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mercoledì 22 maggio 2019
Droghe di 1000 anni fa ritrovate in una borsa da sciamano
In Bolivia è stato effettuato un importante ritrovamento che conferma le buone conoscenze, in termini di medicina naturale, che avevano gli sciamani che vivevano in quelle zone circa 1000 anni fa.
Si tratta infatti della borsa di uno sciamano all’interno della quale sono stati ritrovati diversi utensili e strumenti ed una sacchetta. Questa piccola sacca trovata all’interno della borsa, è formata da tre musi di volpe cuciti assieme e contiene droghe di 1000 anni fa, sostanze psicotrope usate all’epoca come medicinali.
Oltre alla sacchetta all’interno della borsa, vi erano delle tavolette di legno per la macinazione delle piante officinali e del tabacco, due spatole in osso, una fascia intrecciata, ed una rudimentale pipa, ornata di trecce di capelli umani, usata per fumare le sostanze allucinogene.
Secondo l’antropologo Jose Capriles, si era già a conoscenza di quanto le sostanze psicotrope fossero importanti nei rituali religiosi e spirituali delle società delle Ande centro-meridionali, ma con questa scoperta si è potuta scoprire la grande varietà di composti utilizzati e le loro possibili combinazioni.
Capriles ha infatti dichiarato che “si tratta del più alto numero di sostanze psicoattive mai trovate in un singolo complesso archeologico del Sud America”.
La conoscenza e la comprensione di quali fossero lo sostanze, di origine vegetale, utilizzate dagli antichi per alterare la percezione, può dirci molto sulla cultura e sulla conoscenza degli uomini dell’epoca.
Possiamo infatti conoscere quali siano le piante e le sostanze vegetali culturalmente importanti nella società dell’epoca.
Durante gli scavi nella valle del fiume Sora in Bolivia, gli archeologi, che vi hanno lavorato nel 2008 e nel 2010, non erano prettamente alla ricerca di tali sostanze, ma di prove concrete di insediamenti umani nella zona.
In questi luoghi in una grotta conosciuta col nome di Cueva del Chileno, gli archeologi hanno ritrovato la borsa di cuoio contenente le droghe di 1000 anni fa.
La datazione dei reperti è stata eseguita con il radiocarbonio. Le droghe vegetali presenti all’interno della sacchetta di musi di volpe, sono state analizzate prelevandone dei piccoli campioni utilizzati per eseguire la cromatografia liquida e la spettrometria di massa. Con queste analisi i ricercatori hanno potuto individuare di che tipo di sostanze si trattasse.
Sembra che all’interno della sacchetta vi siano state forse cinque o quattro piante diverse, ma con certezza ne sono state individuate tre.
All’interno della borsa i ricercatori hanno individuato tracce di bufotenina, dimetiltriptamina, armine, cocaina e benzoilecgonina (un prodotto di degradazione della cocaina).
Queste sostanze suggeriscono la presenza di almeno tre piante che contengono questi composti.
Alcune di queste sostanze sono state indicate dai ricercatori come composti del famoso tè sciamanico noto con il nome di ayahuasca. Una scoperta davvero importante visto che attualmente non si sa per quanto tempo e dove si sia diffuso l’utilizzo di questa bevanda.
Dai reperti trovati nella borsa, possiamo dedurre che gli abitanti del luogo conosceva già l’utilizzo di queste droghe 1000 anni fa, anche se non possiamo sapere come siano state lavorate le piante. Inoltre appare chiaro che si trattasse della borsa di uno sciamano, una figura ritenuta depositaria dell’utilizzo e della preparazione di queste droghe, che usava per raggiungere la condizione di trance necessaria per comunicare con gli spiriti.
L’archeologa Melanie Miller, dell’Università di Otago, ha dichiarato che “nessuno dei composti psicoattivi trovati, proviene da piante che crescono in questa zona delle Ande, indicando la presenza di reti di scambio elaborate o il movimento di questo individuo in ambienti diversi per procurarsi queste piante speciali”.
Fonte: ocustech.it
martedì 16 aprile 2019
L'uomo di Luzon: l'ennesima nuova specie di uomo
Gli uomini moderni sono il risultato di un lungo processo di evoluzione, di estinzioni e di migrazioni.
Per questa ragione le specie estinte appartenenti al nostro genere, Homo, sono molte, e nuove scoperte ne aumentano il catalogo. L’ultima specie trovata e descritta è del sud-est asiatico, sull’isola di Luzon (Filippine), ed è stata per questo chiamata uomo di Luzon (Homo luzonensis).
L’articolo, pubblicato su Nature, spiega come un gruppo di studiosi dell'Università delle Filippine siano riusciti, con un lavoro durato anni, a estrarre dalla grotta di Callao, sull'isola di Luzon - nel nord dell'arcipelago delle Filippine - alcuni resti fossili (denti, femori e ossa del piede) che raccontano una storia complessa e ancora tutta da chiarire.
Lo studio delle ossa ha permesso di dedurre le misure corporeee dell’uomo di Luzon, che doveva essere alto un po’ meno di un metro, più o meno come un’altra specie di uomo, l'H. floresiensis, che abitava un’isola più a sud, Flores, in Indonesia.
Poco altro si può ricavare dai fossili, se non che i denti avevano una struttura molto particolare (vedi sotto); si aspetta quindi di ritrovare altre ossa per chiarire meglio l’aspetto della nuova specie.
Quello che si sa, per esempio, è che probabilmente questi uomini erano in grado di cacciare: in un'altra grotta sono state infatti ritrovate le ossa di un rinoceronte macellato.
Molto più interessante è invece l’età dei fossili, datate da 50.000 a 67.000 anni fa.
È stato, quello, un periodo particolarmente affollato di uomini, e si pensa che la specie fosse contemporanea di molti altri ominidi appartenenti al genere Homo.
Per esempio Homo sapiens, l’uomo di Neanderthal, l’uomo di Denisova e, appunto, Homo floresiensis.
Da dove deriva questa specie?
Le sue origini risalgono probabilmente molto indietro nel tempo: accanto al rinoceronte macellato sono infatti stati trovati strumenti di pietra che risalgono addirittura a 700.000 anni fa, un periodo dieci volte quello dei fossili.
Quindi significa che una specie di uomo era presente nella zona molto tempo prima - forse un uomo da cui è poi derivato l'uomo di Luzon.
Fino a qualche tempo fa si pensava che il precedente inquilino di quella regione fosse l'Homo erectus, che uscì dall’Africa in un momento compreso tra 1,5 e 2 milioni di anni fa.
La ricostruzione convenzionale dice quindi che sia l'Homo floresiensis, sia l'Homo luzonensis siano derivati dall'Homo erectus, che, nel suo vagabondare fuori dall’Africa e verso l’Asia, avrebbe “lasciato” alcune popolazioni isolate, che a loro volta hanno dato origine a specie diverse, che sulle isole divennero molto più piccole.
Non tutti sono però convinti che la storia sia così semplice.
Il fatto, per esempio, che in Cina siano stati trovati strumenti di pietra datati almeno 2,1 milioni di anni (quindi prima dell’uscita dall’Africa dell'H. erectus) lascia pensare che forse le migrazioni fuori dalla “culla dell’umanità” siano iniziate anche prima, magari con un’altra specie.
I denti dell'Homo luzonensis sono un altro punto controverso.
In confronto ai molari di altri ominidi, sono sorprendentemente piccoli, mentre per altri parametri somigliano ai nostri, o a quelli di H. erectus o addirittura a quelli del Paranthropus, un nostro lontanissimo cugino dalla corporatura robusta e denti molto grandi, nato e scomparso in Africa.
A questo si aggiunge che le ossa del piede dell’uomo di Luzon sono simili addirittura a quelle degli australopitechi, antenati degli uomini moderni appartenenti a un altro genere (appunto, Australopithecus), separato da quest’uomo da almeno 2 milioni di anni di evoluzione.
Tutte assieme, sono strane combinazioni che non chiariscono (anzi!) la posizione evolutiva di questa specie.
