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lunedì 29 novembre 2021

La mussola di Dacca, l'antico tessuto che nessuno sa più come produrre


 Era così leggero da essere chiamato "aria tessuta". Così sottile e trasparente che, talvolta, le donne che lo indossavano venivano accusate di indecenza. Così difficile da produrre che il sapere necessario per produrlo è andato perso da tempo.

Circa 200 anni, tuttavia, la mussola di Dacca era il tessuto più prezioso e famoso del pianeta.

 Nell'Europa del tardo XVIII secolo, le donne delle classi sociali più elevate iniziarono ad essere accusate di andare in giro nude: la stoffa semi-trasparente era agognata da tutte ed era diventata sinonimo di prestigio.

La mussola di Dacca era importata dall'omonima città, in quello che oggi è il Bangladesh, allora conosciuto come Bengal.

 Oggi questo tipo di tessuto esiste ancora, ma non ha nulla a che fare con quello di un tempo. Due secoli fa esisteva un processo in 16 fasi, che impiegava un raro cotone raccolto sulle rive del sacro fiume Meghna. Oggi, però, il processo è dimenticato e quella rara pianta di cotone è estinta.

Si diceva che le mussole più pregiate fossero sottili e morbide quanto il vento.

 Nella lingua originale, "aria tessuta" si diceva baft-hawa. Un viaggiatore raccontava che un rotolo di 90 metri di questa stoffa poteva passare attraverso un anello.

 Tradizionalmente, essa veniva usata per fare saris e jamas, ma in Europa contribuì a cambiare il panorama della moda degli aristocratici. Tra le altre, ne erano innamorate la regina Maria Antonietta, l'imperatrice Joséphine Bonaparte e la scrittrice Jane Austen.


All'inizio del XX secolo, tuttavia, la mussola di Dacca era già scomparsa. Ne rimanevano alcuni esempi nelle collezioni private più preziose e nei musei.

 La tecnica per produrla era già dimenticata da tempo. Il cotone da cui derivava, il Gossypium arboreum var. neglecta (conosciuto anche come Phuti karpas) si era estinto all'improvviso.

Le fibre del Phuti karpas, sfilacciabili con straordinaria facilità, venivano trasformate nel prezioso tessuto in un processo composto da 16 fasi, ognuna delle quali richiedeva competenze estremamente specifiche.

 La lavorazione veniva effettuata in molti villaggi differenti nei pressi di Dacca, in quello che si potrebbe quasi definire uno sforzo comunitario.

In Occidente faticavano a credere che la mussola di Dacca potesse essere fatta da un essere umano. Alcune leggende sostenevano che venisse tessuta da sirene, fate o addirittura fantasmi. C'era chi riteneva che venisse per forza lavorata sott'acqua. 

Secondo Saiful Islam, che ha avviato un'iniziativa per far tornare in vita il tessuto, le versioni odierne della mussola ha tra i 40 e gli 80 fili per pollice quadrato di tessuto. 

La stoffa originale ne aveva tra gli 800 e i 1200.


Furono gli inglesi a distruggere la produzione e il commercio del tessuto, che veniva venduto in tutto il mondo fin dall'alba dei tempi. Gli antichi egizi, greci e romani lo conoscevano già, e la sua esistenza è ricordata da diversi autori classici, tra cui Petronio.

 Nel 1793, però, la British East India Company si era aggiudicata il controllo dell'impero dei Moghul, e nel giro di un secolo la regione obbediva a un Raj britannico.

Anche se i londinesi dell'età vittoriana erano più che mai affascinati dalla mussola di Dacca, coloro che lo producevano vennero rapidamente mandati in rovina.

 La East India Company iniziò a intromettersi nel processo di produzione della preziosa stoffa, dando la priorità assoluta ai clienti britannici e facendo pressioni sugli artigiani per produrne il più possibile.

Man mano che gli europei diventavano sempre più avidi nei confronti del materiale, iniziarono ad essere prodotte versioni più economiche.

 Non avevano nulla a che fare con l'originale, ed erano prodotte con cotone normale. Ma il repentino declino della domanda e gli anni di maltrattamenti portarono i produttori di mussola a cambiare lavoro. Passarono poche generazioni prima che la preziosa conoscenza necessaria per produrre la mussola di Dacca venisse dimenticata per sempre.

 La pianta phuti karpas cominciò a sua volta ad essere ignorata, e se ne perse ogni traccia.

Saiful Islam, però, sta compiendo ogni sforzo per ritrovare la pianta (e ha già trovato un tipo di cotone che ne è quasi sicuramente un discendente) e per ricreare le abilità perdute. 

