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venerdì 17 giugno 2016
Rilevate per la seconda volta le onde gravitazionali
Ancora due buchi neri lontanissimi, ancora una loro fusione che dà origine a un unico e più massiccio oggetto dello stesso tipo.
L'eco di questo catastrofico e lontanissimo evento, che risale a 1,4 miliardi di anni fa, è arrivato fino a noi, in forma di onde gravitazionali, ed è stato rilevato il 26 dicembre 2015 dai due interferometri gemelli della collaborazione LIGO, entrambi negli Stati Uniti, uno in Louisiana, e l'altro nello Stato di Washington. L'esperimento ha così ripetuto la storica scoperta avvenuta il 14 settembre 2015, con la prima rilevazione diretta di onde gravitazionali.
L'annuncio è stato dato a San Diego, al convegno dell'American Astronomical Society (AAS), mentre una descrizione dettagliata della scoperta è in via di pubblicazione sulle “Physical Review Letters”.
La rilevazione delle onde gravitazionali è un’ennesima conferma sperimentale della relatività generale.
In questa teoria, resa pubblica da Albert Einstein nel 1915, le masse deformano lo spazio-tempo allo stesso modo in cui una palla da bowling posata su un letto deformerebbe un lenzuolo posto sulla sua superficie.
Una seconda massa più piccola posta nelle vicinanze rotolerebbe lungo la pendenza così prodotta, dirigendosi verso la palla da bowling: è così che si spiega l’attrazione gravitazionale che si produce tra due oggetti dotati di massa presenti nell’universo.
Una delle previsioni più eclatanti di questo modello è che la deformazione dello spazio-tempo prodotta da una qualunque massa in movimento dovrebbe propagarsi nello spazio come un’onda. Tuttavia, l’effetto è così piccolo da sfuggire a qualunque misurazione fisica.
Solo eventi estremi, come la fusione di due buchi neri sono in grado di generare onde tanto intense da arrivare sul nostro pianeta e produrre un segnale in appositi strumenti come gli interferometri. Come sono appunto riusciti a fare lo scorso settembre, dopo anni di tentativi e di progressi negli apparati sperimentali, gli interferometri di LIGO, nell’ambito di una collaborazione internazionale con l’interferometro europeo VIRGO, costruito a Cascina, poco lontano da Pisa, che vede un fondamentale contributo dell’Istituto nazionale di fisica nucleare (INFN).
Ora siamo al secondo evento che, in base ai parametri misurati, è stato prodotto da due buchi neri con masse di 14 e 8 masse solari, i quali, fondendosi, hanno prodotto un unico buco nero di 21 masse solari: la massa mancante è stata convertita in energia delle onde gravitazionali.
“Questo secondo evento ha caratteristiche sensibilmente diverse dal primo: è infatti generato da buchi neri più leggeri di quelli del precedente segnale e siamo stati in grado di seguirne l’evoluzione per più tempo; questo ci ha consentito di caratterizzare bene il sistema, nonostante il rapporto tra il segnale e il rumore di fondo fosse di minore intensità”, spiega Fulvio Ricci, ricercatore INFN e professore alla Sapienza Università di Roma, a capo della collaborazione scientifica internazionale VIRGO.
“La caccia ai segnali generati da sistemi binari di buchi neri – continua Ricci – si è anche arricchita di un terzo evento, più debole degli altri due e quindi con una probabilità più elevata che possa essere una falsa rilevazione.
Tuttavia, anche in questo caso, attribuendo a questo terzo evento un significato astrofisico, saremmo di fronte a un terzo sistema di buchi neri, che è collassato a formare un buco nero finale.
In sostanza, siamo intravedendo l’esistenza di un’intera popolazione di buchi neri, le cui caratteristiche saranno ben presto svelate nelle prossime fasi di presa dati degli interferometri avanzati”.
L’evento rilevato a dicembre 2015 è avvenuto a circa 1,4 miliardi di anni luce da noi, in una posizione del cielo che può essere determinata misurando lo sfasamento tra le rilevazioni in punti diversi sulla Terra.
Il segnale delle onde gravitazionali è stato registrato dall’interferometro in Louisiana con 1,1 millisecondi di anticipo rispetto all’interferometro nello Stato di Washington, ma non è abbastanza. Occorrerebbe infatti un terzo interferometro per poter effettuare una triangolazione.
“Quando nel prossimo autunno entrerà in funzione l’interferometro europeo VIRGO, sarà possibile restringere la porzione di cielo in cui ha avuto luogo il processo di fusione dei due buchi neri”, aggiunge Gianluca Gemme, responsabile nazionale INFN di VIRGO. “Questo darà un contributo sostanziale alla nuova astronomia gravitazionale e all’astronomia multi-messaggero: potremo dare l’allerta agli altri esperimenti, telescopi sia terrestri sia spaziali per la rivelazione di fotoni gamma, raggi cosmici o neutrini, per esempio, in modo che si orientino, praticamente in tempo reale, nella direzione della sorgente per individuare altri eventuali messaggeri cosmici emessi da essa”.
In sintesi, è un po’ come avere un senso nuovo con cui esplorare il cosmo.
“Nessuno può dire che cosa scopriremo con questo nuovo strumento sensoriale, ma la storia insegna che ci aspettano molte sorprese”, afferma Marco Pallavicini, presidente della Commissione nazionale INFN per le ricerche di fisica astroparticellare.
“Gli osservatori per onde gravitazionali rappresentano uno strumento unico per indagare il cosmo, perché questi particolarissimi messaggeri cosmici portano con sé informazioni che non saremmo in grado di ottenere in altro modo”, conclude Federico Ferrini, direttore dello European Gravitational Observatory EGO, che ospita e gestisce l’interferometro VIRGO.
Fonte: http://www.lescienze.it/
lunedì 14 settembre 2015
Alcune spettacolari immagini di Hubble

La nebulosa Occhio di Gatto, nella costellazione del Drago. è una classica nebulosa planetaria che brilla per le emissioni ad alta energia della stella visibile al centro della nuvola gassosa.
Questa immagine mostra le intricate forme assunte dalla nuvola di gas, del diametro di 0,2 anni luce, che si espande dopo essere stata espulsa da una stella morente a 3.000 anni luce di distanza dalla Terra.

Hubble è tornato a esaminare la psichedelica bolla di gas detta Nebulosa Occhio di Gatto, svelando almeno 11 anelli concentrici prima sconosciuti e "proiettili" di gas incandescente scagliati nello spazio da una stella morente.
Questa nuova immagine ad alta definizione ha rivelato agli astronomi che il materiale stellare viene espulso a intervalli di circa 1.500 anni.
Creando una struttura simile agli strati di una cipolla.

Questa immagine che sembra un delicato fiore sul gambo, è in realtà una foto di una coppia di galassie che interagiscono nella costellazione di Andromeda, a 300 milioni di anni luce dalla Terra. Nonostante ispiri pace e tranquillità, l'immagine mostra come la galassia a spirale in alto si stia disgregando a causa dell'attrazione gravitazionale di quella in basso, più piccola.
A collegare le due galassie c'è un "filo" di stelle che si estende per decine di migliaia di anni luce.

Supergigante rossa Situata a 20.000 anni luce dalla Terra, al margine della Via Lattea, questa stella rossa, avvolta da una cappa di polvere, è stata immortalata da Hubble.
Monocerotis è una supergigante rossa che, per motivi ancora misteriosi, emette col passare del tempo multipli lampi di luce che illuminano la nuvola di gas e polvere che la circonda.
Questo fenomeno, detto eco luminosa, è stato identificato per la prima volta proprio da Hubble, e potrebbe rappresentare una fase instabile, prima sconosciuta, della vita delle stelle "anziane" dalla massa molto più grande di quella del nostro Sole.

L'Inuit spaziale
Per la somiglianza con una testa d'uomo avvolta in un cappuccio imbottito, questa nebulosa è stata battezzata Eskimo.
La colorata nube gassosa che si trova a 5.000 anni luce da noi è quel che rimane dell'esplosione di una stella simile al Sole, avvenuta 10.000 anni fa.
Dalla regione esterna di questa nebulosa planetaria si diramano filamenti gassosi di colore arancio lunghi più di un anno luce.
Gli scienziati non sanno ancora dire come si siano formati.

L'angelo ribelle
In questa foto di Hubble pubblicata di recente, la regione di formazione stellare sembra un angelo che spiega le ali.
All'origine della nuvola di gas e polvere c'è una giovane stella.
Sul punto di raggiungere l'età adulta, la stella si ribella alla nube che l'ha generata, espellendo materiale ad altissima velocità e creando lobi di idrogeno caldissimo e turbolento.

Hubble Bubble
Come una fantomatica bolla sospesa nello spazio, ultimo residuo di una stella massiccia morta in una gigantesca esplosione 400 anni fa. Nel 2012, Hubble ha esaminato l'onda d'urto della supernova, larga 23 anni luce, che si espande a una velocità di oltre 15 milioni di chilometri all'ora.
Si trova nella Grande Nube di Magellano, una galassia satellite della Via Lattea a circa 170.000 chilometri dalla Terra.

