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martedì 7 maggio 2019

In Turchia c’è una montagna che “sputa fuoco” ininterrottamente da duemila anni


Una fiamma eterna sfarfalla nel Parco nazionale dell'Olympos Beydaglari di Antalya, in Turchia. 
Qui si trova una montagna in grado di «sprigionare» fuoco: le fiamme escono dalle fenditure nella roccia e sono alimentate da una misteriosa emissione di metano dai meandri della Terra.


Le montagne non dovrebbero «sputare fuoco». 
Ma nonostante questo, questo massiccio turco emette costantemente da almeno duemila anni le Chimaera seep, le fiamme Chimera. 

A spiegare, almeno in parte, questo fenomeno, è ora uno studio pubblicato sulla rivista Applied Geochemistry condotto dal ricercatore italiano Giuseppe Etiope insieme al collega canadese Michael J. Whiticar, che documenta come queste fiamme perpetue vengano alimentate da una «infiltrazione sotterranea di metano», ma non dello stesso tipo prodotto dalla decomposizione della materia organica.
 Si tratta infatti in un «metano abiotico, prodotto spontaneamente dalle reazioni chimiche tra rocce e acqua» direttamente nel sottosuolo.


Non si tratta di un fenomeno raro: la montagna turca non è l'unica a custodire questa fonte illimitata di metano inorganico. 

Tuttavia rimane misterioso: nello studio, Etiope elenca le varie ipotesi che possono spiegare la produzione di metano senza alcun elemento organico coinvolto, dal raffreddamento del magma, ai meteoriti primordiali, sino al processo di serpentinizzazione che si verifica quando l'acqua filtra attraverso alcuni tipi di minerali nel mantello terrestre, causando una reazione metamorfica.


Qualunque sia il perché, rimane l'incredibile fascino di questo fenomeno che si può osservare nel parco nazionale turco che si estende lungo i litorali delle antiche regioni della Panfilia e della Licia. 

La montagna più alta del parco è il Tahtali Dagi l'Olimpo Licio, e il giacimento di gas perennemente in fiamme di Yanartas si trova proprio ai piedi di questa montagna. 


 Fonte: lastampa.it

lunedì 6 maggio 2019

Leonardo aveva la mano destra paralizzata da una lesione nervosa


A paralizzare la mano destra di Leonardo da Vinci è stata una lesione nervosa, non un ictus come si è creduto finora.

 Lo indica lo studio italiano pubblicato sul Journal of the Royal Society of Medicine e condotto da Davide Lazzeri, chirurgo plastico della Clinica Villa Salaria di Roma, da tempo impegnato nello studio della medicina nell’arte, e dal neurologo Carlo Rossi. 


La diagnosi di ictus risale a circa dieci anni fa, sulla base dell’analisi del ritratto di un busto di marmo che rappresentava Leonardo anziano, con la mano destra sostenuta da una fasciatura e le dita con una posizione insolita. 
Del busto non si hanno notizie, mentre il disegno è attribuito a un artista lombardo del XVI secolo, Giovan Ambrogio Figino, ed è conservato, ma non esposto, nelle Gallerie dell’Accademia di Venezia.
 

Lo stesso disegno è stato adesso analizzato da Lazzeri e Rossi, che si sono soffermati sul particolare della mano fasciata e sulla posizione delle dita.

 “Piuttosto che il ritratto di una tipica mano deformata dalla spasticità muscolare successiva a un ictus ischemico, la diagnosi alternativa di paralisi del nervo ulnare sembra essere più verosimile”, rilevano i due studiosi.
 A causare la paralisi della mano destra di Leonardo, osserva Lazzeri, sarebbe quindi stato un trauma del braccio destro che ha portato alla paralisi del nervo ulnare, ossia del nervo che dalla spalla arriva alla mano e che gestisce i muscoli che controllano alcuni movimenti della mano.


A sostenere questa ipotesi, secondo lo studioso, è il fatto che “l’infermità alla mano destra non era associata a deterioramento cognitivo o ad altre disturbi motori”, tanto che anche dopo la paralisi Leonardo ha continuato a insegnare e a disegnare con la mano sinistra. 

