giovedì 21 marzo 2019
La Damnatio Memoriae
Letteralmente condanna della memoria, la “Damnatio Memoriae” nel diritto latino consisteva nella cancellazione della memoria di una persona e nella distruzione totale di qualsiasi traccia potesse tramandarla ai posteri.
Era una pena particolarmente dura, riservata a coloro che venivano considerati ostili o nemici agli interessi di Roma.
La Damnatio Memoriae, cancellava ogni traccia dell’esistenza di queste persone, salvaguardando in tal modo l’onore della città, la pena risultava ancora più aspra se si pensa quanto valore attribuiva la società dell’epoca all’orgoglio di essere cittadino romano.
La scarsità di fonti storiche, specialmente in epoca più antica, favoriva in molte occasioni l’efficacia di questa punizione.
A Roma questa pena veniva generalmente decisa e applicata dal Senato, e faceva parte di quelle sanzioni che potevano essere attribuite a personalità di spicco dell’Urbe.
In primo luogo la Damnatio Memoriae prevedeva la “abolitio nominis”, ovvero la cancellazione del “praenomen” da tutte le iscrizioni, la distruzione di tutte le sue raffigurazioni, come pitture o statue, e il divieto di tramandare il suo “praenomen” in seno alla propria famiglia di appartenenza.
In alcune circostanze, dopo che il Senato approvava la sanzione, veniva eseguita la “rescissio actorum”, la rescissione degli atti, che consisteva nella completa distruzione di tutte le opere realizzate dal condannato nell’esercizio della propria carica, in quanto ritenuto un pessimo cittadino.
Se tale sanzione veniva applicata qualora il condannato fosse ancora in vita, essa rappresentava una vera e propria morte civile.
In età imperiale, tale punizione subì una degenerazione lenta ma inesorabile, che andò a colpire anche dopo la loro morte persino la memoria degli imperatori spodestati o uccisi.
In questo caso la cancellazione delle effigi indesiderate poteva avvenire anche sulle monete già coniate e già in circolazione.
Vediamo ora alcuni tra i più illustri personaggi che nella storia di Roma subirono la “Damnatio Memoriae”.
Tra gli imperatori, rigorosamente non in ordine cronologico, vale la pena ricordare Caligola, Nerone, Domiziano, Commodo, Eliogabalo, Massenzio, Treboniano Gallo, Didio Giuliano, vi furono poi altri uomini e donne di spicco che subirono tale pena, come il braccio destro dell’imperatore Tiberio, Seiano, oppure la madre di Nerone, Agrippina, o ancora Geta, fratello di Caracalla che non esitò a farlo assassinare e a far si che se ne perdesse ogni traccia.
La pena si protrasse anche in epoca medievale, particolare è il caso di Papa Formoso (816 circa – Roma, 4 aprile 896).
Egli di fatto subì un processo post mortem, conosciuto come il Sinodo del Cadavere, con l’accusa di sacrilegio e abuso di potere, il suo cadavere fu riesumato, vestito con abiti pontifici e posizionato sul trono della sala del concilio, dove il suo successore (anche se il vero successore di Papa Formoso fu Papa Bonifacio che guidò la chiesa per soli 15 giorni), Papa Stefano VI l’avrebbe processato.
A rispondere alle domande poste venne nominato un diacono.
Al termine di questa farsa, il defunto Papa venne riconosciuto colpevole, e dopo il taglio delle tre dita usate per impartire le benedizioni venne trascinato e gettato nelle acque del Tevere.
Fonte: romaeredidiunimpero
Africa, la misteriosa isola coperta di quarzo che gli scienziati non riescono a spiegarsi
L'isola di Anjouan si trova tra il Madagascar e la costa africana. Essa è composta di roccia ignea e vulcanica che proviene dalla crosta oceanica.
Proprio per questa ragione gli esperti non riescono a spiegarsi il motivo per cui essa sia colma di quarzo, minerale che invece è tipico della crosta continentale.
In parole povere, quel particolare genere di roccia non dovrebbe trovarsi lì.
L'isola ne è letteralmente ricoperta, e c'è persino una montagna dell'atollo composta per metà di questo minerale.