Fonte: wonews.it

giovedì 15 aprile 2021

Giardini Ravino: il paradiso delle piante succulente di Ischia


 Cactus e piante grasse, ma anche la storia di un amore e di una grande passione. 

Ogni angolo dei circa 6mila metri quadri dei Giardini Ravino rivela una ricchezza sorprendente di specie botaniche.

 Siamo a pochi chilometri da Forio, nella parte occidentale dell’isola di Ischia, dove l’ingegno e la dedizione di un Capitano di lungo corso oggi in pensione hanno dato vita a un posto meraviglioso.

Affacciato sul mare e appoggiato su un lato del monte Epomeo, i Giardini Ravino è di fatti un Parco botanico di acclimatazione che attira visitatori da tutto il mondo per la sua collezione, unica in Europa, di succulente e di cactacee.

L’anima del giardino è il Capitano Giuseppe D’Ambra, meglio conosciuto come Peppino, un tempo imbarcato sulle navi, che ha ereditato da papà Antonio un grande amore per tutte le piante, in particolare per le piante “crassule”, che aveva l’abitudine di sistemare in alcune grandi conchiglie un tempo usate dai marinai per annunciare un pericolo in caso di scarsa visibilità.

 Quelle conchiglie erano appese sulla parete esterna della vecchia casa dei genitori e oggi, grazie a Peppino, ornano uno dei viali del giardino.


Sin da ragazzo, Peppino rimase affascinato dalla tenacia delle piante grasse di crescere così, con poca terra, poca acqua e poche cure. 

Fu allora che nacque la sua passione e pian piano un appezzamento di terra dove c’era un vitigno di proprietà della chiesa fu acquistato dalla famiglia D’Ambra, che lo trasformò per accogliere le piante di papà Antonio e, poi, la collezione di piante grasse di Peppino.



Il “Capitano,” infatti, ogni volta che tornava da un viaggio in continenti lontani portava magnifici esemplari sempre diversi alla sua sposa, realizzando il sogno botanico di tutta una famiglia. 

Ogni anno la raccolta viene arricchita di nuovi esemplari, provenienti da tutto il mondo, mentre quelli già acclimatati diventano sempre più maestosi. 

Il resto lo fanno la prossimità al mare e l’esposizione a Ovest, che permettono un’ambientazione e una crescita ideali per le piante esotiche, di cui ormai si contano oltre 400 specie.

Tra le piante succulente, si trovano Cactus di ogni forma e genere, dal Cereus colonnari all’Echinocactus globosi, ma anche altre piante succulente appartenenti alle più diverse famiglie botaniche, come il Sedum, il Sempervivum, le Calanchoe e le Agavi, le Palme o la Ciphostemma, senza considerare poi gli agrumi, i diversi esemplari di carrubi, corbezzoli, olivi e un piccolo orto biologico i cui prodotti si possono gustare sulla terrazza dei Grusoni.

Questo raro esempio di eco-sostenibilità è stata premiato dalla Commissione Turismo dell’Osservatorio Parlamentare Europeo che nel 2010 ha riconosciuto all’azienda della famiglia D’Ambra il titolo di migliore struttura turistica del Sud Italia. Dal 2013, inoltre, i Giardini Ravino fanno anche parte del APGI, l’Associazione dei Parchi e Giardini d’Italia, che opera in collaborazione con il Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo e con altre associazioni ed enti, italiani ed esteri.



giovedì 2 maggio 2019

Il misterioso bosco degli alberi contorti


C'è chi dice che siano diventati così all'improvviso, per colpa di un fulmine o di un incontro del terzo tipo.
 C'è pure chi viene colto da malessere e vertigini camminandoci vicino e chi giura che tutti gli animali selvatici ci stanno bene alla larga. 

Qualunque sia il mistero che nasconde, in Canada c'è un boschetto di pioppi molto particolare. 
Mentre tutti gli altri alberi di Hafford crescono normalmente, in un punto preciso della campagna canadese alcuni pioppi presentano degli insoliti rami contorti.
 E nessuno sa il perché.

 Siamo nel Saskatchewan e questo mistero botanico scoperto negli Anni 40 ora diventato una attrazione turistica. 
Il Crooked Bush è infatti entrato a far parte delle «54 meraviglie del Canada» e accoglie fino a cinquemila visitatori ogni giorni, tutti incuriositi dalla particolarità di questi alberi che presentano una «mutazione genetica» che li fa crescere storti.


