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domenica 16 gennaio 2022

Luna piena del lupo: le leggende celtiche e dei nativi americani sul primo plenilunio dell’anno

 

Nella notte tra il 17 e il 18 gennaio è Luna piena del lupo, il primo plenilunio dell’anno che non potrà non incantarci. Occhi al cielo per vedere il nostro splendido satellite luminoso al suo massimo in cielo.

La luna piena di gennaio prende questo nome non solo nella tradizione dei nativi americani, dati i profondi e antichi legami tra i lupi e questo plenilunio.

 Ad esempio, la parola gaelica per gennaio, Faoilleach, deriva dal termine usato per i lupi, faol-chù, anche se i lupi non esistono in Scozia da secoli.

La parola sassone per gennaio è inoltre Wulf-monath, o Wolf Month (“mese del lupo”). E in Giappone in questo mese si tiene la festa del dio lupo, Ooguchi Magami, mentre la tribù Seneca lega il lupo alla luna così fortemente da credere che un lupo abbia dato alla luce la luna “cantandola” nel cielo.

Ma perché i lupi sono sempre associati alla Luna piena di gennaio?

La risposta più ovvia è perché i lupi sono molto più rumorosi e più presenti a gennaio quando inizia la stagione riproduttiva I lupi iniziano a ululare più frequentemente e in modo aggressivo per stabilire il loro territorio, ammonendo vicini e nemici di stare lontano dai loro terreni di riproduzione.

 

Un piccolo branco di lupi può persino provare a sembrare un branco più grande ululando insieme. Mentre un lupo solitario può sostenere un ululato per la durata di un singolo respiro, un intero branco può ululare all’unisono per più di due minuti durante la stagione riproduttiva

E in effetti, i lupi sono così famosi per le loro comunità così affiatate che la tribù dei Sioux ha chiamato la Luna piena di gennaio “la luna in cui i lupi corrono insieme”. E secondo la mitologia celtica, il lupo è infuso di potere lunare, in quanto in grado di fiutare intuizioni o conoscenze nascoste e di scovare fonti di pericolo inaspettate. In alcune leggende, il lupo addirittura ingoia il sole per poter così godere del potere della luna.


La luna sarà piena per l’esattezza il giorno 18 gennaio 2022 alle 00.47 ora italiana, ma tutta la notte, a partire dal tramonto, sarà possibile ammirare (tempo permettendo) lo splendore del nostro satellite al 100% di luminosità (nella mappa il cielo del 17 gennaio alle 21.00 circa). Basterà alzare gli occhi al cielo e volgerli sull’orizzonte a Est.

ROBERTA DE CAROLIS

martedì 2 giugno 2020

A giugno potrai vedere un’eclissi anulare solare e un’eclissi lunare


L’estate ci saluta con una meravigliosa eclissi di Sole, visibile anche nelle nostre regioni del Sud (anche se per noi sarà solo parziale). 

Il 21 giugno occhi al cielo (protetti con adeguati filtri) per uno spettacolo che è sempre emozionante poter ammirare.
 Il tutto “anticipato” dall’eclissi penombrale di luna del 5 giugno. Non è un caso: le eclissi di Sole non vengono mai da sole, ma sempre circa due settimane prima o dopo un’eclissi lunare. 
Di solito ci sono due eclissi consecutive, ma altre volte ce ne sono addirittura tre durante la stessa stagione di eclissi. 
E sarà proprio questo il caso, perché un’altra eclissi penombrale di Luna è prevista il 5 luglio. 

 E così, dopo l’eclissi penombrale di luna prevista per il 5 giugno, ecco immancabile l’eclissi di Sole, di tipo anulare, il 21 del mese (appena qualche ora dopo il solstizio d’estate), che nelle nostre regioni del Sud potrà essere ammirata dal vivo, anche se solo parziale.

 In Africa, Arabia Saudita, India, Cina e Oceano Pacifico lo spettacolo sarà al completo: i fortunati che si troveranno in quelle zone della Terra ammireranno l’emozionante anello di fuoco, l’eclissi anulare di Sole.


L’eclissi anulare di Sole è un’eclissi di Sole a tutti gli effetti, quindi dovuta alla luna, posta in mezzo tra Sole e Terra con tutti e tre gli astri perfettamente allineati che proietta la sua ombra sul nostro Pianeta, dal quale vedremo la nostra stella oscurata (se con allineamento non perfetto, solo in modo parziale).

 Si parla però di eclissi anulare quando la Luna è particolarmente lontana da noi: nei giorni intorno al 21 giugno il nostro satellite si troverà più vicino al suo apogeo (il punto di massima distanza dalla Terra): per questo il Sole non sarà del tutto oscurato, ma apparirà coperto solo per gran parte del disco centrale, lasciando scoperta la parte esterna. 

Risultato? Un incredibile e affascinante anello di fuoco nel firmamento.

 Come riporta Timeanddate, lo spettacolo sarà visibile nella sua interezza in alcune zone dell’Africa tra cui la Repubblica Centrafricana, il Congo e l’Etiopia, nel sud del Pakistan, nell’India settentrionale e in Cina. 
Se il tempo lo permette, le persone in queste aree vedranno dunque il caratteristico anello di fuoco.

 Il fenomeno sarà visibile parzialmente invece in Europa sud-orientale (incluso il nostro Paese, sempre a Sud-Est), gran parte dell’Asia, Australia settentrionale, gran parte dell’Africa, Oceano Pacifico e Oceano Indiano. 

 ROBERTA DE CAROLIS

martedì 27 novembre 2018

Già visibile a occhio nudo la cometa di Natale!


La cometa di Natale 46P/Wirtanen risplende già nel cielo e lo annuncia lei stessa sul suo profilo Twitter: ormai infatti è a poco più di 23 milioni di chilometri dalla Terra ed è diventata visibile nella costellazione della Fornace.
 Chi abita in zone buie e prive di particolare inquinamento luminoso può già ammirarla anche dall’Italia, ma per il momento è ancora molto bassa sull’orizzonte e compare solo per poco tempo. 

