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venerdì 8 marzo 2019

Aprono al pubblico le antiche catacombe romane di Alessandria d'Egitto salvate dalle acque


Le uniche catacombe di Alessandria dove l'antico Egitto incontra lo stile greco-romano sono state salvate dalle inondazioni e aperte per la prima volta al pubblico. 

Merito di un restauro da 5,7 milioni di dollari, circa 5 milioni di euro, che ha contribuito a proteggere il prezioso sito di duemila anni fa dalle acque reflue del bacino del Nilo. 

 Da centinaia di anni le catacombe di Kom el-Shuqafa, che risalgono al 215 dopo Cristo, durante il controllo dell'Impero Romano in Egitto, erano afflitte dalle inondazioni.


Sono state scoperte per caso all'inizio del Novecento ma non sono mai state ufficialmente aperte al pubblico. 
Ora a rivelare la sua bellezza è stato il lungo intervento di ingegneria civile del Ministero delle Antichità egiziano sovvenzionato dall'Agenzia statunitense per lo sviluppo internazionale. 
Un progetto ambizioso, che si è rivelato più difficile di quello ipotizzato e avvitato a metà degli Anni 80, che ha richiesto 15 mesi di lavoro.


Le catacombe sono state scolpite nella roccia su tre livelli separati. Il piano più basso era quello maggiormente danneggiato. 
Ma gli archeologi sono riusciti comunque a recuperare gli elaborati mosaici, le sculture e l'incredibile mix di stili architettonici egiziani e greco-romani ricoperti dalle alghe verdi.




Kom El-Shuqafa, è considerato uno degli esempi più importanti dell'architettura funeraria romana in Egitto.

 Le catacombe furono inizialmente create una sola, grande, famiglia, per poi trasformarsi in un cimitero pubblico, dato che è qui che sono state trovate sepolte le vittime del massacro di Caracalla, i cittadini di Alessandria che vennero trucidati dall’imperatore romano nel 215 per vendicarsi dei loro motti satirici. 

 Fonte: lastampa.it

Villa Rufolo e i suoi meravigliosi giardini affacciati sulla Costa d'Amalfi


Un angolo di paradiso che non tutti conoscono, incastonato in uno dei litorali che nel mondo più ci invidiano, la Costiera Amalfitana. Villa Rufolo a Ravello, nella provincia di Salerno, a marzo spalancherà le sue porte per la prima volta gratuitamente ai residenti in Campania secondo un calendario suddiviso per provincia. 
 Il chiostro moresco, il "magico giardino incantato di Klingsor" (come lo descrisse Wagner), la sala dei Cavalieri, la cappella e i celeberrimi giardini del Belvedere: tutto potrà essere ammirato a titolo gratuito per il mese di marzo dai fortunati abitanti campani. Per usufruire dell’ingresso omaggio basterà presentarsi alla biglietteria di Villa Rufolo esibendo un documento valido che attesti la residenza o la nascita nella provincia di turno.


“Il palagio con bello e gran cortile nel mezzo e con logge e sale e con giardini meravigliosi”, come descrive il Boccaccio Villa Rufolo, nel centro storico di Ravello, a metà strada tra Maiori e Amalfi.


Il suo impianto iniziale risale al XIII secolo quando fu costruita proprio dai Rufolo, una famiglia dal grande potere economico e politico, che ebbero la preziosa sapienza di fondere le tipologie architettoniche e decorative arabe e bizantine con i meravigliosi elementi della cultura locale, dando luogo a una dimora grandiosa e principesca. 

 Alle sfarzosità iniziali seguirono però secolo bui e di decadimento e solo nell’800 un Lord scozzese, Sir Francis Nevile Reid, decise di acquistare la dimora nonostante la sua inagibilità. 

Il Lord fece restaurare l’edificio e risistemò le terrazze a giardino, realizzando quel capolavoro che fece esclamare a Wagner: “Il magico giardino di Klingsor è trovato”.
 





Da allora, Villa Rufolo è un vero e proprio gioiello di cui andare fieri e ad oggi sono assolutamente da visitare la torre di ingresso, con le statue che rappresentano le stagioni; il bellissimo chiostro, uno dei pochi rimasti in stile Moresco; la torre maggiore, da cui si gode di un’ottima vista; il belvedere, che offre un bellissimo panorama su tutta la Costiera, e la Cappella, che ospita durante l’anno mostre d’arte importanti. 