I rami di questi pioppi atipici non crescono verso il cielo ma ad un certo punto si contorcono, dirigendosi orizzontalmente a spirale o addirittura verso terra, conferendo a questo boschetto un aspetto spettrale. 
Una caratteristica che si nota ancor di più dato che questo bosco contorno di trova concentrato fra altri normalissimi pioppi che non presentano questa mutazione.




Questa zona oggi è considerata un tesoro naturale.
 Anche se si trovano su un terreno privato si possono tranquillamente raggiungere a piedi.
 E per evitare di danneggiarli, è stato creato anche una apposita passerella in legno da cui godersi appieno lo spettacolo senza compromettere la loro unicità.



Fonte: lastampa.it

martedì 26 febbraio 2019

La leggenda del mandorlo in fiore


Il mandorlo è un albero bellissimo e dal profondo significato.
 Già a marzo si veste in festa con i suoi meravigliosi fiori, è il primo albero a fiorire e proprio per questo è simbolo di rinascita e di resurrezione. 
 Preannuncia la bella stagione che sta per arrivare e fiorisce così, come all’improvviso ad annunciare che il gelo e il buio dell’inverno è ormai al termine.
 I suoi rami sembrano innalzarsi al cielo per dare il benvenuto festosi e profumati alla primavera imminente.


Nella mitologia greca il significato del mandorlo è attribuito alla speranza e alla costanza e i suoi semi commestibili, le mandorle, sono da sempre considerati divini perchè protettori della verità (il loro guscio forte e duro custodisce il seme-verità conoscibile solo se si riesce a spaccare la scorza).


 Legata al mandorlo vi è un’antichissima leggenda, una storia d’amore mitologica: la storia di Fillide e Acamante.


Acamante, eroe greco, si trovava in viaggio verso Troia. Durante una sosta a Tracia conobbe la principessa Fillide. 
Appena i due si videro nacque un amore profondo. 
Acamante dovette però lasciare la sua amata per andare a combattere a Troia. 
Fillide lo aspettò per 10 anni ma quando venne a conoscenza della caduta di Troia e non vedendo l’innamorato tornare pensò che fosse morto e si lasciò morire di dolore. 

 La dea Atena impietosita dalla storia degli innamorati trasformò Fillide in un mandorlo e quando Acamante, in realtà ancora in vita, venne a conoscenza di questa trasformazione, si recò nel luogo dove c’era l’albero e lo abbracciò con amore e con dolore. 
Fillide sentì quell’abbraccio e fece spuntare dai rami dei piccoli fiori bianchi.

 L’abbraccio dei due innamorati si mostra ogni inizio di primavera a testimoniare l’amore eterno tra i due. 

 Fonte: eticamente.net

venerdì 21 settembre 2018

La Leucocarpa, oliva bianca per olio sacro


Verde e nera: sono questi i colori tipici delle olive, quelli che siamo abituati a vederle, ma c’è anche un varietà bianca.
 Si tratta della varietà Leucocarpa, che da verde diventa bianca, mentre le altre con il progredire della maturazione da verdi diventano nere con sfumature violacee. 

 Le drupe, il nome scientifico del frutto dell’ulivo, non riescono a effettuare la sintesi antocianina e quindi assumono un colore simile all’avorio.
 Se si unisce il fatto che possono rimanere sulla pianta più a lungo di altre varietà, fino anche a primavera, si ottiene un effetto cromatico molto particolare: il verde scuro delle foglie e il bianco delle olive.


La varietà Leucocarpa produce un olio molto chiaro, con una produttività costante. 
Non viene impiegato nella alimentazione umana, ma viene per tradizione mescolato con gli estratti di radici e balsamo per ottenete l’olio del Crisma. L’unguento usato dalla Chiesa cattolica in molte cerimonie come battesimo e cresima. 

Anche in altre Chiese di origine cristiana viene utilizzato per analoghe cerimonie sacre. 
Viene anche usato come olio combustibile in luoghi di culto perché bruciando produce poco fumo. 
 Proprio per questo suo utilizzo nell’ambito ecclesiastico viene coltivato nelle aree a tradizione bizantina in Calabria.
 Si possono trovare piante di Leucocarpa nei pressi dei monasteri basiliani. 

Anche questo è un esempio di quanto il panorama della biodiversità in Italia sia vasto, solo di olive si stimano che ci si siano più di 500 varietà. 


