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sabato 16 maggio 2020

Ezio Bosso e la teoria delle 12 stanze


“C’è una teoria antica che dice che la vita sia composta da dodici stanze. 
Sono le dodici in cui lasceremo qualcosa di noi, che ci ricorderanno. 
Dodici sono le stanze che ricorderemo quando passeremo l’ultima. Nessuno può ricordare la prima stanza perché quando nasciamo non vediamo, ma pare che questo accada nell’ultima che raggiungeremo. 
E quindi si può tornare alla prima. E ricominciare”.

 Ezio Bosso lo aveva detto presentando il suo primo disco solista di pianoforte: “The 12th Room”, un concept album composto da due CD.


Nella sua stessa vita si era aperta una stanza che gli aveva fatto conoscere Helena Blavatsky, “una teosofa che tra i suoi libri cita frammenti del libro tibetano proibito o maledetto che si chiamava proprio ‘Libro delle 12 stanze’, un libro perduto che racchiude il pensiero di cui scrivevo all’inizio”.

 Scriveva ancora Bosso: “La parola stanza significa fermarsi, ma anche affermarsi. E' una parola così importante eppure non ci pensiamo mai. La diciamo e basta. Le abbiamo inventate. Le abbiamo costruite quando abbiamo trovato finalmente un posto dove fermarci.
 E gli abbiamo dato nomi, numeri e significati, a volte poetici: la stanza dei giochi, la stanza della musica, la stanza dei sogni. La stanza della luce o la stanza cieca.
 Altre volte pratici: la sala, il salone, la stanza da bagno, la cucina. Sono infinite le stanze, ma non ci pensiamo mai”.

 Le stanze rappresentano le fasi della nostra vita ed i sentimenti che le accompagnano. Il dolore, l’amore, la rabbia, la felicità, la serenità, la pace. 

ROBERTA RAGNI

giovedì 23 novembre 2017

Ascolta la lira d’argento sumera


Nel 1929, un gruppo di archeologi guidati da Sir Leonard Woolley scoprì cinque lire di legno vecchie di 5.000 anni sepolte in una tomba reale della città sumera di Ur.
 Gli strumenti erano stati riposti con ben poca cura all’interno della sepoltura e ogni resto organico si era ormai deteriorato a tal punto da essere irriconoscibile, ma due degli strumenti erano stati ricoperti da uno strato d’argento spesso quasi due millimetri e avevano mantenuto parte della forma originale, permettendo una ricostruzione abbastanza accurata della struttura di questi strumenti musicali.


Peter Pringle, musicista ed esperto di strumenti musicali tradizionali e antichi, ha ricostruito fedelmente una di queste antiche lire sumere utilizzando legno di quercia e una copertura di acciaio per simulare le proprietà acustiche e la rigidità dell’argento (ed evitare una spesa di migliaia di dollari per procurarsi l’argento necessario). 
Lo strumento ricostruito da Pringle è dotato di una camera di risonanza a cui sono collegate 11 corde di seta, mentre in antichità erano probabilmente utilizzate corde in budello (che producono suoni molto simili a quelli della seta).

 

 Fonte: vitantica.net

venerdì 20 ottobre 2017

L’hydraulis, l’antico organo greco ad acqua


Lo strumento chiamato hydraulis fu creato dall’inventore greco Ctesibio di Alessandria, vissuto nel III° secolo a.C.. 
Si tratta di un organo a canne che usa la pressione dell’acqua per pompare aria nelle canne, ed è l’antenato degli organi moderni e probabilmente il primo strumento a tastiera mai creato.

 L’ hydraulis era manovrato da tre persone: due si occupavano di pompare aria nello strumento usando due pistoni-mantici mentre la terza eseguiva la melodia.


Ci sono numerose testimonianze archeologiche che riguardano l’ hydraulis, non solo dai testi del suo inventore ma anche da mosaici, riferimenti letterari e alcuni antichi resti parziali di questo strumento.