Granchio cosmico
Questa foto scattata da Hubble, considerata l'immagine più dettagliata della celebre Nebulosa Granchio, mostra gli innumerevoli filamenti gassosi di idrogeno che si intrecciano in questo resto di supernova.
L'interno della nube, di colore azzurro elettrico, è il nucleo della stella morta che risiede al centro della nebulosa.
Nell'anno 1054, gli antichi astronomi cinesi osservarono l'esplosione di supernova che ha dato vita alla nebulosa; i documenti d'epoca raccontano di una nuova stella che brillò nel cielo per due settimane.

Quel che resta di Cassiopea A
Non sono fuochi d'artificio, ma i resti di una gigantesca esplosione stellare che si espandono nel cielo. È Cassiopea A, considerata la più recente supernova nella galassia, Hubble ha immortalato le sue emissioni di gas viola, verdi e gialle sparate nello spazio a 10.000 anni luce dalla Terra.

Rettangolo rosso
Dai telescopi terrestri questa nebulosa appare perfettamente rettangolare (da qui il nome Nebulosa Rettangolo Rosso). Ma le immagini del telescopio spaziale Hubble hanno mostrato che più che a un rettangolo somiglia a una X.
La forma deriva dal gas emesso dalla stella morente al centro della nebulosa.
La stella ha cominciato a perdere gli strati esterni circa 14.000 anni fa; con il tempo diventerà sempre più piccola e calda e comincerà a emettere un flusso di radiazione ultravioletta.
Fotografie del telescopio spaziale Hubble offerte per gentile concessione NASA, ESA
Testi - National Geographic.
venerdì 11 settembre 2015
La materia oscura

La materia di cui siamo fatti noi, i pianeti e le galassie, tutta insieme fa solamente il 4,9 per cento della materia dell'Universo.
Il 26 per cento circa del cosmo è materia invisibile: non sappiamo di che cosa sia effettivamente fatta. Il restante 69 per cento circa dell'Universo è "energia oscura", della quale sappiamo... poco o nulla. Il fatto che la materia più diffusa nell'Universo sia "oscura" non significa solo che è invisibile ai nostri occhi o quasi del tutto sconosciuta: è oscura perché non emette alcun tipo di radiazione elettromagnetica, né nello spettro della luce visibile, né nei raggi X e nemmeno nelle altissime energie.

L'immagine ottenuta dal telescopio spaziale Hubble dell’ammasso di galassie Abell 3827. Le strane strutture blu che circondano le galassie centrali sono la vista distorta dalla lente gravitazionale di una galassia molto più distante situata al di là dell'ammasso. Le osservazioni delle quattro galassie centrali in interazione hanno fornito indizi che la materia oscura intorno a una delle galassie non si stia muovendo con la galassia stessa, implicando che possano essere in atto interazioni di natura non nota della materia oscura con se stessa.

Da tempo si sta cercando di capire come mettere in luce ciò che non si vede: la materia oscura e l’energia oscura, due entità, fondamentali per capire il nostro Universo, che sappiamo esistere ma le cui tracce sono per ora soltanto indirette: osserviamo fenomeni ad esse correlati, come l’espansione accelerata dell’Universo, nel caso dell’energia oscura, e per certi aspetti non comprensibili dei moti delle galassie, nel caso della materia oscura. PERCHÉ LA MATERIA OSCURA È NECESSARIA.
L’esistenza della materia oscura, in particolare, è resa necessaria per giustificare alcune anomalie del moto di rotazione delle galassie a spirale e delle galassie negli ammassi, che per essere spiegate richiedono l’esistenza di molta più massa di quanta sia percepibile con gli strumenti a nostra disposizione.
Deve quindi esistere una sorta di particella subatomica, originatasi in quantità enormi con il Big Bang ma non visibile con alcun mezzo conosciuto se non per l'attrazione gravitazionale che esercita con la sua massa. Si tratta però ancora di una ipotesi teorica, perché finora l'esistenza di queste particelle non è stata ancora rilevata direttamente.

La materia oscura, per quanto misteriosa, ha gli stessi comportamenti della materia comune almeno per ciò che riguarda l'interazione con lo spazio e con il tempo: si diluisce quando può espandersi in un volume più ampio ed esercita la stessa attrazione gravitazionale della materia ordinaria. Nella foto, una mappa tridimensionale della materia oscura nell'Universo elaborata dalla Nasa e dall'Esa.
giovedì 19 giugno 2014
Carone: sotto la luna di Plutone un oceano d'acqua liquida

Nel cuore di una delle lune di Plutone, Caronte, potrebbe esserci acqua.
La superficie ghiacciata del satellite di uno dei pianeti più lontani del nostro sistema solare presenta delle fratture, all'interno delle quali le temperature potrebbero favorire la presenza di acqua allo stato liquido.
Ad ipotizzarlo un nuovo studio della Nasa.
Riclassificato come pianeta nano nel 2006, Plutone ha cinque lune di cui due, Stige e Cerbero scoperte tra il 2011 e il 2012. Caronte è stata la prima ad essere individuata, nel 1978.
L'analisi delle fratture potrebbe rivelare se il suo interno era caldo da aver mantenuto un oceano sotterraneo di acqua liquida. Plutone è un mondo molto lontano, in orbita intorno al Sole ad una distanza 29 volte maggiore rispetto alla Terra.
Con una temperatura superficiale stimata inferiore a 229 gradi Celsius, l'ambiente di Plutone è troppo fredda per permettere acqua liquida sulla sua superficie.
Anche le lune si trovano nello stesso ambiente gelido. Tuttavia, com'è già successo ad altre lune in orbita attorno ai pianeti giganti gassosi del sistema solare esterno, la superficie si è incrinata mostrando la presenza all'interno di oceani.
Ne sono esempi Europa, la luna di Giove, e Encelado, quella di Saturno. “Il nostro modello prevede diversi tipi di fratture sulla superficie di Caronte a seconda dello spessore del suo ghiaccio superficiale, della struttura interna della luna, di quanto facilmente si deforma e come la sua orbita si è evoluta”, ha detto Alyssa Rhoden del Nasa Goddard Space Flight Center Greenbelt. “Confrontando le attuali osservazioni di New Horizons di Caronte alle varie previsioni, possiamo vedere cosa si adatta meglio e scoprire se Caronte avrebbe potuto avere un oceano sotterraneo nel suo passato, con elevata eccentricità”.
Le ridotte dimensioni e la grande distanza, rendono Plutone difficile da osservare, ma a luglio del 2015, la sonda New Horizons della Nasa sarà il primo veicolo a visitare Plutone e Caronte e fornirà le osservazioni più dettagliate fino ad oggi.
Poiché l'acqua liquida è un ingrediente necessario per le forme di vita conosciute, gli oceani di Europa ed Encelado sono considerate luoghi in cui potrebbe essere trovata vita extraterrestre. Tuttavia, la vita richiede anche una fonte di energia utilizzabile e un ampio rifornimento di molti elementi chiave, come carbonio, azoto e fosforo.
Non si sa ancora se questi oceani ospitano questi ingredienti aggiuntivi.
Francesca Mancuso
Tratto da blue planet heart
venerdì 6 giugno 2014
Ecco come è nata la luna
Qual è l’origine della Luna?
L’interrogativo è tra i più affascinanti che l’uomo moderno si è posto da quando ha alzato gli occhi al cielo per contemplare lo splendore del nostro satellite.
L’intrigante domanda non ha però mai trovato una risposta esaustiva, finora.
Un gruppo di scienziati tedeschi ha forse finalmente scovato la soluzione dell’atavico mistero che avvolge la genesi del nostro satellite naturale: sarebbe nato dall’aggregazione, nel corso di milioni di anni, dei detriti scaturiti dallo scontro tra la Terra e un pianeta grande quanto Marte, battezzato Teia (come la dea madre della Luna nella antica mitologia greca) e disintegratosi totalmente nell’impatto, circa quattro miliardi di anni fa.
L’ipotesi del “grande impatto” è infatti tra quelle più accreditate formulate negli ultimi decenni per spiegare la nascita del nostro satellite.
Secondo i modelli sviluppati a supporto di tale teoria, almeno il settanta per cento della Luna dovrebbe essere composto da materiale proveniente dall’estinto Teia: ogni pianeta infatti contiene differenti elementi a seconda della zona del Sistema Solare dove si è originato. Insomma, se Teia è uno dei “genitori” naturali della Luna, il suo “Dna” dovrebbe essere contenuto anche nella crosta superficiale del nostro satellite, dalla quale provengono i meteoriti precipitati sul suolo terrestre.
Ma le analisi dei meteoriti lunari hanno sempre mostrato una composizione chimica e geologica quasi identica a quella terrestre. Questi dati raccontano quindi una storia diversa: la Luna si sarebbe formata assieme alla Terra dallo stesso disco di accrescimento (l’agglomerato cioè del materiale che vagava nel giovane sistema solare in formazione) oppure sarebbe una costola del nostro pianeta, staccatasi a causa della forza centrifuga.
I ricercatori tedeschi invece, come illustrano nel numero del 6 giugno di Science, sono riusciti a dimostrare il legame tra Teia, la Terra e la Luna.
Grazie a nuove tecniche più raffinate e accurate, hanno eseguito analisi con spettrometri di massa su rocce lunari prelevate dalle missioni Apollo 11, 12 e 16 (dall'epico sbarco del 1969 fino alla penultima missione del 1972).
Scoprendo che contengono livelli più alti di due isotopi dell’ossigeno (il sedici e il diciassette) rispetto a quelli rilevati nelle rocce terrestri.
Gli isotopi sono atomi dello stesso elemento che hanno però un numero diverso di neutroni nel nucleo: l’isotopo diciassette dell’ossigeno ne contiene nove, il sedici otto. La differenza di concentrazione di questi due isotopi, seppur minima (è intorno allo 0,0012 percento), attesta che le rocce dei due corpi celesti hanno avuto una genesi differente.
“Ciò vuol dire due cose” afferma Daniel Herwartz, uno dei ricercatori che ha condotto le analisi. “Primo, che la teoria dell’impatto può ragionevolmente essere avallata, e in secondo luogo che ora siamo in grado di predire le caratteristiche geochimiche della Luna, poiché è il risultato della fusione di Teia e di parte della Terra primordiale”.
Gli studiosi tedeschi sono giunti a questo risultato perché hanno impiegato nella loro ricerca campioni di minerali raccolti direttamente dagli astronauti sulla superficie della Luna: anche se hanno più di quarant’anni, non sono però stati “contaminati” dall’ambiente terrestre come i meteoriti lunari, presenti sul nostro pianeta da molto più tempo e che quindi hanno pian piano raggiunto la stessa concentrazione isotopica.
Angelo Piemontese
http://scienza.panorama.it/
martedì 6 maggio 2014
Le nebulose farfalla e il mistero del loro allineamento
Gli astronomi dell'Università di Manchester si sono imbattuti in un mistero cosmico che circonda alcuni degli oggetti più affascinanti della nostra galassia