Se da un lato Leonardo non perse mai la capacità di disegnare con la mano sinistra, i due studiosi rilevano che la paralisi della mano destra potrebbe avergli impedito di tenere in mano un pennello per ritoccare o concludere importanti dipinti che aveva portato con sé in Francia negli ultimi anni della sua vita, come Sant’Anna, la Vergine e il Bambino con l’agnellino, un San Giovanni Battista giovane e due ritratti, uno dei quali è la Gioconda. 

 Fonte originale: www.ansa.it

Ritrovato a Istanbul il battistero perduto degli imperatori bizantini


Quello che potrebbe essere il battistero perduto degli imperatori è stato ritrovato in quella che è stata la più grande cattedrale del mondo antico: Hagia Sophia, la basilica di Santa Sofia di Istanbul.


Gli archeologi credono di aver scoperto il luogo cerimoniale dove gli imperatori avrebbero battezzato i loro figli più di 1400 anni fa. Gli scavi sono iniziati nel 2004 e hanno portato alla luce in questi anni una serie di edifici precedentemente sconosciuti ubicati tutt'intorno alla basilica.
 Resti in cui gli esperti hanno ricostruito l'aspetto del palazzo patriarcale della cattedrale e hanno anche identificato il luogo dove un tempo gli imperatori si sedevano durante le cerimonie.


I risultati della ricerca di Ken Dark e Jan Kostenec sono stati pubblicati ora nel libro «Hagia Sophia in context: an archaeological reexamination of the Cathedral of byzantine Constantinople», in cui si analizza la storia della grande chiesa di Hagia Sophia fatta costruire da Giustiniano I e completata nel 537.

 Nel 1453 l'impero ottomano conquistò Costantinopoli - oggi Istanbul - e trasformò la cattedrale in una moschea.
 Ma oggi la basilica di Santa Sofia è un museo, ristrutturato grazie ai finanziamenti del World Monuments Fund.


«Il nostro lavoro sul campo, svolto tra il 2004 e il 2018 nell'area che circonda le fondamenta della chiesa del sesto secolo, ha riportato alla luce nuove strutture bizantine a Nord, Ovest e Sud», raccontano Dark e Kostenec.

 Strutture che includono un'antica biblioteca che avrebbe potuto contenere migliaia di pergamene, mosaici, affreschi, sculture e un grande vestibolo che faceva parte della chiesa giustinianea» che ha preceduto di duecento anni l'attuale Hagia Sophia.


Una scoperta «così grande» e «senza precedenti negli ultimi decenni», che «altera in modo significativo il piano conosciuto di quell'edificio così famoso in tutto il mondo». 

E fra le tante particolarità, i ricercatori hanno identificato «il punto esatto, a forma di disco, in porfido, dove l'imperatore si fermava per assistere alle cerimonie religiose» e «resti di lastre di marmo bianco, che suggeriscono come l'esterno della basilica avesse un aspetto straordinariamente diverso da quello che conosciamo».

 Fonte: ilsecoloxix.it

venerdì 3 maggio 2019

Sta per aprire il ponte pedonale sospeso più lungo del Nord America


Nel Tennessee il prossimo 17 maggio aprirà al pubblico il ponte pedonale più lungo dell’America del Nord, il Gatlinburg SkyBridge, poco più di 200 metri di lunghezza per 45 metri di altezza tra le spettacolari cime delle Smoky Mountains. 

 Un ponte completamente pedonale – sospeso a picco nel vuoto – e un’esperienza nella natura assolutamente da non perdere, non fosse altro che la parte centrale è fatta con pannelli di vetro che permettono di vedere di sotto per un brivido davvero unico.


Lo SkyBridge fa parte dello Skylift Park, che dispone di una seggiovia che arriva alla cima del Crockett Mountain.

 Con l’apertura del ponte, sarà a disposizione anche un ascensore che porterà i visitatori in alto per poi attraversare la passeggiata sul vuoto e godersi il panorama senza alcun limite di tempo.


Dopo l’EuropaBrueche o Ponte Charles Kuonen, il ponte pedonale sospeso più lungo al mondo che si trova in Svizzera, quello cinese, il ‘ponte per cuori coraggiosi’, all’interno del parco naturale dello Hunan, e il Kelowna Mountain in Canada, anche il Gatlinburg SkyBridge promette di regalare emozioni davvero uniche.



Germana Carillo

giovedì 2 maggio 2019

Il misterioso bosco degli alberi contorti


C'è chi dice che siano diventati così all'improvviso, per colpa di un fulmine o di un incontro del terzo tipo.
 C'è pure chi viene colto da malessere e vertigini camminandoci vicino e chi giura che tutti gli animali selvatici ci stanno bene alla larga. 