 Germana Carillo

giovedì 7 marzo 2019

La grotta del dio giaguaro a Chichén Itzá


Una grotta intatta piena di offerte rituali maya è stata scoperta vicino alla famosa città di Chichen Itza, in Messico.
 Ci sono piatti, vasi e soprattutto bruciatori d’incenso dedicati a Tlaloc, il dio dell’acqua mesoamericano.
 È possibile che i Maya stessero cercando il favore degli dèi per far fronte a una grave siccità durante il periodo classico tardo e terminale (700-1000 d.C.).
 La grotta, già nota in passato ma dimenticata, deve il suo nome a Balamku, il “dio giaguaro” che poteva entrare o uscire dagli inferi. 


La grotta era stata scoperta per caso nel 1966 dagli abitanti della comunità locale. 
Tuttavia Victor Segovia Pinto, l’archeologo inviato sul posto, ne fece sigillare l’ingresso per motivi ignoti e senza specificarne la posizione.
 Il ricordo di quella grotta però non si perse: con loro c’era Luis Un, all’epoca un bambino e oggi 68enne.
 Ebbene, l’anno scorso Luis ha finalmente portato a questo santuario sotterraneo gli archeologi al lavoro presso la piramide di Kukulkan, a soli 2,7 km di distanza. 

«Quello che abbiamo scoperto è incredibile, nulla è stato alterato da mille anni e uno dei bruciatori di incenso è diventato persino una stalagmite», ha detto Guillermo de Anda, archeologo dell’Istituto Nazionale di Antropologia e Storia del Messico.
 «Le centinaia di reperti archeologici, appartenenti a sette diverse offerte, si trovano in uno straordinario stato di conservazione. Poiché il contesto è rimasto sigillato per secoli, contiene preziose informazioni relative alla formazione e alla caduta di Chichen Itza». 

Non si faceva una scoperta simile dal 1959, quando era stata trovata la grotta di Balankanche.




Il difficile accesso e la morfologia della grotta devono aver esaltato le qualità sacre. 

I ricercatori hanno dovuto percorrere 400 metri passando per gallerie e strisciando in cunicoli di 40 cm, prima di giungere a camere alte fino a 3,80 metri dove vi erano le offerte maggiori. 

Al momento sono stati percorsi circa 450 metri, ovvero un terzo dell’estensione totale. Non sono stati fatti scavi, ma non si esclude il ritrovamento di resti umani sotto fango e sedimenti. 
Ad ogni modo le ceramiche conservano i resti carbonizzati di cibo, semi, giada, conchiglie e ossa, che verranno usati per la datazione al radiocarbonio. 

L’ipotesi è che durante il periodo Classico Tardo (700-800 d.C.) e Terminale (800-1000 d.C.), il nord della penisola dello Yucatan venne colpito da una siccità senza precedenti.
 Questa costrinse gli abitanti fare richieste di pioggia, andando nelle viscere della terra, negli inferi, dove risiedevano le divinità della fertilità.
 Ecco il motivo dell’enorme sforzo fatto dagli antichi Maya per depositare le offerte nella grotta Balamkú, “uno dei luoghi più sacri di Chichén Itzá”. 

Dato che molti oggetti sembrano essere stati volutamente distrutti, una seconda ipotesi suggerisce una desacralizzazione della grotta, forse durante il declino di Chichen Itza.




Su richiesta della popolazione locale, gli archeologi hanno organizzato una cerimonia spirituale di sei ore per evitare drammi durante le ricerche. 

Apparentemente, nel 1966 avevano effettuato lo stesso rituale insieme all’altro archeologo, ma per ben due giorni.
 Guillermo de Anda ha anche raccontato che l’accesso alla grotta era rimasto bloccato per quattro giorni per colpa di un serpente corallo.

 Questo rettile, tra i più velenosi al mondo, è non a caso ancora considerato il guardiano della grotta secondo gli odierni abitanti Maya dello Yucatan.