Ora una ricerca finanziata dalla National Geographic Society sta cercando di venire a capo del mistero.
Cornelia Class, un geochimico del Lamont-Doherty Earth Observatory della Columbia University e membro del team, ha commentato:
"Non sembra che il quarzo possa essersi formato da solo in un'isola come quella".
L'isola di Anjouan è una delle isole Comore.
Ospita oltre 300.000 persone e si è formata dai resti di un vulcano a scudo.
Questo, vomitando lava sul fondo dell'oceano, pian piano ha fatto affiorare l'isola.
Per questo la presenza di quarzo, di origine continentale, è difficile da spiegare.
Già nel 1900 alcuni geologi riferirono di aver trovato alcune rocce non vulcaniche su Anjouan.
Negli anni '80, poi, una squadra francese documentò alcuni affioramenti sparsi di quarzite.
Nel 1991 la stessa dottoressa Class ha visto alcuni pezzi del minerale mentre lavorava alla sua ricerca di dottorato.
Ancor più sorprendente è il fatto che, quando Class, con i colleghi Steven Goldstein del Lamont-Doherty Earth Observatory e Christophe Hemond dell'Université de Bretagne Occidentale in Francia, andarono su Anjouan nel viaggio finanziato dal National Geographic (nel settembre dello scorso anno), trovarono molta più quarzite di quanto si aspettassero.
Class e il suo team stanno ora riunendo i loro dati per mappare tutta la quarzite e comprenderne le dimensioni reali.
In questo momento, l'esistenza della roccia in quest'isola rimane però inspiegabile.
Gli esperti suppongono che, in qualche modo, la quarzite continentale finì nel bacino oceanico e fu sollevata insieme alle rocce vulcaniche da circa 4.000 metri sul fondo del mare.
Fonte: blastingnews.com
mercoledì 20 marzo 2019
La Porta dell'inferno: l'incredibile filmato di un drone
Un drone ha catturato un filmato incredibile del cratere in fiamme di Darvaza, nel mezzo del deserto del Karakum, in Turkmenistan, per questo chiamato "The Door to Hell".
È nota come la porta dell'inferno.
E' un enorme cratere situato in Turkmenistan che brucia da oltre 40 anni.
Nuove spettacolari immagini arrivano grazie a un drone.
Il fotografo Alessandro Belgiojoso ha filmato dall'alto questo luogo suggestivo, nel deserto del Karakum.
Non si tratta di un cratere naturale ma nacque negli anni '70 a seguito di trivellazioni.
Il cratere di Darvaza è un'anomalia geologica che brucia costantemente al punto da essere diventata una vera e propria attrazione turistica.
A trovarlo fu un gruppo di geologi russi nel 1971 quando il terreno sotto le loro attrezzature di perforazione crollò creando l'attuale voragine.
I geologi erano alla ricerca di gas naturale e ne trovarono una quantità talmente elevata da essere addirittura pericolosa.
I gas nocivi minacciavano di danneggiare i villaggi vicini.
Si decide allora di farlo bruciare.
Da allora il cratere è in fiamme e non mostra segni di arresto.
Con un un diametro di circa 70 metri e una profondità di 30, è pieno di fuoco e fango bollente ed emette enormi fiamme arancioni.
Da oltre 40 anni, il luogo è meta di pellegrinaggio da parte di appassionati e fotografi di tutto il mondo.
L'ultimo è stato Alessandro Belgiojoso che ha regalato immagini davvero incredibili della porta dell'inferno: Il calore della Door of Hell può raggiungere fino a 1.000° C e non è affatto semplice né sicuro avvicinarsi.
Per questo, Belgiojoso ha sfruttato un drone, capace di esaminare il cratere dall'alto.
Le immagini aeree scattate sono davvero bellissime e il fotografo ha postato il video sulla sua pagina Instagram.
Le autorità però non amano la presenza massiccia di visitatori. L'ultima imponente visita risale al 2013 quando un gruppo di scienziati canadesi portò avanti una rischiosa spedizione guidata da George Kourounis, sceso addirittura dentro al cratere per 15 minuti. Lì, l'uomo trovo perfino dei batteri.