 Fonte: de-gustare.it

venerdì 29 settembre 2017

Colchicum autumnale, come riconoscere il falso zafferano tossico


Prima di raccogliere piante, fiori ed erbe spontanee è sempre bene essere consapevoli di quello che si sta facendo.
 A rischio c'è la propria salute! 
Sapete ad esempio che esiste una pianta molto simile allo zafferano ma altamente tossica?
 Ecco come riconoscere il falso zafferano.
 Andare in prima persona a raccogliere ingredienti naturali che poi utilizzeremo in cucina o per realizzare prodotti fitoterapici fai da te è sicuramente un’attività che dà molte soddisfazioni. 
E' fondamentale però conoscere bene quello con cui abbiamo a che fare!
 Non solo i funghi, infatti, possono essere pericolosi se non si sanno riconoscere ma anche bacche, fiori e piante tossiche che all’apparenza sono molto simili ad alcune varianti commestibili. 

L’argomento si è riacceso dopo che una coppia di coniugi in Veneto è morta per aver raccolto e consumato il colchico autunnale, ovvero il falso zafferano con il quale hanno preparato un “risotto mortale” convinti di aver usato la pianta giusta.
 Subito dopo sono stati seguiti da un’altra famiglia che è finita in ospedale in seguito allo stesso errore ovvero dopo aver inavvertitamente consumato lo “zafferano bastardo” o “arsenico vegetale”.


Il pericolo deriva dal fatto che si tratta di un pianta velenosa (contiene colchicina) che se assunta porta alla comparsa di nausea, vomito, diarrea, dolori addominali e, nei casi di intossicazione molto forte o non subito individuata, anche alla morte.

 Questa pianta, il Colchico d'autunno (Colchicum Autumnale), è effettivamente simile allo zafferano anche se da quello originario (Crocus sativus) si distingue per alcune caratteristiche che bisogna saper individuare per evitare spiacevoli e drammatici incidenti.
 Le due piante sono molto simili per il loro colore violetto e l'aspetto del fiore. 
Bisogna dunque prestare attenzione ad altre variabili che riguardano sia il luogo di raccolta e il periodo di fioritura che caratteristiche particolari della pianta.


Colchicum autumnale - falso zafferano


Crocus sativus - vero zafferano

 Lo zafferano non si trova in alta montagna, davvero molto difficile quindi raccoglierlo nel Nord Italia

 La fioritura del falso zafferano va da agosto a settembre mentre il vero zafferano fiorisce tra fine ottobre e la prima metà di novembre 

Lo zafferano è composto da 3 stami (quei filamenti che troviamo all’interno del fiore che hanno funzione di organi sessuali) mentre il colchico ne possiede 6 

Il consiglio sempre valido rimane quello di evitare di raccogliere fiori, piante, erbe spontanee o funghi se non si ha la certezza di conoscerle molto bene! 

 Francesca Biagioli

venerdì 16 giugno 2017

Pineberry, le antiche fragole bianche al sapore di ananas


Sono bianche e hanno un sapore che ricorda quello dell’ananas. Non stiamo parlando, però, di un frutto nato in laboratorio, bensì di una varietà antica – e solo recentemente riscoperta – di fragole: le pineberry. 

 Originarie del Cile, le fragole bianche sono arrivate in Europa per la prima volta durante nel XIX secolo. 
Coltivate solamente in Francia, le fragole pineberry hanno rischiato di scomparire.
 La varietà si è potuta salvare grazie all’intervento di un gruppo di coltivatori olandesi che, solo in anni recenti, ha ricominciato a coltivare l’antica varietà destinata a scomparire.
 Da allora l’ascesa delle fragole bianche è stata inarrestabile tanto che, sul web, è possibile acquistare i semi di questa antica varietà.


Perché i frutti della varietà pineberry sono bianchi?
 Per rispondere alla domanda bisogna fare un passo indietro, e capire perché le varietà tradizionali di fragola sono rosse.

 A conferire la tradizionale colorazione è la presenza della proteina Fra a1, responsabile della maturazione del frutto.
 La presenza di questa proteina fa sì che le fragole, a maturazione compiuta, presentino un colore rosso vivace.
 Semplicemente, alle fragole bianche manca questa proteina, che fa sì che i frutti cambino colore a maturazione avvenuta. 
Insomma, le pineberry maturano senza cambiare colore. 

 FONTE: RIVISTANATURA.COM

giovedì 6 aprile 2017

Il glicine: storia, leggende e linguaggio dei fiori


Il glicine, wisteria sinensis, appartiene al gruppo delle papiliode della famiglia delle fabacee, è originario delle regioni asiatiche, in particolare della Cina, ma è anche ampiamente diffuso nella costa orientale degli Stati Uniti. 
Il nome scientifico wisteria fu assegnato alla pianta in onore allo studioso statunitense Kaspar Wistar (1761 – 1818) anche se i tedeschi chiamarono la pianta blauregen che significa pioggia blu, nome che molto si avvicina a quello che il glicine ha in Cina il glicine viene, infatti, chiamato zi teng che significa vite blu. 
Il termine usato in Italia ovvero glicine deriva, invece, dalla parola greca glikis che significa dolce ed è dovuto alla dolce profumazione dei fiori. 