Qualunque sia il mistero che nasconde, in Canada c'è un boschetto di pioppi molto particolare. 
Mentre tutti gli altri alberi di Hafford crescono normalmente, in un punto preciso della campagna canadese alcuni pioppi presentano degli insoliti rami contorti.
 E nessuno sa il perché.

 Siamo nel Saskatchewan e questo mistero botanico scoperto negli Anni 40 ora diventato una attrazione turistica. 
Il Crooked Bush è infatti entrato a far parte delle «54 meraviglie del Canada» e accoglie fino a cinquemila visitatori ogni giorni, tutti incuriositi dalla particolarità di questi alberi che presentano una «mutazione genetica» che li fa crescere storti.


I rami di questi pioppi atipici non crescono verso il cielo ma ad un certo punto si contorcono, dirigendosi orizzontalmente a spirale o addirittura verso terra, conferendo a questo boschetto un aspetto spettrale. 
Una caratteristica che si nota ancor di più dato che questo bosco contorno di trova concentrato fra altri normalissimi pioppi che non presentano questa mutazione.




Questa zona oggi è considerata un tesoro naturale.
 Anche se si trovano su un terreno privato si possono tranquillamente raggiungere a piedi.
 E per evitare di danneggiarli, è stato creato anche una apposita passerella in legno da cui godersi appieno lo spettacolo senza compromettere la loro unicità.



Fonte: lastampa.it

martedì 30 aprile 2019

Il Castello di Predjama, uno dei monumenti più belli della Slovenia


Il Castello di Predjama, conosciuto anche col nome di Castel Lueghi, è un gioiello di epoca medievale che si trova in Slovenia, a pochi chilometri dalle Grotte di Postumia.
 Questa fortezza sembra venire fuori dalla roccia che lo avvolge, formando una sola cosa con la natura.

 La vista di questo Castello lascia senza fiato, un'enorme parete rocciosa di ben 123 metri, lascia intravedere la roccaforte che sembra quasi combattere per uscire fuori dalla roccia. 

Il Castello di Predjama è entrato nel Guinnes dei primati per essere il Castello costruito in una grotta più grande del mondo.


 Fu qui che visse un certo Erasmo Lueger, il signorotto del paese che aveva ricevuto l’investitura baronale direttamente dall’imperatore Federico III d’Asburgo. 

Secondo la storia, esso era una figura non raccomandabile e trascorreva le sue giornate alternando scorrerie a fughe.
 Un ladro di alto rango, che si mise contro dapprima persone locali e successivamente lo stesso imperatore. 
Sfruttava un collegamento sotterraneo, un vero e proprio cunicolo che collegava il Castello di Predjama al fiume Vipacco, dall’altra parte del massiccio roccioso: gli serviva per rientrare, fuggire e per avere i rifornimenti durante gli assedi.

 In uno di questi assedi le truppe imperiali tentarono di bloccare Erasmus, senza riuscirci con metodi bellici. 
A consegnare il signorotto fu un traditore: un servitore che svelò il rifugio in cui egli si nascondeva.


Visitare il Castello di Predjama è un’esperienza che coniuga l’architettura difensivistica alla natura retrostante.

 Si accede in un piccolo cortile, composto da una scalinata sull’immediata destra e da un piccolo chiostro frontale, con tre pareti artificiali e una naturale. 
Sulla sinistra delle finestre permettono di affacciarsi sul panorama sottostante, laddove si trova il viale precedentemente attraversato per giungere all’interno. 
Osservando da queste finestre si ha la stessa visione che avevano i difensori del castello durante gli assedi.

 Si risale la scalinata arrivando a piani superiori adibiti per riunioni e stanze da letto.
 Successivamente si prosegue oltrepassando il chiostro e continuando dall’altra parte del castello.

 Una particolarità: fra il corridoio che passa per il chiostro, e il muro perimetrale esterno, c’è una piccola stanza utilizzata come latrina. 
Una fessura lasciava scendere i liquami fuori dalla struttura direttamente nella scarpata sottostante.


Si entra nella stanza che un tempo era usata come tribunale. Adiacente vi è la sala di tortura che permette di vivere un’esperienza del tutto particolare.
 Secondo le testimonianze, e i rilevamenti scientifici, in questa sala vi sono dei fenomeni paranormali.