Un luogo che non finisce mai di regalare sorprese e immagini mozzafiato.
Francesca Mancuso
martedì 19 marzo 2019
Un fantastico ghiacciaio di sale dove prima c'era il Golfo Persico
Un ghiacciaio di sale, di 14 chilometri di diametro.
Siamo sui monti Zagros e in nessun'altra parte del mondo è possibile vedere lo stesso spettacolo: qui il clorurio di sodio ha formato cupole e appuntite stalagmiti, creando uno spettacolo surreale.
Siamo in Iran, sulla catena montuosa formata dalla collisione della placca euroasiatica con quella arabica.
Qui nell'antichità esisteva un passo chiamato Porta persiana.
Ma in pochi sanno che milioni di anni fa, gran parte di quest'area faceva parte del Golfo Persico.
Oggi i monti Zagros corrono parallelo alla costa iraniana e finiscono sullo stretto di Hormuz.
Ma il golfo dell'oceano Indiano che oggi bagna le coste di Oman, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Qatar, Bahrain, Kuwait, Iraq e Iran un tempo era molto più grande di come lo conosciamo. Inondava, infatti, vaste aree della penisola arabica nel sud e dell'Iran a ovest. E questo ghiacciaio salino ne è la prova.
Man mano che l'acqua evaporava e si ritirava, lasciava dietro di sé enormi quantità di sale.
Sale che, con le piogge, si è accumulato nelle vallate, addensandosi strato dopo strato e creando, secolo dopo secolo, quest'incredibile spettacolo naturale.
A formare le «cupole» - ovvero i diapiri dalla tipica forma a cupola pianeggiante al centro e con i fianchi più o meno inclinati - è stato un fenomeno geologico in cui il sale si comporta come un fluido: il peso dei sedimenti spinge verso il basso sullo strato di sale, comportandone la risalita attraverso le rocce sovrastanti.
E quando il composto chimico elettricamente neutro trova un passaggio, apre una breccia e si diffonde orizzontalmente, creando un ghiacciaio salino.
Solo nella parte meridionale dei monti Zagros ci sono più di 130 cupole di sale, doline carsiche e decine di cave, inclusa la grotta di sale più lunga al mondo, di 6,4 chilometri nel monte Namakdan.
Fonte: lastampa.it
lunedì 18 marzo 2019
Superbloom: eccezionale fioritura nel deserto della California
Nuova insolita fioritura nei deserti della California.
Considerati tra i luoghi più aridi del mondo, in realtà da qualche anno stanno sperimentando il cosiddetto " superbloom", una vera e propria esplosione di fiori e vegetazione splendida da vedere ma anche inquietante.
Anche a causa del clima che cambia, alcune delle zone più secche del pianeta stanno facendo i conti con improvvise ondate di pioggia, che cancellano lunghi periodi di siccità.
Era successo già nel 2017 in California, quando il Carrizo Plain National Monument, arido e quasi senza vita, improvvisamente divenne un'enorme distesa di fiori colorati.
E sta accadendo di nuovo, questa volta all'Anza-Borrego Desert State Park, dove proprio in questi giorni è in corso una spettacolare e intensa fioritura dovuta alla presenza costante di piogge durante l'inverno.
Un vero e proprio evento se si considera che la zona è famosa per la siccità.
Il parco è il più grande della California, con oltre 800 km di strade sterrate, 12 aree selvagge e chilometri di sentieri escursionistici. Qui un tempo i colori dominanti erano quelli della terra e delle basse colline ma oggi basta arrivare al parcheggio e al centro visitatori per notare una miriade di colori brillanti.
Fiori gialli, viola, rosa, bianchi e arancioni punteggiano il paesaggio.
Il momento migliore per ammirarli è durante le prime ore del mattino visto che poi si chiudono col caldo pomeridiano.
Betsy Knaak, dell'Associazione di storia naturale del deserto di Anza-Borrego, ha detto alla NBC 7 che la fioritura di quest'anno ricorda il periodo di massimo splendore del fenomeno, negli anni '70 e '80:
"È stata una stagione insolita, c'è stata pioggia abbondante ogni mese da ottobre. Abbiamo anche avuto un clima più fresco del normale per molto tempo".
