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martedì 3 dicembre 2019

Due mummie di leone scoperte a Saqqara, in Egitto


Dall'Antico Egitto ci sono arrivate mummie di gatto, cane, ibis, persino di coccodrillo: mai però prima d'ora ci si era imbattuti nei resti completi di leoni preservati per l'Aldilà. 

Le prime due mummie di cuccioli di leone sono venute alla luce non lontano dalla necropoli di Saqqara, in Egitto, in una tomba piena di altri animali mummificati (soprattutto gatti e uccelli) e di statuette di forma felina. 

Il malloppo di animali considerati sacri, veri e finti, risalirebbe alla fine del Periodo Tolemaico, 2600 anni fa. I leoni mummificati non arrivavano al metro di lunghezza: morirono prima di aver raggiunto il pieno sviluppo.


Non sono i soli felini selvatici ritrovati nella tomba: tre altre mummie appartengono quasi certamente a leopardi, ghepardi, pantere o altri grossi predatori, non è ancora chiaro a quali.

 Accanto ai leoni "riposavano" altre 20 mummie di gatti domestici e decine di statuette in pietra, legno o bronzo, finemente dipinte e in certi casi intarsiate in oro.


A completare il bestiario, un grosso manufatto a forma di scarabeo, di quelli usati, nell'Antico Egitto, come sigilli, gioielli o amuleti. L'oggetto che è lungo una trentina di centimetri potrebbe essere il più grosso artefatto di questa forma mai ritrovato. 
Ma il particolare che ha reso possibile la datazione è una statua della dea Neith, patrona di Sais, una città sul Delta occidentale del Nilo che fu la capitale durante la ventiseiesima dinastia, 2600 anni fa.

 I ritrovamenti di mummie feline sono piuttosto comuni nell'area di Saqqara, dove si venerava la dea Bastet, in origine divinità leonina e poi, con il tempo, ammansita in dea protettrice dalle sembianze di gatto, madre del dio leone Mysis.

 Proprio a Saqqara, nel 2004, un team di archeologi francesi aveva individuato uno scheletro incompleto di leone, ma è la prima volta che questo animale si ritrova in forma mummificata.
 Dopo la morte, i felini venivano trattati con gli stessi onori riservati all'uomo, e offerti in forma di mummie a Bastet. 

In altri casi, gli animali votivi erano allevati apposta per la mummificazione, e venduti ai fedeli che volessero ingraziarsi una divinità. 

 Fonte: focus.it

giovedì 28 novembre 2019

La foresta che in Messico diventa arancione grazie alle farfalle


Ogni anno in autunno, in Messico, succede qualcosa di straordinario: questa foresta, situata tra il Michoacan e L’Estado de Mexico si colora di arancione grazie alla presenza delle farfalle monarca. 

  Ogni novembre, la foresta situata tra lo stato del Michoacan e l' Estado de Mexico viene letteralmente invasa da queste meravigliose svolazzanti creature arancioni nere e bianche che attraversano il sito come tappa del loro ciclo migratorio.


Queste splendide farfalle volano a circa 3800 miglia dal Canada e dagli Stati Uniti per raggiungere il Messico e trascorrere qui i mesi più freddi dell’anno. 

 Il lungo viaggio della farfalla monarca inizia ad agosto, per terminare i primi giorni di novembre sugli alti alberi del Messico, che diventano la loro casa fino a marzo.


Ogni anno, circa 200 milioni di farfalle arrivano nella foresta messicana con la forza del loro battito d’ali e tutto si trasforma, come per magia. 

 Le farfalle trovano riparo tra gli alberi di pino, quercia e abete. Quando le temperature sono anche basse, questi insetti tendono a dormire e stare molto vicini tra loro, così tanto da far sembrare gli alberi arancioni.


La foresta è diventata area protetta.
 La riserva della biosfera delle farfalle monarca è stata nominata nel 2008 Patrimonio dell’Umanità dell’UNESCO. 