 Se in solitaria ci si ferma ad ascoltare i suoni provenienti dal fondo, si sentiranno gocce che impattano nell’acqua e particolari fenomeni acustici di cui non si ha una certezza sull’origine. Potrebbero essere benissimo effetti dovuti all’incanalamento del vento nelle fessure, tuttavia per come si manifestano ricordano delle voci. 



Si risalgono le sale più eleganti, con arredi originali. Una di queste possiede il trono ed è stata arricchita dalla presenza di stoffe sulle pareti e di armature appartenute alle milizie. 
Al di sopra si trova l’armeria, in quella che un tempo veniva utilizzata come soffitta principale: vi sono esposte armi quali lance e alabarde, ma anche martelli, archi, spade e balestre, oltre alle corazze. 
La cosa che colpisce maggiormente è come questi spazi siano l’uno addossato all’altro, in un dedalo di corridoi fatto di sali e scendi e piccoli cortili.
 Alle volte le scale che portano ai piani superiori sono ricavate dalla roccia.






La parte del Castello di Predjama che più affascina i visitatori è la grotta retrostante.
 È una vera e propria cittadella, l’ultima in cui fuggire in caso di attacco. 

Vi si accede da un ponticello in legno che conduce davanti a un portale in pietra.
 All’interno la grotta è stata riempita da casotti a terrazzamento, oggi crollati. Dalla sommità si gode un affaccio panoramico prospettico verso la valle.
 

Ma non solo, la grotta sotto il castello è la seconda più importante della Slovenia  e si estende su quattro piani collegati tra loro.

 La parte conosciuta si estende per circa 14 chilometri, ma solo una parte di 700 metri è aperta alla visita dei turisti.

 In particolare si può visitare la Scuderia, la Galleria principale, la Galleria dei nomi, la Sala Grande e la Fiženca dove è situato l'accesso in superficie.
 La Grotta d'inverno è diventata la casa di una colonia di pipistrelli, motivo per il quale per il periodo invernale la visita è interdetta al pubblico.

 I visitatori più coraggiosi, adeguatamente preparati, possono spingersi fino alla visita della Galleria di Erasmo e alla Galleria orientale, ed è inoltre possibile anche partecipare ad una visita guidata alla Buca del vento.
 La Grotta non è illuminata, infatti, la visita viene effettuata equipaggiando i partecipanti con lampade frontali.







Fonti: iviaggididante.com
          travel.fanpage.it

lunedì 29 aprile 2019

Boudicca: la Regina celtica che scatenò una tremenda vendetta contro l’Impero romano


“Era una donna molto alta e dall’aspetto terrificante. 
Aveva gli occhi feroci e la voce aspra.
 Le chiome fulve le ricadevano in gran massa sui fianchi.
 Quanto all’abbigliamento, indossava invariabilmente una collana d’oro e una tunica variopinta. 
Il tutto era ricoperto da uno spesso mantello fermato da una spilla. Mentre parlava, teneva stretta una lancia che contribuiva a suscitare terrore in chiunque la guardasse“.

 Con queste parole Cassio Dione Cocceiano descrive Boudicca (“Bunduica” nella sua forma originale) e consegna ai posteri la figura di una donna spaventosa, al contempo potente e dotata di un fascino mascolino.


La storia di Boudicca inizia nel 33 dopo Cristo, quando ancora l’Inghilterra era un conglomerato di tribù celtiche indipendenti, e finisce nel 61, anno della sua morte.
 Durante la sua breve vita vide la fine del mondo che aveva conosciuto e l’inizio del dominio dell’Impero Romano in Inghilterra, che durerà da circa il 43 al 410 dopo Cristo.


La Regina Boudicca nacque in una famiglia nobile nel territorio controllato dalla tribù degli Iceni, situato nell’odierna Norfolk, poco a nord di Londra, e apprese cultura e tradizioni celtiche da una seconda famiglia adottiva presso la quale visse sino all’età di 17 anni.
 Poco dopo l’adolescenza sposò il Re della tribù Prasutago, con cui ebbe due figlie.
 Quest’ultimo fu forse messo sul trono degli Iceni dai Romani stessi, in qualità di Re-Cliente di Roma, dopo una prima ribellione della tribù del 47.