Knaak, che vive nel deserto di Anza-Borrego dal 1978, ha rivelato che il segreto per un "desert bloom" di successo, in gran parte, è dovuto a piogge regolari a novembre, seguite da tempeste invernali a dicembre e gennaio, e da qualche temporale a febbraio.
Allo stesso tempo, le temperature devono rimanere miti.
"Queste rare fioriture si verificano quando i livelli di precipitazioni nelle aree sono elevati, combinati con una siccità lunga anni che elimina le erbe e le erbe infestanti che assorbono i nutrienti.
Queste condizioni fanno crescere i fiori selvatici.
Si possono vedere colorati papaveri della California, verbena, enotera e gigli del deserto" si legge sul sito del Parco.
Se le condizioni meteorologiche persistono, è possibile che la fioritura di questo parco desertico possa durare fino ad aprile, un vero e proprio evento che si verifica raramente.
Uno spettacolo per i fortunati che riusciranno ad ammirarlo dal vivo.
Francesca Mancuso
venerdì 15 marzo 2019
Ecco come appariva il cucciolo di T-rex, un tenero ammasso di piume
Feroce, predatore,dall'aspetto spaventoso.
Così è sempre stato considerato il T-rex, ma il Museo di Storia Naturale di New York ne ha ricostruito il profilo da cucciolo, scoprendo che in realtà poco dopo la nascita il famigerato dinosauro aveva un volto adorabile.
Un musetto angelico, tutto da accarezzare.
Così doveva apparire il piccolo durante i primi mesi di vita, anche se poi da adulto sarebbe diventato una delle creature più spaventose che popolavano il pianeta all'epoca.
Reso noto al grande pubblico anche grazie a Jurassic Park, il T-rex è un lucertolone alto circa 5 metri, lungo 13, con circa 60 denti e un peso che poteva arrivare fino a 7 tonnellate.
La storia completa della tirannosauro copre 100 milioni di anni di evoluzione e include decine di specie scoperte in tutto il mondo, tra cui il T. rex, che era solo una specie.
Non sono molti gli scheletri di T-Rex scoperti dagli scienziati.
Per questo i paleontologi non sanno molto sullo stile di vita di questi giganteschi animali vissuti nel Cretaceo, circa 65 milioni di anni fa.
Che aspetto aveva un baby T-Rex?
Come ha fatto un piccolo cucciolo lanuginoso a trasformarsi in una potente "macchina" assassina, al vertice della catena alimentare?
A fornire la risposta è stato l'American Museum of Natural History di New York che grazie ai numerosi dati raccolti dagli scienziati, ha realizzato un modello di tirannosauro di poche settimane.
Dimenticate la versione di Spielberg.
Anche il T-Rex da piccolo era un cucciolo inerme.
Immediatamente dopo la nascita era coperto di piume che perdeva con la crescita.
Se ne potevano trovare tracce alla base del cranio, sul collo e sulla coda da adulto, se riusciva a sopravvivere.
Secondo i paleontologi, il 60% dei piccoli Tirannosauri non riuscivano a l primo anno di vita a causa della mancanza di cibo o per colpa di altri predatori.
I cuccioli avevano lunghe braccia, che si accorciavano con la crescita e potevano aumentare di 3 kg al giorno per 13 anni.
Sulla base delle informazioni note finora, il museo ha realizzato un modello di tirannosauro di 4 anni. Caratterizzata da un'altezza di 2 metri, la creatura aveva ancora gran parte delle piume ma stava già sviluppando i denti affilati.
Il suo aspetto innocente sarebbe durato ancora per qualche tempo. Solo 10 anni dopo, avrebbe raggiunto quello da adulto che noi conosciamo.
Per ammirare il modello dal vivo, il Museo ha organizzato una mostra eccezionale dal titolo "T-rex, The Ultimate Predator", inaugurata l'11 marzo e aperta fino al 9 agosto 2019. Se fate un viaggio a New York, non perdetela.