La sua luminosità aumenterà fino a metà dicembre e rimarrà ben visibile fino all’inizio di gennaio, conquistando di diritto il suo soprannome “natalizio”. Il 12 dicembre la cometa raggiungerà infatti il punto più vicino alla nostra stella, il suo perielio, e il 16 dicembre sarà alla distanza minima dalla Terra, a 11,5 milioni di chilometri.


A catturare una delle prime immagini è stato l’italiano Rolando Ligustri, dell’Unione Astrofili Italiani (Uai). 
 “E’ una cometa periodica scoperta nel 1948 dall’astronomo Carl A. Wirtanen”, dice Ligustri. “Il suo periodo – aggiunge – è di circa 5 anni, quindi ogni 5 anni passa vicino al Sole e a noi, ma questa volta c’è la particolarità che passerà ‘molto’ vicino (in termini astronomici), ossia solo a 11,5 milioni di chilometri dalla Terra”. Ligustri rileva inoltre che probabilmente la cometa 46P/Wirtanen potrà essere visibile a occhio nudo o con un piccolo binocolo, anche se questo sarà possibile soltanto osservandola in luoghi bui, lontani dalle luci delle città.
 Tuttavia, aggiunge, “essere cauti con le comete è sempre doveroso”. 

Pur essendo relativamente piccola, con un diametro di circa 1,2 chilometri, la cometa promette di essere comunque la più spettacolare degli ultimi anni. 

 Fonte: www.ansa.it

lunedì 20 marzo 2017

Equinozio di Primavera: rituali e miti, da Stonehenge ai Maya


L’equinozio di primavera arriva quest’anno il 20 marzo, con un giorno di anticipo rispetto alla data consueta che ognuno di noi aspetta per vederci fuori dall’inverno, il 21 marzo. 
Nell’emisfero settentrionale, mentre il giorno e la notte si alternano con la stessa durata, l’equinozio fa il suo placido ingresso alle 10.28 UTC del 20 marzo.

 Ma l’ingresso delle stagioni porta con sé una serie di rituali che hanno radici profonde nel tempo. 
Immancabilmente, le parole “equinozio” e “solstizio” ci rimandano a luoghi come Stonehenge o Chichen Itza, per antonomasia i siti archeologici del mistero. 
Storici e archeologi, ancora oggi, si interrogano sulle modalità di costruzione di tali monumenti ma, soprattutto, la logica con la quale sono stati progettati. 
Come tutte le feste dell’anno, anche quella del momento del risveglio della Natura attira a sé riti pagani e cristiani. Nell’Inghilterra rurale, ancora oggi, si associa all’equinozio di primavera una serie di appuntamenti volti a propiziare il “nuovo inizio”.
 È la ricorrenza che festeggia Eostre, dea sassone della fertilità, alla quale ci si rivolge per un buon raccolto.


L’equinozio di primavera ogni anno vede riunirsi, la mattina presto, druidi e pagani a Stonehenge per accogliere il Sole tra i megaliti preistorici. 
I nostri antenati avevano, infatti, notato un generale allungamento ed accorciamento delle giornate relativamente alle varie posizioni che il Sole assume all’orizzonte. 
Quando le giornate si allungano il Sole si sposta lungo l’orizzonte passando per l’est l’equinozio di primavera, appunto. 
Quando si accorciano, il Sole si sposta nel verso opposto ripassando per l’est il 23 settembre, ossia quando si verifica l’equinozio d’autunno. 
Per le civiltà megalitiche, tale sinergia tra Sole e Natura faceva della ricorrenza la data più importante poiché significava il rinnovamento e la rinascita per qualsiasi aspetto della normale vita quotidiana.

 Al lato opposto del mondo nel giorno dell’equinozio di primavera, a Chichen Itza, nella penisola dello Yucatàn, ancor oggi si ripete lo spettacolo del Tempio Maya di Kukulkan.
 Al tramonto, sulla scalinata nord, si disegna una trama di luci e ombre che creano l’immagine di un grande serpente piumato, chiamato proprio Kukulkan, creata dai triangoli invertiti sotto la luce che cade giù dai gradoni della piramide.


Come è noto, la civiltà Maya generò una classe di sacerdoti-astronomi straordinariamente capaci nei calcoli calendariali.
 Questi attribuivano una particolare importanza a Venere, alla costellazione delle Pleiadi e alla stella polare, ma in senso più religioso e scientifico che astrologico. 

Ad ogni equinozio, decine di migliaia di persone arrivano nei siti archeologici del Messico a contemplare le meraviglie lasciate dall’antica civiltà Maya, mentre gli archeologi fanno del loro meglio per proteggere le piramidi durante i rituali stessi. 

L’equinozio di primavera avviene quando l’equatore è sullo stesso piano del sole e il giorno e la notte sono entrambi di 12 ore. 
I popoli pre-ispanici conoscevano bene questi fenomeni. Per questo sono stati in grado di edificare i loro edifici in funzione dell’equinozio e del solstizio. E, anche per i Maya, l’equinozio indicava loro i tempi adatti per piantare i campi, andare in guerra o tenere incoronazioni. 

 Federica Vitale

lunedì 13 marzo 2017

Pan, il satellite di Saturno


Da quando la sonda Cassini è entrata nella fase della missione chiamata “ring-grazing”, con orbite sempre più ravvicinate agli anelli di Saturno, la NASA ha iniziato a divulgare immagini inedite sempre più dettagliate e in qualità elevatissima, come dimostrano anche i nuovi scatti che ritraggono Pan. 
Quest'ultimo è il satellite naturale più ravvicinato al gigante gassoso, attorno al quale orbita a una distanza massima di 133mila chilometri. Pan, il cui nome deriva da quello del dio greco dei boschi (un satiro o fauno nella mitologia romana), misura una trentina di chilometri e si trova all'interno della cosiddetta divisione di Encke nell'Anello A; fu scoperto nel 1990 dall'astronomo americano Mark Showalter mentre analizzava le immagini della missione Voyager.