 Secondo la tradizione dei territori occupati Romani, Prasutago avrebbe dovuto nominare erede dei suoi possedimenti l’Imperatore Romano stesso, in quell’anno Nerone, completando la pacifica transizione della tribù sotto il dominio di Roma.
 Prasutago però non volle lasciare il dominio a Nerone, e decise di nominare erede sia Nerone sia Boudicca e le due figlie.


 I Romani naturalmente non accettarono la condizione di doppia eredità e si impossessarono del territorio degli Iceni, costringendo alla pubblica umiliazione Boudicca, che venne denudata e frustata sulla pubblica piazza, e violentando le due figlie della coppia.


I romani fecero il fatale errore di non uccidere Boudicca, che scatenò tutta la sua rabbia contro i legionari impegnati nella Britannia.

 La Regina chiamò a raccolta il suo popolo, istigando la rivolta. Mentre i Romani erano impegnati a combattere i Druidi nella parte ovest dell’Inghilterra e nel Galles del Nord (famoso il Massacro di Menai), Boudicca riuscì a chiamare a raccolta gli Iceni, i Trinovanti, i Cornovii, i Durotrigi e altre tribù, tutte animate dall’odio verso i conquistatori.
 Boudicca fu scelta come guida per respingere il nemico nell’Europa continentale e liberare l’Inghilterra dal giogo romano, che imponeva pesanti tasse, la soppressione delle pratiche religiose celtiche e il controllo di molti aspetti della vita delle antiche tribù dell’isola. 


 Tacito, senatore e storico contemporaneo degli avvenimenti (56-117 d.C.), descrive Boudicca come aggressiva nell’esortare i soldati all’attacco dal suo carro, Regina destituita e ribelle al dominio di Roma.

 Boudicca si presentava non come una nobile in cerca delle sue ricchezze perdute, ma come una donna che cercava vendetta per l’umiliazione subita da lei e dalle figlie dall’invasore romano, sospinta dal volere degli Dei.


Dai documenti storici si evince che Boudicca riuscì a mettere insieme un esercito impressionante per l’epoca: 100.000 Britanni delle più disparate tribù inglesi pronti a versare il sangue per cacciare l’invasore romano 

 Il primo obiettivo dell’esercito fu Camulodunum (Colchester), allora Capitale della Britannia, dove si trovava un tempio dell’imperatore Claudio e che costituiva il ritiro di numerosi soldati.
 Boudicca attaccò la città e la rase al suolo, non facendo prigionieri e distruggendo ogni simbolo e opera d’arte romana.


Gaio Svetonio Paolino, console che sino a pochissimo tempo prima era impegnato contro i Druidi, raggiunse quindi Londinium (Londra), che costituiva l’obiettivo seguente dei Britanni. 

Qui i Romani fecero un prudente passo indietro, abbandonando l’insediamento che venne messo a ferro e fuoco dai ribelli, che uccisero i (pochi) che non avevano abbandonato la città.


 Il terzo obiettivo della rivolta guidata dall’implacabile Regina fu Verulamium (oggi St Albans) che all’epoca era un insediamento di notevoli dimensioni. 
Anche questa città cadde sotto i colpi dei Britanni, ed il numero totale delle vittime dei tre attacchi fu stimato fra le 70 e le 80 mila persone. 


 Nerone pensò seriamente di ritirare l’esercito dalla Britannia, con le tre città più grandi rase al suolo e una furia devastante che sembrava guidata dal volere degli Dei. 

 Nerone aveva sottostimato il pregevole lavoro di Gaio Svetonio Paolino 
 Nonostante il console fosse stato costretto alla ritirata in più di una occasione, la tattica della terra bruciata aveva indebolito enormemente il contingente britannico.

 Boudicca e il suo popolo combatterono in un’altra battaglia, ma questa volta, nonostante il soverchiante numero di Britanni, la vittoria arrise a Roma. 
Dello scontro non conosciamo la posizione precisa, ma avvenne nelle West Midlands su una via conosciuta oggi come Watling Street. 

 I britanni si trovarono costretti ad attaccare l’esercito romano in un terreno in salita, condizione estremamente sfavorevole che avvantaggiò l’esercito di Gaio Svetonio Paolino.
 I soldati ribelli, in condizioni fisiche precarie e affamati dalla terra bruciata, vennero spazzati via dalla disciplina e dalla tattica di guerra romana.