Come dice sulla rivista Nature il paleoantropologo canadese Matthew Tocheri, «la nostra immagine dell'evoluzione degli ominidi in Asia durante il Pleistocene è diventata ancora più disordinata, complicata e molto più interessante».
Fonte: focus.it
venerdì 22 febbraio 2019
I nativi americani utilizzavano reti di condivisioni simili ai nostri social media
Anche i nativi americani utilizzavano delle reti di condivisioni che ricordano molto i social media della nostra generazione, chiaramente con strumenti diversi.
A stabilirlo è un nuovo studio pubblicato su PNAS.
Molto tempo prima che Snapchat, Instagram, Facebook e persino l’indimenticabile MySpace entrassero a far parte della nostra quotidianità, anche i nativi americani degli Appalachi meridionali utilizzavano dei sistemi di comunicazione e delle reti di condivisioni che ricordano (con le dovute accortezze del caso) i nostri canali social.
La ricerca è stata condotta dalla Washington University di St. Louis.
“Proprio come abbiamo le nostre reti di ‘amici’ e followers su piattaforme come Facebook e Twitter, anche i nativi americani tra il 1200 e il 350 avevano le loro reti di condivisioni”, spiega Jacob Lulewicz, docente di archeologia nel Dipartimento di Antropologia in Arte e Scienze.
Lo studio ha trovato il modo di ricostruire tali reti di comunicazioni sostenendo che queste hanno gettato poi la base per lo sviluppo di sistemi politici successivi.
Vediamo allora come funzionava questo sistema che univa amici e famiglie di villaggi vicini ben prima dell’arrivo degli esploratori europei.
Chiaramente non parliamo di giga, di post su Facebook o di tweet, ma di un archivio di messaggistica che avveniva tramite tavolette di ceramiche ritrovate a dozzine nei siti vicino al Mississippi.
I frammenti in ceramica rappresentano un patrimonio incredibile: 276.626 sono stati trovati in 43 siti nel Tennessee orientale e 88.705 frammenti in 41 siti nel nord della Georgia.
La collezione rappresenta tavolette in ceramiche creata tra l’800 e il 1650 d.C., un periodo che ha visto l’emergere graduale e il successivo declino di intere dominazioni che controllavano i villaggi locali.
Gli scienziati si sono concentrati sull’evoluzione e sui cambiamenti di queste ceramiche, ovvero la loro forma, i simboli culturali utilizzati per decorarli e via dicendo arrivando alla conclusione che questi reperti rappresentano una mappa cronologica dettagliata delle connessioni esistenti tra diverse comunità.
Lo studio si concentra sui villaggi raggruppati attorno al sito di Etowah nella contea di Bartow, in Georgia, un’importante comunità Mississippiana dove c’erano perfino grandi edifici cerimoniali.
Uno di questi serviva come sede regionale del potere sociale, politico, economico e religioso di tutta la regione.
E ancor prima che arrivassero gli europei, la leadership di chi stava al potere era fortemente influenzata proprio da ciò che veniva inciso su queste ceramiche.
“Quello che abbiamo dimostrato in questo studio è che mentre i domini e i capi cambiavano, le fondamenta della società così come la rete di parentela e amicizia con le persone dei villaggi vicini, rimanevano intatte, grazie a questo tipo di comunicazione”, scrive Lulewicz nello studio.
Questa scoperta suggerisce che i legami sociali hanno sempre giocato un ruolo importante nell’aiutare le società a coalizzarsi con o contro i leader e le classi dominanti.
E’ proprio per questo motivo che i ricercatori rimandano al ruolo dei social network attuali.
“Queste reti di comunicazione sono state una costante sociale per queste persone e hanno permesso alle loro culture di persistere per migliaia di anni anche attraverso trasformazioni che avrebbero potuto essere catastrofiche”.
Dominella Trunfio
venerdì 23 febbraio 2018
Perché i Collagua del Perù avevano il cranio allungato?
Oggi a nessuno viene in mente di allungare volontariamente il cranio dei neonati, ma in passato la dolicocefalia, come si chiama in gergo tecnico, era una pratica diffusa a diverse latitudini, Europa compresa.
Un team di studiosi ha analizzato i crani di alcune donne dei Collagua, una popolazione stanziale della valle del Colca (Perù) tra il 1100 e il 1450, e ha ipotizzato che questa pratica potesse avere un'importante funzione sociale, come spiegato nell'articolo pubblicato sulla rivista Current Anthropology.
I ricercatori hanno condotto un'analisi chimica sulle ossa dei crani deformati.
Hanno potuto così constatare che rispetto alla media della popolazione, le donne dolicocefaliche avevano una dieta più varia - appartenevano quindi probabilmente a un ceto sociale più elevato. Inoltre, mostrano meno segni di violenza fisica.
Secondo Matthew Velasco, della Cornell University, autore dello studio, la conformazione del cranio era l'equivalente di una bandiera: ad averlo allungato erano le elite dominanti, che lo esibivano con orgoglio.
Gli studi suggeriscono che chi "indossava" questo simbolo si occupava anche di scambi agro pastorali con le popolazioni vicine, con le quali prendeva decisioni comuni, cosa che potrebbe aver favorito una gestione più pacifica dei conflitti.
In quegli anni le occasioni di conflitto infatti non mancavano: le popolazioni locali se la dovettero vedere con l'ascesa dell'impero Inca, che a partire dal XIII secolo si impose sui vicini, in alcuni casi assimilandoli e in altri conquistandoli.
Prima che gli Inca avessero la meglio ci fu un periodo di transizione: fu soprattutto in questa fase, secondo gli studiosi, che le elite dominanti, per riconoscersi e fare fronte comune contro il nemico, praticarono la dolicocefalia, intervenendo con fasciature e "stampi" sulle ossa ancora elastiche dei neonati.
La pratica fu bandita dagli invasori spagnoli, i conquistadores, nel XVI secolo.
Fonte: focus.it
martedì 21 novembre 2017
Scoperta in Arabia la prima raffigurazione di un cane; ha 8000 anni
Tredici cani ed un cacciatore intento a scoccare una freccia sono stati scoperti, in un’incisione, su una roccia in Arabia Saudita.
Si tratta della prima raffigurazione di un cane e risale ad ottomila anni fa.
La scoperta è stata realizzata da un team di ricercatori dell’Istituto tedesco Max Planck e pubblicata sulla rivista Journal of Anthropological Archaeology e su Science.
Il rinvenimento ha un’importanza storica perché conferma come l’uomo abbia imparato ad addestrare i cani in epoca remota (due dei cani raffigurati erano legati ad un guinzaglio).
In realtà la datazione è tutt’altro che sicura, ma basata essenzialmente sullo stile della rappresentazione e dal tipo di usura dell’incisione.
La raffigurazione dei cani conferma come la regione della Shuwaymis, in Arabia, fosse migliaia di anni fa fosse un luogo accogliente con piogge stagionali che alimentavano corsi d’acque ed una rigogliosa vegetazione.
L’incisione, inoltre, sembra raffigurare una particolare razza, quella di Canaan, originaria dalle regioni del Medio Oriente.
Fonte: .scienzenotizie.it
giovedì 14 luglio 2016
Ritrovata la città del gigante Golia, grande quattro volte Gerusalemme
Mura alte trenta metri, un cancello imponente e un’estensione quadrupla rispetto a Gerusalemme: l’antica città di Golia si è svelata agli archeologi dell’Università di Bar Ilan in tutta la sua potenza, portando a rileggere gli equilibri di forza con il regno di Giuda.
Gli scavi sulla collina di Tel Zafit, nel parco nazionale sulle colline della Giudea, sono in corso da oltre venti anni, ma finora il team internazionale di archeologi guidato da Aren Maeir non era andato oltre il ritrovamento di alcuni templi filistei dell’XI secolo a. C. e dei resti del castello crociato «Blanche Garde» che ebbe tra i suoi difensori Riccardo Cuor di Leone.
Ma ora i ricercatori hanno scoperto la città filistea di Gath dove abitava Golia e verso la quale – come si legge nel Libro di Samuele - David fuggì andando «da re Saul a Achish, re di Gath».