I nuovi scatti del satellite diffusi dalla NASA mostrano per la prima volta la sua vera forma, che somiglia a quella di una sorta di raviolo ripieno di carne o a quella di un bizzarro UFO, a causa di un debole anello che si estende dalla zona equatoriale.
 Esattamente come per Saturno, si tratta di particelle attratte dalla sua (debole) forza gravitazionale, che ‘rapisce' dall'Anello A del pianeta durante il transito orbitale. 
Tra i più emozionati per queste nuove immagini vi è proprio Mark Showalter, che ha potuto finalmente osservare nel dettaglio un oggetto studiato per molti anni: “È un enorme passo avanti rispetto a quei vaghi puntini che cercavo nel 1990 sulle foto di Voyager!”, ha sottolineato lo scienziato, attualmente in forze al SETI Institute in California. “È molto gratificante poter osservare Pan da vicino, finalmente!”, ha concluso senza celare il proprio entusiasmo.

 La sonda Cassini continuerà nella fase “ring-grazing” sino al mese prossimo, per poi entrare in quello che gli scienziati della NASA hanno battezzato il “Gran Finale”, una serie di passaggi ravvicinatissimi a Saturno che dureranno per alcuni mesi, sino al 15 settembre 2017, quando la sonda verrà fatta disintegrare nell'atmosfera del pianeta. 

Fonte: http://scienze.fanpage.it

mercoledì 8 febbraio 2017

Il notturlabio


Il notturnale (o notturlabio) è un antico strumento astronomico usato sin dal XV secolo per la misura del tempo, ed essendo di costruzione molto semplice e pratico è usato ancora oggi soprattutto per fini didattici.
 Si tratta di uno strumento che consente di ricavare, con discreta approssimazione, l’ora civile basandosi sull’osservazione in cielo di un gruppo di stelle di riferimento.
 Dato che il suo scopo è quello di fornire un metodo per la lettura dell’ora durante tutto l’anno, le stelle di riferimento devono essere per forza circumpolari, e quindi anch’esse sempre visibili; nel nostro caso si tratta di due stelle dell’’Orsa Maggiore, la quale come sappiamo alle nostre latitudine (circa 45°) è sempre circumpolare. 
 L’uso del notturlabio era quindi prettamente notturno (di giorno si potevano usare altri strumenti quali meridiane od astrolabi), e costituiva uno strumento di uso quotidiano che faceva parte del bagaglio di conoscenze di ogni marinaio. 
 Così come gli astrolabi, anche i notturnali potevano essere realizzati in varie forme, incisioni e con materiali differenti, a seconda dell’abilità del costruttore tanto da essere delle vere e proprie opere d’arte come quello conservato presso il Museo della scienza di Firenze qui sotto riportato.
 

Il principio alla base del notturlabio è legato ai moti fondamentali della Terra, ovvero alla rotazione apparente della sfera celeste ogni 24 ore. Sappiamo che le stelle percorrono un cerchio completo attorno alla Stella Polare ogni 24 ore circa; fra tutte queste, consideriamone la Stella Polare e due stelle dell’Orsa Maggiore: Dubhe e Merak (chiamate anche i Puntatori) e tracciamo un’ipotetica linea che passa per queste tre stelle.
 Esse rappresentano la lancetta delle ore del nostro orologio cosmico.

 Per saperne di più :

 https://articolidiastronomia.com/tag/notturlabio/

mercoledì 18 gennaio 2017

Sembra un’adolescente, ma la stella 49 Lib ha 12 miliardi di anni


A guardarla  le davano 2.3 miliardi di anni. La metà dell’età del Sole. Un’adolescente. 
E invece salta fuori che di anni, sul groppone, ne ha almeno cinque volte tanti: ben 12 miliardi. 
Il segreto? Non vive sola, ma in coppia. Ed è stata proprio la sua stella compagna a regalarle l’unguento magico che la fa apparire così giovane. 
Un anti-age tutto a base di elementi pesanti.

 La stella 49 Lib Brilla nell’emisfero australe a poco più di cento anni luce da noi, e a svelarne il peccatuccio di vanità è uno studio, uscito la settimana scorsa su Astrophysical Journal, firmato da Klaus Fuhrmann e Rolf Chini, entrambi astrofisici alla Ruhr-Universität Bochum tedesca. 
 «Prima si credeva che la stella avesse la metà degli anni del nostro sole», dice Chini. «Invece i nostri dati dimostrano che si è formata all’epoca in cui è nata la nostra galassia».
 La ragione per l’errore? L’oggetto celeste è un sistema binario, a doppia stella, come già era stato dimostrato da un altro team di ricercatori nel 2016. 

 Ma in che modo, esattamente, l’essere in coppia le ha permesso di ingannare sull’età? 
Per capirlo, occorre anzitutto tenere presente il sistema usato dagli astronomi per valutare quanti anni può avere una stella. 
Di solito ci si basa sulla loro composizione chimica. Questo perché le stelle delle generazioni più antiche, quelle che si sono formate agli albori dell’universo, sono fatte pressoché interamente di elementi leggeri: idrogeno ed elio. 
Gli elementi più pesanti, sintetizzati attraverso numerosi cicli di fusioni nucleari e dalle esplosioni di supernove, sono infatti divenuti disponibili solo in un secondo tempo, e dunque sono considerati un tratto distintivo delle popolazioni di stelle più recenti.
 È il caso del nostro sole, per esempio: essendo relativamente giovane, il materiale di cui è composto comprende anche quel che resta da precedenti generazioni di stelle.


Elementi pesanti come quelli dei quali gli astronomi, nel corso dei decenni passati, avevano visto l’inequivocabile firma fra le righe spettrali di 49 Lib.
 E in effetti quella firma c’era, ma a lasciarla era stata un’altra stella, la compagna invisibile. 
Come?
 Stando alla ricostruzione di Fuhrmann e Chini, l’altro membro della coppia, divenuto ormai così grande da non riuscire più a trattenere – con la sola forza di gravità – tutto il materiale che lo formava, ha iniziato a perdere gas. Gas ricco di elementi pesanti. Gas che, fluendo verso 49 Lib, è andato ad arricchirla e “ringiovanirla”.