 E’ una tra le più belle ed apprezzate piante rampicanti del mondo, la sua altezza può raggiungere e superare i 15 m. 
Il suo fusto è molto flessibile, simile a quello della pianta di vite, per questo motivo per farla crescere in altezza ha spesso bisogno di supporti che la sostengano. 
Sia il fusto che le ramificazioni sono di colore brunastro, le foglie, di piccole dimensioni, hanno una forma ovale e sono di colore verde chiaro.
 Il suo periodo di fioritura è la primavera, più precisamente nei mesi di maggio e giugno.
 I fiori compaiono prima delle foglie, sono delicatamente e gradevolmente profumati, riuniti in grappoli di una colorazione che può variare dall’azzurro chiaro al violetto.


Il glicine fu importato in Europa, più precisamente in Inghilterra, nel 1816 da un capitano inglese, Robert Welbank, su di un carico mercantile della flotta della compagnia delle indie orientali.
 Il glicine, però, non venne immediatamente tenuto in considerazione dai botanici inglesi e si dovettero attendere un paio di anni prima che “la vite blu” importata da Cina e Giappone spopolasse tra i giardini europei. 

Dei i primi esemplari importati vive ancora oggi una pianta che è la pianta più vecchia di glicine esistente in Europa, si trova al Kew Gardens di Londra ed è anche la pianta di glicine più grande e spettacolare che esista al mondo.


Il glicine è accompagnato da molte storie, soprattutto di origine cinese e giapponese, sul suo uso simbolico.

 Si narra che gli Imperatori giapponesi, durante i loro lunghi viaggi di rappresentanza in terre straniere, portassero con sé dei piccoli bonsai di glicine, affinché giungendo alla corte di altre dinastie alcuni uomini, della scorta dell’Imperatore, potessero portare in dono i piccoli alberelli in segno di amicizia e benevolenza da parte dell’Imperatore nei confronti degli abitanti delle terre su cui erano giunti.


Una leggenda italiana ne narra l’origine, secondo la tradizione piemontese, infatti, una giovane pastorella di nome Glicine, piangeva e si disperava per via del suo aspetto, che la faceva sentire brutta ed inferiore rispetto ad altre giovani del suo paesino.
 Un giorno al massimo della sua disperazione iniziò a piangere, da sola in mezzo ad un prato, quando ad un certo punto le sue lacrime diedero vita ad una meravigliosa pianta dalla fioritura stupenda e dall’inebriante profumo, il glicine. 
Circondata da magnifico profumo la ragazza si sentì orgogliosa e fiera di se stessa, per esser riuscita a creare quella pianta meravigliosa
.

Nel linguaggio dei fiori e delle piante il glicine, in Cina ed in Giappone, simboleggia l’amicizia e la disponibilità. 
Tale significato è stato adottato anche dai paesi occidentali, nei quali regalare una pianta di glicine è simbolo di amicizia sincera e riconoscenza. 

 Fonte: ilgiardinodeltempo

giovedì 12 gennaio 2017

Lumia, l'agrume un po' cedro e un po' limone


Lumia (Citrus x lumia) è il nome di una pianta di agrumi e del frutto che produce. 
Appartiene al genere Citrus. Con il nome comune di lumia si fa riferimento sia alla pianta che al suo frutto.
 La famiglia degli agrumi è molto più ampia di quanto pensiamo. Conosciamo bene le arance, i mandarini e i limoni, ma non dimentichiamo che tra gli agrumi esistono anche il cedro, il pompelmo e il pomelo, insieme alla meno conosciuta lumia.

 La lumia è un frutto molto profumato, dalla scorza di colore giallo molto spessa.
 La parte bianca all’interno del frutto non è commestibile.
 La lumia viene coltivata soprattutto come pianta ornamentale ma esistono degli usi alimentari del frutto.
 Il frutto della lumia ricorda il limone e il cedro.

 La varietà più conosciuta di lumia è detta Citrus lumia pyriformis e la si distingue per la caratteristica forma di pera. 
Per questo motivo è nota anche con il nome di Pera del commendatore.
 In Italia la coltivazione della lumia avviene soprattutto in Sicilia. 
 Il frutto più comune del Citrus lumia è parente del cedro, del limone e del pomelo. 
Una delle estremità del frutto è più stretta dell’altra e ciò lo rende simile a una pera nella forma.
 Il colore della buccia del frutto maturo è giallo brillante e il profumo è quello tipico degli agrumi che già conosciamo. 
La buccia del frutto a volte è liscia, altre volte è ruvida. La polpa del frutto ha un sapore acidulo.