Un mosaico di immagini di nebulose farfalla scattate dall'Hubble Space Telescope.
Nuove immagini del profondo cielo provenienti dal nucleo centrale della Via Lattea hanno rivelato pittoresche nubi di gas a forma di farfalla lasciate da stelle morenti chiamate nebulose planetarie bipolari.
E tutte queste nubi sembrano essere misteriosamente allineate l'una con l'altra.
Le nebulose planetarie si formano durante le fasi finali di vita di stelle simili al Sole, quando il loro carburante si esaurisce.
In alcuni casi, i getti di gas ad alta velocità dalla stella morente modellano le bolle di gas in espansione in una forma simmetrica, a clessidra.
Questo tipo di residuo stellare è chiamato nebulosa farfalla. Utilizzando sia il telescopio spaziale Hubble che il New Technology Telescope (NNT) dell'ESO, i ricercatori hanno esaminato più di un centinaio di nebulose planetarie nella regione del nucleo centrale della Via Lattea, e hanno scoperto che le nebulose bipolari mostrano un allineamento sorprendente tra di loro.
"Questa è davvero una scoperta sorprendente che, se si dimostrerà vera, sarà molto importante", ha detto Bryan Rees, co-autore della ricerca, astronomo presso l'Università di Manchester.
"L'asse di molte di queste farfalle spettrali sembra essere allineato lungo il piano della nostra galassia", ha aggiunto.
Per Rees e il suo team, la parte particolarmente sconcertante è che se tutte queste nebulose farfalla hanno questo tipo di allineamento tra loro, nonostante le loro proprietà individuali, storie e uniche, questo significa che le loro stelle progenitrici avrebbero dovuto tutte rotare perpendicolarmente alle nuvole di gas e polveri che le hanno generate.
"L'allineamento che stiamo vedendo in queste nebulose bipolari indica qualcosa di bizzarro sui sistemi stellari all'interno del gruppo centrale della galassia", ha spiegato Rees.
Un'ipotesi per questo sorprendente allineamento è che sia legato direttamente all'origine del forte campo magnetico emesso dal rigonfiamento galattico al centro della Via Lattea.
Molto poco si sa su come questo campo magnetico si sia formato ed evoluto nel corso del tempo.
Questa eccentrica disposizione di nebulose planetarie potrebbe quindi aiutare a svelare alcuni aspetti ancora sconosciuti della storia della nostra galassia.
di Andrew Fazekas
Tratto di National Geographic It

Un mosaico di immagini di nebulose farfalla scattate dall'Hubble Space Telescope.
Nuove immagini del profondo cielo provenienti dal nucleo centrale della Via Lattea hanno rivelato pittoresche nubi di gas a forma di farfalla lasciate da stelle morenti chiamate nebulose planetarie bipolari.
E tutte queste nubi sembrano essere misteriosamente allineate l'una con l'altra.
Le nebulose planetarie si formano durante le fasi finali di vita di stelle simili al Sole, quando il loro carburante si esaurisce.
In alcuni casi, i getti di gas ad alta velocità dalla stella morente modellano le bolle di gas in espansione in una forma simmetrica, a clessidra.
Questo tipo di residuo stellare è chiamato nebulosa farfalla. Utilizzando sia il telescopio spaziale Hubble che il New Technology Telescope (NNT) dell'ESO, i ricercatori hanno esaminato più di un centinaio di nebulose planetarie nella regione del nucleo centrale della Via Lattea, e hanno scoperto che le nebulose bipolari mostrano un allineamento sorprendente tra di loro.
"Questa è davvero una scoperta sorprendente che, se si dimostrerà vera, sarà molto importante", ha detto Bryan Rees, co-autore della ricerca, astronomo presso l'Università di Manchester.
"L'asse di molte di queste farfalle spettrali sembra essere allineato lungo il piano della nostra galassia", ha aggiunto.
Per Rees e il suo team, la parte particolarmente sconcertante è che se tutte queste nebulose farfalla hanno questo tipo di allineamento tra loro, nonostante le loro proprietà individuali, storie e uniche, questo significa che le loro stelle progenitrici avrebbero dovuto tutte rotare perpendicolarmente alle nuvole di gas e polveri che le hanno generate.
"L'allineamento che stiamo vedendo in queste nebulose bipolari indica qualcosa di bizzarro sui sistemi stellari all'interno del gruppo centrale della galassia", ha spiegato Rees.
Un'ipotesi per questo sorprendente allineamento è che sia legato direttamente all'origine del forte campo magnetico emesso dal rigonfiamento galattico al centro della Via Lattea.
Molto poco si sa su come questo campo magnetico si sia formato ed evoluto nel corso del tempo.
Questa eccentrica disposizione di nebulose planetarie potrebbe quindi aiutare a svelare alcuni aspetti ancora sconosciuti della storia della nostra galassia.
di Andrew Fazekas
Tratto di National Geographic It
venerdì 25 aprile 2014
giovedì 6 marzo 2014
Marte e le sue "misteriose ed immense foreste"
Forse non tutti sanno dell’esistenza di alcune sconvolgenti fotografie trasmesse a terra dalla MOC (Mars Orbiter Camera(MOC) a bordo della sonda MGS (Mars Global Surveyor) prima che smettesse di funzionare “morendo” il 2 novembre 2006.
Oltre alle fotografie di strutture rassomiglianti a tunnel trasparenti all’interno di canyon, osserviamo la presenza di “cose” che sembrano alberi riuniti in gruppi sparsi o intere foreste.

La possibilità dell’esistenza di vita extraterrestre ha sempre affascinato l’umanità.
Per altro, tra gli scienziati si è fatta strada l’idea che se la vita esiste su Marte, questa debba essere allo stadio di batterio.
Nondimeno, ci sono delle immagini riprese dalla MOC che rimangono inesplicabili.
È il caso della foto scattata a latitudine -82.02°, longitudine 284.38° (vicino al polo Sud marziano) che ha mostrato qualcosa di incredibile ma tutt’ora trascurato: una qualche forma di vegetazione su Marte. (immagine n° M08-04688, link ufficiale: http://ida.wr.usgs.gov/html/m08046/m0804688.html)
Queste formazioni assomigliano decisamente a macchie di vegetazione terrestri, compresi i sistemi di ramificazioni, fotografate dall’alto. Ecco un lembo di suolo marziano ripreso dalla MOC che mostra alberi.
La più semplice spiegazione per tali immagini, seguendo il dettame detto del rasoio di Occam, è che si tratti di organismi vegetali di un qualche genere.
Raffrontando la scala questi “organismi” possono essere enormi, alti fino a un chilometro.

Tuttavia, ragioniamo sulle condizioni ecologiche del pianeta rosso. Ora su Marte c’è un clima rigidissimo ma anche in Siberia nella cui taiga esistono numerose specie arboree.
La condizione sine qua non per la crescita delle piante (sulla Terra), specie gimnosperme molto resistenti non sono la tenue pressione atmosferica e la minore gravità che, anzi, unite all’abbondanza di anidride carbonica gassosa, costituiscono un vantaggio per le piante, ma la presenza di acqua liquida nel suolo.
C’è acqua allo stato liquido nel sottosuolo di Marte? Le piante che vivono nel permafrost potrebbero adattarsi a Marte?
Buona domanda o no?