 Fonte: ilfattostorico.com

mercoledì 6 marzo 2019

L’antica fortezza greco-battriana di Uzundara


In Uzbekistan, una missione archeologica sta portando alla luce un poco conosciuto sistema di fortificazioni di epoca ellenistica. Lungo 908 metri, proteggeva il confine settentrionale del regno greco-battriano contro le incursioni dei nomadi. 

I ritrovamenti di armi e monete hanno datato al 290 a.C. la costruzione di Uzundara, dove per i successivi 150 anni si sarebbe installata una guarnigione macedone.

 Nel IV secolo a.C., la Bactria era una delle grandi satrapie dell’impero persiano degli Achemenidi in Asia centrale. Conquistata nel 329 da Alessandro Magno, alla sua morte fece parte dell’Impero seleucide e nel 250 si rese indipendente come regno greco-battriano. 
Tuttavia, le numerose campagne militari e le lotte di potere indebolirono gradualmente lo stato e la Bactria, una volta fiorente, cessò di esistere nel II secolo a.C. quando i nomadi di lingua iraniana, i Saci e gli Yuezhi, invaserono il paese da nord.




Gli scavi degli archeologi russi e uzbeki hanno recentemente portato alla luce il sistema di fortificazioni a nord del regno macedone. 

Venne costruito nel 295-290 a.C. circa, durante il regno di Antioco I e all’inizio della formazione dello stato seleucide.

 La fortezza fu abitata per circa 150 anni. 
Era composta da un quadrilatero principale a forma di rombo e da una cittadella triangolare, circondata da possenti doppie mura con una galleria interna larga nove metri, e 13 torri-bastioni rettangolari di cui tre esterni.

 Fuori vi era un mercato dove i soldati della guarnigione si rifornivano dalla popolazione locale.


Il presunto ultimo assalto alla fortezza è stato individuato sul lato est: nel campo di battaglia c’erano oltre 200 punte di frecce, giavellotti e proiettili per fionde. 

Presso il muro fortificato sudoccidentale sono stati invece scavati dei “sensazionali” resti metallici di elmi e delle piastre dell’armatura dei soldati di Uzundara. 

«Ci sono analogie con le armi rinvenute nella cittadella di Takhti-Sangin.
 Quelle però erano in bronzo, mentre noi abbiamo trovato frammenti di ferro. 
Ci vorrà una lunga ricerca per determinare la loro tipologia», afferma l’archeologa Nigora Dvurechenskaya (Accademia Russa delle Scienze), a capo della spedizione.




Gli archeologi hanno anche raccolto un gran numero di ceramiche e una ricca collezione numismatica.
 Le circa 200 monete portano le effigi di Antioco I e di tutti i sovrani da Diodoto I Sotere a Eliocle I (rispettivamente, primo e ultimo sovrano del regno greco-battriano).

 Le monete sono in ottimo stato di conservazione e vanno dalle preziose dracme d’argento ai lepta di rame. Una tale varietà dimostra come la Bactria, all’inizio della formazione del regno seleucide, facesse parte di un sistema monetario già sviluppato.
 Gli studiosi utilizzeranno i materiali di Uzundara per ricostruire la vita nelle fortezze seleucidi e grecobattriane.





Fonte: ilfattostorico.com

Le Isole Cook vogliono cambiare nome per omaggiare il popolo e la cultura Maori


Le Isole Cook potrebbero presto cambiare nome per prendere le distanze dal passato coloniale e valorizzare la cultura e la lingua indigena locale che è legata ai Maori neozelandesi. Come sappiamo le Isole Cook sono in tutto quindici, un paradiso nel Pacifico meridionale e sono abitate da meno di 20mila persone. Il loro nome è legato a quello dell’esploratore inglese James Cook, anche se furono gli spagnoli a scoprile per primi.




Ma ancor prima del colonialismo, qui vivevano i Maori neozelandesi. 
Per questo motivo adesso gli abitanti rivendicano un nome che ricordi le loro tradizioni e la cultura indigena locale.


Secondo The Guardian, l’idea è stata lanciata da Danny Mataroa, presidente del comitato per la modifica del nome e lentamente sta guadagnando il sostegno del governo che è già in procinto di valutare 60 nomi proposti dall’opinione pubblica.