I soldati britanni, a decine di migliaia, quando fu chiaro che lo scontro era perso tentarono di ritirarsi, ma inutilmente.
 Certi della vittoria, avevano chiamato le famiglie e le tribù per intero a fare da spettatori alla battaglia, e i carri e le persone erano ammassate dalla parte delle tribù celtiche.

 In quei giorni i Romani sottomisero definitivamente tutti i restanti abitanti della Britannia meridionale, iniziando un incontrastato dominio della zona che durò per oltre 3 secoli, spostando la capitale da Camulodunum a Londinium, a tutt’oggi principale città della Gran Bretagna.

 Gaio Svetonio Paolino, in seguito protagonista di una repressione sanguinaria contro i popoli conquistati, fu sollevato dall’incarico da Nerone, che al suo posto mandò Publio Petronio Turpiliano che completò, in modo decisamente più pacifico, l’annessione all’Impero Romano della Britannia.


Tacito racconta che la regina si uccise per non finire preda dei vendicativi romani, avvelenandosi insieme alle figlie. 

Cassio Dione scrive invece fuggì e si ammalò, morendo per cause naturali, sepolta in un sontuoso sepolcro.

 In ogni caso, Boudicca e le figlie non subirono certamente le ritorsioni dei romani, che le avrebbero probabilmente prima esposte come trofei di guerra (similmente alla regina Cleopatra) e poi torturate sino alla morte.

 I corpi delle donne furono sepolti o a Stonehenge, arcaico sito celtico, oppure nel Norfolk, terra degli Iceni, o ancora a Nord di Londra.

 Probabilmente non si saprà mai, con assoluta certezza, il destino della Regina Celtica che sfidò Roma.


 La storia di Boudicca rimase persa fra le pieghe della storia sino a che, nel XIV, il lavoro di Tacito non venne riscoperto e studiato approfonditamente. 
Fu però in epoca Vittoriana che la Regina Celtica divenne uno dei simboli dell’orgoglio britannico di fronte alla conquista dei Romani. 
Boudicca infatti significa “Vittoria”, omonima quindi della Regina Britannica sposa di Alberto di Sassonia.

 Il poeta Lord Tennyson compose un poema “Boadicea”, che ebbe un risalto enorme per l’epoca, e numerose navi inglesi iniziarono a essere varate con il nome della regina ribelle.


Boudicca è diventata un importante simbolo culturale nel Regno Unito.

 Alberto di Sassonia commissionò un’imponente statua di Bronzo della Regina con le sue figlie, che oggi fa bella mostra accanto al ponte di Westminster e al Parlamento inglese, posizionata al centro della città che Boudicca stessa rase al suolo alla ricerca della libertà. 


Fonte: vanillamagazine.it

mercoledì 24 aprile 2019

Spedizione italo-egiziana scopre ad Assuan una necropoli con 35 mummie


Se la 'Valle dei Re' di Luxor ha fatto sognare generazioni di aspiranti Indiana Jones, la 'valle dei carovanieri' di Assuan non sarà da meno. 

A dare un assaggio delle centinaia di tombe che attendono ancora di essere scoperte in questo fazzoletto d'Egitto, all'ombra del mausoleo dell'Aga Khan, è la tomba di famiglia di un capo carovaniere chiamato Tjt, che dopo secoli di oblio è riemersa con un tesoretto in parte sfuggito ai predoni dell'antichità: 35 mummie, sarcofagi, anfore, vasi e materiali per maschere funerarie.
 A riportarlo alla luce è stata la missione italo-egiziana Eimawa 2019, coordinata dall'Università degli Studi di Milano e dal Ministero delle Antichità egiziano.






"E' stata una sorpresa straordinaria, che abbiamo fatto scavando in un posto bellissimo sulla riva occidentale di Assuan", racconta all'ANSA Patrizia Piacentini, docente di Culture del Vicino Oriente Antico, del Medio Oriente e dell'Africa dell'Università di Milano, che ha diretto lo scavo insieme ad Abdelmanaem Said del Ministero delle Antichità egiziano.