Non sempre la lumia è piriforme. 
Esistono anche lumie di forma tondeggiante, come la lumia pomo d’Adamo e la lumia Castagnetola. 
 Il gusto della polpa e del succo del frutto ricorda quello del cedro e del limone.
 La pianta ha foglie di forma lanceolata, dentate sui bordi. 
I fiori sono grandi e profumati, disposti a grappolo. 
La fioritura avviene due volte all’anno e il frutto maturo può rimanere a lungo sulla pianta. 

 Le piante del genere lumia sono conosciute fin dall’antichità e sono considerate un ibrido tra l’arancio e il limone cedrato. 
 E' difficile vedere la lumia dal vivo se si vive al di fuori della Sicilia.
 Un aiuto per riconoscerla arriva però dall'arte grazie alle tele di Bartolomeo Bimbi, pittore mediceo, che (tra la fine del '600 e l'inizio del '700) fissò per la gioia dei futuri botanici una enorme varietà di agrumi e di frutta.


La lumia sia come pianta che come frutto viene coltivata soprattutto a scopo ornamentale, per abbellire orti e giardini. Potrete infatti trovare la lumia nei vivai proprio tra le piante ornamentali.
 Le proprietà e le caratteristiche benefiche per la salute della lumia come frutto sono al momento in corso di studio. 
Sappiamo in ogni caso che questo frutto è ricco di vitamine e di sali minerali come gli altri agrumi e che in sé riassume le caratteristiche del cedro e del limone. 
 Secondo uno studio giapponese del 1996, l'albedo (lo strato interno, in genere di colore bianco, della buccia caratteristica degli agrumi) estratto dal frutto della lumia ha dimostrato di possedere la più alta attività inibitoria nei confronti della cicloossigenasi (IC50 = 24 mg / ml), tra gli altri agrumi studiati. 
 La parte bianca del frutto della lumia non andrebbe consumata perché non è considerata commestibile.
 Il suggerimento è dunque di gustare solo la polpa e eventualmente la buccia della lumia come di solito si fa con gli altri agrumi. 

 Con la polpa della lumia si possono preparare succhi e spremute. Si può anche utilizzare questo frutto in abbinamento ad altri agrumi per realizzare marmellate, confetture e conserve fatte in casa, oltre che gelatine e canditi.
 Naturalmente i frutti devono provenire da piante coltivate a scopo alimentare, dunque preferibilmente in modo biologico, per assicurarsi di poter consumare con sicurezza la lumia. 

 Marta Albè

giovedì 1 settembre 2016

“L’orologio circadiano” che il girasole segue giorno e notte!


Il girasole segue la direzione apparente del Sole durante il giorno grazie all'azione di un orologio circadiano che, in funzione della direzione della luce, fa sì che di giorno lo stelo cresca da una parte più che dall'altra e viceversa durante la notte. 
Lo ha scoperto una nuova ricerca basata su coltivazioni sperimentali all'aperto e al chiuso e sull'analisi delle riprese video dello sviluppo della pianta

 

Come fanno i girasoli a seguire il movimento del Sole? Il segreto è nel loro orologio circadiano, su cui si basa la secrezione degli ormoni che regolano la crescita dello stelo.
 Lo ha stabilito una nuova ricerca condotta da Stacey Harmer dell'Università della California a Davis e colleghi che firmano un articolo sulla rivista “Science”.

 Harmer studia da anni gli orologi circadiani delle piante, cioè l'insieme dei meccanismi che consentono ad alcuni processi fisiologici di mantenere una ciclicità di 24 ore. 
Nel caso di Arabidopsis, per esempio, uno dei modelli vegetali più studiati nei laboratori di biologia, il ricercatore ha scoperto il legame tra alcuni geni denominati “clock” e l'ormone vegetale auxina, che regola la crescita della pianta. 
 Un altro caso interessante in cui si vede all'opera un orologio circadiano vegetale è quello del girasole.
 All'alba, il fiore ha la corolla rivolta verso est, e durante la giornata la ruota verso ovest, seguendo il movimento apparente del Sole nel cielo. 
Durante la notte, la corolla ritorna nella posizione di partenza.