La scoperta riguarda il grande cancello che era all’entrata della città, la cui imponenza consente di ricostruire anzitutto l’altezza delle mura di cinta – almeno 30 metri – nonché un’estensione che per Maeir arrivava a 500 dunam (50 ettari), ovvero quattro volte i 120 dunam (12 ettari) che all’epoca misuravano le maggiori città come Megiddo, Gerusalemme e Beer Sheva.
Poiché Gath venne distrutta nell’830 a. C. da Hazael, re di Aram, ciò significa per Maeir che «durante l’esistenza del regno di Giudea ai suoi confini occidentali esisteva una grande città filistea che non attaccò mai», dimostrando che durante i re David e Salomone controllava un territorio più limitato, soprattutto sulle montagne, attorno a Gerusalemme.
Nei pressi di Gath è stata scoperta a Kaifa, alcuni anni fa, una città fortificata della Giudea, risalente al X secolo a. C., che forse segnava il limite massimo di estensione del regno prima dei cancelli di Golia.
Ma allo stesso tempo, gli scavi archeologici di Ashkelon, nel sud di Israele, hanno riportato alla luce un cimitero risalente a 2.600 anni fa.
Un ritrovamento eccezionale, sottolinea Daniel Maestro, studioso della Harvard University che ha partecipato ai lavori sotto la guida dell’Antiquities Authority israeliana, se si pensa che le ossa delle 145 persone sepolte nel sito potrebbero rivelare informazioni importanti sui riti funebri a noi sconosciuti, così come sulle abitudini di vita dei Filistei.
Uno degli scheletri, ad esempio, è stato interrato con una fiala di profumo di argilla, ritrovata ormai saldata al cranio.
I primi importanti ritrovamenti risalgono al 2013 nell’area dove un tempo prosperava il porto dell’antica città filistea di Ashkelon, che all’apice delle sue attività contava 13.000 abitanti e sulla quale ora si trova un parco naturale.
L’origine del “popolo del mare” che l’abitava è incerta.
I Filistei, mercanti e marinai, parlavano una lingua di origine indoeuropea, non praticavano la circoncisione, mangiavano carne di maiale e cane – come evidenziato dai resti individuati tra le rovine di altre quattro città filistee (Gat, Gaza, Ashdod e Ekron). Ma la storia dei Filistei è legata soprattutto all’immagine negativa restituita dalla Bibbia.
I Filistei sono menzionati dalla Genesi e soprattutto nel libro di Samuele che descrive il celebre duello tra il gigante Golia e il pastore Davide.
Al di là della fama che si è perpetrata nei secoli, ”facevano una vita dura – spiega l’archeologa Sherry Fox, mostrando un cranio tra le mani – lo possiamo dedurre dai denti dove si riscontrano linee che indicano una interruzione della crescita, probabilmente dovuta a una carestia o a una febbre grave durante l’infanzia”.
E sempre dalle ossa è possibile capire che lavoravano duramente, si sposavano tra consanguinei e utilizzavano i denti come strumenti di lavoro, probabilomente la tessitura.
Oltre al fatto che probabilmente si trattava di un popolo dalle dimensioni nella norma, nonostante la leggenda del gigante abbattuto con una fionda dall’astuto Davide
Fonte: blueplanetheart.it
martedì 5 luglio 2016
Le meraviglie sommerse di Panarea
Localizzati quattro relitti romani del I e II secolo d.C. con centinaia di reperti intatti.
Divieto di immersione, pesca e ancoraggio. Ma ci sono anche i danni causati da pesca a strascico.
Il mare attorno a Panarea, la più piccola delle isole Eolie che in estate attira vip e personaggi dello spettacolo, è sempre più meta degli archeologi marini e subacquei di alto fondale.
Nel profondo blu, compreso tra gli 80 e i 170 metri sul versante che guarda gli scogli di Basiluzzo e Lisca Bianca, nel 2010 gli archeologi siciliani della Soprintendenza del mare hanno localizzato e fotografato quattro spettacolari relitti di epoca romana (I e II secolo) carichi di centinaia di anfore intatte, che giacciono adagiate sul fondo.
Erano navi commerciali romane di medie dimensioni, adibite al trasporto di grano, vino e garum (una salsa di pesce molto apprezzata all'epoca) che, troppo cariche, verosimilmente imbarcando acqua fecero naufragio inabissandosi lungo la trafficatissima rotta tirrenica tra la Sicilia e la costa meridionale italiana.
Nelle prossime settimane gli archeologi della Regione, che hanno localizzato con esattezza i carichi e iniziato la mappatura del sito tra il 2009 e il 2011 grazie all'impiego del Rov (Remotely Operated Vehicle) insieme all'équipe americana della Fondazione Aurora Trust, si preparano a tornare sui fondali.
Obiettivo, continuare a studiare i reperti, grazie all'intervento dei sub esperti in immersioni di alto fondale che utilizzano le sofisticate tecniche di rebreather.
E iniziare a progettare una strategia di controllo con le telecamere di profondità.
La questione dei furti clandestini di reperti, per i mari siciliani, è una piaga antica.
Sul relitto a 85 metri, oltre a danni alle anfore ridotte in cocci, sono state rilevate tracce di alterazioni, forse cavi d'acciaio utilizzati per un tentativo di furto, secondo quanto rilevato negli anni passati dagli esperti della regione.
"Il progetto Archeorete, partito alle Eolie nel 2009, continuerà anche quest'estate", spiega il soprintendente del Mare della Sicilia, l'archeologo Sebastiano Tusa.
"Tra fine luglio e inizio agosto ritorneremo a lavorare sul relitto Panarea III, il più bello, quello che ha già restituito un altare portatile, su cui sono incise tre lettere che consentono di individuarne la proprietà, e i vasi cilindrici adibiti al trasporto del miele.
L'alta profondità a cui giacciono i reperti costituisce un buon deterrente contro i furti", continua il Soprintendente.
"Pensiamo che non sia affatto facile trafugare materiali a 100 metri sott'acqua e che la rete di informatori, primi tra tutti i diving locali, che abbiamo attivato negli anni è sempre efficace".
Sui siti, intanto, sono state apposte ordinanze di divieto di immersione, pesca e ancoraggio, su cui vigilano le forze dell'ordine, Carabinieri e Capitaneria di Porto.
Il pericolo maggiore però è costituito dalle reti a strascico con i loro congegni metallici che, al passaggio, distruggono le anfore nella parte summitale.
"Per evitare questo scempio l'unica arma è sensibilizzare le marinerie costiere di Messina e Reggio Calabria che si spingono sino a queste acque", conclude Tusa.
"Stiamo inoltre pensando a un bando per un progetto internazionale per realizzare la rete di telecontrollo per proteggere l'area, con un sistema simile a quello già sperimentato sui relitti delle isole Egadi, a Levanzo e Favignana".
Fonte: http://www.corriere.it/
giovedì 18 febbraio 2016
La civiltà dell'Isola di Pasqua non fu annientata dalla guerra
La tradizione vuole che prima dell'arrivo degli esploratori europei, nel 1700, gli abitanti dell'Isola di Pasqua, a corto di risorse, ingaggiarono una guerra civile che li ridusse allo stremo, portandoli al collasso.
L'ipotesi era suffragata dal ritrovamento, su tutta la superficie di Rapa Nui, di migliaia di punte in ossidiana ritenute, per il gran numero e l'aspetto tagliente, armi da combattimento.
Ma una più attenta analisi di questi strumenti (noti come mata'a) racconta una versione diversa dei fatti.
Carl Lipo, antropologo dell'Università di Binghamton (nello stato di New York, USA), ha condotto un'analisi morfometrica - ossia uno studio e una comparazione delle forme dal punto di vista quantitativo - di oltre 400 mata'a ritratti in alcune foto.
Osservando la varietà di forme dei frammenti di vetro vulcanico, nonché la differenza con le armi di altre civiltà, Lipo ha concluso che non si tratta affatto di strumenti di guerra.
«Le armi dovevano far bene il proprio lavoro - spiega - o si rischiava la vita. Per questo gli oggetti di guerra rinvenuti in Europa o altrove sono molto sistematici nella forma. Ogni utensile può essere usato come lancia, ma durante una guerra, le armi devono garantire certe prestazioni. E con un mata'a puoi ferire, ma non uccidere».