 Come nella storia, narrata da Oscar Wilde, di Dorian Gray e del suo ritratto, c’è però un prezzo da pagare per la riconquistata giovinezza. Ed è un prezzo salato: l’aumento di “peso” – più correttamente, di massa – abbassa drasticamente l’attesa di vita di una stella.
 Ora, a causa del gas sottratto alla compagna, si stima che 49 Lib abbia “messo su” l’equivalente di 0.55 masse solari: una rimpinguata sufficiente a segnarne tragicamente il destino.
 «Presto diventerà una gigante rossa, per poi collassare in una nana bianca», prevede Chini.
 Ma l’esito potrebbe essere ancora più spettacolare.
Una volta divenuta gigante rossa, anche 49 Lib, come la compagna, potrebbe non riuscire a trattenere il gas più esterno. 
In tal caso, la storia si ripeterà, ma a ruoli invertiti: il materiale ceduto da 49 Lib tornerà alla stella d’origine, divenuta nel frattempo una nana bianca.
 «A questo punto, se la compagna non sarà in grado di smaltire la materia in arrivo con piccole eruzioni», conclude Chini, «l’intera stella esploderà come supernova».

 Fonte: media.inaf.it

giovedì 22 dicembre 2016

Natale con la Luna piena. L’ultima volta 38 anni fa


È Natale e lo sembra ancor di più se c’è qualche segno nel cielo… E quest’anno ne abbiano due. 
 La cometa Catalina, innanzitutto.
 Una cometa che potremo vedere soltanto una volta, perché a causa della sua orbita si perderà negli spazi siderali.


E poi c’è la Luna, la Luna piena. 
È vero che abbiamo una luna piena al mese (se non due), ma questa volta cade proprio nel giorno di Natale. 
Chi si alzerà di buon ora (prima delle 5:50) la potrà vedere in tutto il suo splendore.
 La Luna infatti, inizierà a sorgere al tramonto a est e raggiungerà il punto più elevato nel cielo a mezzanotte per poi tramontare verso ovest.
 Sembrerà proprio che la Luna voglia guidare con il suo massimo splendore il viaggio di Babbo Natale… 

 L’evento non è così “normale”, perché l’ultima volta che una Luna piena coincise con il giorno di Natale si ebbe nel 1977 e la situazione non si avrà più fino a Natale del 2034. 

 Fonte: focus.it

venerdì 16 dicembre 2016

I Re Magi vennero guidati da un eccezionale allineamento di pianeti


La famosa stella cometa di Natale, che avrebbe guidato i Re Magi dall’Oriente a rendere omaggio a Gesù appena nato, in realtà non era presente nel cielo, ma fu un eccezionale allineamento di pianeti ad indirizzarli, fatto che si verificò il 6 a.C. 
 Il primo a teorizzarlo fu Keplero, e dopo di lui diversi astronomi hanno lavorato su questa tesi.
 L’ultimo è Grant Matthews, astrofisico dell’università di Notre Dame, che ha presentato le sue conclusioni in una conferenza nello stesso ateneo. 

Studiando i dati storici, astronomici e biblici, Matthews è arrivato alla conclusione che l’evento che guidò i Magi, sacerdoti zoroastriani dell’antica Persia, fu una congiunzione di pianeti estremamente rara, avvenuta nel 6 a.C. e da allora mai più osservata in cielo.  

C’erano il Sole, Giove, la Luna e Saturno nella costellazione dell’Ariete, Venere nella vicina costellazione dei Pesci, e Marte e Mercurio dalla parte opposta del cielo nel Toro. 
In quell’epoca, l’equinozio di primavera era in Ariete. 
Un evento simbolico per chi era un esperto di astronomia, come i Magi. 
La presenza di Giove e la Luna infatti indicava la nascita di un grande personaggio mentre Saturno era un simbolo di vita, così come la presenza dell’Ariete nell’equinozio di primavera, che stava a indicare l’inizio della primavera.
 ”I Magi devono aver visto questa congiunzione a est, riconoscendo il simbolo di una nascita regale di Giudea”, rileva Matthews. I dati indicano inoltre che ”la nascita di Gesù non avvenne a dicembre – aggiunge Vito Polcaro, ricercatore dell’Istituto nazionale di astrofisica – ma prima, entro l’autunno, quando i pastori dormivano ancora all’aperto”. 

 Fonte: www.ansa.it

venerdì 4 novembre 2016

La super Luna "extra" del 14 novembre 2016


Anche se il termine è tutto fuorché scientifico, con l'espressione super Luna questa espressione si intende la coincidenza del plenilunio con il momento di massimo avvicinamento alla Terra (perigeo). 

Non è un evento raro (accade circa una volta all'anno) e neppure nefasto (come molti complottisti tendono a credere).
 Ma il 14 novembre 2016, quando il nostro satellite entrerà nella fase di Luna piena circa un paio d'ore dopo il perigeo, gli amanti del cielo notturno potranno assistere a una super Luna ancora più "super".


Alle 12:24 ore italiane, infatti, la Luna si troverà alla minima distanza dalla Terra, 356.511 km.
 Poco meno di due ore e mezza più tardi, alle 14:52 ore italiane, il nostro satellite raggiungerà il culmine della fase di Luna piena.

 Non solo si tratterà della Luna piena più vicina alla Terra del 2016, ma sarà anche la più grande Luna piena visibile da 70 anni: l'ultima così si è verificata nel 1948, e la prossima arriverà il 25 novembre 2034.