 Nel 1931, i resti di un hydraulis furono scoperti in Ungheria, accompagnati da un’iscrizione risalente al III° secolo d.C.: sebbene le parti in legno e cuoio, come parte del telaio e i mantici interni dei pistoni, non sono sopravvissuti per quasi 2000 anni, le parti in metallo hanno consentito di ricostruire una replica funzionante seguita da molte altre, tra cui quella che potete ascoltare qui sotto. Ciò che non vedrete nel video sono gli altri due operatori che manovrano i pistoni, che si trovano ai lati dello strumento ed erano collegati al corpo centrale riempito d’acqua.
 La tastiera era dotata di 24 tasti connessi ad altrettante canne metalliche (generalmente di bronzo) ed era in grado di produrre due ottave complete. 
24 piccole valvole controllavano la pressione immessa nelle canne, permettendo di regolare accuratamente lo strumento.

 

 Fonte: vitantica.net

mercoledì 29 marzo 2017

Cos'è il bastone della pioggia?


Anticamente sulla terra non cadeva mai pioggia, sicchè un giorno, nella laguna del cielo, un indio Kaxinawà gettò un pesce dorato in direzione dell’ uccello pescatore.
 Il volatile si lanciò sull’ inaspettata preda e, così facendo liberò il foro che con le zampe stava otturando. 
Sulla Terra piovve per la prima volta.
 Ancor oggi, prima che la pioggia cada, il cielo è pervaso da bagliori: sono i pesci dorati lanciati dall’ indio.
 E la fine pioggerellina che a volte scende indica che, per la concitata attesa del volo, l’uccello pescatore si sta equilibrando su di una zampa sola.

 Così narra la leggenda della prima pioggia che cadde sulla Terra e da allora fu tanta quella che cadde ma di tutto quello che ci piace di più di questo fenomeno metereologico è il suono, la pioggia che scroscia è forse uno dei suoni più rilassanti in assoluto.
 Per riprodurre quel suono così piacevole si può usare un bastone della pioggia, che in spagnolo è detto Palo de lluvia, questo bastone non è altro che uno strumento musicale appartenente alla categoria degli idiofoni a scuotimento e di origine cilena. 

La sua nascita si perde nei meandri del tempo, addirittura si pensa che questo bastone fu usato da Dio per far cadere sulla Terra il diluvio universale, usato dalle tribù per le cerimonie religiose propiziatorie per il raccolto o per la pioggia, le popolazioni centroamericane lo utilizzavano ance per curare le malattie del sistema nervoso, perché il suono rilassante che produce questo strumento sembrava potesse avere poteri magici.


Il bastone della pioggia si può realizzare con diversi materiali a seconda del paese in cui viene utilizzato, per esempio in Brasile è possibile trovarli realizzati in legno e vimini, mentre in Messico è più comune il bambù, e in Africa si usa una zucca di forma allungata e resa vuota al suo interno.
 Ma il Palo de lluvia originale, proveniente dal Cile e dall’Argentina del Nord, è costituito da un bastone cavo ricavato dallo scheletro ligneo della pianta morta del cactus Capado che cresce nel deserto Acatama nel nord del Cile.


Un’altra caratteristica importante di questo bastone è che le popolazioni cilene per realizzarlo utilizzavano solo ed esclusivamente le piante già morte naturalmente, il cactus utilizzato ha una vita molto lunga, di circa sessanta-settant’anni, una volta che la pianta muore la polpa si secca lasciando dietro di sé una sorta di tubo vuoto, anche le spine dello stesso sono recuperate, ed utilizzate per creare il tipico suono della pioggia. 
 Le spine venivano conficcate nel tronco cavo e una volta sigillata un’estremità, venivano inserite al suo interno delle pietruzze o dei pezzetti di conchiglie, una volta sigillata anche l’altra estremità, muovendo il bastone era possibile ascoltare il magnifico suono prodotto al suo interno.

 

Parzialmente tratto da: eticamente.net

martedì 6 settembre 2016

Blues: perché si chiama così?


Il blues ha radici profonde nella storia americana, in particolare la storia degli afroamericani. 
Nasce nelle piantagioni del Sud nel 19° secolo: i suoi "inventori" erano schiavi, ex schiavi e discendenti degli schiavi afro-americani mezzadri, che cantavano lavorando nei campi di cotone e nelle piantagioni di tabacco. 
È generalmente accettato che il blues si sia evoluto proprio dai canti spiritual africani e dai canti di lavoro.