Se le osservazioni di Lipo fossero confermate sarebbe lecito pensare che quella sulla fine tragica della popolazione di Rapa Nui sia stata una deduzione basata su un'interpretazione a posteriori europea e non su prove archeologiche.
La forma e la distribuzione a tappeto dei mata'a fa piuttosto pensare si trattasse di oggetti di uso quotidiano, usati in agricoltura per la lavorazione delle piante, o in compiti rituali come tatuare la pelle.
Quelli che finora erano stati considerati i segni di una catastrofe erano, più probabilmente, tracce di una civiltà ancora produttiva, che sarebbe stata decimata dalle razzie e dalle malattie importate dagli europei.
Fonte: focus.it
mercoledì 20 gennaio 2016
La civilizzazione romana diffuse malattie e parassiti
Siamo sempre stati abituati a pensare che l’Antica Roma, grazie alle tecniche fognarie e alla costruzione di latrine, abbia dato un contributo importantissimo all’igiene e alla salute delle popolazioni sottomesse alla sua conquista.
Se l’avanzamento tecnologico dei romani è evidente, i sistemi inventati da questa civiltà sono in alcuni casi utilizzati ancora oggi, potrebbe non essere così vero il fatto che migliorarono sensibilmente la salute degli abitanti.
I romani sono ben noti per aver introdotto la tecnologia igienico-sanitaria in Europa circa 2000 anni fa; svilupparono leggi volte a mantenere le loro città libera di escrementi e spazzatura, costruirono latrine aperte al pubblico e grandi sistemi fognari insieme ai numerosi acquedotti in molti casi ancora oggi utilizzati e ben visibili.
Tuttavia, una nuova ricerca archeologica ha rivelato che – nonostante tutte le loro invenzioni – parassiti intestinali come tricocefali, ascaridi e la dissenteria non diminuirono come previsto in epoca romana rispetto alla precedente Età del Ferro, al contrario aumentarono.
L’ultima ricerca è stata condotta dal dottor Piers Mitchell, del dipartimento di Archeologia e Antropologia di Cambridge. Lo studio è il primo ad utilizzare le evidenze archeologiche per valutare i parassiti in epoca romana .
Mitchell ha riunito la prova di parassiti in latrine antiche, sepolture umane e ‘coproliti’ – o feci fossili – così come in pettini e tessuti provenienti da numerosi scavi di epoca romana in tutto l’Impero Romano.
Non solo alcuni parassiti intestinali sembrano aumentare in prevalenza con l’avvento dei Romani, ma Mitchell ha anche scoperto che, nonostante la loro famosa cultura del bagno regolare, era altrettanto diffusa tra i Romani come nei vichinghi la presenza di ‘ectoparassiti’ come i pidocchi e pulci.
Alcuni scavi hanno rivelato prove di pettini speciali per pidocchi da capelli, il cui uso fosso una routine quotidiana per molte persone che vivevano in tutto l’Impero Romano.
Piers Mitchell ha detto:
“La ricerca moderna ha dimostrato che servizi igienici, acqua potabile e la rimozione di feci dalle strade diminuiscono il rischio delle malattie infettive e i parassiti.
Così ci si potrebbe aspettare la prevalenza di parassiti fecali orali come Tricocefalo e nematodi a cadere in epoca romana – ma troviamo un graduale aumento.
La domanda è perché?
Una possibilità spiega Mitchell è che potrebbe essere colpa delle calde acque comunali degli stabilimenti balneari che hanno contribuito a diffondere i vermi parassiti.
“non tutte le terme romane erano pulite come avrebbero potuto essere”, ha detto Mitchell.
Un’altra possibile spiegazione sollevata nello studio è l’uso romano di escrementi umani come fertilizzante per la coltivazione.
Mentre la ricerca moderna ha dimostrato che questo fa aumentare la resa dei raccolti, a meno che le feci non vengano compostate per molti mesi prima di essere aggiunte ai campi, può comportare la diffusione di uova di parassiti che possono sopravvivere nelle piante coltivate.
“E’ possibile che le leggi igienico-sanitarie che richiedevano la rimozione delle feci dalle strade realmente portarono alla reinfezione della popolazione, visto che i rifiuti erano impiegati poi per fertilizzare le colture nelle fattorie che circondavano le città”, ha detto ancora Mitchell.
Lo studio ha trovato uova di tenia sorprendentemente diffuse nel periodo romano rispetto all’età del bronzo e del ferro in Europa. Una possibilità ,Mitchell suggerisce, per l’aumento del verme solitario pesce sia l’amore dei romani per la famosa salsa chiamata garum, esportata in tutto l’impero, possibile vettore di malattie.
“La produzione di salsa di pesce e il suo commercio in tutto l’impero in barattoli chiusi, avrebbe permesso la diffusione del verme solitario pesce dalle aree endemiche del nord Europa a tutte le persone dell’impero.
Questo sembra essere un buon esempio delle conseguenze negative sulla salute di una conquista imperiale “, ha detto.
Alcuni ricercatori hanno suggerito che i vermi intestinali descritti dal medico romano Galeno (130 d.C.- 210d.C.) possono comprendere ascaridi, ossiuri e una specie di verme solitario. Galeno riteneva questi parassiti nati da una generazione spontanea nella materia putrefatta sotto l’effetto del calore.
Si raccomandava un trattamento attraverso una dieta, salassi, e medicine che si credeva avessero un effetto di avere un effetto di raffreddamento e asciugatura, nel tentativo di riequilibrare i “quattro umori”: la bile nera, bile gialla, sangue e catarro.
Aggiunge Mitchell: “Questa ultima ricerca sulla prevalenza di parassiti antichi suggerisce che i bagni, fognature e le leggi di igiene romano non aveva chiari benefici per la salute pubblica. Sembra probabile che, mentre l’igiene romana non può aver reso le persone più sane, le avrebbe rese probabilmente più profumate. ”
Stefano Borroni
Se l’avanzamento tecnologico dei romani è evidente, i sistemi inventati da questa civiltà sono in alcuni casi utilizzati ancora oggi, potrebbe non essere così vero il fatto che migliorarono sensibilmente la salute degli abitanti.
I romani sono ben noti per aver introdotto la tecnologia igienico-sanitaria in Europa circa 2000 anni fa; svilupparono leggi volte a mantenere le loro città libera di escrementi e spazzatura, costruirono latrine aperte al pubblico e grandi sistemi fognari insieme ai numerosi acquedotti in molti casi ancora oggi utilizzati e ben visibili.
Tuttavia, una nuova ricerca archeologica ha rivelato che – nonostante tutte le loro invenzioni – parassiti intestinali come tricocefali, ascaridi e la dissenteria non diminuirono come previsto in epoca romana rispetto alla precedente Età del Ferro, al contrario aumentarono.
L’ultima ricerca è stata condotta dal dottor Piers Mitchell, del dipartimento di Archeologia e Antropologia di Cambridge. Lo studio è il primo ad utilizzare le evidenze archeologiche per valutare i parassiti in epoca romana .
Mitchell ha riunito la prova di parassiti in latrine antiche, sepolture umane e ‘coproliti’ – o feci fossili – così come in pettini e tessuti provenienti da numerosi scavi di epoca romana in tutto l’Impero Romano.
Non solo alcuni parassiti intestinali sembrano aumentare in prevalenza con l’avvento dei Romani, ma Mitchell ha anche scoperto che, nonostante la loro famosa cultura del bagno regolare, era altrettanto diffusa tra i Romani come nei vichinghi la presenza di ‘ectoparassiti’ come i pidocchi e pulci.
Alcuni scavi hanno rivelato prove di pettini speciali per pidocchi da capelli, il cui uso fosso una routine quotidiana per molte persone che vivevano in tutto l’Impero Romano.
Piers Mitchell ha detto:
“La ricerca moderna ha dimostrato che servizi igienici, acqua potabile e la rimozione di feci dalle strade diminuiscono il rischio delle malattie infettive e i parassiti.