Questo comportamento del girasole è stato descritto scientificamente fin dal 1898, ma nessuno prima d’ora l’aveva associato ai ritmi circadiani. 
“La pianta anticipa il tempo e la direzione dell’alba: è quanto basta per ipotizzare che esista una connessione tra l’orologio e il meccanismo di crescita”, ha spiegato Harmer. 
 Il ricercatore ha condotto una serie di esperimenti su girasoli coltivati sia all’aperto sia al chiuso. 
Dai test è emerso che le piante fissate a un supporto in modo da impedirne il movimento, o che venivano girate dai ricercatori sul lato sbagliato, perdevano in breve tempo la capacità di seguire il Sole. 
 Quelle che invece venivano fatte crescere all’interno di un laboratorio in presenza di una grande lampada fissa continuavano per alcuni giorni a compiere il movimento est-ovest durate il giorno e ovest-est durante la notte, per poi smettere. 
Se però la lampada veniva mossa all’interno del laboratorio con un ciclo di 24 ore, le piante ritornavano al loro movimento originario, ma non quando il ciclo era di 30 ore. 

 Tutti questi comportamenti, secondo i ricercatori, sono la conferma dell’esistenza di un meccanismo governato da un orologio interno circadiano. 
 Ma in che modo crescono gli steli dei girasoli? Per comprenderlo, gli autori hanno iniettato alcune goccioline di inchiostro alla base degli steli stessi e ne hanno tracciato poi il movimento con una telecamera.
 Le immagini accelerate hanno mostrato che quando le piante seguono il Sole, il lato est del gambo cresce più rapidamente di quello rivolto verso ovest. 
Di notte invece a crescere più rapidamente è il lato ovest.

 A controllare questa crescita differenziata è un gruppo di geni, identificati durante lo studio, che sono espressi maggiormente nella parte della pianta esposta verso il Sole durante il giorno o sul lato opposto durante la notte.

 In definitiva, Harmer e colleghi hanno concluso che nel girasole agiscono due meccanismi di crescita. Il primo determina un tasso fisso di crescita della pianta, basato sulla disponibilità di luce. 
Il secondo, controllato dall’orologio circadiano e influenzato dalla direzione della luce, fa sì che lo stelo cresca da una parte più che dall’altra, determinando la rotazione tipica del fiore.

 Fonte: lescienze.it

mercoledì 8 giugno 2016

Il mangostano, usi e proprietà


Il mangostano è una pianta sempreverde tropicale e il suo frutto si riconosce dalla buccia viola e la polpa carnosa.
 Si tratta un frutto poco calorico: 100 grammi di mangostano contengono 63 kilocalorie, il 2% di grassi e lo 0% di colesterolo. Poche le proteine e molti i carboidrati e le fibre, utili soprattutto al tratto intestinale. 
Quanto alle vitamine, il mangostano ha un buon quantitativo di acido folico, essenziale per le donne in gravidanza.

 La maggior parte dei benefici che si traggono dai frutti del mangostano derivano dall'altissima quantità di xantoni, potenti sostanze anti-aging e efficaci inibitori dei processi infiammatori, tanto da essere considerato un super-antiossidante contro i radicali liberi 
 Viste le sue incredibili proprietà antiossidanti, l'estratto di mangostano previene la formazione delle rughe, migliora il turgore cutaneo e mantiene la pelle idratata, è un rimedio efficace contro l'acne e il rossore tipico delle pelli sensibili.


Gli stessi xantoni del mangostano fungono da inibitori naturali della COX-2, l'enzima coinvolto nei processi infiammatori e in grado di scatenare numerosi mediatori del dolore.
 In pratica, gli xantoni impediscono che l'enzima COX-2 si attivi, bloccando così il processo infiammatorio. 

 Il mangostano ha la caratteristica di contenere una serie di agenti antibatterici di cui fanno parte, manco a dirlo, anche gli xantoni. Questi agenti aiutano il corpo a combattere eventuali attacchi virali e batteri e previene la comparsa di febbre. 
 Il mangostano avrebbe anche la proprietà di fungere da anti-depressivo. 
Il frutto del mangostano, infatti, ottimizza i livelli di serotonina che, se bassi, si associano a stati di depressione e ansia e a casi di emicrania. 
E non solo! Applicate il mangostano sotto forma di unguenti, lozioni e creme e noterete subito una distensione dei muscoli contratti e a migliorare la mobilità delle zone doloranti o bloccate.


Grazie al notevole apporto di fibre naturali, vitamine e sali minerali, il mangostano è in grado di migliorare il transito intestinale, proteggere l'intestino e riequilibrare la flora batterica. Inoltre i suoi antiossidanti in esso presenti aiutano il sistema linfatico ad espellere le scorie e le tossine che si creano nei processi metabolici.
 Infine, il frutto del mangostano migliora anche la digestione perché evita la formazione di gas intestinali con il conseguente gonfiore addominale e i suoi agenti antiossidanti aumentano la capacità cellulare di assorbire i micronutrienti dei cibi, consentendo al nostro organismo di trarre maggior beneficio dall'alimentazione.