Gli organismi vegetali (terrestri) per vivere, crescere e riprodursi hanno fondamentalmente bisogno di tre cose: Acqua (allo stato liquido) Luce (inteso anche come un intervallo di temperatura) Nutrienti minerali e anidride carbonica (da organicare attraverso la fotosintesi clorofilliana)
Ora, su Marte la quantità di luce che arriva al suolo è simile a quella che raggiunge la superficie terrestre (la maggior distanza dal Sole è compensata da un atmosfera più rarefatta).
Data l’enorme effetto serra prodotto dalla CO2 in atmosfera anche la temperatura al suolo, specie ai tropici, non deve essere troppo bassa.
Inoltre sul pianeta rosso esiste la disgregazione meteorica eolica e termica delle rocce per cui esiste la possibilità della disseminazione tramite il vento (anemocora) e il substrato per l’attività radicale delle piante.
Le Conifere (pini, abeti, larici, sequoie) sono piante antichissime che una volta dominavano le terre emerse in particolare durante il periodo Carbonifero (350-300 milioni di anni orsono), così chiamato perché i tronchi di questi esseri vegetali con il tempo fossilizzarono diventando l’attuale carbone fossile.
Se ben guardiamo, non ci sono controindicazioni biologiche alla crescita regolare di alcune specie di piante arboree simili alle conifere terrestri su Marte.
Atmosfera più rarefatta che sulla Terra quindi maggior necessità di superfici per l’interscambio gassoso compensata dalla maggiore quantità di anidride carbonica
Gravità un terzo di quella terrestre che favorisce la crescita geotropica
Probabile mancanza di parassiti e infestanti specifici
Durata del giorno (ritmo circadiano) simile alla Terra e alternanza delle stagioni sebbene di durata doppia
Sotto tali condizioni l’ipotesi dell’esistenza di esseri vegetali giganteschi diventa più accettabile.
Sovente questi “boschetti” si allargano attorno ad apparenti bacini contenenti del liquido, presumibilmente acqua.
Del resto perché non ci dovrebbe essere?
L’ossigeno è abbondantissimo su Marte sia nelle rocce perlopiù ossidi (composti dell’ossigeno) sia nell’aria ricchissima di anidride carbonica.
L’idrogeno che serve per formare l’H2O è l’elemento più comune nell’universo. La necessità di celare l’esistenza di esseri vegetali viventi su Marte giustifica anche i sospetti che il colore del cielo marziano venga alterato onde celare il colore azzurrognolo causa la presenza di ossigeno di origine biologica.

Nessuno scienziato sta attualmente studiando questa documentazione.
Perché? A quale scopo mantenere questo incommensurabile segreto?
La questione è probabilmente di ordine religioso.
Il sistema economico globale si regge grazie ai conflitti di religione. Religione in senso metafisico e metaforico di superiorità di un sistema economico sull’altro, di una razza sull’altra, di un ordine sociale su di un altro, lo scontro di civiltà.
Se si scoprisse che antichissime civilizzazioni hanno costruito immense strutture su Marte, già visibili nel 1800 da Schiaparelli, il nostro mondo eretto su dogmi scolpiti nella sabbia crollerebbe.
Alla Nasa a mezza bocca ammettono di tenere nascosto tutto perché “non sappiamo gestire la verità” (“We can’t handle the truth”).
Infatti, riflettete, quale sarebbe la conseguenza filosofica del non conoscere quale Dio ha creato la vita su Marte.
Una umanità tremante e sgomenta alzerebbe gli occhi al Cielo domandandosi: Il mio Dio o il tuo Dio?
Quale Entità più equanime, più salvifica, più misericordiosa ha piantato alberi sul suolo di un altro pianeta?
Di fronte al dilemma angosciante le guerre si fermerebbero, così il commercio di armi, i consumi si arresterebbero, con la produzione industriale che collasserebbe.
Tutti i giorni vengono commessi crimini efferati in nome di un Dio trascendente o soggettivo che è causa di orrore anziché pace

Ai leader religiosi sfuggirebbe il controllo delle masse alla stregua dei politici.
Si ritornerebbe al caos primordiale, ossia prima che la morale delle religioni e l’etica delle istituzioni laiche mettessero ordine tramite i loro dettami.
Per questo, nonostante la NASA abbia fornito immagini eloquentissime, di condotti artificiali, di intere foreste, di costruzioni erette per ingraziare qualche divinità su Marte, non ne sentiamo parlare.
Forse a confermare la volontà di mantenere lontano dalle “masse” queste argomentazioni subentra oggi anche il totale silenzio della missione “Curiosity” sull’argomento.
Come mai ci sono arrivate solo immagini provenienti da altopiani rocciosi e non si è mostrato nulla né parlato, anche come smentita, delle straordinarie foreste di Marte?
Fonte: pianetax.wordpress.com

La possibilità dell’esistenza di vita extraterrestre ha sempre affascinato l’umanità.
Per altro, tra gli scienziati si è fatta strada l’idea che se la vita esiste su Marte, questa debba essere allo stadio di batterio.
Nondimeno, ci sono delle immagini riprese dalla MOC che rimangono inesplicabili.
È il caso della foto scattata a latitudine -82.02°, longitudine 284.38° (vicino al polo Sud marziano) che ha mostrato qualcosa di incredibile ma tutt’ora trascurato: una qualche forma di vegetazione su Marte. (immagine n° M08-04688, link ufficiale: http://ida.wr.usgs.gov/html/m08046/m0804688.html)
Queste formazioni assomigliano decisamente a macchie di vegetazione terrestri, compresi i sistemi di ramificazioni, fotografate dall’alto. Ecco un lembo di suolo marziano ripreso dalla MOC che mostra alberi.
La più semplice spiegazione per tali immagini, seguendo il dettame detto del rasoio di Occam, è che si tratti di organismi vegetali di un qualche genere.
Raffrontando la scala questi “organismi” possono essere enormi, alti fino a un chilometro.

Tuttavia, ragioniamo sulle condizioni ecologiche del pianeta rosso. Ora su Marte c’è un clima rigidissimo ma anche in Siberia nella cui taiga esistono numerose specie arboree.
La condizione sine qua non per la crescita delle piante (sulla Terra), specie gimnosperme molto resistenti non sono la tenue pressione atmosferica e la minore gravità che, anzi, unite all’abbondanza di anidride carbonica gassosa, costituiscono un vantaggio per le piante, ma la presenza di acqua liquida nel suolo.
C’è acqua allo stato liquido nel sottosuolo di Marte? Le piante che vivono nel permafrost potrebbero adattarsi a Marte?
Buona domanda o no?

Gli organismi vegetali (terrestri) per vivere, crescere e riprodursi hanno fondamentalmente bisogno di tre cose: Acqua (allo stato liquido) Luce (inteso anche come un intervallo di temperatura) Nutrienti minerali e anidride carbonica (da organicare attraverso la fotosintesi clorofilliana)
Ora, su Marte la quantità di luce che arriva al suolo è simile a quella che raggiunge la superficie terrestre (la maggior distanza dal Sole è compensata da un atmosfera più rarefatta).
Data l’enorme effetto serra prodotto dalla CO2 in atmosfera anche la temperatura al suolo, specie ai tropici, non deve essere troppo bassa.
Inoltre sul pianeta rosso esiste la disgregazione meteorica eolica e termica delle rocce per cui esiste la possibilità della disseminazione tramite il vento (anemocora) e il substrato per l’attività radicale delle piante.
Le Conifere (pini, abeti, larici, sequoie) sono piante antichissime che una volta dominavano le terre emerse in particolare durante il periodo Carbonifero (350-300 milioni di anni orsono), così chiamato perché i tronchi di questi esseri vegetali con il tempo fossilizzarono diventando l’attuale carbone fossile.
Se ben guardiamo, non ci sono controindicazioni biologiche alla crescita regolare di alcune specie di piante arboree simili alle conifere terrestri su Marte.
Atmosfera più rarefatta che sulla Terra quindi maggior necessità di superfici per l’interscambio gassoso compensata dalla maggiore quantità di anidride carbonica
Gravità un terzo di quella terrestre che favorisce la crescita geotropica
Probabile mancanza di parassiti e infestanti specifici
Durata del giorno (ritmo circadiano) simile alla Terra e alternanza delle stagioni sebbene di durata doppia
Sotto tali condizioni l’ipotesi dell’esistenza di esseri vegetali giganteschi diventa più accettabile.
Sovente questi “boschetti” si allargano attorno ad apparenti bacini contenenti del liquido, presumibilmente acqua.
Del resto perché non ci dovrebbe essere?
L’ossigeno è abbondantissimo su Marte sia nelle rocce perlopiù ossidi (composti dell’ossigeno) sia nell’aria ricchissima di anidride carbonica.
L’idrogeno che serve per formare l’H2O è l’elemento più comune nell’universo. La necessità di celare l’esistenza di esseri vegetali viventi su Marte giustifica anche i sospetti che il colore del cielo marziano venga alterato onde celare il colore azzurrognolo causa la presenza di ossigeno di origine biologica.