Così ci si potrebbe aspettare la prevalenza di parassiti fecali orali come Tricocefalo e nematodi a cadere in epoca romana – ma troviamo un graduale aumento.
La domanda è perché?
Una possibilità spiega Mitchell è che potrebbe essere colpa delle calde acque comunali degli stabilimenti balneari che hanno contribuito a diffondere i vermi parassiti.
“non tutte le terme romane erano pulite come avrebbero potuto essere”, ha detto Mitchell.
Un’altra possibile spiegazione sollevata nello studio è l’uso romano di escrementi umani come fertilizzante per la coltivazione.
Mentre la ricerca moderna ha dimostrato che questo fa aumentare la resa dei raccolti, a meno che le feci non vengano compostate per molti mesi prima di essere aggiunte ai campi, può comportare la diffusione di uova di parassiti che possono sopravvivere nelle piante coltivate.
“E’ possibile che le leggi igienico-sanitarie che richiedevano la rimozione delle feci dalle strade realmente portarono alla reinfezione della popolazione, visto che i rifiuti erano impiegati poi per fertilizzare le colture nelle fattorie che circondavano le città”, ha detto ancora Mitchell.
Lo studio ha trovato uova di tenia sorprendentemente diffuse nel periodo romano rispetto all’età del bronzo e del ferro in Europa. Una possibilità ,Mitchell suggerisce, per l’aumento del verme solitario pesce sia l’amore dei romani per la famosa salsa chiamata garum, esportata in tutto l’impero, possibile vettore di malattie.
“La produzione di salsa di pesce e il suo commercio in tutto l’impero in barattoli chiusi, avrebbe permesso la diffusione del verme solitario pesce dalle aree endemiche del nord Europa a tutte le persone dell’impero.
Questo sembra essere un buon esempio delle conseguenze negative sulla salute di una conquista imperiale “, ha detto.
Alcuni ricercatori hanno suggerito che i vermi intestinali descritti dal medico romano Galeno (130 d.C.- 210d.C.) possono comprendere ascaridi, ossiuri e una specie di verme solitario. Galeno riteneva questi parassiti nati da una generazione spontanea nella materia putrefatta sotto l’effetto del calore.
Si raccomandava un trattamento attraverso una dieta, salassi, e medicine che si credeva avessero un effetto di avere un effetto di raffreddamento e asciugatura, nel tentativo di riequilibrare i “quattro umori”: la bile nera, bile gialla, sangue e catarro.
Aggiunge Mitchell: “Questa ultima ricerca sulla prevalenza di parassiti antichi suggerisce che i bagni, fognature e le leggi di igiene romano non aveva chiari benefici per la salute pubblica. Sembra probabile che, mentre l’igiene romana non può aver reso le persone più sane, le avrebbe rese probabilmente più profumate. ”
Stefano Borroni
martedì 29 settembre 2015
SIRENE - Tra mito e realtà
I primi racconti noti sulle sirene sono apparsi in Assiria, c. 1000 aC. La dea Atargatis (comunemente conosciuta ai greci con in nome Derketo) Tuttavia le prime rappresentazioni di Atargatis la dipingono come un pesce dotato di testa umana e braccia. Luciano di Samosata in De Dea Siria descrive Derketo: « È donna per metà della sua lunghezza; ma l'altra metà, dalle cosce ai piedi, si dilunga in una coda di pesce » (Luciano di Samosata, De Dea Syria Parte 2, Capitolo 14)

Alcuni si sono chiesti se dietro le leggende sulle sirene possa nascondersi un nocciolo di verità. Potrebbero esistere realmente degli umanoidi acquatici intelligenti, parenti lontani dell’uomo, che hanno sviluppato il loro percorso evolutivo adattandosi a vivere nelle profondità dell’oceano e che hanno sviluppato una società complessa nella quale vivono nascosti per paura dei loro parenti umani?
Sono numerosi gli scienziati che hanno avanzato interessanti teorie sull’esistenza, nel passato evolutivo dell’uomo, della “scimmia acquatica, e cioè di una antenato acquatico in comune tra gli ominidi e le scimmie.
E sarebbero numerose anche le testimonianze di coloro che affermano di aver visto degli “umanoidi acquatici” tutt’ora viventi. Secondo i teorici della cospirazione, il Governo Americano (nella fattispecie proprio del NOAA) sarebbe a conoscenza di queste creature e addirittura starebbe inscenando un clamoroso cover-up (che giustificherebbe anche il comunicato del NOAA) per nascondere il fatto di essere in possesso del corpo di una sirena. Prova di questo fatto, sarebbe il famoso suono oceanico “bloop” registrato nel profondo dell’Oceano Pacifico dal NOAA alla fine degli anni ’90. Teorie? Fantasie?
Gli ingredienti per incuriosire il Navigatore ci sono tutti. “C’era una volta una sirenetta che viveva in un meraviglioso mondo sottomarino. si tratta di una storia raccontata in tutto il mondo, la storia di una creatura leggendaria e che è menzionata nelle mitologie di quasi ogni cultura umana. La gente di tutti i continenti raccontano di aver avuto contatti con questi esseri metà uomo e metà pesce, descrivendo tutti lo stesso animale mitico. Alcuni si sono chiesti se dietro queste leggende possa nascondersi un nocciolo di verità. Potrebbero esistere realmente degli umanoidi acquatici intelligenti, parenti lontani dell’uomo, che hanno sviluppato il loro percorso evolutivo adattandosi a vivere nelle profondità dell’oceano e che hanno sviluppato una società complessa nella quale vivono nascosti per paura dei loro parenti umani? E’ quello che si sono chiesti gli autori di un documentario girato per l’emittente tv Animal Planet: “Sirene, il corpo trovato”. Il docu-fiction valuta una possibilità basata su una teoria scientifica radicale – la teoria della “scimmia acquatica” – la quale sostiene che gli esseri umani abbiano attraversato una fase anfibia nel loro percorso evolutivo. Ad un tratto, le grandi inondazioni costiere di milioni di anni fa costrinsero un gruppo dei nostri progenitori a spingersi verso l’interno, adattandosi definitivamente alla terra ferma dando vita alla specie dei primati arboricoli, mentre un altro gruppo, forse spinti dalla necessità di trovare cibo, cominciarono a spingersi sempre più in profondità nel mare, adattandosi alla vita acquatica. Dopo questo adattamento, un gruppo di primati sarebbe ritornato sulla terra ferma conservando alcune delle caratteristiche sviluppate nell’ambiente marino, mentre un altro gruppo si sarebbe adattato definitivamente all’ambiente marino. Quindi, mentre noi ci siamo evoluti in esseri umani terrestri, i nostri parenti acquatici si sarebbero evoluti in esseri umani anfibi, stranamente simili alla leggendaria sirena.
Alcuni autori sostengono la versione contraria della teoria e cioè che il progenitore in comune fosse completamente acquatico e che alcuni gruppi, spinti dalla necessità di trovare cibo, si spinsero sulla terra ferma fino ad adattarsi completamente a respirare ossigeno allo stato gassoso. In ogni caso, la sostanza non cambia. Come prova a sostegno della teoria, gli autori del documentario sottolineano le notevoli differenze riscontrabili tra l’uomo e gli altri primati. Anzi, alcune caratteristiche lo rendono molto più simile ai mammiferi marini che non ai primati terrestri.
Questi i segni distintivi fondamentali: la perdita del pelo cutaneo (i peli creano resistenza in acqua); la capacità istintiva a nuotare (i bambini appena nati già sono in grado di nuotare); il grasso sottocutaneo (per l’isolamento dall’acqua fredda); il controllo del respiro (alcuni umani sono in grado di trattenere il respiro fino a 20 minuti, più ogni altro animale terrestre); un cervello molto sviluppato, grazie ad una dieta ricca di frutti di mare; La storia della teoria della “scimmia acquatica” Nel corso del tempo, diversi autori si sono dedicati alla teoria della scimmia acquatica. In un libro del 1942, il biologo tedesco Max Westenhofer ipotizzò che i primissimi stadi dell’evoluzione umana fossero avvenuti in prossimità dell’acqua. Così egli scrive: “Postulare un modo di vita acquatico in una fase precoce dell’evoluzione umana è un’ipotesi sostenibile, per la quale si possono produrre ulteriori indagini e elementi di prova”. Ma il vero padre della teoria è il biologo marino Alister Hardy che, già nel 1930, aveva ipotizzato che gli esseri umani possano aver avuto antenati acquatici. Ma solo nel 1960 decise di divulgare la sua teoria. L’occasione fu un discorso tenuto al British Sub-Aqua Club di Brighton il 5 marzo del 1960. La tesi di Hardy si basa sulla convinzione che un gruppo di queste scimmie primitive, costrette dalla concorrenza con i loro simili e dalla scarsità di cibo, si sia spinta fino alle sponde del mare per andare a caccia di crostacei, molluschi, ricci di mare, ecc., nelle acque poco profonde al largo della costa.