 Una Luna piena al perigeo può risultare il 14% più grande e il 30% più brillante di una Luna piena in apogeo, ma non è sempre facile notare la differenza.
 La luminosità può essere schermata dalle nuvole o annullata dalle luci delle città; e senza riferimenti reali in cielo per "prendere le misure", anche il vantaggio in termini di diametro angolare (cioè la misura del suo diametro rispetto alla distanza dall'osservatore) rischia di perdersi.
 Una Luna molto vicina all'orizzonte e a punti di riferimento terrestri (come alberi o case), per esempio, risulta apparentemente molto grande anche se in apogeo.
 Poiché questa super Luna sembrerà il 12% più grande delle altre Lune piene al perigeo, gli appassionati di fotografia potranno provare a fotografarla e a comparare lo scatto con altri di super Lune precedenti o successive (a parità di contesto e strumentazione).
 La differenza si dovrebbe notare, ed è anche un'ottima occasione per fotografare il nostro satellite. 

 Il primo termine di paragone utile sarà quello del 14 dicembre 2016. 
Quella super Luna, anche se non esagerata come quella che sta per arrivare, sarà notevole per un altro aspetto: con la sua luminosità oscurerà in parte lo sciame meteorico delle Geminidi.

 Fonte: focus.it

venerdì 30 settembre 2016

Termina la missione della sonda Rosetta


Rosetta addio, oggi alle 12:40 circa il D-Day della storica missione dell’Esa che ha portato per la prima volta una sonda su una cometa. Dopo quasi 12 anni di missione, Rosetta ci riserva di un finale straordinario, con una discesa controllata sulla superficie della cometa 67/P Churyumov-Gerasimenko, calcolato nella zona di Ma’at.
 E questa avventura unica parla molto anche italiano.
 La sonda Rosetta, grazie al supporto dell’Agenzia Spaziale Italiana (Asi), è infatti frutto anche della capacità industriale e accademica del nostro Paese. 
Il colosso aerospaziale Leonardo ha gestito la progettazione e la realizzazione degli strumenti scientifici sviluppati con l’Istituto Nazionale di Astrofisica, Università Parthenope di Napoli, Politecnico di Milano e l’Università di Padova-Cisas.
 Intanto per gli scienziati dell’Esa non è semplice prevedere come si evolveranno gli ultimi minuti di vita della sonda, quindi sono tutti col fiato sospeso.


E’ ormai è iniziato il conto alla rovescia per la conferma della fine della missione, prevista dalla sala di controllo principale dell’Esa alle 1320 circa ora italiana. 
A guidare Rosetta nel suo viaggio conclusivo sulla cometa è Andrea Accomazzo, Capo della divisione Missioni Interplanetarie dell’Esa. 
Rosetta è ‘lanciata’ verso la sua cometa 67/P intorno alla quale è in orbita da due anni, cioè dal 6 agosto 2014, quando ha raggiunto l’obiettivo della missione dopo un viaggio lungo dodici anni.

 La missione di Rosetta è iniziata il 2 marzo 2004 e da quel giorno la sonda ha compiuto una lunga strada attraverso il sistema solare. Circa tre mesi dopo il suo arrivo intorno alla cometa 67/P, la sonda ha rilasciato il lander Philae approdato sul corpo celeste il 12 novembre 2014. 
“Dopo due anni con la cometa, inviando informazioni di una ricchezza scientifica senza precedenti durante il suo massimo avvicinamento al Sole, Rosetta e la cometa si stanno ora dirigendo di nuovo oltre l’orbita di Giove” spiegano gli scienziati dell’Esa. Viaggiando “sempre più lontano dal Sole come non mai prima, ed affrontando una significativa riduzione dell’energia solare, che è necessaria affinché sia operativa, il destino di Rosetta è fissato: seguirà Philae sulla superficie della cometa” aggiungono.

 In questi anni di lavoro nello spazio, Rosetta ha fornito “molti indizi importanti per gli scienziati, indizi – rileva l’Esa – da mettere insieme per risolvere le questioni chiave in materia di origine ed evoluzione della cometa, il suo posto nel sistema solare primordiale ed il possibile ruolo delle comete nel trasportare ingredienti considerati cruciali per la comparsa della vita sulla Terra, tra cui acqua e materiali organici“.

 Rosetta sta continuando a raccogliere importanti dati scientifici durante la complessa manovra, iniziata ieri e gestita nella sala di controllo principale dell’Esa a Darmstadt, in Germania, dal team Esoc (European Space Operations Centre), supportato da personale di Telespazio Vega Deutschland, società controllata da Leonardo-Finmeccanica coinvolta nel programma Rosetta dalla fine degli anni ’90, quando Esoc iniziò la pianificazione della missione. Queste ultime ore di discesa della sonda verso la sua cometa, “danno a Rosetta un’occasione unica per fare molte misurazioni, compreso analizzare gas e polvere il più vicino alla superficie della cometa che sia mai stato possibile finora, e scattando immagini ad alta risoluzione del nucleo della cometa, compresi i pozzi aperti della regione di Ma’at dove è previsto avvenga il suo impatto controllato con la cometa” assicura l’Esa. 
Questi dati, evidenzia l’Agenzia Spaziale Europea, “dovrebbero essere trasmessi durante la discesa e fino al momento dell’impatto finale, dopo il quale le comunicazioni con la navicella non saranno più possibili“. 
E per Rosetta sarà ‘game over’. 

 Fonte:www.meteoweb.eu

lunedì 11 aprile 2016

Quel buco nero da record che può contenere 17 miliardi di soli


Scoperto un nuovo buco nero supermassiccio.
 Il suo peso è pari a quello di 17 miliardi di soli e si trova al centro di una galassia in una zona dell'universo scarsamente “popolata”. 

Le osservazioni, effettuate dal telescopio spaziale Hubble e dal telescopio Gemini alle Hawaii, indicano che questi oggetti possono essere più comuni di quanto si pensasse finora. 
 Fino ad ora, i più grandi buchi neri supermassicci - quei circa 10 miliardi di volte la massa del nostro sole - sono stati individuati in ammassi di galassie molto grandi.
 Il buco nero gigante appena scoperto si trova al centro della galassia ellittica massiccia NGC 1600, situata in una zona cosmica depressa, un piccolo gruppo di circa 20 galassie. 