Il nome però ha un'altra origine: viene dal modo di dire inglese del 18° secolo blue devils (diavoli blu), usato per indicare le intense allucinazioni visive che possono accompagnare una grave astinenza da alcol.
 Abbreviata nel corso del tempo in blues, l’espressione ha iniziato a descrivere gli stati di agitazione, delirio, depressione o ubriachezza. Ancora oggi in inglese si usa winter blues per descrivere i disturbi stagionali dell’umore. 
 Secondo alcuni storici, la relazione tra blu e alcol potrebbe venire anche dalle leggi blu, che ancora vietano la domenica la vendita di alcol in alcuni stati degli Usa. 

 Non si conosce un "inventore del blues", ma molti musicisti se ne sono attribuiti la paternità.
 Il diritto d’autore comunque lo data al 1912, quando "Dallas Blues" di Hart Wand divenne la prima composizione blues protetta da copyright. Ma gli esperti concordano che la definizione fosse precedente.

 

Da: focus.it

martedì 17 maggio 2016

I Carmina Burana di Carl Orff


Una delle più celebri creazioni musicali del Novecento, la cantata scenica Carmina Burana, viene ispirata dalle omonime poesie e canzoni scritte all'inizio del XIII secolo. 
I monaci benedettini dell'abbazia del piccolo borgo Benediktbeuern nel sud della Baviera, le raccolsero nel Medioevo in un codice.


I testi scritti in latino e tedesco, più di mille secondo Tutto Baviera, sono stati scoperti nella biblioteca dell'abbazia nel 1803.
 Oggi sono conservati nella Biblioteca Statale della Baviera, a Monaco. 

Il compositore tedesco Carl Orff (1895-1982) ne ha musicato alcuni per il prologo e i tre atti dell'opera che nella sera dell'8 giugno del 1937 veniva rappresentata con notevole successo di pubblico e di critica allo Staatsoper di Francoforte. 
 Orff all'inizio aveva intitolato la sua opera in lingua latina : Cantiones profanae cantoribus et choris cantandae comitantibus instrumentis atque imaginibus magicis (Canzoni profane per voci soliste e coro, con accompagnamento orchestrale e scene fantastiche), ma in seguito l'ha chiamata solo Carmina Burana.

 I monaci hanno fatto la raccolta nel 1225 circa.
 Gli scritti furono attribuiti agli studenti e chierici girovaghi, divisi in sei sezioni: Carmina ecclesiastica, Carmina moralia e satirica, Carmina amatoria, Carmina potoria, Ludi e Supplementum. 
Uno degli autori è stato chiamato Golia, da cui deriva la parola “goliardi”, appellativo rimasto poi in uso per indicare gli studenti universitari particolarmente 'vivaci'.

 

Nel periodo napoleonico, i manoscritti e i codici Carmina Burana, insieme alle opere di arte dell'abbazia benedittina sono stati trasferiti a Monaco.
 Oggi sono conservati nella Biblioteca Statale della Baviera (Ludwigstraße 16, Monaco).
 L'abbazia invece divenne una fabbrica di vetro, che successivamente passò al regno di Baviera come caserma, ospizio per invalidi, ospedale militare e prigione. Nel 1930 venne acquistata dai Salesiani di Don Bosco. 

 Fonte: http://epochtimes.it/

giovedì 14 aprile 2016

Il volo del calabrone di Rimskij Korzakov


Il volo dei calabrone è una composizione famosa di Rimskij Korzakov nella quale il compositore russo riesce a ricostruire a livello musicale il ronzio dell'insetto, che in realtà è un grosso bombo che prende il volo sul mare per arrivare a una barca.


Il popolare brano viene inserito nel terzo atto dell'opera lirica La favola dello zar Saltan, composta fra il 1899 ed il 1900, basata sulla favola omonima in versi dello scrittore Aleksadr Pushkin. Nell'opera si racconta che il principe Gvidon era stato allontanato alla nascita dal regno dello Zar Saltan, insieme a sua madre, la zarina Militrisa. 
Questo era successo mentre il re stava sul campo di battaglia. Il figlio, diventato uomo, vive con sua madre nell'isola di Bujan dove il popolo della fantastica città di Ledenec li ha accolti come suoi sovrani, dopo averli liberati da un mago malvagio.
 Gvidon si trova sulla riva e vede la nave dello Zar.
 Con malinconia racconta a un cigno magico che vorrebbe stare vicino a suo padre e osservarlo senza essere visto.
 Il cigno esaudisce il suo desiderio e lo trasforma in un calabrone dopo che avergli ordinato di immergersi tre volte nel mare. 
 Mentre Gvidon vola per raggiungere la nave, l'orchestra esegue il brano che richiede estrema velocità e gran precisione nell'esecuzione.