 Tratto da : siviaggia.it

Le meravigliose sfumature del lago australiano che cambia colore con le stagioni


Dal fucsia al rosa, dal bianco al blu. 
A meno di due ore di strada da Adelaide si trova il lago Bumbunga, i cui colori richiamano migliaia di turisti e fotografi da tutto il mondo. 

 Siamo fra le città di Lochiel e Bumbunga. E questo lago circondato dalle saline non è famoso solo per il suo colore rosa, come tanti altri del South Australia, dove la natura dà spettacolo. 
La sua superficie è a specchio, e il cielo si riflette sull'acqua creando mille scintillanti sfumature.
 Poi, in base alle stagioni e alla salinità, cambia drasticamente colore.


Con l'aumentare delle temperature, il sale si concentra e il rosa diventa più acceso. 
Dove l'acqua inizia a evaporare, il lago lascia spazio a delle saline rosa chiaro.
 Mentre nelle stagione delle piogge il lago passa prima da bianco poi a blu, ma mai come un lago qualsiasi.

 A creare il rosa è una reazione chimica creata da sale, bicarbonato di sodio, alghe e microrganismi che vivono nell'acqua di questo meraviglioso lago conosciuto come salina nel 1868.

 Fonte: lastampa.it

martedì 26 novembre 2019

In India i ponti ‘viventi’ di radici che diventano più resistenti man mano che gli alberi crescono


Non sono i ponti più alti o più lunghi del mondo, ma una serie di umili attraversamenti fluviali formati dalle radici degli alberi.

 Si tratta di veri e propri ponti viventi che si innalzano sopra fiumi e burroni di Meghalaya, nell’India nord-orientale, collegando i villaggi e permettendo agli agricoltori di raggiungere le terre coltivate.

 Queste strutture, ancora poco studiate, sono formate dalle radici aeree del Ficus elastica, o l’albero della gomma, che possono estendersi fino a 50 metri e sopravvivere per centinaia di anni. Sono radici incredibilmente robuste e la loro forza aumenta nel tempo poiché man mano che gli alberi crescono si ancorano sempre più alla terra.


I ponti viventi rappresentano una meraviglia ingegneristica naturale, che potrebbero aiutare le nostre città ad adattarsi alle temperature in aumento associate alla crisi climatica. 

 Alcuni ricercatori hanno mappato 74 ponti viventi nella zona, chiarendo il meccanismo con cui si formano e il modo in cui si mantengono nel tempo; per farlo, hanno sfruttato le conoscenze dei residenti, scattato migliaia di fotografie e realizzato numerosi modelli tridimensionali. 

 A differenza dei ponti realizzati in legno o bambù, i ponti viventi non sono facilmente spazzati via da pioggia e venti e non marciscono, aspetto molto importante in una regione molto umida. I ponti viventi durano anche molto più a lungo delle strutture costruite in acciaio, che arrugginiscono e si rovinano in fretta a causa del clima umido.


Le caratteristiche dei ponti radicali viventi sono date da un processo di “architettura rigenerativa” fatto dell’alternanza di crescita, decadimento e ricrescita continui.
 Non si tratta di un processo naturale: i ponti sono realizzati e mantenuti da individui, famiglie e comunità degli indigeni Khasi e Jaintia.

 Il processo di costruzione è simile tra le varie comunità, anche se differisce leggermente in base alle tradizioni locali e al tipo di ponte che si vuole realizzare. 

Si inizia piantando una piccola pianta su ogni sponda del fiume o lungo i bordi di un burrone. 
Quando spuntano le radici aeree, queste vengono avvolte attorno a una struttura di bambù o a steli di palma e vengono dirette verso la riva opposta. 
Quando raggiungono l’altro lato, vengono impiantati nel terreno. Dopodiché la pianta emette ulteriori radici aeree, che possono anche fondersi tra loro, e la struttura diventa sempre più complessa e solida, stabile e resistente al carico.




