

 Dal 1792 in Francia era in uso un sistema di comunicazione a distanza per mezzo di segnalatori meccanici solitamente collocati in cima a colline o torri.
 Era il telegrafo ottico inventato da Claude Chappe, molto in voga nel '800: in ogni stazione, distante molti chilometri dalla precedente, un addetto dotato di telescopio osservava le posizioni di tre regoli di legno e li ripeteva alla stazione successiva. 
In poche ore un messaggio poteva attraversare la Francia.

 Il telegrafo ottico veniva usato dal governo francese e i messaggi erano criptati e gli stessi operatori non conoscevano il significato dei codici: era quindi difficile inserire sequenze "private" all'interno delle comunicazioni ufficiali.

Nel 1834 due fratelli, François e Joseph Blanc, a capo di una società d’investimento di Bordeaux, trovarono il modo per bucare la rete governativa, facendo inserire un codice quando c'erano state delle fluttuazioni considerevoli sulla Borsa di Parigi. 
In questo modo sapevano in poche ore quello che gli altri operatori finanziari avrebbero saputo 5 giorni dopo, con l'arrivo delle informazioni ufficiali attraverso la diligenza postale. E così potevano giocare d'anticipo nella Borsa di Bordeaux. 

 I due fratelli pagarono un operatore compiacente della sede del telegrafo di Tours per inserire a fine messaggio, nella sequenza di controllo, una frase in codice (ad esempio: errore- cancellare l'ultimo simbolo trasmesso), per segnalare che le rendite dei titoli di Stato erano aumentate del 3%. Il codice non modificava il messaggio principale - e dunque non destava sospetti o creava problemi -, ma una volta intercettato dall'operatore di Bordeaux, era infine comunicato ai due fratelli. 

In due anni i fratelli Blanc utilizzarono questo stratagemma 120 volte, guadagnando 100.000 franchi. 
 La truffa fu scoperta solo nel 1836. 
I fratelli Blanc furono processati, ma non vennero condannati perché non esisteva ancora una legge contro l'abuso di reti di dati. Finirono però per dedicarsi a un’altra loro passione: il gioco d’azzardo.

 Secondo l'Economist, questo episodio è molto utile per capire la realtà dei cyber attacchi odierni: 
prima di tutto, la maggior parte degli attacchi non viene pubblicizzata (i fratelli Blanc furono scoperti perché qualcuno li tradì, spifferando tutto). 
Pertanto la percezione dei crimini informatici che abbiamo è davvero molto limitata.
 Secondo, la sicurezza è come una catena e l'anello più debole è l'uomo.
 Il telegrafo ottico francese pur essendo visibile a tutti era criptato, ma per hacherarlo è bastato corrompere due persone.
 Infine, la storia dei fratelli Blanc ci ricorda che l'uomo troverà sempre un modo"cattivo" di utilizzare le nuove invenzioni.


Un altro cyber attacco, decisamente curioso, fu realizzato nel 1903 da un prestigiatore professionista: il suo bersaglio fu Guglielmo Marconi che stava facendo una presentazione alla Royal Institution di Londra del suo telegrafo senza fili.


In quel momento Marconi si trovava nella stazione radio di Poldhu, in Cornovaglia, pronto a trasmettere.
 A Londra, davanti al pubblico, c'era il suo assistente, il fisico John Ambrose Fleming. 
Proprio mentre quest'ultimo si stava preparando a ricevere, tra lo stupore generale, arrivò la parola "rats" (topo di fogna). Poi una filastrocca che accusava Marconi di voler "fregare il pubblico". 

Nello stupore generale fu chiaro a tutti che la linea era stata hackerata (anche se nessuno probabilmente utilizzò questo termine).
 Chi era stato il burlone? 
La vendetta era stata organizzataa da Nevil Maskelyne, un pioniere delle prime trasmissioni elettromagnetiche, frustrato dai brevetti imposti da Marconi sullo sviluppo della tecnologia wireless.
 Il suo scopo era uno solo: dimostrare la vulnerabilitá del sistema di trasmissione appena inventato.


Lo stesso obiettivo, dimostrare la scarsa sicurezza della rete, in questo caso Internet, è alla base della nascita del primo virus informatico moderno a ottenere le prime pagine dei giornali.

 Era il 2 novembre 1988 e Robert Tappan Morris, allora studente della Cornell University (e oggi docente di informatica al MIT) voleva capire quanto fosse grande e insicura internet.