A scoprirla è stato Chung-Pei Ma dell'University of California-Berkeley astronomo e capo dello studio Survey che si occupa di esaminare le galassie e i buchi neri supermassicci nell'universo locale.
 Se trovare un buco nero gigante in una galassia massiccia in una zona affollata dell'universo è prevedibile, è decisamente meno probabile trovarla nei piccoli centri dell'universo.
 I ricercatori hanno anche scoperto che il buco nero è 10 volte più massiccio di quanto previsto per una galassia di questa massa. 
Sulla base delle precedenti rilevazioni Hubble sui buchi neri, gli astronomi avevano sviluppato una correlazione tra la massa di un buco nero e quella della sua galassia ospite.

Il buco nero si trova a circa 200 milioni di anni luce dalla Terra in direzione della costellazione Eridanus.
 Un'ipotesi per spiegarne le dimensioni è quella che prevede la fusione con un altro buco nero avvenuta tempo fa, quando le interazioni di galassie erano più frequenti. 
Quando due galassie si fondono, i loro buchi neri centrali si stabiliscono nel nucleo della nuova galassia e orbitano uno intorno all'altro.
 In alcuni casi uno divora l'altro formando un buco nero ancora più grande.
 Il buco nero generato poi continua a crescere inghiottendo il gas liberato dalle collisioni tra le galassie. 

 Una scoperta che ha aperto affascinanti interrogativi. 
 Lo studio è stato pubblicato su Nature. 

 Fonte: nextme.it

lunedì 21 marzo 2016

Un giorno tutto questo sarà un pianeta


Nuove immagini della stella HL Tauri realizzate con il radiotelescopio Very Large Array (VLA) rivelano ciò che gli scienziati ritengono essere le primissime fasi della formazione di nuovi pianeti.
 Le 27 antenne paraboliche da 25 metri del VLA, schierate a ‘Y’ nel desertico New Mexico, hanno ora permesso di scrutare con un dettaglio senza precedenti il disco circumstellare di polveri che ancora avvolge la giovane stella, situata a circa 450 anni luce dalla Terra. 
Un gruppo internazionale di ricercatori, tra cui l’italiano Leonardo Testi dell’ESO e associato INAF, sta pubblicando i nuovi risultati sulla rivista Astrophysical Journal Letters. 
 Benché giovane, avendo solo attorno al milione di anni, HL Tauri è diventata una celebrità quando su di lei il radiotelescopio ALMA in Cile nel 2014 ha prodotto la migliore immagine fino ad allora mai ottenuta della formazione planetaria in corso.
 L’immagine ALMA mostrava chiaramente dei solchi nel disco circumstellare, lacune presumibilmente causate da corpi planetari che spazzano via la polvere lungo le loro orbite.




Un’immagine sorprendente, non solo perché metteva sotto gli occhi degli scienziati esattamente lo stesso fenomeno che i teorici avevano presupposto per anni, ma anche per l’età di HL Tauri, molto giovane per gli standard stellari, ritenuta un po’ troppo precoce per iniziare a “scodellare” pianeti.
 Siccome nelle parti più interne del disco, vicino alla stella, la polvere è più spessa e risulta opaca alle lunghezze d’onda radio a cui lavora ALMA, gli astronomi vi hanno puntato le antenne del VLA, che ricevono a lunghezze d’onda maggiori.

 Il risultato è stupefacente: l’immagine ottenuta con il VLA mostra la regione centrale del disco circumstellare meglio di tutti gli studi precedenti, rivelando un agglomerato (clump) di polvere che, secondo gli scienziati, contiene circa da 3 a 8 volte la massa della Terra. Questo grumo di polveri rappresenta con ogni probabilità il primo stadio nella formazione dei protopianeti, una fase che non era mai stata osservata in precedenza.


Immagine ALMA (sx) e VLA (dx) del disco protoplanetario di HL Tauri; nel riquadro si può scorgere l’agglomerato di polvere (clump). 

 «Si tratta di una scoperta importante, perché non eravamo ancora riusciti a osservare la maggior parte delle fasi in cui si sviluppa il processo di formazione dei pianeti», ha detto il primo autore Carlos Carrasco-Gonzalez presso l’Istituto di Radio Astronomia e Astrofisica dell’Università Nazionale Autonoma del Messico. «Questo è molto diverso dal caso della formazione stellare, dove, in diversi oggetti, abbiamo visto le stelle in varie fasi del loro ciclo di vita. Con i pianeti non siamo stati così fortunati, per cui avere un’immagine di questa fase molto precoce nella formazione dei pianeti risulta particolarmente importante». L’analisi dei dati VLA indica che la regione interna del disco protoplanetario contiene grani di polvere con diametro dell’ordine di un centimetro. Questa specifica zona, secondo gli scienziati, è quella dove si formerebbero i pianeti rocciosi, simili alla Terra, a partire da agglomerati di polvere che crescono via via, attirando il materiale presente attorno a loro.
 Alla fine, gli agglomerati raggiungerebbero una massa sufficiente a formare corpi solidi che, a loro volta, continuerebbero a crescere fino a diventare, un giorno, pianeti. 
 «Il contributo importante delle nuove osservazioni è su due fronti», commenta Leonardo Testi a Media INAF. «Uno è l’analisi dello spessore ottico della polvere. Abbiamo potuto verificare le proprietà della polvere con il VLA, dimostrando che si verifica un confinamento dei grani grandi; questo conferma la crescita dei solidi e – molto probabilmente – la presenza di pianeti. L’altro fronte è la presenza di disomogeneità nella distribuzione della polvere. Questa è una novità rispetto alle osservazioni ALMA e può indicare la presenza di ulteriori pianeti in formazione».