 

Il principe vede suo padre mentre un uomo gli sta raccontando della metamorfosi che ha subito la città di Ledenec, dove sorgono storie fantastiche.
 Le sorelle di sua madre, colpevoli della separazione della famiglia, vogliono distrarre lo Zar e il principe irritato le punge entrambe su un sopracciglio.
 Il re decide di visitare l’isola dove trova la zarina e suo figlio e la gioia torna nel suo regno. 

 Fonte: http://epochtimes.it/

lunedì 14 marzo 2016

La Marble Machine, un’orchestra musicale di legno e biglie


Un enorme carillon sta facendo il giro del web! È la Marble Machine, geniale invenzione del musicista svedese Martin Molin della band Wintergatan. 
10 milioni di visualizzazioni in meno di una settimana per uno strumento fatto di legno e alimentato a mano tramite una manovella che aziona un assortimento eclettico di strumenti: una grancassa, imbuti, piatti, vibrafono, contrabbasso, chitarra e oltre duemila biglie. Praticamente un’opera d’arte da suonare e contemplare.
 La Marble Machine è nata dopo 2 mesi di progettazione e 14 di realizzazione.
 Molin racconta di essersi ispirato agli strumenti musicali meccanici del Museo Speelklok a Utrecht nei Paesi Bassi e ai tutorial di Matthias Wandel su YouTube, di cui ha studiato i video di lavorazione del legno sotto un punto di vista ingegneristico.
 Il musicista ha unito la passione per l’artigianato alla musica, dando vita così ad un progetto unico: un lavoro totalizzante realizzato in un edificio industriale senza finestre a Göteborg. Un’impresa che lo ha messo di fronte ad infinite difficoltà portandolo più volte sul punto di rinunciare, ma alla fine ne è uscito vincitore.
 La Marble Machine ha una sonorità sorprendente. 
Su YouTube, in un video irresistibile girato da Hannes Knutsson, Molin vestito di nero aziona la macchina, fa partire le biglie e muove il corpo a ritmo di musica con il crescendo del ritmo. 
Un filmato da ascoltare e da guardare, troppo difficile da raccontare. 
Improvvisamente il musicista lascia la manovella, i giri scendono e la musica lentamente si ferma da sé.
 L’effetto è sorprendente e la meraviglia tecnica lascia sgomenti ingegneri del suono, falegnami e musicisti di ogni estrazione.

 

Fonte: diregiovani.it

giovedì 7 gennaio 2016

L'organo più grande del mondo che suona grazie alle stalattiti


Si trova in cima a un piedistallo e attorno a esso ci sono solo centinaia di stalattiti, la cosa curiosa è che si tratta di uno strumento musicale che fa da cornice alla Virginia Luray Caverns, una delle tante caverne americane. 
 Apparentemente sembra un organo normale ma, se lo si osserva da vicino, si può benissimo notare che i tubi metallici del Grand Stalacpipe Organ, questo il suo nome, sono stati sostituiti dalle stalattiti determinando una perfetta unione tra natura e mano dell’uomo.
 Il suo progettista è Leland W. Sprinkle, matematico e scienziato al Pentagono ma anche musicista che lo fece costruire in tre anni e dal 1956, l'organo suona per i visitatori di queste meravigliose grotte esplorate per la prima volta nel 1878.






Durante una visita, per festeggiare il compleanno del figlio nel 1954, Sprinkle ispirato da Andrew Campbell dello Smithsonian Institute, il quale aveva scoperto in precedenza le proprietà sonore delle stalattiti, decise di progettare l'organo con il contributo tecnologico della Klann Organ Supply. 
 Il suono, che non danneggia minimamente la caverna, è determinato da solenoidi con martelletti gommati che, una volta pigiata la tastiera, percuotono 37 stalattiti della caverna che diventano, quindi, le sue canne. 
 La sinfonia è quella che si può sentire in questo video, molto simile a campane ovatte; le diverse frequenze, che si possono ascoltare da ogni parte della caverna, sono dovute alle dimensioni tutte differenti delle stalattiti. 
Tutto ciò rende il Grand Stalacpipe Organ, il più grande strumento al mondo.