Perché un ponte sia completato possono volerci decenni: la maggior parte dei ponti raggiungono i 20 metri e sono così stabili da poter essere percorsi da 2000 persone al giorno, mentre altri possono arrivare a lunghezze maggiori diventando difficili da percorrere e spaventosi.

 Le tecniche utilizzate per costruire i ponti radicali viventi potrebbero essere impiegate nelle città, ad esempio per creare pensiline che non creino ostacoli a livello del suolo e che contemporaneamente rendano più verdi e ombreggiate le aree urbane, strategie necessarie per far fronte all’aumento delle temperature. 


 Fonte: greenme.it

lunedì 25 novembre 2019

La storia della Piramide Cestia. Il fascino del gusto orientale a Roma


A Roma, vicino a Porta San Paolo, c’è una piramide.

 La curiosa storia della Piramide Cestia è ovviamente molto antica. Tutto ebbe inizio nel I secolo a.C. quando Caio Cestio, un importante uomo politico dell’antica Roma, decise che come proprio monumento funerario la piramide sarebbe stata la scelta ideale.

 La preferenza va ricercata nel contesto storico di quel periodo: siamo negli anni della conquista dell’Egitto e i ricchi e colti romani restarono subito affascinati dal gusto orientale. 

Caio Cestio decise così di farsi costruire la propria tomba a forma di piramide al di fuori della città – come era usanza – lungo una strada consolare, la via Ostiense, l’antico collegamento tra l’Urbe ed il suo porto, la città di Ostia Antica. 

 Sappiamo con certezza, grazie al testamento dello stesso Caio Cestio, che la piramide fu costruita in soli 330 giorni, venendo innalzata tra il 18 e il 12 a.C., anche se ciò che impressiona maggiormente è la sua portentosa struttura: è alta quasi 37 metri e ha una base quadrata di circa 30 metri per lato.


Ma chi era questo ricco uomo politico? 
E’ lui stesso a presentarsi nelle iscrizioni sulle facciate della piramide come un importante membro del collegio sacerdotale degli Epuloni, i quali avevano il compito di organizzare in città i sacri banchetti annuali in onore delle più importanti divinità.
 E per la sua costruzione, non si badò a spese.
 Il figlio di Caio Cestio vendette i pregiati arazzi detti “attalica” e con il ricavato fece realizzare due statue in bronzo dorato da posizionare proprio all’ingresso del monumento. 


 La tomba non era certo isolata, ma anzi, era circondata da un recinto costruito con blocchi di tufo (oggi ancora in parte visibili) e con quattro colonne innalzate proprio in corrispondenza dei quattro angoli della Piramide. 
Di queste colonne oggi ne restano visibili solo due, riportate alla luce nel 1656 e subito riposizionate nella loro collocazione originaria, per volere di papa Alessandro VII Chigi.


Ma le sorprese più grandi della Piramide si celano al suo interno, dove si trova la camera sepolcrale: un piccolo vano rispetto alla mole imponente della Piramide, ma con pareti interamente e delicatamente affrescate con figure femminili alternate a vasi lustrali e gioiose Vittorie alate sulla volta. 

Ciò che resta ancora oggi completamente avvolto nel mistero è se Caio Cestio decise di farsi cremare o inumare: non sono stati infatti rinvenuti né sarcofagi né urne cinerarie.




Ciò che è certo è che all’interno della stanza non vi doveva essere alcun bene prezioso perché Augusto aveva appena vietato, con una apposita legge, l’ostentazione del lusso nelle tombe.

 Un vero smacco per i numerosi tombaroli che nel corso dei secoli hanno più volte cercato di intrufolarsi all’interno della piramide cercando i tesori.


E’ giunta così ben conservata fino ai nostri giorni perché fu inglobata nelle Mura Aureliane nel IV secolo d.C. e in questo modo ne fu risparmiata la sua distruzione, trovandosi esattamente lungo il tracciato delle nuove mura. 
Ma è un monumento particolarmente fortunato perché scampò anche ad un’altra distruzione, quella dei bombardamenti durante la II Guerra Mondiale, che invece buttarono giù per sempre un tratto adiacente delle Mura Aureliane.