Nessuno scienziato sta attualmente studiando questa documentazione.
Perché? A quale scopo mantenere questo incommensurabile segreto?
La questione è probabilmente di ordine religioso.
Il sistema economico globale si regge grazie ai conflitti di religione. Religione in senso metafisico e metaforico di superiorità di un sistema economico sull’altro, di una razza sull’altra, di un ordine sociale su di un altro, lo scontro di civiltà.
Se si scoprisse che antichissime civilizzazioni hanno costruito immense strutture su Marte, già visibili nel 1800 da Schiaparelli, il nostro mondo eretto su dogmi scolpiti nella sabbia crollerebbe.
Alla Nasa a mezza bocca ammettono di tenere nascosto tutto perché “non sappiamo gestire la verità” (“We can’t handle the truth”).
Infatti, riflettete, quale sarebbe la conseguenza filosofica del non conoscere quale Dio ha creato la vita su Marte.
Una umanità tremante e sgomenta alzerebbe gli occhi al Cielo domandandosi: Il mio Dio o il tuo Dio?
Quale Entità più equanime, più salvifica, più misericordiosa ha piantato alberi sul suolo di un altro pianeta?
Di fronte al dilemma angosciante le guerre si fermerebbero, così il commercio di armi, i consumi si arresterebbero, con la produzione industriale che collasserebbe.
Tutti i giorni vengono commessi crimini efferati in nome di un Dio trascendente o soggettivo che è causa di orrore anziché pace

Ai leader religiosi sfuggirebbe il controllo delle masse alla stregua dei politici.
Si ritornerebbe al caos primordiale, ossia prima che la morale delle religioni e l’etica delle istituzioni laiche mettessero ordine tramite i loro dettami.
Per questo, nonostante la NASA abbia fornito immagini eloquentissime, di condotti artificiali, di intere foreste, di costruzioni erette per ingraziare qualche divinità su Marte, non ne sentiamo parlare.
Forse a confermare la volontà di mantenere lontano dalle “masse” queste argomentazioni subentra oggi anche il totale silenzio della missione “Curiosity” sull’argomento.
Come mai ci sono arrivate solo immagini provenienti da altopiani rocciosi e non si è mostrato nulla né parlato, anche come smentita, delle straordinarie foreste di Marte?
Fonte: pianetax.wordpress.com
martedì 11 febbraio 2014
Gli influssi del sole sulla nostra terra
Esplosioni massicce di energia e campi magnetici del sole giocano un ruolo fondamentale nel plasmare il clima qui sulla Terra.
Lo scudo magnetico Earth Watch proteggere il pianeta da una scrosciante dal vento solare . Vedere come l'energia solare aziona un motore planetario straordinario , il clima
Il video animato mostra potente energia magnetica del nostro sole e forti campi magnetici della Terra che guidano i venti e le correnti oceaniche che formano il clima del nostro pianeta.
Il film narrato, "Dynamic Earth," ha preso complessi modelli computazionali state-of-the-art da istituti di ricerca attraverso gli Stati Uniti per creare una visualizzazione ad alta risoluzione del nostro universo per il grande schermo.
Il video è stato un vincitore del primo posto nella annuale internazionale Science and Engineering
Visualization Challenge sponsorizzato dalla rivista Science e la US National Science Foundation ,originariamente creato da Scientific Visualization Studio della NASA come parte di un film planetario full-length intitolato " Dynamic Earth , " Mentre il film completo mette in luce molti aspetti della complessità della Terra , il contributo del SVS raffigura la vasta scala di influenza del sole sulla Terra , dalle particelle fluide del vento solare e la furia di espulsioni di massa coronale ai venti e le correnti guidate dal riscaldamento solare dell'atmosfera e dell'oceano.
per mostrare "flussi " - correnti oceaniche, i venti , il movimento dei ghiacciai . Utilizzando i dati provenienti da modelli sofisticati NASA , visualizzatori dello studio hanno capito come per illustrare le velocità di questi fenomeni naturali . Narrato da Liam Neeson , Dynamic Earth , prodotto e scritto da Thomas Lucas , è stato mostrato in tutto il mondo per un audience stimata di 500.000
mercoledì 15 gennaio 2014
Alber Einstein aveva ragione

Dalla NASA arriva la conferma che il vortice spazio-temporale esiste a conferma di quanto affermato da Alber Einstein nella teoria della relatività.
L'annuncio è stato dato durante una conferenza stampa convocata al quartiere generale NASA dal Dott. Francis Everitt della Stanford University, principale ricercatore della missione satellitare “Gravity Probe B”. Ricordiamo a tal proposito che agli inizi del'900 Einstein cercò di unificare tutte le leggi della fisica, le quali si rifacevano a meccanica ed elettromagnetismo, e intuì che occorreva adeguare le leggi della meccanica a quelle dell'elettromagnetismo e non viceversa.
Nasceva così il concetto di spazio e di tempo relativi.
Ora, dopo oltre un secolo, la scoperta del "cronotopo", ossia del sistema quadrimensionale che unisce quello a tre dimensioni con il tempo.
In sostanza qualsiasi oggetto dell'universo è in grado di modificare questo sistema in virtù della sua massa.
Maggiore è la massa, e quindi la gravità dell'oggetto (che può essere ad esempio anche un pianeta), e maggiore sarà la deformazione del sistema.
Il concetto può essere compreso meglio se immaginiamo di posare una palla da biliardo sopra un telo: il suo peso creerà sul telo un avvallamento (la modifica o deformazione delle tre dimensioni a seconda della sua massa), mentre l'inclinazione del telo corrisponderà al tempo con proporzionale dilatazione e allungamento.
La scoperta conferma dunque la teoria di Einstein sull'effetto geodetico, ossia la deformazione dello spazio-tempo intorno a un corpo e il relativo effetto di trascinamento.
Insomma, l'Uomo può davvero viaggiare nel tempo secondo le più classiche fantasie fantascientifiche?
Per ora ci limitiamo a prendere atto di questa scoperta: il vortice spazio-temporale non solo è presente attorno alla Terra ma anche a qualsiasi altro corpo celeste e rappresenterebbe in definitiva l'anello di congiunzione tra l'orologio terrestre e l'Universo senza tempo.

Per chi ignora i concetti della relatività, la precessione geodetica è la quantità di oscillazioni generate dalla massa statica della terra (la “fossetta” nello spazio-tempo) mentre l’effetto di trascinamento è la quantità di oscillazioni causate dalla rotazione della terra (la torsione nello spazio-tempo).
Ha evidenziato Everitt.
sabato 11 gennaio 2014
Nasa “La mano di Dio” Una fantastica nebulosa a 17mila anni luce.

Suggestiva scoperta del telescopio NuStar, lanciato in orbita attorno alla Terra con l’obiettivo di raccogliere preziose informazioni sui buchi neri delle galassie.
Il telescopio ha catturato con una foto incredibile una stella morta la cui forma ricorda quella di una mano aperta.
Si tratta di una nebulosa che dista dalla Terra 17000 anni luce ed è vecchia circa 1700 anni.
Gli esperti della NASA l’hanno chiamata ” la Mano di Dio” per la sua forma.
E'una pulsar, stella di neutroni che scarica la sua energia nell’universo, girando su se stessa.
domenica 8 dicembre 2013
La tempesta esagonale (e psichedelica) al polo nord di Saturno

La sonda Cassini ha realizzato un'animazione in falsi colori e ad alta risoluzione della corrente a getto a forma di poligono,
nota come esagono di Saturno.

Il 2013 sarà ricordato come un anno denso di immagini spettacolari del pianeta degli anelli.
Dopo la foto che ritrae Saturno insieme alla Terra, visibile come un puntino di appena un pixel, la sonda Cassini ha catturato un'incredibile animazione ad alta risoluzione della corrente a getto nota come esagono di Saturno, un complesso schema nuvoloso collocato al polo nord del pianeta.
Una gigantesca tavolozza
La colossale tempesta - solo l'occhio della quale misura 2 mila chilometri, metà della lunghezza dell'Australia - fu osservata per la prima volta dalla missione Voyager, ed è stata oggetto di attente analisi da parte della sonda Cassini. Da tempo gli scienziati provano a capire a cosa debba la sua forma a poligono: forse - ma è solo un'ipotesi - al modo in cui le correnti interagiscono con l'atmosfera di Saturno.
Che indica le differenti particelle di gas all'interno della formazione nuvolosa