 Costruì un piccolo software in grado di replicarsi e di diffondersi tra i computer e lo diffuse in rete. 
Qualcosa andò storto perché il worm bloccava anche i computer che infettava. 

L’attacco portò al collasso circa 6.000 macchine, quasi tutte appartenenti a istituzioni pubbliche. E procurò ingenti danni, anche economici. 

Fonte: focus.it

lunedì 3 aprile 2017

Black Swan, un cigno da 23mila cavalli di potenza


Più che ad un cigno, come vorrebbe evocare il suo nome, assomiglia ad una freccia, mentre il colore nero porta immediatamente la mente alle produzioni cinematografiche della serie Agente 007, con i cattivi che si aggirano per i mari a bordo di incredibili yacht tutti neri.
 Nella realtà si tratta di un superyacht di 70 metri progettato dal designer turco Timur Božca, il quale definisce il Black Swan come uno yacht “dalle linee semplici e con un design elegante”. 
E aggiunge: “Credo che la semplicità sia un fattore importante nella creazione di un design elegante e pulito 
Una delle caratteristiche principali di cotanta semplicità sono i grandi balconi protetti da balaustre in vetro che offrono una vista realmente mozzafiato sul mare.


Al centro barca il progettista ha inserito una miriade di piccole finestre triangolari di dimensioni diverse.
 In questo modo la luce naturale penetra all’interno della barca creando l’illusione di un taglio netto, di una separazione fra lo scafo e la sovrastruttura.
 Sul ponte esterno nella parte posteriore dello yacht è stato riprodotto un vero e proprio beach club, una specie di club extralusso i cui elementi di arredo ruotano intorno alla piscina. Gran parte di questa zona è sovrastata da una parete di vetro inclinato che si estende dal ponte principale verso la parte posteriore del piano superiore.


Nella parte superiore del megayacht è stata realizzata una piattaforma per elicotteri, a cui si accede da un ascensore nascosto. Gli interni, rigorosamente dominati dal colore nero e dalle sue sfumature , prevedono di accogliere un massimo di 12 ospiti in sei suite oltre quella dell’armatore.
 I vari saloni sono arredati con mobili bianchi, mentre nelle cabine dominano i colori scuri come il marrone.

 Impressionanti i numeri che definiscono la potenza di Black Swan. Lo yacht dispone di quattro motori in grado di generare una potenza totale fino a 23.172 HP. 
Con tale potenza lo scafo scivola sull’acqua a una velocità di crociera di circa 20 nodi. Ma se si spinge sulle manette si possono toccare i 28 nodi di velocità massima con una impennata impressionante dei consumi. Consumi che hanno indotto il progettista, per potere garantire una autonomia decente alla barca, a far costruire serbatoi che possano contenere fino a 183 mila litri di carburante.
 Il serbatoio dell’acqua è ugualmente impressionante, con una capacità di 38. 600 litri. 

 Fonte:tuttobarche.it

venerdì 31 marzo 2017

SpaceX e il lancio storico del Falcon 9 di seconda mano


Stanotte (dalle 00.36 circa, ore italiane) c'è stato un evento storico per l'esplorazione spaziale. 
SpaceX ha lanciato un satellite a bordo di un razzo Falcon 9 il cui primo stadio aveva già volato una volta nello spazio per poi rientrare a terra atterrando verticalmente.

 Il primo stadio "di seconda mano" ha funzionato perfettamente ed è nuovamente atterrato in verticale a bordo della nave appoggio Of Course I Still Love You nell’Oceano Atlantico.
 È la prima volta che il primo stadio di un razzo orbitale vola due volte nello spazio e ritorna verticalmente. 
Un traguardo storico in generale, e soprattutto per SpaceX, una società che opera soltanto da 15 anni. 

 Lo scopo di questo esperimento è arrivare a riutilizzare in modo efficiente e sostenibile i razzi spaziali (come facciamo con gli aerei, per intenderci, che non volano soltanto una volta) senza dover spendere troppi soldi tra un volo e l'altro, come accadeva per esempio con lo Space Shuttle. 

 Per questo primo test è stato “ricondizionato” il Falcon 9 che volò nel aprile 2016, la prima missione che si concluse con un appontaggio e la seconda a terminare con un primo stadio intero e non distrutto (il primo rientro non distruttivo di un Falcon avvenne a dicembre 2015 sulla terraferma).