Francesca Mancuso
giovedì 14 marzo 2019
Il Parco archeologico sommerso di Baia, spettacolo senza tempo.
Scrivere dell’importanza storica del Parco Archeologico Sommerso di Baia è emozionante.
Qui sorgevano in una natura spettacolare splendide ville di aristocratici e di imperatori romani, che trascorrevano le proprie vacanze tra lusso e sfarzo lontani dalla caotica Roma, un’antica Resort, da dove potevano lo stesso governare l’ Impero e ordire trame politiche.
Residenze estive con giardini, impianti termali per la cura del proprio benessere fisico, peschiere per l’allevamento del pesce pregiato e imbarcazioni militari e commerciali affollavano il golfo.
A causa del bradisismo, fenomeno vulcanico, che comportava l’innalzamento e l’abbassamento del territorio e che interessò la vasta area intorno al IV sec. d.C , queste bellezze antiche cominciarono gradualmente a sprofondare e così il mare inghiottì la città di Baia.
Il ricco patrimonio archeologico non scomparve ma è riuscito comunque a conservarsi rendendo il luogo ancora più suggestivo e affascinante.
Tutt’oggi l’attività vulcanica nella zona è testimoniata dalla presenza di fumarole.
Il Parco Archeologico Sommerso di Baia appare come un mondo parallelo, assopito nel tempo, dove il mare assume il ruolo di portale e una volta immersi si possono ammirare con emozione nell’incerta luce di un basso fondale: frammenti di anfore, di lucerne, di colonne e di mosaici cristallizzati dall’acqua.
I sub impegnati in suggestive immersioni scorgono luoghi millenari un tempo abitati dai Romani; pavimentazioni pregiate ricche di figure geometriche oltre che un importante gruppo scultoreo che adornava il Ninfeo dell’imperatore Claudio.
La sala che custodisce le statue originali di questo antico triclinium dove Claudio banchettava con i suoi ospiti, si trova nel Castello Aragonese di Baia, che ospita il museo archeologico dei Campi Flegrei.
Altri ruderi sono della Villa dei Pisoni, I secolo a.C., famiglia patrizia dei Pisoni che organizzò un complotto contro l’imperatore Nerone.
Scoperto, la villa passò nelle mani dell’imperatore.
Non dimentichiamo Portus Julius, uno strategico e importante porto commerciale e militare, situato nell’area di Lucrino – Pozzuoli che Ottaviano realizzò per combattere Sesto Pompeo che governava la Sicilia e la Sardegna e impediva i rifornimenti di grano dall’Africa verso Roma.
Fonte: http://crono.news
Restano solo 22 vaquitas. Il più piccolo cetaceo del mondo potrebbe estinguersi entro maggio
Secondo gli esperti, nel Golfo di California restano solo 22 vaquitas (Phocoena sinus), i più piccoli e rari cetacei del mondo.
Jorge Urban, un biologo dell’Universidad de Baja California Sur ha detto che la una rete di monitor acustici ha rilevato soltanto 22 vaquitas, un numero terrificante che spinge inesorabilmente queste focene verso l’estinzione, ma addirittura più alto di quanto si aspettassero i ricercatori, visto che alcuni avevano stimato che nel Golfo della California fossero ornai rimasti solo 15 esemplari di questi minuscoli cetacei endemici di quello che viene chiamato anche Mar di Cortez.
Quindi, nonostante tutto, le vaquitas sembrano tener duro e quel che le tiene in vita è probabilmente lo schieramento di ambientalisti e forze dell’ordine che ormai, come gli attivisti Sea Shepherd, ingaggiano vere e proprie battaglie contro i pescatori abusivi di totoaba.
Gli ambientalisti salpano le reti “fantasma” nelle quali rimangono impigliate . e annegano – le vaquitas, un lavoro sempre più pericoloso , visto che la nave di Sea Shepherd Farley Mowat è stata più volte attaccata da decine di veloci barchini da pesca dai quali vengono lanciate pietre e molotov.
Ma il primo ufficiale di Sea Shepherd, Jack Hutton, fa notare che «Se smettiamo di operare, la vaquita si estinguerà”.