di: Elisabetta Intini - Focus. it
domenica 24 novembre 2013
Ipazia, un frammento di cometa che diventa gioiello
Un'approfondita analisi chimico-fisica suggerisce che un frammento roccioso ritrovato nel deserto libico-nubiano, nella parte più orientale del deserto del Sahara, provenga dal nucleo di una cometa che, cadendo verso la Terra 28,5 milioni di anni fa, è esplosa al contatto con l'atmosfera, dando probabilmente origine a un particolare tipo di vetro usato dagli antichi egizi in gioielleria.
Lo dimostra l'insolito contenuto di carbonio del campione, che porta a escludere che si tratti del frammento di un meteorite
A prima vista sembra un sassolino scuro di forma appuntita, pesante appena 30 grammi. Ma secondo una serie di analisi chimico-fisiche, condotte da Jan Kramers, dell' Università di Johannesburg, in Sudafrica, e colleghi, sarebbe il frammento del nucleo di cometa.
Come si legge su “Earth and Planetary Science Letters”, il campione, che i ricercatori hanno battezzato Ipazia in onore della matematica Ipazia di Alessandria, è ciò che resta di una cometa entrata nell'atmosfera terrestre 28,5 milioni di fa ed esplosa in migliaia di frammenti che sono poi ricaduti nel deserto libico-nubiano, il lembo più orientale del deserto del Sahara.
L'impatto con il terreno ha generato temperature fino a 2000 gradi centigradi, fondendo la sabbia e dando origine a un vetro di silice tipico di questo deserto, noto fin dall'antichità, e detto appunto "vetro del deserto libico".
Un esemplare di questo vetro, sapientemente lavorato a forma di scarabeo, è incastonato in un pendente ritrovato nella tomba del faraone egizio Tutankamon.
Un aspetto peculiare del sassolino è che al suo interno sono stati trovati microscopici diamanti.
Il diamante ha origine da una particolare struttura cristallina degli atomi di carbonio solo in particolari condizioni di pressione, come quelle degli strati geologici più profondi della Terra. Ma si può formare anche per effetto di intense onde di pressione, come l'onda d'urto prodotta da un impatto.
Grazie a una serie di analisi, tra cui la diffrazione a raggi X e la microscopia elettronica a scansione e a trasmissione, gli autori hanno stabilito che Ipazia non può essere un meteorite perché ha un contenuto di carbonio insolitamente alto, maggiore di quello tipico delle condriti carbonacee, cioè delle meteoriti che contengono materiale organico.
La concentrazione è tale da escludere anche l'ipotesi che il carbonio provenga da materiali terrestri presenti nel terreno. Le concentrazioni di carbonio trovate sono invece compatibili con quelle delle particelle di polvere interplanetaria e anche delle polveri della cometa 81P/Wild2 raccolte nel 2004 dalla missione Stardust della NASA. L'ipotesi degli autori è che si tratti di un campione di un nucleo cometario, cioè della parte solida centrale di una cometa, che secondo gli attuali modelli sarebbe costituito di roccia polveri e gas congelati.
Fonte : http://www.lescienze.it
giovedì 24 ottobre 2013
Ecco come è nata la Luna: mega impatto tra la Terra e un pianeta grande quanto Marte
Nuove analisi e simulazioni al computer confermano l'ipotesi secondo la quale il nostro satellite sarebbe stato generato dall'impatto della Terra con un corpo planetario grande quanto Marte (e noto come Theia), avvenuto circa 4,5 miliardi di anni fa. Nato in questo modo, il nostro satellite dovrebbe aver ereditato i caratteri di entrambi i corpi celesti.
E invece no, somiglierebbe del tutto alla Terra, per quel che riguarda la composizione isotopica di alcuni elementi, come ossigeno e titanio. Un bel problema per la teoria dell'impatto, che ora però due studi pubblicati su Nature e Science cercano di risollevare, chiamando in causa nuove variabili con analisi delle rocce lunari e simulazioni al calcolatore.
Negli ultimi anni, la teoria secondo cui la Luna avrebbe avuto origine da un impatto della Terra con un altro corpo celeste è stata più volte messa in dubbio, tanto da richiedere, se non il suo abbandono, una profonda revisione. Ora tre nuovi studi, due pubblicati su “Science” e uno su "Nature", indicano che il modello dell’impatto gigante non richiede veri stravolgimenti, ed è in grado di superare le difficoltà.
Secondo la teoria dell'impatto gigante, proposta nella sua forma moderna a metà degli anni settanta, la Luna si sarebbe creata in uno scontro apocalittico tra un corpo planetario delle dimensioni approssimative di Marte, chiamato Theia (nella mitologia greca era la madre di Selene, la luna), e la Terra primordiale. L’enorme quantità di energia rilasciata nell’urto avrebbe fuso e vaporizzato Theia e parte del mantello della protoTerra. La Luna si sarebbe poi ricondensata a partire da questa nube di frammenti e vapori di roccia, di cui solo una piccola parte sarebbe rimasta sul nostro pianeta.
Questa idea guadagnò credito grazie al fatto che simulazioni al computer avevano mostrato che una collisione gigante avrebbe effettivamente potuto creare un sistema Terra-Luna con le giuste dinamiche orbitali e avrebbe spiegato alcune caratteristiche fondamentali delle rocce lunari.
Tuttavia, le successive analisi geochimiche delle rocce lunari evidenziarono dei problemi: la Terra e la Luna hanno la stessa composizione, mentre i modelli di impatto indicavano che avrebbero dovuto differire in modo sostanziale, poiché la Luna avrebbe dovuto essere composta prevalentemente da materiale originario di Theia.
Uno dei punti principali riguarda le osservazioni su campioni rocciosi raccolti nelle missioni Apollo, su campioni terrestri e meteoriti marziani. Le analisi effettuate da James Day della Scripps Institution of Oceanography, insieme a Randal Paniello eFrédéric Moynier della Washington University di St. Louis, pubblicate su Nature, mostrano bassissimi livelli di zinco, sostanza volatile (ovvero che evapora facilmente), nelle rocce lunari, arricchite però da isotopi pesanti dello stesso elemento.
I due nuovi studi su "Science" dimostrano invece che cambiando alcuni parametri nel modello di base l'incongruenza si supera. In un primo articolo, Matija Cuk e Sarah T. Stewart, del Dipartimento di scienze planetarie della Harvard University, hanno infatti mostrato che, partendo da una Terra dotata di una moto di rotazione più rapido di quello supposto nei precedenti scenari, un impatto gigante dotato di caratteristiche tali da erodere parte del mantello terrestre, avrebbe influito sulla formazione del pianeta e sui processi di convezione nel mantello, generando una nube di condensazione della Luna ben più “miscelata” e in grado di dar conto della somiglianza geochimica, mentre le interazioni gravitazionali fra il Sole, la Terra e la nuova Luna avrebbero portato, per la cosiddetta risonanza di evezione, a una riduzione del momento angolare del sistema Terra-Luna.
A un risultato analogo è arrivato anche Robin M. Canup del Southwest Research Institute a Boulder, in Colorado, mostrando con una simulazione che un impatto con un pianeta di dimensioni superiori a quelle finora considerate, paragonabili a quelle della stessa Terra, avrebbe dato origine a un disco protolunare e a un pianeta sostanzialmente con la stessa composizione. Un impatto di questo genere avrebbe anche prodotto un sistema dotato di un eccesso di momento angolare, ossia con una rotazione da 2 a 2,5 volte più rapida di quella attuale della Terra, che però potrebbe essere stato eliminato proprio attraverso i meccanismi individuati dalla ricerca di Cuk e Stewart
http://il navigatorecurioso.myblog.itE invece no, somiglierebbe del tutto alla Terra, per quel che riguarda la composizione isotopica di alcuni elementi, come ossigeno e titanio. Un bel problema per la teoria dell'impatto, che ora però due studi pubblicati su Nature e Science cercano di risollevare, chiamando in causa nuove variabili con analisi delle rocce lunari e simulazioni al calcolatore.
Negli ultimi anni, la teoria secondo cui la Luna avrebbe avuto origine da un impatto della Terra con un altro corpo celeste è stata più volte messa in dubbio, tanto da richiedere, se non il suo abbandono, una profonda revisione. Ora tre nuovi studi, due pubblicati su “Science” e uno su "Nature", indicano che il modello dell’impatto gigante non richiede veri stravolgimenti, ed è in grado di superare le difficoltà.
Secondo la teoria dell'impatto gigante, proposta nella sua forma moderna a metà degli anni settanta, la Luna si sarebbe creata in uno scontro apocalittico tra un corpo planetario delle dimensioni approssimative di Marte, chiamato Theia (nella mitologia greca era la madre di Selene, la luna), e la Terra primordiale. L’enorme quantità di energia rilasciata nell’urto avrebbe fuso e vaporizzato Theia e parte del mantello della protoTerra. La Luna si sarebbe poi ricondensata a partire da questa nube di frammenti e vapori di roccia, di cui solo una piccola parte sarebbe rimasta sul nostro pianeta.
Questa idea guadagnò credito grazie al fatto che simulazioni al computer avevano mostrato che una collisione gigante avrebbe effettivamente potuto creare un sistema Terra-Luna con le giuste dinamiche orbitali e avrebbe spiegato alcune caratteristiche fondamentali delle rocce lunari.Tuttavia, le successive analisi geochimiche delle rocce lunari evidenziarono dei problemi: la Terra e la Luna hanno la stessa composizione, mentre i modelli di impatto indicavano che avrebbero dovuto differire in modo sostanziale, poiché la Luna avrebbe dovuto essere composta prevalentemente da materiale originario di Theia.
Uno dei punti principali riguarda le osservazioni su campioni rocciosi raccolti nelle missioni Apollo, su campioni terrestri e meteoriti marziani. Le analisi effettuate da James Day della Scripps Institution of Oceanography, insieme a Randal Paniello eFrédéric Moynier della Washington University di St. Louis, pubblicate su Nature, mostrano bassissimi livelli di zinco, sostanza volatile (ovvero che evapora facilmente), nelle rocce lunari, arricchite però da isotopi pesanti dello stesso elemento.
I due nuovi studi su "Science" dimostrano invece che cambiando alcuni parametri nel modello di base l'incongruenza si supera. In un primo articolo, Matija Cuk e Sarah T. Stewart, del Dipartimento di scienze planetarie della Harvard University, hanno infatti mostrato che, partendo da una Terra dotata di una moto di rotazione più rapido di quello supposto nei precedenti scenari, un impatto gigante dotato di caratteristiche tali da erodere parte del mantello terrestre, avrebbe influito sulla formazione del pianeta e sui processi di convezione nel mantello, generando una nube di condensazione della Luna ben più “miscelata” e in grado di dar conto della somiglianza geochimica, mentre le interazioni gravitazionali fra il Sole, la Terra e la nuova Luna avrebbero portato, per la cosiddetta risonanza di evezione, a una riduzione del momento angolare del sistema Terra-Luna.