 Caio Cestio non fu l’unico però a costruire una piramide a Roma. Sappiamo infatti che in città ve ne erano almeno altre tre: due nell’area dove oggi sorgono le chiese gemelle di piazza del Popolo ed una lungo via della Conciliazione, all’altezza della Chiesa di Santa Maria in Traspontina.
 Quest’ultima fu distrutta nel 1499 da papa Alessandro VI Borgia per ampliare la viabilità della strada vicina a San Pietro, in occasione dell’imminente giubileo. 


 La fama però della Piramide Cestia fu grande già in passato, quando di fatto divenne una delle tappe obbligate di visita per i giovani rampolli delle famiglie europee che compievano il Grand Tour, l’importante viaggio di formazione e studio tra XVII e XIX secolo: vedere una Piramide a Roma sorprendeva davvero tutti! 


 Fonte: artslife.com

venerdì 22 novembre 2019

Hong Kong: alle origini della protesta



Una volta la regione era famosa per il suo "porto profumato", da cui prenderebbe anche il nome (in cinese Xianggang), merito delle tante fabbriche di incenso. 
Oggi Hong Kong è più conosciuta per lo skyline, la piazza finanziaria e il terziario avanzato, pur trovandosi nella Cina comunista. 
Ed è proprio questo il punto: gli abitanti di Hong Kong si sentono cinesi "occidentalizzati", un sentimento che mal si sposa con l'autoritarismo di Pechino, come dimostrano le proteste ininterrotte.

Per capire questa vicenda è necessario andare indietro di qualche secolo, fino al Settecento, quando la Compagnia britannica delle Indie Orientali stabilì la sua sede a Canton (Cina del Sud), avviandovi le prime attività commerciali. 
Di lì a poco gli inglesi diventarono il maggior fornitore di oppio della Cina, e fecero affari d'oro fino al 1839, anno in cui le autorità cinesi promulgarono il divieto di importare la droga. 
Fu la scintilla della Prima guerra dell'oppio tra Cina e Regno Unito: gli inglesi occuparono l'isola di Hong Kong (riconosciuta colonia nel 1842, con il Trattato di Nanchino) e vi rimasero per oltre 150 anni.
 Dopo la Seconda guerra dell'oppio, nel 1860, fu occupata anche la penisola di Caolun, oggi parte del territorio urbano di Hong Kong.

Nel 1997, in base agli accordi siglati tra i due Paesi nel 1984, la sovranità della città-Stato è passata dal Regno Unito alla Cina, rimanendo però una regione a statuto autonomo (fino al 2047, quando diventerà Cina a tutti gli effetti).

 Per questo si parla di "un Paese, due sistemi", con una moneta tutta sua, il dollaro di Hong Kong, un sistema di leggi ancora basate sulla Common Law inglese e un sistema scolastico di stampo britannico. 

Il governatore è formalmente eletto da una ristretta cerchia di persone, un comitato elettorale composto da circa un migliaio di membri, ma nella pratica è espressione del governo centrale di Pechino. 
 Gli accordi anglo-cinesi avevano pianificato anche il futuro dell'ex colonia, a partire dall'introduzione del suffragio universale per eleggere sia il governatore (Chief Executive), sia consiglio legislativo (LegCo). 
In teoria, la modifica costituzionale che permetterebbe di arrivare al suffragio universale avrebbe dovuto essere messa all'ordine del giorno già nel 2017: ancora oggi, però, è tutto come prima e l'attuale governatore si è dichiarato non disponibile ad avviarne l'attuazione.

 Oltre che politica (il suffragio universale, la legge sull'estradizione, ...) ed economica (Pechino vorrebbe inglobare Hong Kong nell'immenso sistema della Nuova Via della Seta), la questione è anche culturale. 