C’è ancora solo perché rimuoviamo le reti, se smettiamo di rimuoverle, allora per la vaquita non c’è speranza».
I pescatori sono arrabbiati perché gli ambientalisti stanno impedendo loro di catturare totoaba, in piena stagione di pesca, che raggiunge il culmine a maggio.
In Cina le vesciche natatorie di questo grosso pesce sono considerate una prelibatezza e un afrodisiaco e al dettaglio possono arrivare a costare migliaia di dollari l’una.
Con così poche vaquitas rimaste, una massiccia pesca al totoaba potrebbe spazzare via la specie già alla fine di questa primavera.
Tratto da: www.greenreport.it
martedì 12 marzo 2019
Apre al pubblico Göbekli Tepe, il tempio che cambiò la storia delle religioni
Turisti da tutto il mondo pronti ad ammirare il sito di Göbekli Tepe.
Il presidente Erdogan ha inaugurato gli scavi di Göbekli Tepe, sito presente nell’area sud-est della Turchia.
Si tratta del luogo di culto più antico mai ritrovato dall’uomo, patrimonio dell’Unesco dal 2018.
I primi rinvenimenti risalgono al 1963, ad opera di archeologi turchi e tedeschi. Questi portarono alla luce delle strutture circolari, senza sapere inizialmente d’aver dato il via a una scoperta di fondamentale per la storia delle religioni, considerando come il tempio risalga a 12000 anni fa, ciò vuol dire in un’età compresa tra il 9600 e l’8200 a.C. nel Neolitico preceramico.
L’analisi delle strutture da parte degli storici ha confermato come si tratti di un tempio, considerando le strutture circolari concentriche. Mai adibito ad area abitativa, era un luogo di culto riservato a rituali religiosi.
Ipotesi avvalorata dal ritrovamento di altre strutture, almeno 20, ognuna delle quali contraddistinta da pilastri monumentali posti al centro.
Le mura invece sono posizionate in modo da creare forme ovali o circolari.
Gli scavi hanno inoltre evidenziato la presenza di obelischi tra i 3 e i 6 metri, a forma di T, con un peso compreso tra le 40 e le 60 tonnellate.
Le origini sono ancora avvolte nel mistero ma le analisi proseguono, portando a ipotizzare come la forma a T sia un riferimento all’essere umano.
Svariati i manufatti rivenuti, da statuette a sculture nella roccia, fino a incisioni raffiguranti animali e simboli astratti.
Per comprendere a pieno l’importanza di tale sito, basti pensare che questo enorme tempio risale a un’epoca della storia dell’uomo antecedente la creazione della ruota, così come la nascita delle prime forme di scrittura.
Un museo a cielo aperto che promette di attirare turisti da tutto il mondo.
Il sito è dunque aperto al pubblico ma ciò non pone affatto fine agli scavi, che proseguiranno, così come alle analisi degli storici.
Ci si interroga infatti sui mastodontici obelischi, e su come degli uomini del neolitico abbiano potuto trasportare dei blocchi pesantissimi sul luogo del tempio.
A ciò si aggiungono analisi sullo stato di conservazione, dunque sulla volontà di tutelarlo.
Un richiamo dal passato più remoto della storia dell’uomo, un luogo in grado di metterci in contatto con le nostre origini, in una maniera mai sperimentata prima.
lunedì 11 marzo 2019
La storia dell’autostrada irlandese deviata per salvare un albero sacro delle fate
E’ una storia molto singolare quella dello scrittore contemporaneo di origine irlandese Eddie Lenihan, che nel 1999 riuscì a salvare un “fairy bush” (cespuglio delle fate, costituito da un albero con intorno alcuni cerchi noti come “fairy forts” o “forti delle fate”) dall’edificazione di un tratto di autostrada nella contea di Clare, in Irlanda.
La notizia, riportata all’epoca dall’Irish Times, dall’Independent, dal New Irish News, suonerebbe quasi assurda, se non fosse che realmente i lavori stradali intrapresi in quell’area furono interrotti e modificati dopo l’intervento sul posto di quest’uomo.