A un risultato analogo è arrivato anche Robin M. Canup del Southwest Research Institute a Boulder, in Colorado, mostrando con una simulazione che un impatto con un pianeta di dimensioni superiori a quelle finora considerate, paragonabili a quelle della stessa Terra, avrebbe dato origine a un disco protolunare e a un pianeta sostanzialmente con la stessa composizione. Un impatto di questo genere avrebbe anche prodotto un sistema dotato di un eccesso di momento angolare, ossia con una rotazione da 2 a 2,5 volte più rapida di quella attuale della Terra, che però potrebbe essere stato eliminato proprio attraverso i meccanismi individuati dalla ricerca di Cuk e Stewart
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venerdì 18 ottobre 2013
L'aumento del battito del nostro pianeta
Apocalisse o un'evoluzione dimensionale positiva?
La profezia dei Maya, attraverso calcoli complessissimi legati al loro calendario, vaticinava la fine del mondo attuale, e la nascita di uno nuovo, il 21 dicembre 2012.
A scoprire questa data fu uno studioso, Maurice Cotterell, impegnato nell'analisi dei dati solari che infatti prevedono proprio per quel periodo del 2012 un'inversione del campo magnetico solare.
La Terra intera sta subendo un cambiamento notevole.
Non è soltanto il cambiamento climatico dovuto all'inquinamento: le notizie di surriscaldamento di molti pianeti, incluso il lontanissimo Plutone, ci porta a ritenere che sia proprio il Sole a scaldare di più.
E in risposta a questa maggiore esposizione ai raggi solari, non sempre benefici, il nostro pianeta non reagisce come invece ci si aspetterebbe.
E c'è anche una prova indiretta di quello che forse accadrà di qui a cinque anni: pare che i poli magnetici della Terra si stiano spostando di migliaia di km, ad esempio attualmente il polo sud magnetico si trova al largo del Sudafrica e non nella consueta posizione vicina al Polo Sud. Ci dobbiamo forse aspettare un'inversione della polarità anche del Pianeta Azzurro? ...
Tutto pare connesso alla cosiddetta Frequenza Schumann, detta in codice FdS e chiamata a volte anche Frequenza di Cavità o Frequenza di Risonanza. In verità non si tratta di una singola frequenza, bensì dalla media aritmetica del valore di un insieme di onde elettromagnetiche che si trovano delimitate in una stretta fascia dell'atmosfera terrestre, un'area compresa tra la crosta, la troposfera e il limite interno della ionosfera.
Le onde nascono all'attività elettrica dell'atmosfera e hanno luogo a diverse frequenze comprese tra i 6 e i 50 cicli al secondo; in particolare 7,8, 14, 20, 26, 33, 39 e 45 Hertz, con una variazione giornaliera di circa mezzo Hertz.
Il primo scienziato a studiarla approfonditamente fu il tedesco Schumann negli anni '50, ma già nel XIX Secolo si percepì la presenza di queste onde generate dal pianeta, quasi fossero il battito cardiaco di Gaia. Il problema è che la FdS è rimasta sempre intorno un valore medio di 7,8 hertz o 7 cicli al secondo: appunto trattandosi di una specie di respiro del pianeta, sincronizzato sulle correnti magnetiche sotterranee, veniva considerata dagli scienziati come una costante.
Ma se il campo magnetico terrestre fin dal XVII Secolo si sta attenuando e negli ultimi anni si sta pure invertendo, anche la FdS sta subendo delle modifiche. Sta infatti subendo un preoccupante innalzamento fin dagli anni 1986-87 e nel 1996 aveva già raggiunto gli 8,6 hertz. Attualmente (2008), secondo recenti misurazioni, il valore avrebbe già superato i 10 hertz.
Qualche scienziato eterodosso afferma che è questa la vera causa del surriscaldamento globale, ma si pensa anche che sia il Sole a scaldare di più, il problema grave è che anche gli esseri umani e gli animali hanno un campo magnetico generato dal cervello e le stesse onde celebrali funzionano a una data frequenza.
Il valore intorno agli 7-8 hertz è sia quello normale della FdS che anche delle onde mentali umane in fase di riposo.
Durante gli stati di veglia il cervello invece opera a una frequenza di 10-12 hertz.
Durante il sonno quindi il cervello si aggancia al pianeta operando sulle stesse vibrazioni: è chiaro che un aumento della Frequenza di Schumann porta a un mancato riposo e ad effetti di follia, stress, malattie mentali che possono sfociare anche in episodi aggressivi. In pratica, poiché il pianeta è "sovraeccitato", lo diviene anche l'essere umano e gli animali, al punto che ci sono negli ultimi casi numerosissimi casi di comportamenti anomali da parte di elefanti, delfini, orsi, perfino mucche.
Una prova indiretta di ciò è la velocizzazione del tempo, un fenomeno assai strano ma che fa dire alle persone che il tempo appaia scorrere più in fretta di qualche anno fa.
E anche questo porta conseguenze assai drammatiche a livello di stress, depressioni ecc ecc.
Ora, è vero tutto questo? Vi sentite anche voi più stanchi di una volta, riposate meno bene, vi sembra che il tempo scorra più in fretta? Molti poi sono gli scienziati che dati alla mano affermano che la frequenza schumaniana è lì inchiodata da 7 cicli al secondo, basta andare a leggere le misurazioni effettuate dalle università di Stanford e dell'Iowa e disponibili su internet.
Ma non vuol dire nulla: i dati potrebbero essere falsati, il nostro caro Potere occulta da decenni i segreti sugli Ufo e altri misteri
La cosa comunque non ci deve troppo "preoccupare": per qualche divulgatore particolarmente invidioso, tutto questo nasce dalla mente diabolica di un uomo che fa della New Age la sua professione, Gregg Braden. Sarebbe questo geologo americano, già collaboratore della Nasa e ora scienziato dissidente, a propagandare queste tesi sulla fine del mondo. Le notizie sullo spostamento dei poli e dell'aumento della FdS sarebbero tutte provenienti da Braden, in quale con queste teorie sarebbe divenuto miliardario vendendo in tutto il mondo milioni di libri.
In realtà Braden non dice nulla del genere nei suoi scritti. Anzi sostiene che il pianeta Terra, noi tutti, siamo immersi in un'energia totalizzante che esiste in ogni angolo dell'universo.
Il vuoto, secondo Braden, e non solo non esiste: noi pensiamo che lo spazio interstellare sia vuoto, ma in realtà è permeato di un'energia che gli scienziati hanno teorizzato ampiamente e che solo oggi, forse, con gli strumenti più avanzati, siamo in grado di vedere: la c.d. Energia Oscura.
Un concetto affascinante che nasce molti decenni fa, quando dai calcoli di fisica quantistica emergevano delle "mancanze" energetiche che potevano essere spiegate solo attraverso la presenza di una immensa quantità di energia, definita appunto Oscura perchè invisibile.
Il problema sta nel fatto che questa immensa quantità è davvero incommensurabile: pensiamo solo al fatto che tutte le stelle della Via Lattea, la nostra galassia, sono oltre cento miliardi e che nell'universo esistono milioni di miliardi di galassie.
Ora, se pensiamo appunto a tutta la materia visibile costituita da stelle, pianeti, asteroidi e polveri, essa rappresenta soltanto una minima parte di tutta la materia dell'universo! Il restante è costituito da Materia Oscura, che dovrebbe essere una forma decaduta dell'Energia Oscura teorizzata da Braden e dai più grandi fisici. Ma se pensiamo che questa energia è utilizzata da quattromila anni almeno dai monaci del Tibet e che oggi viene conosciuta con il nome giapponese di Reiki, vediamo che molte di queste "bizzarre teorie New Age" poi tanto bizzarre non sono.Il mondo in cui viviamo, il Sole, il Sistema Solare, la Galassia, l'universo intero sono tutti collegati da questa energia vitale che costituisce il corpo stesso della realtà in cui viviamo. Braden ha avuto il merito, come altri, di divulgare queste scoperte: riassumendole, possiamo dire che è in atto un cambiamento dimensionale di tutta quell'energia universale, che per dirla in termini scientifici sta facendo un "salto quantico". Il pianeta Terra starebbe aumentando la sua Frequenza di Cavità per adeguarsi a un cambiamento solare: il Sole muta il suo campo magnetico e tutto il nostro sistema planetario, che appunto è un insieme vivo e legato dall'Energia Oscura, si adegua al mutamento. Il Sole cambierà la sua frequenza aumentandola e anche la Terra, dunque, si allineerà a questo nuovo valore, trascinata dall'Energia Oscura.Detto così, è inevitabile che vi saranno delle conseguenze nella nostra vita umana e banale: cambiamenti mentali, forse si apriranno nuove dimensioni, nuove entità si renderanno visibili. Tutto appare collegato alla Teoria delle Stringhe, secondo cui il mondo visibile è quello tridimensionale classico a cui va aggiunto lo scorrere del tempo, mentre in realtà vi sarebbero altre 7 dimensioni che noi non percepiamo e che potrebbero essere popolate da entità intelligenti ma non tangibili attraverso i nostri sensi, se non da persone speciali dotate di una sensibilità fisica maggiore.
Ecco dunque spiegati i medium, i fantasmi, la telepatia, gli alieni e i loro dischi volanti che non tutti riescono a vedere... E ancora i folletti, i demoni, gli spiriti alti e quelli bassi, gli angeli...
Tutto il nostro soprannaturale, in base alla Teoria delle Stringhe e all'Energia Oscura, troverebbe spiegazione.
Di qui una prospettiva eccitante si spalanca: cosa ci sarà al di là della soglia?
Potremo entrare in queste dimensioni? L'essere umano per sua natura è prudente ma anche curioso, esploratore.
Forse quindi il cambiamento dimensionale del 2012, come prevedono i Maya e tante altre profezie, non è che l'inizio della più eccitante avventura umana.
www.satorws.com
A scoprire questa data fu uno studioso, Maurice Cotterell, impegnato nell'analisi dei dati solari che infatti prevedono proprio per quel periodo del 2012 un'inversione del campo magnetico solare.
La Terra intera sta subendo un cambiamento notevole.
Non è soltanto il cambiamento climatico dovuto all'inquinamento: le notizie di surriscaldamento di molti pianeti, incluso il lontanissimo Plutone, ci porta a ritenere che sia proprio il Sole a scaldare di più.
E in risposta a questa maggiore esposizione ai raggi solari, non sempre benefici, il nostro pianeta non reagisce come invece ci si aspetterebbe.
E c'è anche una prova indiretta di quello che forse accadrà di qui a cinque anni: pare che i poli magnetici della Terra si stiano spostando di migliaia di km, ad esempio attualmente il polo sud magnetico si trova al largo del Sudafrica e non nella consueta posizione vicina al Polo Sud. Ci dobbiamo forse aspettare un'inversione della polarità anche del Pianeta Azzurro? ...