 Mentre gli occhi di tutto il mondo erano - giustamente - concentrati sul rientro del primo stadio, il secondo completava la sua missione mettendo in orbita il satellite geostazionario SES-10. Il patron di SpaceX Elon Musk, è intervenuto - durante la diretta del lancio, subito dopo l'atterraggio - visibilmente emozionato: 
«è stato un evento rivoluzionario nella storia dei voli spaziali» ha detto, spiegando come buttar via il razzo dopo ogni singolo volo è inconcepibile: quanto costerebbe un biglietto aereo se non potessimo riutilizzare il velivolo alla fine del tragitto? 
 Secondo Musk (e gli esperti), il riutilizzo del primo stadio è una tappa fondamentale nella riduzione dei costi per raggiungere lo spazio. 
 Come spiega Paolo Attivissimo: 
«La prossima sfida, ora che il principio è stato dimostrato, è ridurre i tempi e i costi di riutilizzo e dimostrare non solo la fattibilità tecnica ma anche la convenienza economica».

Fonte: focus.it

lunedì 6 marzo 2017

I giganteschi animali meccanici de l'ile de Nantes


Un elefante di 12 metri di altezza emerge da una nave industriale, sulle sponde della Loira, nella città di Nantes.
 Residenti e visitatori non si allarmano. 
Contemplano il pachiderma, 48 tonnellate di acciaio e legno, che avanza lentamente, che barrisce e spruzza acqua dalla proboscide. Sul suo dorso sono saliti alcuni turisti per partecipare ai 30 minuti di passeggiata che l’animale effettua sull’isola di Nantes, un’isola fluviale nel cuore della città. 
Un viaggio per i mondi magici che popolavano l’immaginazione di Jules Vernes, l’abitante più famoso di questa città bretone. “Arriverà un momento in cui le creazioni della scienza supereranno quelle dell’immaginazione”, disse l’autore del “Giro del mondo in 80 giorni”.
 Fu profetico. 
Queste macchine superano i sogni di ogni anima, infantile o adulta che sia.

 Il Grand Elephant è diventato il simbolo ufficiale della città, al punto tale da diventare il protagonista di cartoline postali e souvenir. 
E’ anche il simbolo della compagnia teatrale di strada “La Machine”, oltre a far parte del progetto artistico ‘Les Machines de l’île’. 
Si sviluppa nel luogo in cui si trovavano gli antichi cantieri navali della città.
 Il punto di partenza del Grand Elephant sono le navi che ospitavano le caldarerie. 
Oggi le oniriche creature di Nantes formano un atipico parco di attrazioni all’aperto. L’Officina è la nave dove nascono tutte le “macchine”, sculture fantastiche che prendono vita grazie ai meccanismi posti nel suo scheletro.
 Dalle sue passerelle, che si affacciano sul lavoro quotidiano degli artigiani, i visitatori possono assistere al processo di creazione di una gazza ladra gigante, una manta, un drago cinese o un enorme ragno. 
Ma in questa officina-laboratorio i dettagli si intuiscono appena. 
Gli artigiani si preoccupano di svelare solo alla fine il risultato delle loro opere.












Di fronte all’Officina si trova la Galleria, che ospita un bestiario di macchine (tutte possono essere azionate e provate).
 E’ questo lo scenario dove scoprire il grande progetto della compagnia, ancora in fase di studio. 
Si tratta dell'”Arbre aux Hérons” (Albero degli Aironi), un albero di acciaio di 50 metri di diametro e 35 di altezza che verrà costruito – nel caso in cui il progetto avesse il via libera – nel centro della città. Sarà coronato da due aironi meccanici e popolato da creature che ospiteranno il visitatore tra le sue varie terrazze e passerelle. 
Oggi è possibile salire sull’unico ramo costruito, posto all’ingresso della galleria.


Gli esseri fantastici prendono vita grazie ai meccanismi robotici e all’azione degli scenografi François Delarozière e Pierre Orefice. Sono i genitori delle creature e del progetto artistico che collega i mondi inventati da Jules Verne, l’immaginario meccanico di Leonardo Da Vinci e la storia industriale della città di Nantes. L’obiettivo delle loro architetture viventi è “sognare le città future e trasformare lo sguardo che rivolgiamo verso il nostro spazio urbano”. 
Può sembrare una chimera ma, come diceva Verne: “Le grandi scoperte vengono fatte dando retta ai pazzi”. 

 Fonte: passenger6a.it
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