In linea di massima il mangostano non ha effetti collaterali, ma consultate comunque sempre il medico prima di assumerlo, soprattutto in casi di particolari patologie perché è pur sempre un efficacie anticoagulante  da non associare a medicinali che hanno lo stesso effetto. 

 Fonte: Germana Carillo

giovedì 5 maggio 2016

Mano di Buddha, un curioso frutto benefico e portafortuna


La maggior parte di voi probabilmente non avrà mai avuto occasione di incontrare quel curioso frutto che per via della sua forma peculiare viene comunemente chiamato "Mano di Buddha". 

Si tratta di un agrume, per le precisione di una varietà di cedro (Citrus medica var. sarcodactylus), i cui spicchi non si sviluppano nella maniera consueta, dando origine ad un frutto dalla forma tondeggiante, ma si diramano formando dei prolungamenti molto simili a delle dita. 
Per questo motivo la forma del frutto ricorda molto da vicino quella di una mano.

 Il frutto cresce su piccoli alberi e cespugli dell'Asia, con particolare riferimento a Cina, Giappone e India del Nord.
 Pare che gli occidentali in viaggio in Oriente, vedendo tale frutto disposto sulle bancarelle, da lontano lo scambino erroneamente per un casco di piccole banane, frutti con cui esso condivide solamente il colore. 
La sua buccia può essere più o meno spessa e la caratteristica che lo rende particolare e che può lasciare dubbioso chi non lo conosce sul suo utilizzo riguarda la presenza di pochissima polpa al suo interno e la frequente assenza di succo.
 A volte persino i semi sono assenti al suo interno. 

 Ciò che lo caratterizza, oltre alla forma, è un profumo delizioso che ricorda soltanto lontanamente quello degli agrumi.
 La sua fragranza è considerata così gradevole che il frutto viene utilizzato per profumare biancheria ed abiti all'interno di cassetti o di armadi. 

La sua buccia viene spesso lasciata fermentare oppure gustata dopo averla candita. 
Il frutto può essere utilizzato anche per la preparazione di bevande a base di alcol, come i liquori. 
Per ammorbidirne la buccia, essa viene sottoposta a processi di bollitura. 
 Questo singolare frutto viene anche utilizzato semplicemente per la propria scorza, che viene affettata in maniera molto sottile o tritata ed utilizzata come ingrediente aggiuntivo in numerose preparazioni sia dolci che salate. 

 L'albero che da vita ai suoi frutti cresce in condizioni di clima temperato e non ama gli eccessi. 
La sua posizione ideale è situata all'interno di vallate. 
La sua presenza, oltre che in Oriente, può essere individuata in alcune zone degli Stati Uniti.


In Cina il frutto viene considerato come un portafortuna. 
Viene semplicemente posizionato al centro della tavola e viene solitamente regalato agli ospiti in segno di buon augurio, per ottenere una vita lunga e felice. 

Il frutto, che in Cina prende il nome do "fo-shou", viene utilizzato in cucina o per profumare gli ambienti domestici, ma viene spesso prescritto anche come tonico e stimolante per l'organismo. 
Esso è considerato anche un simbolo capace di portare prosperità, fertilità e longevità. 

 Allo stesso modo, in Giappone, dove il frutto viene chiamato "bushukan", esso è considerato portatore di fortuna per coloro che abitano la casa in cui esso si trova. 
E' uno dei regali tipici che i giapponesi si scambiano il giorno di Capodanno. 
Viene utilizzato nelle case come elemento decorativo al posto dei fiori, anche nell'apparecchiare la tavola, o viene accostato a simboli e statuette di natura religiosa.
 In Giappone la sua pianta viene coltivata anche sotto forma di bonsai. 

 Come lo stesso nome attribuito al frutto suggerisce, esso è stato considerato per lungo tempo come uno dei migliori doni di ringraziamento da offrire a Buddha.
 Due frutti accostati l'uno all'altro nella maniera corretta possono ricordare la sagoma di due mani giunte in preghiera. 

Il frutto può essere consumato proprio tagliando le "dita" che lo compongono ed affettandole in seguito in senso longitudinale. Può essere normalmente consumato crudo o utilizzato per la preparazione di marmellate.
 E' inoltre un frutto particolarmente dietetico, poiché fornisce un bassissimo apporto calorico ed è del tutto privo di grassi. 

 Marta Albè
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