Tutto pare connesso alla cosiddetta Frequenza Schumann, detta in codice FdS e chiamata a volte anche Frequenza di Cavità o Frequenza di Risonanza. In verità non si tratta di una singola frequenza, bensì dalla media aritmetica del valore di un insieme di onde elettromagnetiche che si trovano delimitate in una stretta fascia dell'atmosfera terrestre, un'area compresa tra la crosta, la troposfera e il limite interno della ionosfera.

Le onde nascono all'attività elettrica dell'atmosfera e hanno luogo a diverse frequenze comprese tra i 6 e i 50 cicli al secondo; in particolare 7,8, 14, 20, 26, 33, 39 e 45 Hertz, con una variazione giornaliera di circa mezzo Hertz.
Il primo scienziato a studiarla approfonditamente fu il tedesco Schumann negli anni '50, ma già nel XIX Secolo si percepì la presenza di queste onde generate dal pianeta, quasi fossero il battito cardiaco di Gaia. Il problema è che la FdS è rimasta sempre intorno un valore medio di 7,8 hertz o 7 cicli al secondo: appunto trattandosi di una specie di respiro del pianeta, sincronizzato sulle correnti magnetiche sotterranee, veniva considerata dagli scienziati come una costante.
Ma se il campo magnetico terrestre fin dal XVII Secolo si sta attenuando e negli ultimi anni si sta pure invertendo, anche la FdS sta subendo delle modifiche. Sta infatti subendo un preoccupante innalzamento fin dagli anni 1986-87 e nel 1996 aveva già raggiunto gli 8,6 hertz. Attualmente (2008), secondo recenti misurazioni, il valore avrebbe già superato i 10 hertz.
Qualche scienziato eterodosso afferma che è questa la vera causa del surriscaldamento globale, ma si pensa anche che sia il Sole a scaldare di più, il problema grave è che anche gli esseri umani e gli animali hanno un campo magnetico generato dal cervello e le stesse onde celebrali funzionano a una data frequenza.
Il valore intorno agli 7-8 hertz è sia quello normale della FdS che anche delle onde mentali umane in fase di riposo.
Durante gli stati di veglia il cervello invece opera a una frequenza di 10-12 hertz.
Durante il sonno quindi il cervello si aggancia al pianeta operando sulle stesse vibrazioni: è chiaro che un aumento della Frequenza di Schumann porta a un mancato riposo e ad effetti di follia, stress, malattie mentali che possono sfociare anche in episodi aggressivi. In pratica, poiché il pianeta è "sovraeccitato", lo diviene anche l'essere umano e gli animali, al punto che ci sono negli ultimi casi numerosissimi casi di comportamenti anomali da parte di elefanti, delfini, orsi, perfino mucche.
Una prova indiretta di ciò è la velocizzazione del tempo, un fenomeno assai strano ma che fa dire alle persone che il tempo appaia scorrere più in fretta di qualche anno fa.
E anche questo porta conseguenze assai drammatiche a livello di stress, depressioni ecc ecc.
Ora, è vero tutto questo? Vi sentite anche voi più stanchi di una volta, riposate meno bene, vi sembra che il tempo scorra più in fretta? Molti poi sono gli scienziati che dati alla mano affermano che la frequenza schumaniana è lì inchiodata da 7 cicli al secondo, basta andare a leggere le misurazioni effettuate dalle università di Stanford e dell'Iowa e disponibili su internet.
Ma non vuol dire nulla: i dati potrebbero essere falsati, il nostro caro Potere occulta da decenni i segreti sugli Ufo e altri misteri
La cosa comunque non ci deve troppo "preoccupare": per qualche divulgatore particolarmente invidioso, tutto questo nasce dalla mente diabolica di un uomo che fa della New Age la sua professione, Gregg Braden. Sarebbe questo geologo americano, già collaboratore della Nasa e ora scienziato dissidente, a propagandare queste tesi sulla fine del mondo. Le notizie sullo spostamento dei poli e dell'aumento della FdS sarebbero tutte provenienti da Braden, in quale con queste teorie sarebbe divenuto miliardario vendendo in tutto il mondo milioni di libri.
In realtà Braden non dice nulla del genere nei suoi scritti. Anzi sostiene che il pianeta Terra, noi tutti, siamo immersi in un'energia totalizzante che esiste in ogni angolo dell'universo.
Il vuoto, secondo Braden, e non solo non esiste: noi pensiamo che lo spazio interstellare sia vuoto, ma in realtà è permeato di un'energia che gli scienziati hanno teorizzato ampiamente e che solo oggi, forse, con gli strumenti più avanzati, siamo in grado di vedere: la c.d. Energia Oscura.
Un concetto affascinante che nasce molti decenni fa, quando dai calcoli di fisica quantistica emergevano delle "mancanze" energetiche che potevano essere spiegate solo attraverso la presenza di una immensa quantità di energia, definita appunto Oscura perchè invisibile.
Il problema sta nel fatto che questa immensa quantità è davvero incommensurabile: pensiamo solo al fatto che tutte le stelle della Via Lattea, la nostra galassia, sono oltre cento miliardi e che nell'universo esistono milioni di miliardi di galassie.

Ora, se pensiamo appunto a tutta la materia visibile costituita da stelle, pianeti, asteroidi e polveri, essa rappresenta soltanto una minima parte di tutta la materia dell'universo! Il restante è costituito da Materia Oscura, che dovrebbe essere una forma decaduta dell'Energia Oscura teorizzata da Braden e dai più grandi fisici. Ma se pensiamo che questa energia è utilizzata da quattromila anni almeno dai monaci del Tibet e che oggi viene conosciuta con il nome giapponese di Reiki, vediamo che molte di queste "bizzarre teorie New Age" poi tanto bizzarre non sono.Il mondo in cui viviamo, il Sole, il Sistema Solare, la Galassia, l'universo intero sono tutti collegati da questa energia vitale che costituisce il corpo stesso della realtà in cui viviamo. Braden ha avuto il merito, come altri, di divulgare queste scoperte: riassumendole, possiamo dire che è in atto un cambiamento dimensionale di tutta quell'energia universale, che per dirla in termini scientifici sta facendo un "salto quantico". Il pianeta Terra starebbe aumentando la sua Frequenza di Cavità per adeguarsi a un cambiamento solare: il Sole muta il suo campo magnetico e tutto il nostro sistema planetario, che appunto è un insieme vivo e legato dall'Energia Oscura, si adegua al mutamento. Il Sole cambierà la sua frequenza aumentandola e anche la Terra, dunque, si allineerà a questo nuovo valore, trascinata dall'Energia Oscura.Detto così, è inevitabile che vi saranno delle conseguenze nella nostra vita umana e banale: cambiamenti mentali, forse si apriranno nuove dimensioni, nuove entità si renderanno visibili. Tutto appare collegato alla Teoria delle Stringhe, secondo cui il mondo visibile è quello tridimensionale classico a cui va aggiunto lo scorrere del tempo, mentre in realtà vi sarebbero altre 7 dimensioni che noi non percepiamo e che potrebbero essere popolate da entità intelligenti ma non tangibili attraverso i nostri sensi, se non da persone speciali dotate di una sensibilità fisica maggiore.
Ecco dunque spiegati i medium, i fantasmi, la telepatia, gli alieni e i loro dischi volanti che non tutti riescono a vedere... E ancora i folletti, i demoni, gli spiriti alti e quelli bassi, gli angeli...
Tutto il nostro soprannaturale, in base alla Teoria delle Stringhe e all'Energia Oscura, troverebbe spiegazione.
Di qui una prospettiva eccitante si spalanca: cosa ci sarà al di là della soglia?
Potremo entrare in queste dimensioni? L'essere umano per sua natura è prudente ma anche curioso, esploratore.
Forse quindi il cambiamento dimensionale del 2012, come prevedono i Maya e tante altre profezie, non è che l'inizio della più eccitante avventura umana.
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