 I cittadini saranno chiamati dunque a un referendum, ma qualunque sarà il nome dovrà rappresentare l’identità Maori della Nuova Zelanda. 
Per adesso non ci sono indiscrezioni anche se qualcuno ipotizza che in realtà verrà solo aggiunta la parola Maori a Isole Cook. 

 In passato si era già tentato di fare il cambio, ma non tutti i erano d’accordo così la mozione era stata respinta. 

Adesso Mataroa dice che tutti e 12 i capi delle isole abitate del paese stanno partecipando al processo e la spinta al cambiamento è più forte che mai. 

Dominella Trunfio

martedì 5 marzo 2019

La fine (graduale) di Angkor


Ci si interroga spesso, sulla fine di potenti e misteriose civiltà del passato: quella di Angkor, centro nevralgico dell'Impero Khmer, in Cambogia, sarebbe sfumata più per un graduale declino nell'occupazione del territorio, che per un improvviso collasso demografico. 

 Sulle cause dell'abbandono di Angkor, avvenuto definitivamente nel 1431 d.C., si è a lungo dibattuto: si è parlato dell'aggressività e delle mire espansionistiche del vicino regno di Ayutthaya (che comunque occupò per un periodo la capitale Khmer), ma anche del collasso di opere idrauliche, della perdita di controllo politico e di un'improvvisa implosione demografica.


A fare chiarezza ci pensa un nuovo studio pubblicato su PNAS che ha preso in analisi l'intensità dello sfruttamento di terra nella capitale Angkor Thom, la più grande e più recente tra le cittadelle fortificate del sito. 

Alcuni ricercatori dell'Università di Sydney hanno esaminato carotaggi di sedimenti estratti dal fossato che circondava la città, che hanno permesso di ricostruire come veniva utilizzato il suolo nel passato. 
 L'erosione del terreno, la perturbazione delle foreste e i roghi diminuirono progressivamente a partire dai primi decenni del 14esimo secolo: oltre 100 anni prima dell'abbandono definitivo di Angkor, le attività commerciali e amministrative nel cuore nevralgico dell'impero erano già in diminuzione.

 Alla fine del 14esimo secolo, il fossato era ormai ricoperto di paludi e vegetazione fluttuante: nessuno se ne stava più prendendo cura, e il centro del potere era ormai fuori dal centro della capitale.




La città simbolo del popolo Khmer non visse dunque un improvviso crollo demografico dovuto a un'aggressione o al cedimento repentino delle infrastrutture, ma piuttosto un graduale abbandono da parte della classe dirigente, che migrò altrove. 

«Il nostro studio - spiegano gli autori - suggerisce che gli abitanti non lasciarono Angkor perché le infrastrutture cedettero. 
Piuttosto le infrastrutture cedettero perché la classe dirigente urbana se ne era già andata». 
E non c'era più nessuno che potesse mantenerle, o ripararle. 

 Fonte: focus.it

Casa Batlló come non l’avete mai vista: arriva una passerella sospesa per camminare lungo la facciata


Colori sgargianti, vetrate fantasiose e ringhiere stravaganti in un susseguirsi di art nouveau, gotico e combinazioni oniriche che evocano la natura. 

Casa Batlló, a Barcellona, è una delle opere più emblematiche di Antoni Gaudì e presto la sua facciata sarà “visitabile” grazie a una passeggiata a 30 metri di altezza.

 Sottoposta a restauro completo dopo 18 anni, la novità che segnerà la “nuova” Casa Batlló sarà infatti la Skywalk, una passerella che percorrerà la parte esterna da un capo all’altro per poter osservare da vicino le decorazioni e il celebre tetto, raffigurante un drago in piastrelle colorare dedicato a San Giorgio, santo patrono della Catalogna.


Molto probabilmente si tratterà di una delle stesse impalcature coinvolte dai lavori di pulizia della facciata.


Secondo un processo che ricorda un po’ la Sagrada Familia, infatti, anche Casa Batlló è attualmente sottoposta a interventi di pulizia e conservazione (in programma fino a giugno). 