 "Ci avevano interpellati perché da un primo sondaggio del terreno sembrava ci fossero delle tombe, in quest'area un tempo crocevia dei percorsi carovanieri. 
Così - spiega Piacentini - abbiamo fatto una ricognizione di superficie e con l'aiuto di ingegneri e topografi siamo riusciti a mappare un'immensa necropoli di oltre 300 tombe, tutte sconosciute, che ci impegneranno per molti anni di studio.
 Ma questo non mi bastava: volevo tornare a Milano con un risultato ancora più concreto". 

Così, facendosi guidare dal suo fiuto di archeologa, Piacentini si è concentrata su una zona che appariva intonsa, vicino al perimetro di altre tombe: "ho visto che c'era un lieve avvallamento del terreno e ho subito pensato che ci fosse una tomba".

 E' bastato un giorno di scavi per far riemergere il suo bordo settentrionale e la scalinata che porta all'ingresso scavato nella roccia. "Abbiamo trovato vasi e anfore con offerte ai defunti e una stanza funeraria laterale con quattro mummie.


E' stato un momento davvero emozionante - osserva l'archeologa - perché quando abbiamo visto una mummia di un metro e mezzo con sopra un'altra più piccola, abbiamo subito intuito che erano una madre con il suo bambino, ancora coperti da una sorta di maschera funeraria fatta con papiro". 

Continuando lo scavo, i ricercatori sono poi entrati nella stanza funeraria principale dove ad attenderli c'erano 30 mummie ben conservate, alcune di bambini che erano state depositate in una lunga nicchia laterale. 

Appoggiata a una parete anche una barella in legno di palma e strisce di lino, usata per depositare le mummie nella tomba. 

A corredo, vasi con bitume per la mummificazione, 'cartonnages' bianchi pronti per essere dipinti, altri già dipinti e una statuetta in legno dell'uccello Ba che rappresenta lo spirito del defunto.




"Era probabilmente la tomba di una famiglia medio-alta, in uso dal periodo tardo-faraonico (VI secolo a.C.) al periodo romano (IV secolo d.C.)", sottolinea Piacentini. 
"A novembre ci torneremo per esaminare le mummie, che verranno riposizionate e conservate nella tomba, poi inizieremo a scavarne altre: ce ne sono più di 300 e alcune potrebbero essere ancora più grandi e ricche". 

 Fonte: huffingtonpost.it

giovedì 18 aprile 2019

Le colate piroclastiche sono più veloci di quanto dovrebbero


I flussi piroclastici sono le valanghe di cenere, gas e rocce che possono precipitare a valle da alcuni vulcani durante un'eruzione, così velocemente che sembrano violare le leggi della fisica.

 I materiali di cui sono composti dovrebbero fare attrito, invece non rallentano neppure in presenza di ostacoli come alberi e rocce. 

I vulcanologi hanno scoperto il meccanismo che rende possibile questo comportamento: un cuscinetto d'aria tra la colata piroclastica e il terreno.


Non le ceneri, né la lava: sono i flussi piroclastici il fenomeno vulcanico più letale. 
Sono responsabili di più del 50% delle vittime delle eruzioni: una delle prime memorie storiche che abbiamo di questi eventi risale all'eruzione che ha decimato la popolazione di Pompei e di Ercolano.

 Ad uccidere sono il calore e la velocità distruttiva, che a volte supera i 700 km/h.


Il problema fisico della velocità delle colate piroclastiche non è semplicemente un puzzle scientifico, ma uno studio che può salvare molte vite.

 I ricercatori dell'Università di Massey, in Nuova Zelanda, hanno creato un modello fisico per simulare il flusso piroclastico:si è scoperto che la colata piroclastica supera l'attrito grazie a un cuscinetto d'aria che si forma fra la colata e il terreno, e che permette al flusso caldo di avanzare veloce anche su superfici frastagliate o quasi pianeggianti.

 «Una volta avviato, e ci impiega solo qualche millisecondo,» spiega al Guardian Gert Lube, primo firmatario dello studio pubblicato su Nature, «il cuscinetto d'aria lubrifica la colata piroclastica allo stesso modo in cui il gas che esce dai piccoli fori dei tavoli di air-hockey lubrifica il dischetto.»


Dopo aver raccolto i dati, i vulcanologi li hanno inseriti in modelli computerizzati di flussi piroclastici: i risultati promettono di modificare profondamente le mappe delle aree a rischio - e con una migliore conoscenza dei segnali precursori potrebbero salvare molte vite, almeno per alcune tipologie di vulcani e di eruzioni. 

 Fonte: focus.it
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