Il biologo suppone che queste proto-scimmie acquatiche, spinte dalla necessità di rimanere sott’acqua per diverso tempo – proprio come è capitato per molti altri gruppi di mammiferi – si siano adattate all’ambiente acquatico fino a rimanere in acqua per periodi relativamente lunghi, se non in maniera definitiva. Hardy esplicitò definitivamente le sue idee in un articolo apparso su New Scientist il 17 marco 1960.
Dopo la pubblicazione dell’articolo, la teoria godette di un certo interesse per diverso tempo, ma fu progressivamente ignorata dalla comunità scientifica.
Nel 1987, si tenne un simposio scientifico a Valkenburg, Olanda, per discutere la validità della teoria della Scimmia Acquatica. Dagli atti del convegno – pubblicati nel 1991 con il titolo “Aquatic Ape: Fact or fiction?” (Scimmia acquatica: realtà o finzione?) – emerge che gli scienziati non se la sentirono di sostenere l’idea che gli antenati dell’uomo fossero acquatici, ma che ci sarebbero alcune prove che avessero sviluppato l’abilità natatoria per alimentarsi nei fiumi e nei laghi, con il risultato che l’homo sapiens moderno può godere di brevi periodi di tempo in apnea.
Questa è solo una delle versioni “deboli” della teoria, utilizzata dai ricercatori per spiegare alcune caratteristiche umane che sono ancora avvolte nel mistero, quali la perdita del pelo cutaneo, la capacità di apnea, il grasso sottocutaneo e la capacità istintiva a nuotare dei neonati.
Sebbene l’ipotesi della Scimmia Acquatica spieghi abbastanza bene il sorgere di queste caratteristiche, la maggior parte dei paleoantropologi tende a rifiutare la teoria, non accettandola tra le principali spiegazioni dell’evoluzione umana. Una lettura estrema della teoria di Hardy ha portato alcuni ricercatori indipendenti ha ipotizzare l’esistenza attuale, di umanoidi acquatici intelligenti che vivono in società complesse nel fondo dell’oceano.
L’esistenza di queste timide creature sarebbe all’origine delle leggende sulle sirene, decantate anche da Omero nella sua Odissea. Ma è possibile ipotizzare l’esistenza di questi Umanoidi Acquatici? Potrebbero esserci delle prove? Antiche testimonianze La storia delle sirene non è recente come si pensa.
In verità, alcune pitture rupestri ci fanno pensare che la consapevolezza umana delle sirene sia molto più antica. In una grotta di arenaria in Egitto esistono le rappresentazioni più antiche delle sirene. Sulle pareti della caverna sono rappresentate creature umane con la coda, equipaggiate con lance e reti.
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Anche in epoca recente le testimonianze da parte dei pescatori sono state numerose. In molti casi, si racconta del recupero di grossi animali acquatici completamente infilzati con lancie e coltelli di origine sconosciuta. In alcune testimonianze di inizio secolo è possibile vedere lo stupore e lo sconcerto dei marinai.

Uno strano suono dal fondo dell’Oceano Nell’estate del 1997, il NOAA, con l’ausilio di un idrofono equatoriale, registrò più volte un suono misterioso proveniente dagli abissi dell’Oceano Pacifico. Il suono aumentava rapidamente in frequenza per circa un minuto, ed era di ampiezza sufficiente per essere ascoltato dai sensori ad una distanza di oltra 5.000 chilometri.
L’origine del suono – battezzato “The Bloop” – è, come ammette il NOAA – di origine sconosciuta. Secondo alcuni, questo suono potrebbe essere la prova dell’esistenza di una specie sottomarina sconosciuta. Il team di Paul Robertson, un ex dipendente del NOAA, nel 2007 stava indagando sugli inspiegabili spiaggiamenti di massa delle balene.
Nell’esaminare i campioni di tessuto dei corpi di alcune balene, i ricercatori si resero conto che i mammiferi erano stati danneggiati da sonar particolarmente potenti, utilizzati in diverse parti del mondo in occasione di esercitazioni navali. L’inquinamento acustico marino è un fenomeno che in questi ultimi anni ha avuto un grande incremento.
La nuova tecnologia Sonar utilizzata sia per la mappatura del fondo dell’oceano che per l’individuazione di bersagli sottomarini, emette vibrazioni sonore percettibili fino a centinaia di chilometri di distanza. Quando una specie più sensibile, come le balene o i delfini, si trovi in prossimità dell’emissione del rumore subisce un vero e proprio trauma che la spinge ad una fuga precipitosa, fatale quando è diretta verso la superficie del mare.
Secondo uno studio l’impatto di media frequenza di un sonar militare sull’udito di una balena è equivalente a quello di un motore di jet al decollo sull’udito di un essere umano che si trovi a tre metri di distanza. La conclusione cui giunsero gli scienziati marini è che le onde sonore emesse dai sonar erano talmente potenti da spaventare quegli animali dotati di un udito così sensibile.
Nel tentativo di sfuggire alla raffica di onde sonore, i mammiferi si erano spinti in acque troppo basse per sostenere le loro dimensioni enormi, finendo per arenarsi. Per cercare di dimostrare questa teoria, Robertson e il suo team si servirono delle registrazioni di un idrofono di profondità. Fu proprio in quelle registrazioni che ascoltarono la prima volta il “bloop”. Utilizzando un software audio, i ricercatori riuscirono ad isolare il suono di una creatura sconosciuta mescolata con i suoni delle balene e dei delfini. Dopo più accurate analisi, i ricercatori ebbero l’impressione che queste creature sconosciute comunicassero con i mammiferi, forse con l’intento di salvarli dal rumore del sonar.
Qualche settimana dopo, ci fu un altro spiaggiamento di massa in Sud Africa. Anche in quella zona i ricercatori registrarono suoni simili sui proprio dispositivi. Robertson e il suo team si recarono sul posto per investigare. Sulla spiaggia furono i resti di una creature sconosciuta all’interno dello stomaco di un enorme squalo bianco.
Mentre esaminavano lo squalo, i ricercatori notarono una sorta di pugnale infilzato nel lato della bocca dello squalo.

Come aveva fatto ad arrivare quel pugnale lì? Una volta tirate fuori tutte le parte dallo stomaco dello squalo, cominciarono a studiare attentamente i resti per capire di cosa di trattasse. All’interno trovarono la testa della creatura, una mano quasi completa, un longo osso tipo coda-pinna. Inoltre, i ricercatori trovarono anche uno strano strumento con un buco. In un primo momento non compresero cosa fosse, ma poi si ricordarono del pugnale nella bocca dello squalo.
L’oggetto sembrava essere un perfetto astuccio per il coltello ricavato da una cosa o una spina dorsale di qualche grosso pesce. Ma chi aveva potuto produrre un oggetto simile? Alcuni dei ricercatori si convinsero di trovarsi di fronte ad una sorta di “ominide acquatico intelligente”, una sirena! Ora avevano senso tutte le misteriose lance e coltelli trovati nei corpi di numerosi pesce nell’oceano. Qualche giorno dopo, mentre il team stava per tornare negli Stati Uniti, i militari americani confiscarono i resti della creatura e i risultati della ricerca. Pare che il governo stesse studiano il fenomeno da molto tempo e che avesse utilizzato Robertson e la sua squadra per ottenere le informazioni che cercava. L’unica cosa che lasciarono fu la registrazione del famoso “bloop”. Gli scienziati rimasero sconvolti dal fatto che avevano sequestrato tutti i risultati ottenuti con anni di duro lavoro, ma le registrazioni erano il vero tesoro da conservare.