A essere rivisti sono i rivestimenti del Piano Nobile, si stanno cioè recuperando lo stucco originale di pareti e tetti del piano principale della Casa, dove viveva la famiglia Batlló.
 Contemporaneamente, sono iniziati i lavori di conservazione e manutenzione della facciata.
 In questo modo, durante la visita, si assiste a un restauro unico al mondo e si può vedere come lavora il team di restauratori.


Il team di architettura specializzato nel restauro di edifici storici che ora è a lavoro ha scoperto il rivestimento originale nascosto sotto diversi strati di vernice che era formato da uno stucco di calce in diverse tonalità.
 Su di esso, dopo i tre strati richiesti da uno stucco tradizionale, vennero effettuate incisioni per disegnare il craquelé caratteristico del piano nobile. 
Successivamente, le incisioni vennero nuovamente riempite con una malta di calce e rifiniti con colori a cera.
 In più, è venuta fuori la rifinitura del vecchio ufficio del Signor Battló, dove le giunture delle incisioni sono state riempite in pane d’oro e la distribuzione dei toni e ancora più completa e sorprendente.


“Per migliorare ancora la nostra conoscenza delle decorazioni originali abbiamo svolto un’ulteriore analisi che ha risolto un altro enigma – spiega l’architetto Xavier Villanueva – alcune immagini storiche mostravano un’armatura di legno che oggi non ci sono più. Al di sotto è stata scoperta l’esistenza di rifiniture in gesso e di note a matita che segnalavano e disegnavano l’ondulazione superiore dello zoccolo, fatte nella fase di costruzione dell’opera di Gaudí”. 

Della spettacolare passerella Skywalk di Casa Batlló mancano ancora dettagli precisi, ma si potrà accedere acquistando il biglietto “gold priority” da 35 euro per visitare la casa.

 Germana Carillo

lunedì 4 marzo 2019

La Piramide di Bomarzo: un luogo incantevole e misterioso della Tuscia


Non occorre andare in Egitto per ammirare le piramidi. 
Anche negli angoli più suggestivi della nostra Italia è possibile farlo. 

Di recente infatti è stata scoperta una misteriosa piramide di origine etrusca nei boschi della Tuscia, nel cuore del suggestivo Parco dei mostri di Bomarzo. 
 Un luogo già di per se affascinante ma che oggi si carica di un'ulteriore valenza artistica e storica.

 Bomarzo è nota soprattutto per il celebre parco caratterizzato dalle gigantesche statue e dai volti mostruose, ma anche la misteriosa piramide etrusca gioca un ruolo di primo piano. Nascosta tra i boschi, e avvolta dalla vegetazione della Tuscia, essa venne scoperta oltre 100 anni fa, nel 1911, ma non fu mai studiata in modo approfondito dall’archeologia ufficiale. 

 Per anni, questo luogo carico di mistero rimase abbandonato ma nel 2008 lo studioso Salvatore Fosci decise di prendersene cura, occupandosi sia della vegetazione che della manutenzione dei sentieri per raggiungerlo.




La forma del suo tronco ricorda quella degli altari religiosi ma quella di Bomarzo è una vera e propria piramide, dalla datazione ancora incerta. 

Tradizionalmente chiamata “sasso del predicatore” o “altare piramidale”, sorge in una zona ricchissima di reperti archeologici risalenti sia al periodo etrusco che a quello preistorico.


Essa si può ammirare entrando dall’ingresso principale de La tagliata delle Rocchette. Una volta percorso tutto, occorre addentrarsi nel bosco seguendo il sentiero più grande per circa 400 metri, fino a raggiungere il doppio segnale in salita tra gli alberi. A quel punto la piramide apparirà facilmente agli occhi del visitatore attraverso le due rampe di scale. Una volta in cima, si raggiunge l’ara maggiore in cui probabilmente i sacerdoti etruschi officiavano i riti agli dei degli Inferi.



Francesca Mancuso

Trovata in Egitto una sfinge a testa di ariete scolpita nell’arenaria più di 3000 anni fa


Scavando nell’antica cava di Gebel el-Silsila vicino ad Assuan, in Egitto, archeologi e operai hanno portato alla luce, da un profondo pozzo di detriti di cava scaricati lì durante l’epoca romana, una sfinge di 3,5 metri di altezza.