 

Dominella Trunfio

mercoledì 2 dicembre 2015

Play me, I’m yours. Suonami, sono tuo


In metro, per strada, sono tutti sul proprio smartphone, non si parla più, non ci sono neanche più sguardi, ognuno è concentrato sulla propria esistenza.
 Non che sia una novità, anzi, ormai questo fatto è diventato l’argomento preferito dei vecchietti da bar quando vogliono prendersela con le nuove generazioni e la degenerazione dei costumi. 
Noi troviamo che scagliarsi contro le nuove tecnologie ed i cambiamenti che esse apportano alla società sia assolutamente controproducente, ciò non toglie che analizzare la situazione ed i cambiamenti con occhio critico possa servire ad elaborare riflessioni e soluzioni utili. 

 Partendo da ciò, l’artista britannico Luke Jarram ha voluto dedicarsi ad un progetto con cui far riscoprire alla gente il piacere di condividere un momento insieme in un luogo pubblico.
 Come?
 Piazzando dei pianoforti dai vivaci colori per le vie delle grandi città. 
L’accesso agli strumenti è libero cosicché tutti possano suonarli. 
Il progetto è iniziato a Birmingham, in Inghilterra, per poi spopolare nel mondo.
 Ad oggi contiamo 1000 pianoforti in giro per le città e più di 6 milioni di persone si sono divertite a suonare. 
“Play Me, I’m Yours”, un bellissimo messaggio.












Fonte: http://www.darlin.it/

lunedì 16 novembre 2015

Imagine - John Lennon



Immagina non esista paradiso 
È facile se provi 
Nessun inferno sotto noi 
Sopra solo cielo
 Immagina che tutta la gente 
Viva solo per l’oggi
 Immagina non ci siano nazioni 
Non è difficile da fare 
Niente per cui uccidere e morire 
E nessuna religione
 Immagina tutta la gente 
Che vive in pace 
 Puoi dire che sono un sognatore
 Ma non sono il solo 
Spero che ti unirai a noi anche tu un giorno
 E il mondo vivrà in armonia 
 Immagina un mondo senza la proprietà
 Mi chiedo se ci riesci 
Senza bisogno di avidità o fame 
Una fratellanza tra gli uomini 
Immagina tutta le gente 
Che condivide il mondo
 Puoi dire che sono un sognatore 
Ma non sono il solo 
Spero che ti unirai a noi anche tu un giorno 
E il mondo vivrà in armonia

venerdì 13 novembre 2015

Nel Porto di Zara il primo organo marino al mondo


Lungo la banchina del porto di Zara, in Croazia, sorge un’attrazione unica al mondo, costruita sulla base di un progetto dell’architetto croato Nikola Basic, in collaborazione con diversi professionisti, tra cui il consulente per l’idraulica marina, il professor Vladimir Androsec dell’Università di Ingegneria e architettura di Zagabria. 
Parliamo del primo organo marino al mondo. 35 canne in polietilene, di diversa forma, lunghezza e inclinazione, sono state inserite nei gradini, sembrando quasi delle comunissime fessure o prese d’aria.




A rendere speciale quest’organo è l’imprevedibilità della forza, del moto, della direzione dell’acqua marina, per non parlare, poi, dell’effetto prodotto dall’aria che entra nelle canne.
 I gradini si estendono per circa 70 metri e sono divisi in 7 sezioni di 10 metri ciascuna.

 In questo luogo in cui l’abilità umana convive con la straordinaria forza di madre natura, è facile lasciarsi trasportare dai toni mistici di un’orchestra sempre diversa, in grado di infondere tranquillità e spirito di contemplazione. La banchina del porto di Zara, grazie al suo organo marino, è divenuta un luogo di aggregazione per i cittadini che la frequentano abitualmente, nonché una meta obbligata per i turisti che visitano la città e i suoi dintorni.

 

Fonte: meteoweb.eu
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