Grazie ad esse, avevano capito che le sirene erano in grado ci comunicare con i delfini e le balene. Questa è la prima e l’unica volta che si possiede la testimonianza di una comunicazione interspecie. Come alcuni sanno, in alcuni paesi, i delfini aiutano i pescatori umani a catturare i pesci, in cambio di una lauta porzione di bottino! Dove hanno imparato i delfini a fare questo? In conclusione In una intervista recente, Robertson ha dichiarato di non sapere se le sirene esistono o no, a differenza di uno dei suoi colleghi il quale pensa che esistano e che bisogna solo trovarle. Secondo Robertson, se le sirene esistono e sono sopravvissute così a lungo è perché sanno nascondersi.
L’unica cosa di cui è convinto il ricercatore è quella di non voler contribuire mai più alla ricerca delle sirene: “Non credo che gli essere umani sarebbero in grado di coesistere con le sirene senza sterminarle”.
Il ricercatore sta ancora cercando di ottenere il bando dello sviluppo e della sperimentazione di armi Sonar per salvare balene, delfini e sirene. Personalmente non ho mai creduto nelle sirene, eppure questo documentario mi fa capire che le profondità dell’oceano sono veramente la frontiera dell’esplorazione umana. Come spesso si dice, conosciamo meglio la superficie della Luna, che non le profondità del mare. Che si tratti o no di sirene, bisogna prendere atto che nel fondo dell’oceano ci sono specie sconosciute e misteriose che ancora non conosciamo e che speriamo di non incontrare per non sterminarle (per dirla con Robertson).
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| Dagon, il dio sumero dell'abbondanza e della fertilità |

Mami Wata è una sirena con poteri magici, venerata in molti paesi africani, nei Carabi, in Brasile e anche in Europa.
venerdì 11 settembre 2015
La timeline dell'evoluzione dell'uomo
Breve storia del genere Homo.

5,8 MILIONI DI ANNI FA - Orrorin tugenensis, il più antico antenato dell'uomo che camminava abitualmente sulle gambe. I suoi resti trovati in Kenia, e in particolare un femore, hanno una struttura che ha fatto ipotizzare agli scienziati che fosse piuttosto abituato a muoversi su due gambe.
5,5 MILIONI DI ANNI FA - Compare il genere Ardipithecus. Condivide alcuni tratti con gli scimpanzé e i gorilla, vive nella foresta. Usava 2 zampe sul terreno e tutte e 4 quando si muoveva sui rami. Il ritrovamento più importante è quello di Ardi, un esemplare femmina di Ardipithecus ramidus vissuto 4,4 milioni di anni fa.
4 MILIONI DI ANNI FA - Fanno la loro comparsa gli Australopitechi. Il loro cervello è già più grande di quello di uno scimpanzé - con un volume di 400/500 cm3. È il primo antenato a vivere nella savana. Se, come sostengono le più attuali teorie paleoantropologiche, lo sviluppo del cervello iniziò “dai piedi”, ossia dal modo di camminare, le orme fossili trovate provano che già circa 3,6 milioni di anni or sono i piedi degli ominidi (forse quelli della specie Australopithecus afarensis) erano simili a quelli dell’uomo attuale, e non più scimmieschi come li aveva l'Ardipithecus
3,2 MILIONI DI ANNI FA - È l'epoca in cui vive Lucy, la celebre donna scimmia (A. afarensis) scoperta in Etiopia dal paleoantropologo americano Donald Johanson. Manca delle estremità inferiori, ma le ossa delle gambe e il bacino dimostrano che la stazione eretta fa era acquisita: gli ominidi si muovevano quasi sempre in quella posizione, non solo per alcuni tratti.
2,9 MILIONI DI ANNI FA - Secondo le teorie più accreditate, l’albero dell’evoluzione a quell’epoca si divise in due rami principali. Nel primo fanno parte alcune specie di ominidi - come Paranthropus aethiopicus (vissuto nelle attuali Etiopia e Tanzania), muniti di mascelle possenti per triturare cibi vegetali coriacei, come le noci e le radici per esempio. Vivono nei boschi e nelle praterie. E si estinguono 1,2 milioni di anni fa. Negli ominidi appartenenti al secondo ramo, come Australopithecus africanus, la dentatura e le mascelle rimasero invece leggere, ma si sviluppò la scatola cranica. Gli scienziati concordano nel riconoscere a questo secondo ramo il ruolo di progenitore del genere Homo, cioè quello cui apparteniamo noi.
2,8 MILIONI DI ANNI FA - Compare il genere umano, con la specie dell'Homo habilis. Aveva una scatola cranica più sviluppata degli ominidi che l’avevano preceduto, ma mascelle relativamente meno potenti, perché la sua dieta era diventata onnivora: comprendeva cioè una buona base di carne, che si procurava facendo lo “spazzino”, cioè scacciando iene e altri predatori dalle carcasse degli animali morti, spesso agendo in gruppo con altri simili. I suoi utensili di pietra servivano soprattutto a rompere le ossa per mangiare il midollo, un cibo molto nutriente. H. habilis è stato a lungo considerato il primo membro della linea evolutiva di Homo, ma una serie di nuovi ritrovamenti ha cambiato le carte in tavola.
2 MILIONI DI ANNI FA - Prime evidenze di Homo ergaster, con un volume del cervello di 850 cm3.
1,8-1,5 MILIONI DI ANNI FA - Homo erectus si trova in Asia. È il primo vero antenato di cacciatori-raccoglitori, e anche il primo ad aver migrato dall'Africa in gran numero. Aveva una dimensione del cervello di circa 1000 cm3.
1,6 MILIONI DI ANNI FA - Primo uso sporadico del fuoco. È ancora un'ipotesi, suggerita da sedimenti scoloriti trovati in Kenya. Prove più convincenti di strumenti di legno e pietra carbonizzati si trovano in Israele e risalgono però a 780.000 anni fa. Con l’inizio della cultura acheuleana, si iniziò a lavorare simmetricamente i ciottoli su entrambe le facce e a sagomarli con maggior precisione con l’ausilio di strumenti di legno o di osso.
600.000 ANNI FA - Homo heidelbergensis vive in Africa e in Europa. Ha una capacità cranica simile a quella degli esseri umani moderni.
500.000 ANNI FA - Risalgono a quel periodo i resti più antichi e conosciuti di rifugi costruiti appositamente. Sono capanne di legno ritrovate vicino a Chichibu, Giappone.
400.000 ANNI FA - I primi esseri umani cominciano a cacciare con lance.
230.000 ANNI FA - Compaiono i Neanderthal. Li ritroviamo in tutta Europa dalla Gran Bretagna ad ovest all'Iran, a est. Si estingueranno - per colpa dei sapiens, 28.000 anni fa circa.
195.000 ANNI FA - La nostra specie Homo sapiens appare sulla scena - e poco dopo inizia a migrare in tutta l'Asia e l'Europa. I più antichi resti umani moderni sono due crani trovati in Etiopia che risalgono a questo periodo. Volume medio del cervello umano: 1.350 cm3.
170.000 ANNI FA - Risale a questo periodo la “Eva mitocondriale”, l’antenato comune determinato dalla comparazione del Dna mitocondriale, trasmesso sempre dalla madre, di individui di varie etnie o regioni.
150.000 ANNI FA - Probabilmente gli uomini parlano. Alcune conchiglie usate come gioielli e risalenti a 100.000 anni fa potrebbero essere un segnale che gli esseri umani fossero in grado di sviluppare discorsi complessi e ricorrere al simbolismo.
140.000 DI ANNI FA - Prime prove di commercio a lunga distanza.
110.000 ANNI FA - Prime perle - a base di gusci d'uovo di struzzo - e gioielli.
50.000 ANNI FA - È l'epoca del "Grande balzo in avanti": la cultura umana comincia a cambiare molto più rapidamente rispetto a prima; si sepelliscono i morti ritualmente; si creano abiti da pelli di animali; e si sviluppano tecniche di caccia complesse.