Fonte: http://www.media.inaf.it/

mercoledì 20 gennaio 2016

La supernova monstre che brilla come 570 miliardi di Soli


Una supernova è una stella che esplode dopo la sua vita. 
Da Terra si cercano tutte le notti con un sistema robotico di telescopi 

Quel che stanno osservando gli astronomi in questo momento è una gigantesca palla di gas che possiede una luminosità che non ha confronti. 
Per avere un’idea ci vorrebbero alcune centinaia di supernovae “normali” per ottenere la medesima luminosità o, se si vuole, 570 miliardi di stelle come il nostro Sole.
 L’unica interpretazione per spiegare ciò che sta dietro quello spaventoso oggetto, chiamato Asassn-15lh, è una supernova con caratteristiche estreme, tanto da averla soprannominata supernova superluminosa.

 La scoperta è opera di un gruppo di astronomi guidato da Subo Dong, del Kavli Institute for Astrophysics di Pechino in Cina e di cui fa parte Filomena Bufano, dell’INAF-Osservatorio Astrofisico di Catania.
 Per la ricerca gli astronomi hanno utilizzato l’Asas-sn (All Sky Automated Survey for SuperNovae): si tratta di una rete di telescopi robotizzati relativamente piccoli, avendo un diametro di 14 centimetri, che si trovano in diverse parti del pianeta e che ogni due o tre notti scandagliano l’intero firmamento alla ricerca di supernovae.


La luce di Asassn-15lh è stata catturata nell’estate scorsa; una volta scoperta, altri telescopi ben più potenti sono stati puntata sulla supernova e grazie agli spettri, ossia alle analisi della luce, gli astronomi sono stati in grado di calcolare la distanza dell’oggetto e quindi, conseguentemente, hanno potuto stabilire l’incredibile luminosità prodotta durante l’evento dell’esplosione. 

 Cosa ha prodotto una simile luminosità? 
Tra le varie ipotesi la più considerata è quella che vuole la formazione di una “magnetar”, ossia di una stella a neutroni (ossia composta da neutroni) che ruota su se stessa molto velocemente e che produce un campo magnetico estremamente potente. 
Si tratta di caratteristiche che permetterebbero di produrre molta più energia delle supernovae normali.


Poter osservare e studiare questa classe di supernovae ha due ricadute importanti: prima di tutto dà modo di usarle come indicatori di distanza; e poi permette di studiare meglio l’evoluzione di un tipo molto particolare di stelle che erano presenti soprattutto ai primordi dell’Universo e che con l’avvento dei nuovi e più potenti telescopi saranno sempre più oggetto di studio. 

 Fonte: focus.it

giovedì 7 gennaio 2016

L'incredibile immagine che racchiude tutto l'Universo


Esiste un’entità più difficile da rappresentare dell’intero Universo? Eppure Pablo Carlos Budassi, illustratore e musicista, è riuscito a visualizzarlo con una certa efficacia.
 Quella che vedete è un’immagine concettuale di tutto l’Universo conosciuto, ottenuta combinando i dati delle osservazioni della Nasa con le mappe logaritmiche del cosmo elaborate dall’Università di Princeton (USA). 
 Al centro del “disco” – qui ad alta risoluzione – troviamo ciò che conosciamo meglio: il Sistema Solare con i pianeti interni ed esterni. Quindi la Fascia di Kuiper, la Nube di Oort, la stella Alpha Centauri, il Braccio di Perseo (il braccio più grande e meglio conosciuto della Via Lattea), la Galassia di Andromeda e le altre galassie vicine; a seguire, la “ragnatela cosmica” (uno sterminato reticolo di galassie, gas e ammassi), e un invisibile anello di plasma residuo del Big Bang 

Le scale logaritmiche – scale in cui ogni incremento sugli assi aumenta di un fattore di 10 – servono, insieme alle mappe da esse create, a visualizzare realtà molto complesse, numeri molto grandi o, come in questo caso, enormi distanze.
 Anziché rappresentare l’Universo in scala lineare, ogni porzione del cerchio costituisce un campo di osservazione di alcuni ordini di magnitudine più grande rispetto al precedente.
 Ecco perché il Sistema Solare è rappresentato al centro; e l’intero Universo è racchiuso in un cerchio.

 Budassi ha avuto l’idea – non nuova, ma recentemente ripresa da alcuni siti scientifici – mentre lavorava a un esaflexagono – un poligono di carta ripiegato in modo da rivelare facce nascoste – per il figlio. 
La sua rappresentazione è un modo più semplice e immediato di visualizzare le mappe logaritmiche dell’Universo create dagli astronomi dell’Università di Princeton a partire dai dati della Sloan Digital Sky Survey, una cartografia digitale del cielo che include circa 3 milioni di oggetti celesti. 

 Fonte: www.focus.it

giovedì 17 dicembre 2015

L'incredibile struttura del meteorite di Fukang


Fukang è una cittadina del Nord della Cina composta da pochi abitanti, al contrario delle ben più popolose città cinesi.
 Esiste fin dai tempi delle dinastie più antiche, datate pochi secoli dopo la nascita di Cristo. 
Fino a qualche anni fa la città di Fukang era rinomata solo per essere una delle tappe della Via della Seta, l’itinerario che collegava gli scambi commerciali tra l’impero romano e l’impero cinese. Ma negli ultimi 15 anni quest’anonima città orientale ha fatto molto parlare di sé tra gli appassionati di astronomia che da allora l’hanno assalita per studiare quello che sembra un fenomeno dello spazio.
 Nel 2000 infatti, nelle montagne che circondano la città è stato ritrovato un meteorite dall’aspetto incredibilmente anomalo. Anziché opaco o di un colore uniforme, la roccia che è stata chiamata come il meteorite di Fukang presenta una superficie splendente e a tratti trasparente come se nella pietra ci fossero incastonate delle gemme preziose, caratteristiche mai viste prima tra gli scienziati.
 Basta dare uno sguardo alle fotografie in articolo per capire quanto può esser straordinario il materiale di cui è composto il meteorite di Fukang. 
Di solito i relitti spaziali che a volte raggiungono la Terra non hanno questo aspetto e sono molto differenti.