Eddie Lenihan, nato nel 1950 nel paesino di Brosna, è uno degli ultimi seanchai (in scozzese seanchaidh, che significa “portatore dell’antica tradizione”, cioè colui che tramanda oralmente le storie narrate dagli antichi Bardi) esistenti.
Da sempre cultore di tradizioni e folklore irlandesi, nonché autore di numerose poesie, fiabe e libri per bambini dedicati a fate, angeli caduti e creature soprannaturali di derivazione celtica, Lenihan è molto noto anche per il suo fervente attivismo ambientalista.
Il suo impegno, infatti, è rivolto a tematiche legate al processo di industrializzazione di questi ultimi cinquant’anni, che ha letteralmente trasformato e ridotto le aree rurali dell’isola verde. Proprio a proposito di queste sue riflessioni circa lo stravolgimento paesaggistico verificatosi nella sua terra natìa, Lenihan ha scritto un libro, dal titolo “Meeting the Other Crowd: The Fairy Stories of Hidden Ireland”.
Nel testo, egli parla dell’ardua convivenza del popolo delle fate con l’attuale territorio irlandese, tema che avvalorò anche la sua disputa a favore dell’interruzione di un importante cantiere stradale.
All’epoca dei fatti era in carica, presso la contea di Clare, l’ingegnere Tom Carey, cui era stato commissionato dalla NRA (National Roads Authority) il progetto per edificare un tratto di autostrada in grado di bypassare le città di Ennis e New Market On Fergus, entrambe collocate in quella contea, con un appalto da circa 100 milioni di sterline.
L’area soggetta a rastrellamento, in vista della cementificazione del tratto stradale, prevedeva l’eliminazione di tutta la vegetazione, compreso il famoso cespuglio delle fate.
A quel punto, Eddie Lenihan, interpellando le autorità preposte, informò che l’abbattimento di quel cespuglio, che era uno storico “forte” sacro alle fate, avrebbe causato una serie di sventure alla popolazione locale e a chiunque, in macchina, moto o a piedi, attraversasse quel tratto.
Durante i due mesi successivi alla segnalazione fatta dallo scrittore, il consiglio, riunitosi per deliberare la decisione sul prosieguo o meno dei lavori, stabilì di rimuovere tutti i resti archeologici e vegetali dell’area, ad eccezione del cespuglio fatato. Lo stesso ingegnere Tom Carey sostenne che fosse possibile proseguire i lavori, “girando attorno” al fairy bush, per non distruggerlo.
In seguito a tale scelta, Lenihan, soddisfatto che le sue parole fossero ascoltate, constatò che il cespuglio delle fate sarebbe potuto diventare la vera attrazione turistica della contea di Clare.
Secondo lui, il cespuglio costituiva un segno di demarcazione lungo un sentiero fatato, utilizzato come punto di incontro dalle creature dei boschi della provincia di Munster (comprendente anche la contea di Clare) , che si accingevano a raggiungere il campo di battaglia dove avrebbero combattuto contro le fate della provincia di Connacht.
Sotto il fairy bush, dichiarò Mr Lenihan, le fate si sarebbero raggruppate e consultate su quali fossero le migliori tattiche di battaglia.
Le città di Munster e Connacht sono, a tutt’oggi, tappe turistiche ricche di parchi e alberi delle fate: a Munster, in particolare, è possibile percorrere il Fairy Trail (la “pista delle fate”), presso il Templemore Park, ricco di percorsi naturalistici e alberi con tanto di porticine delle fate attaccate ai loro tronchi (le fairy doors, nei negozi di gadget e souvenir irlandesi, costano dai 25 euro in su e vengono acquistate come regalo da turisti e cittadini del luogo, per addobbare le piante nel proprio giardino).
Le librerie irlandesi brulicano di libri illustrati su fate, elfi e leprecauni e tengono viva la tradizione millenaria secondo cui i luoghi sacri di Irlanda, tra cui Tara Hill e i Fairy Forts delle varie contee, vanno mantenuti integri e incontaminati.
Tratto da: vanillamagazine.it
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