Dal 1997 Hong Kong ha visto l'invasione dei "fratelli" continentali e il progressivo cambiamento dei programmi scolastici: le prime proteste risalgono al 2012, quando il governo cinese tentò di introdurre l'educazione patriottica nella scuola. 

Quello che insomma gli scontenti di Hong Kong temono di più è la "cinesizzazione", la scomparsa della loro particolare identità. 

 Fonte: focus.it

giovedì 21 novembre 2019

Linee di Nazca: scoperti grazie al satellite 143 nuovi disegni in Perù


Con l’aiuto dei satelliti e dell’intelligenza artificiale, un gruppo di ricercatori ha individuato una serie di nuovi “geoglifi” che raffigurano animali, persone e oggetti.

 Circa 2000 anni fa, gli antichi popoli del Perù meridionale crearono centinaia di enormi disegni nel terreno (appunto i geoglifi) che oggi sono noti come Linee di Nazca. 
 Ora alcuni scienziati, usando tecniche avanzate, sono riusciti a scovarne altri 143. 

A fare la scoperta è stato un team di ricerca guidato da Masato Sakai, antropologo culturale presso l’Università di Yamagata in Giappone, che ha trascorso anni a caccia di geoglifi durante alcune spedizioni in loco a seguito delle immagini ad alta risoluzione delle Linee di Nazca ricavate dallo spazio.
 Questi sforzi, alla fine, hanno portato al rilevamento di nuove figure che hanno lunghezze che partono da 5 e arrivano fino a 100 metri. 

I nuovi geoglifi scoperti dal team di Sakai raffigurano una vasta gamma di cose e oggetti viventi, tra cui persone, uccelli, scimmie, pesci, rettili ma anche disegni astratti.

 Questi furono realizzati dall’antica cultura peruviana rimuovendo il terriccio nero roccioso sotto il quale vi era la sabbia chiara.






Sakai e i suoi colleghi hanno notato che i geoglifi più grandi, etichettati come di tipo A, tendevano a rappresentare animali. Questi si estendono per almeno 50 metri e in genere sono più tardivi nella linea temporale della civiltà di Nazca, ossia risalgono al 100-300 d.C.

 I geoglifi più piccoli, di Tipo B, sono in genere i più antichi e risalgono al periodo che va dal 100 a.C. al 100 d.C. Le figure di tipo B si trovano spesso su pendii e percorsi, quindi i ricercatori ritengono che potrebbero essere stati progettati come punti di riferimento per le persone. 
Le figure di tipo A, invece, sono spesso disseminate di frammenti di ceramica, suggerendo che fossero siti di cerimonie rituali che comportavano la rottura di oggetti. 

 Una delle figure di tipo B sembra rappresentare una figura umanoide ed è stata scoperta con l’aiuto di IBM Watson Machine Learning Community Edition, un modello di intelligenza artificiale. Il team di Sakai ha lavorato con l’IBM Thomas J. Watson Research Center negli Stati Uniti per addestrare l’intelligenza artificiale a scansionare le immagini satellitari della regione e contrassegnare così i siti promettenti per trovare nuovi geoglifi.

 

 I ricercatori hanno in programma di continuare a utilizzare le nuove tecnologie per trovare, mappare e classificare nuove figure eventualmente presenti. 
 Questo sforzo è importante non solo per comprendere la vasta estensione e complessità delle Linee di Nazca ma anche per aiutare a preservarle (ricordiamo che sono Patrimonio dell’Umanità Unesco). 


 Francesca Biagioli

martedì 19 novembre 2019

Il Putridarium delle Clarisse: lo scolatoio dove le monache purificavano il corpo delle defunte


Il Castello Aragonese è un edificio di straordinaria bellezza, che si trova sopra un’isolotto adiacente all’Isola di Ischia, di fronte all’isola di Procida. 