 La sfinge era situata in un antico laboratorio di intaglio, dove la squadra di archeologi ha trovato anche centinaia di frammenti di pietra contenenti geroglifici e una scultura raffigurante un cobra arrotolato che una volta incoronava la sfinge. 

La presenza della statua nella cava è qualcosa di misterioso, ma potrebbe essere stato l’ordine annullato di qualche grande commessa, ha detto Maria Nilsson, un’archeologa all’Università di Lund in Svezia e direttrice dello scavo di Gebel el-Silsila.
 Le prove suggeriscono che la sfinge è stata scolpita intorno alla fine del regno del faraone Amenhotep III (il nonno di King Tut). Quando il faraone è morto, le sculture che aveva commissionato potrebbero essere state abbandonate. 

 Il sito di Gebel el-Silsila si trova lungo le rive del Nilo. Il sito in questione era una volta una cava, ma recenti scavi hanno rivelato che era anche sede delle abitazioni dei lavoratori delle cave e le loro famiglie. 
Nilsson e il vice direttore del progetto John Ward hanno trovato una necropoli per uomini, donne e bambini in loco .
 Hanno anche trovato statue scolpite di funzionari benestanti e una tomba senza tombini piena di una zuppa acquosa di resti umani .


La sfinge appena dissotterrata è cosiddetta “criosphinx” o sfinge a testa di ariete. (Il termine completo per le più famose sfingi a testa umana trovate in Egitto è “androsphinx”.) 

La cima rotta della testa della sfinge è rimasta attaccata alle macerie che la ricoprivano sin dall’antichità, ha detto Ward. All’inizio dell’anno scorso, i lavoratori dello scavo hanno estratto tonnellate di macerie per portare alla luce l’intera statua fino alla base o al basamento della stessa. 

Alla base della statua, la squadra di archeologi, ha trovato il cobra scolpito e rotto, noto come ureo, che era un simbolo della regalità. Hanno anche trovato una “sfinge baby”, praticamente una piccola sfinge che un apprendista potrebbe aver scolpito per fare pratica. Intorno alle statue, c’erano piccoli frammenti di ferro da scalpelli e schegge di arenaria molto fini, lasciati da artigiani intagliatori 3.370 anni fa. 

 Vicino alla sfinge, la squadra ha trovato centinaia di frammenti da un “naos” o “santuario” crollato di Amenhotep III. 
Questo faraone, figlio di Thutmose IV, governò l’Egitto dal 1390 aC circa fino ad approssimativamente il 1350 aC, durante l’era del Nuovo Regno. 
Un grande frammento di pietra con un testo scritto in ocra rossa che risale all’apertura della cava, è stato trovato tra i resti della struttura; gli epigrafi stanno lavorando per tradurlo, ha detto Ward. 

La sfinge massiccia sarebbe stata scolpita da un blocco di arenaria del peso di 10 tonnellate, ha detto Ward. 
Assomiglia ad una versione incompleta delle sfingi rinvenute nel tempio Khonsu a Karnak, un sito di rovine non lontano da Luxor. 

Non c’è alcuna ragione ovvia per cui la sfinge sia stata abbandonata alla cava, ha detto Nilsson.
 Ha una fessura sottile sul davanti, ma è improbabile che il danno sia abbastanza grave da rovinare una statua così grande, ha detto. È possibile che quando Amenhotep III morì e suo figlio salì sul trono, i vecchi progetti di lavoro del faraone furono fermati. 
“Uno degli aspetti che stiamo considerando è se sia stata interrotta la sua costruzione o meno, a causa del cambio di governo”, ha detto Nilsson. 

Una grande quantità di lavoro rimane da fare per scavare le macerie della cava attorno alla nuova sfinge, ha detto Ward. 
Le macerie sono spesse circa 3,5 m sopra lo strato che risale alla creazione della statua. 
“Abbiamo un compito immenso davanti a noi per ripulire tutto questa quantità pesantissima di residui di cava al fine di portare alla luce la totalità dello strato risalente del Nuovo Regno”, ha detto Ward. 

Tratto da www.livescience.com
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