35.000 ANNI FA - In base ad alcuni ritrovamenti, risale a questo periodo l'addomesticazione dei cani. In passato si riteneva che l'amicizia tra cani e uomo fosse iniziata solo 10.000 anni fa.
33.000 ANNI FA - Risale a questo perioso la più antica arte rupestre. Più tardi, gli artisti dell'età della pietra creano murales spettacolari a Lascaux e Chauvet in Francia. Homo erectus si estingue in Asia - sostituito dall'uomo moderno
12.000 ANNI FA - L'uomo moderno raggiungere le Americhe. 10.000 ANNI FA - L'agricoltura si sviluppa e diffonde. Nascono i primi villaggi.
5.500 ANNI FA - Finisce l'età della Pietra e inizia quella del Bronzo: gli uomini cominciano a fondere e lavorare rame e stagno, e li usano al posto degli strumenti di pietra.
5.000 ANNI FA - Primo scritto conosciuto.

5,8 MILIONI DI ANNI FA - Orrorin tugenensis, il più antico antenato dell'uomo che camminava abitualmente sulle gambe. I suoi resti trovati in Kenia, e in particolare un femore, hanno una struttura che ha fatto ipotizzare agli scienziati che fosse piuttosto abituato a muoversi su due gambe.
5,5 MILIONI DI ANNI FA - Compare il genere Ardipithecus. Condivide alcuni tratti con gli scimpanzé e i gorilla, vive nella foresta. Usava 2 zampe sul terreno e tutte e 4 quando si muoveva sui rami. Il ritrovamento più importante è quello di Ardi, un esemplare femmina di Ardipithecus ramidus vissuto 4,4 milioni di anni fa.
4 MILIONI DI ANNI FA - Fanno la loro comparsa gli Australopitechi. Il loro cervello è già più grande di quello di uno scimpanzé - con un volume di 400/500 cm3. È il primo antenato a vivere nella savana. Se, come sostengono le più attuali teorie paleoantropologiche, lo sviluppo del cervello iniziò “dai piedi”, ossia dal modo di camminare, le orme fossili trovate provano che già circa 3,6 milioni di anni or sono i piedi degli ominidi (forse quelli della specie Australopithecus afarensis) erano simili a quelli dell’uomo attuale, e non più scimmieschi come li aveva l'Ardipithecus
3,2 MILIONI DI ANNI FA - È l'epoca in cui vive Lucy, la celebre donna scimmia (A. afarensis) scoperta in Etiopia dal paleoantropologo americano Donald Johanson. Manca delle estremità inferiori, ma le ossa delle gambe e il bacino dimostrano che la stazione eretta fa era acquisita: gli ominidi si muovevano quasi sempre in quella posizione, non solo per alcuni tratti.
2,9 MILIONI DI ANNI FA - Secondo le teorie più accreditate, l’albero dell’evoluzione a quell’epoca si divise in due rami principali. Nel primo fanno parte alcune specie di ominidi - come Paranthropus aethiopicus (vissuto nelle attuali Etiopia e Tanzania), muniti di mascelle possenti per triturare cibi vegetali coriacei, come le noci e le radici per esempio. Vivono nei boschi e nelle praterie. E si estinguono 1,2 milioni di anni fa. Negli ominidi appartenenti al secondo ramo, come Australopithecus africanus, la dentatura e le mascelle rimasero invece leggere, ma si sviluppò la scatola cranica. Gli scienziati concordano nel riconoscere a questo secondo ramo il ruolo di progenitore del genere Homo, cioè quello cui apparteniamo noi.
2,8 MILIONI DI ANNI FA - Compare il genere umano, con la specie dell'Homo habilis. Aveva una scatola cranica più sviluppata degli ominidi che l’avevano preceduto, ma mascelle relativamente meno potenti, perché la sua dieta era diventata onnivora: comprendeva cioè una buona base di carne, che si procurava facendo lo “spazzino”, cioè scacciando iene e altri predatori dalle carcasse degli animali morti, spesso agendo in gruppo con altri simili. I suoi utensili di pietra servivano soprattutto a rompere le ossa per mangiare il midollo, un cibo molto nutriente. H. habilis è stato a lungo considerato il primo membro della linea evolutiva di Homo, ma una serie di nuovi ritrovamenti ha cambiato le carte in tavola.
2 MILIONI DI ANNI FA - Prime evidenze di Homo ergaster, con un volume del cervello di 850 cm3.
1,8-1,5 MILIONI DI ANNI FA - Homo erectus si trova in Asia. È il primo vero antenato di cacciatori-raccoglitori, e anche il primo ad aver migrato dall'Africa in gran numero. Aveva una dimensione del cervello di circa 1000 cm3.
1,6 MILIONI DI ANNI FA - Primo uso sporadico del fuoco. È ancora un'ipotesi, suggerita da sedimenti scoloriti trovati in Kenya. Prove più convincenti di strumenti di legno e pietra carbonizzati si trovano in Israele e risalgono però a 780.000 anni fa. Con l’inizio della cultura acheuleana, si iniziò a lavorare simmetricamente i ciottoli su entrambe le facce e a sagomarli con maggior precisione con l’ausilio di strumenti di legno o di osso.
600.000 ANNI FA - Homo heidelbergensis vive in Africa e in Europa. Ha una capacità cranica simile a quella degli esseri umani moderni.
500.000 ANNI FA - Risalgono a quel periodo i resti più antichi e conosciuti di rifugi costruiti appositamente. Sono capanne di legno ritrovate vicino a Chichibu, Giappone.
400.000 ANNI FA - I primi esseri umani cominciano a cacciare con lance.
230.000 ANNI FA - Compaiono i Neanderthal. Li ritroviamo in tutta Europa dalla Gran Bretagna ad ovest all'Iran, a est. Si estingueranno - per colpa dei sapiens, 28.000 anni fa circa.
195.000 ANNI FA - La nostra specie Homo sapiens appare sulla scena - e poco dopo inizia a migrare in tutta l'Asia e l'Europa. I più antichi resti umani moderni sono due crani trovati in Etiopia che risalgono a questo periodo. Volume medio del cervello umano: 1.350 cm3.
170.000 ANNI FA - Risale a questo periodo la “Eva mitocondriale”, l’antenato comune determinato dalla comparazione del Dna mitocondriale, trasmesso sempre dalla madre, di individui di varie etnie o regioni.
150.000 ANNI FA - Probabilmente gli uomini parlano. Alcune conchiglie usate come gioielli e risalenti a 100.000 anni fa potrebbero essere un segnale che gli esseri umani fossero in grado di sviluppare discorsi complessi e ricorrere al simbolismo.
140.000 DI ANNI FA - Prime prove di commercio a lunga distanza.
110.000 ANNI FA - Prime perle - a base di gusci d'uovo di struzzo - e gioielli.
50.000 ANNI FA - È l'epoca del "Grande balzo in avanti": la cultura umana comincia a cambiare molto più rapidamente rispetto a prima; si sepelliscono i morti ritualmente; si creano abiti da pelli di animali; e si sviluppano tecniche di caccia complesse.
35.000 ANNI FA - In base ad alcuni ritrovamenti, risale a questo periodo l'addomesticazione dei cani. In passato si riteneva che l'amicizia tra cani e uomo fosse iniziata solo 10.000 anni fa.
33.000 ANNI FA - Risale a questo perioso la più antica arte rupestre. Più tardi, gli artisti dell'età della pietra creano murales spettacolari a Lascaux e Chauvet in Francia. Homo erectus si estingue in Asia - sostituito dall'uomo moderno
12.000 ANNI FA - L'uomo moderno raggiungere le Americhe. 10.000 ANNI FA - L'agricoltura si sviluppa e diffonde. Nascono i primi villaggi.
5.500 ANNI FA - Finisce l'età della Pietra e inizia quella del Bronzo: gli uomini cominciano a fondere e lavorare rame e stagno, e li usano al posto degli strumenti di pietra.
5.000 ANNI FA - Primo scritto conosciuto.
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