Situato nello splendido panorama del Golfo di Napoli, offrì rifugio e accoglienza agli Ischitani durante i turbolenti secoli delle incursioni dei pirati, quando dal mare arrivavano orde di assalitori in grado di razziare città e villaggi. 

 Nel 1575 il Castello, una vera e propria città con 13 chiese, un convento di monaci, una casamatta per la guarnigione e anche un vescovo e una cattedrale, si arricchì della presenza delle Clarisse, che giunsero al seguito di Beatrice Quadra, vedova di Muzio d’Avalos, che si insediò con quaranta suore provenienti dal convento di San Nicola. 

 Le suore erano destinate alla vita di clausura sin da giovanissima età, una misura adottata dalla famiglie nobili dell’epoca per evitare di dividere l’eredità in troppe parti, e in particolar modo per preservarla per i figli maschi.

 La storia del convento durò all’incirca 250 anni, e terminò nel 1810, quando il generale francese Gioacchino Murat soppresse tutti gli ordini religiosi per impossessarsi delle loro ricchezze.


 In questo lungo lasso di tempo le monache vissero e morirono in un territorio di straordinaria bellezza, adottando un particolare stratagemma per ricordare a se stesse la caducità della vita. Adiacente al cimitero monastico si trovava infatti il Putridarium, una piccola sala dove i corpi in putrefazione delle suore decedute venivano posizionati seduti in attesa che i batteri li disfacessero del tutto.


La sala era frequentata quotidianamente dalle monache (vive) che pregavano per le defunte e osservavano i cambiamenti del loro corpo.
 I cadaveri infatti “scolavano” i propri liquidi all’interno del foro posto sotto la seduta, purificando l’anima dalla carne, aspetto corruttibile dell’esistenza umana.

 Il Putridarium, o Scolatoio, era quindi una specie di purgatorio per le defunte, dove il corpo si liberava definitivamente delle proprie impurità per rimanere soltanto nella sua essenza, le ossa, che venivano in seguito sepolte nel cimitero adiacente. 

 Le monache che pregavano nella stanza avevano evidente la locuzione latina: 

 “Memento, homo, quia pulvis es, et in pulverem reverteris – 
Ricorda, uomo, che polvere sei e in polvere ritornerai”Che rischiava di tradursi in un presagio di morte rapidissimo. 

L’ambiente della stanza, piccola e senza finestre, era insalubre e contaminato dai batteri dei corpi in disfacimento, e spesso le monache si ammalavano a causa delle ore in preghiera spese al suo interno.


Conservatosi nel corso del tempo, oggi il Putridarium è visitabile all’interno del Castello Aragonese. 



Fonte: vanillamagazine

Ecco come si formano le “Uova di ghiaccio”, lo strano fenomeno fotografato su una spiaggia finlandese


Su una spiaggia dell’isola finlandese di Hailuoto sono comparse migliaia di stranissime “uova di ghiaccio”. 
Non si tratta di mostruosi chicchi di grandine precipitati dal cielo, come talvolta può accadere, bensì di affascinanti formazioni modellate dal moto ondoso e dal tocco delicato del vento. Affinché si formino queste “sculture” naturali, sono indispensabili specifiche condizioni meteorologiche.
 Il primo ingrediente per dar vita alle uova di ghiaccio è naturalmente una temperatura molto bassa, necessaria a far congelare l’acqua.
 Il secondo è un “nucleo” – come un pezzetto di ghiaccio o sabbia raggrumata – attorno al quale si raccolgono ulteriori strati di ghiaccio a causa del gelo.
 Il movimento ondeggiante del mare e il flusso del vento, che non deve essere troppo forte, né troppo lento, modellano e levigano la superficie esterna delle strutture ghiacciate in formazione, che alla fine vengono depositate sulla riva nella loro forma spettacolare.


A scoprire e immortalare le uova di ghiaccio sulla spiaggia Marjaniemi dell’isola nordica, sita tra Finlandia e Svezia, è stato l’appassionato di fotografia Risto Mattila, che stava facendo una passeggiata in compagnia della moglie. 