Questo strano meteorite è stato ritrovato da un commerciante, estraneo alla materia, nelle vicinanze della città di Fukang. Ne ha estratta una porzione e portata agli scienziati locali che non si sono accorti della sua particolarità fino a quando non hanno tagliato in due la roccia.
 La struttura interna infatti nascondeva una segreta bellezza che non ha tardato a catturare l’attenzione del resto del pubblico, quando è stato mostrato durante la mostra di minerali più importante al mondo che ogni anno si tiene negli Stati Uniti. 
 Da allora fino ad oggi, il meteorite di Fukang è ancora sotto i microscopi e le lenti di ingrandimento degli specialisti di un’università americana, che hanno anche pubblicato uno studio descrivendone le origini.
 Grazie alle costanti ricerche è stato possibile classificare la sua composizione, che tanto ha meravigliato gli astronomi di tutto il mondo. Ciò che rende il meteorite di Fukang così splendente fino all’inverosimile è la stessa struttura di cui è composto: pallasite, un materiale ferro roccioso che a sua volta contiene gemme di olivina, un minerale dal caratteristico colore verdognolo che variano in forma e dimensione.


La quantità dei due materiali in un frammento di pallasite è casuale, si distribuiscono come a formare un mosaico. Infatti le pallasiti sono considerate una vera e propria gemma dell’astronomia perché sono tra le più belle da un punto di vista estetico.
 A prima vista, sembra proprio un oggetto con cui tutti noi vorremmo rifare i pianali della cucina poiché da un lato ha la resistenza del metallo dall’altro ha la brillantezza dell’olivina. In realtà si tratta di un tipo di meteorite molto raro, considerato che non appena i meteoriti toccano terra si infrangono in mille pezzi. 

Da quando è stato stimato il suo valore, circa 20/30 dollari al grammo, chiunque ha cercato di accaparrarsi una porzione dell’ambito meteorite: al giorno d’oggi è stato diviso tra collezionisti privati, laboratori universitari di astronomia ed esploratori. Ma chiunque avrebbe potuto farsi un viaggetto nelle più remote province cinesi perché ne sarebbe valsa la pena: gli studiosi stimano che la pallasite si sia formata quasi 5 miliardi di anni fa, durante la formazione dei pianeti.

Fonte: curiosone.tv

mercoledì 25 novembre 2015

Le stelle nane rosse


Rappresentazione artistica dell’esopianeta Kepler-438b e della sua violenta stella madre. 

 Le nane rosse sono stelle di piccola massa e relativamente fredde e prendono il nome dal tipico colore rossastro che le caratterizza. La loro temperatura superficiale è inferiore a circa 3.500 °K, contro i quasi 6.000 °K del Sole. Sono le stelle più diffuse nell'Universo, costituiscono infatti quasi il 70% di tutte le stelle presenti nella Via Lattea e recenti studi indicano che il loro numero potrebbe raggiungere anche l'80%. Hanno masse comprese tra il 40 e l’8% di quella del Sole, un valore quest'ultimo che costituisce il limite minimo perché una stella possa definirsi tale. Al di sotto di questo limite, infatti, non si realizzano le condizioni di temperatura e pressione necessarie ad innescare le reazioni di fusione termonucleare dell'idrogeno in elio. Al di sotto di questa massa limite si trovano le nane brune, oggetti che possiedono una massa troppo piccola per poter innescare le reazioni di fusione nucleare, ma comunque nettamente superiore a quella di un pianeta. Le nane rosse emettono una debole quantità di luce, spesso inferiore a un decimillesimo della quantità di radiazione emessa dal Sole e anche le nane rosse più massicce arrivano a emettere al massimo il 10% della luminosità della nostra stella.


Saremmo quindi tentati di pensare che le stelle più piccole e fredde siano anche più tranquille. E invece un recente studio ha confermato quanto si sospettava da tempo e cioè che le nane rosse mostrano spesso un’attività molto sostenuta, con brillamenti ed espulsioni di massa coronale (Coronal Mass Ejection, CME) molto più intensi e frequenti rispetto a stelle di tipo solare.
 Così, i pianeti che sono stati scoperti orbitare attorno ad esse, pur trovandosi nella cosiddetta fascia di abitabilità, potrebbero essere stati resi del tutto inospitali alla vita proprio a causa dei continui bombardamenti di radiazioni ionizzanti e degli impatti di nuvole di plasma e particelle energetiche provenienti dalle loro stelle madri. 

A sottolineare questa possibilità è un recente di un gruppo di ricercatori del Dipartimento di Fisica dell’Università di Warwick (Regno Unito), coordinato da David Armstrong.
 In questo lavoro vengono analizzate le caratteristiche delle nane rosse attorno alle quali orbitano i pianeti finora noti con caratteristiche simili alla Terra e che sembrerebbero i più promettenti per ospitare la vita, come Kepler-438b, l’esopianeta più simile al nostro finora conosciuto.
 La sua atmosfera potrebbe essere stata strappata via dai super brillamenti (super-flare) della sua stella madre, una nana rossa da cui dista circa 25 milioni di km, grosso modo un sesto di quanto si trovi la Terra dal Sole.
 Il prefisso “super” è d’obbligo parlando di questi fenomeni esplosivi che avvengono nell’atmosfera di queste stelle, in quanto tipicamente sono circa dieci volte più potenti di quelli solari. 
Ma il maggiore impatto sugli ambienti planetari sarebbe dovuto alle altrettanto violente CME emesse dalle nane rosse che spesso sono associate ai brillamenti. 
 «A differenza del Sole, relativamente quieto, la stella Kepler-438 emette poderosi brillamenti ogni poche centinaia di giorni, ciascuno più potente del più intenso brillamento mai registrato sul Sole» ricorda Armstrong. 
«È probabile che questi brillamenti siano associati a espulsioni di massa coronale, le quali potrebbero produrre effetti talmente gravi da compromettere l’eventuale abitabilità del pianeta».

 Fonte: focus.it
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