Come indicato alla BBC dall’uomo, “era una giornata soleggiata e ventosa, con una temperatura di – 1 gradi centigradi”. All’improvviso gli si è parato innanzi lo spettacolo, una distesa di palle di ghiaccio – più o meno sferiche – che si estendeva per una trentina di metri. 
Alcune era piccole come le palline di gomma utilizzate dai bambini per giocare, altre raggiungevano le dimensioni di un pallone da basket. 


Mattila ha dichiarato alla BBC che vive nella zona da 25 anni e non aveva mai osservato prima uno spettacolo simile. 

Del resto, come indicato, sono necessarie condizioni particolari affinché la natura dia vita a queste sculture. 
Fortunatamente l’uomo aveva con sé la fotocamera e ha potuto immortalarle nel miglior modo possibile.

 Anche un altro residente di Hailuoto, Ritva Rundgren, ha divulgato un video con il particolare e affascinante fenomeno. 


Recentemente in Siberia sono apparse enormi sfere di ghiaccio originate col medesimo principio, mentre in Alaska ne sono emerse di molto simili, ma con un curioso sperone appuntito in cima, probabilmente modellato dal vento forte 


 Fonte: scienze.fanpage.it

venerdì 15 novembre 2019

Scoperta in Bosnia una spada medievale conficcata nella roccia di un fiume


Una spada medievale, un fiume, un castello in rovina e un lungo oblio durato circa 8 secoli.

 Non si tratta di un nuovo film hollywoodiano sull’epopea di Re Artù, ma di un’eccezionale scoperta avvenuta nel fiume Vrbas in Bosnia ed Ergzegovina, nei pressi del villaggio di Rekavice, nel nord del paese. 
Durante un’immersione del club subacqueo RK BUK è stata scoperta una spada avvolta dalla roccia, una reliquia medievale antichissima situata a una profondità di soli 10 metri.
 I subacquei hanno contattato le autorità locali e si è proceduto al recupero, estremamente difficoltoso per la quantità di roccia e concrezioni che avevano avvolto il ferro.
 Lo storico Janko Vracar ha comunicato che, in base alle analisi della lama, la spada risale a un periodo di tempo fra la fine del 1200 e la prima metà del 1400.


L’archeologa Ivana Pandzic, curatrice del Museo della Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina, ha osservato: “Il reperto era bloccato in una solida roccia, quindi era necessario prestare particolare attenzione al momento dell’estrazione.
 Questa è la prima spada che si trova vicino al sito archeologico della città medievale di Zvecaj, e l’importanza della scoperta è doppia, sia in campo scientifico sia in termini storici“.


La scoperta di un’antica spada come questa è estremamente rara nella regione. 
La lama antica più recente trovata nei balcani risale a oltre 90 anni fa.

 Il fiume Vrbas scorre vicino alle rovine di un castello medievale nella città di Zvecaj, dove anticamente vivevano i bosniaci dominanti dell’epoca.
 L’Ente per il turismo di Banjaluka spiega che gli archeologi ritengono che la fortezza a guardia della città sia antecedente al 1404, quando il Granduca di Bosnia, Hrvoje Vukčić, progettò di far rimuovere il re bosniaco Stephen Ostoja dal suo trono per sostituirlo con Tvrtko II Kotromanić. 
 L’azzardo mise in moto una serie di guerre che culminarono con la riaffermazione a sovrano di Stephen Ostoja, che reclamò per sé il trono e in seguito sposò la vedova di Hrvoje Vukčić, Jelena Nelipić. Il castello cambiò di mano molte volte prima di essere distrutto nel 1777, e oggi rimangono solo poche mura, per lo più abbattute, e parte di una torre, oltre a una casa privata. 

 La spada potrebbe raccontare molto di quel periodo che va dalla fine del XIII all’inizio del XV secolo nella Bosnia medievale. 


 Fonte: vanillamagazine.it
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