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mercoledì 6 marzo 2019

L’antica fortezza greco-battriana di Uzundara


In Uzbekistan, una missione archeologica sta portando alla luce un poco conosciuto sistema di fortificazioni di epoca ellenistica. Lungo 908 metri, proteggeva il confine settentrionale del regno greco-battriano contro le incursioni dei nomadi. 

I ritrovamenti di armi e monete hanno datato al 290 a.C. la costruzione di Uzundara, dove per i successivi 150 anni si sarebbe installata una guarnigione macedone.

 Nel IV secolo a.C., la Bactria era una delle grandi satrapie dell’impero persiano degli Achemenidi in Asia centrale. Conquistata nel 329 da Alessandro Magno, alla sua morte fece parte dell’Impero seleucide e nel 250 si rese indipendente come regno greco-battriano. 
Tuttavia, le numerose campagne militari e le lotte di potere indebolirono gradualmente lo stato e la Bactria, una volta fiorente, cessò di esistere nel II secolo a.C. quando i nomadi di lingua iraniana, i Saci e gli Yuezhi, invaserono il paese da nord.




Gli scavi degli archeologi russi e uzbeki hanno recentemente portato alla luce il sistema di fortificazioni a nord del regno macedone. 

Venne costruito nel 295-290 a.C. circa, durante il regno di Antioco I e all’inizio della formazione dello stato seleucide.

 La fortezza fu abitata per circa 150 anni. 
Era composta da un quadrilatero principale a forma di rombo e da una cittadella triangolare, circondata da possenti doppie mura con una galleria interna larga nove metri, e 13 torri-bastioni rettangolari di cui tre esterni.

 Fuori vi era un mercato dove i soldati della guarnigione si rifornivano dalla popolazione locale.


Il presunto ultimo assalto alla fortezza è stato individuato sul lato est: nel campo di battaglia c’erano oltre 200 punte di frecce, giavellotti e proiettili per fionde. 

Presso il muro fortificato sudoccidentale sono stati invece scavati dei “sensazionali” resti metallici di elmi e delle piastre dell’armatura dei soldati di Uzundara. 

«Ci sono analogie con le armi rinvenute nella cittadella di Takhti-Sangin.
 Quelle però erano in bronzo, mentre noi abbiamo trovato frammenti di ferro. 
Ci vorrà una lunga ricerca per determinare la loro tipologia», afferma l’archeologa Nigora Dvurechenskaya (Accademia Russa delle Scienze), a capo della spedizione.




Gli archeologi hanno anche raccolto un gran numero di ceramiche e una ricca collezione numismatica.
 Le circa 200 monete portano le effigi di Antioco I e di tutti i sovrani da Diodoto I Sotere a Eliocle I (rispettivamente, primo e ultimo sovrano del regno greco-battriano).

 Le monete sono in ottimo stato di conservazione e vanno dalle preziose dracme d’argento ai lepta di rame. Una tale varietà dimostra come la Bactria, all’inizio della formazione del regno seleucide, facesse parte di un sistema monetario già sviluppato.
 Gli studiosi utilizzeranno i materiali di Uzundara per ricostruire la vita nelle fortezze seleucidi e grecobattriane.





Fonte: ilfattostorico.com

Le Isole Cook vogliono cambiare nome per omaggiare il popolo e la cultura Maori


Le Isole Cook potrebbero presto cambiare nome per prendere le distanze dal passato coloniale e valorizzare la cultura e la lingua indigena locale che è legata ai Maori neozelandesi. Come sappiamo le Isole Cook sono in tutto quindici, un paradiso nel Pacifico meridionale e sono abitate da meno di 20mila persone. Il loro nome è legato a quello dell’esploratore inglese James Cook, anche se furono gli spagnoli a scoprile per primi.




Ma ancor prima del colonialismo, qui vivevano i Maori neozelandesi. 
Per questo motivo adesso gli abitanti rivendicano un nome che ricordi le loro tradizioni e la cultura indigena locale.


Secondo The Guardian, l’idea è stata lanciata da Danny Mataroa, presidente del comitato per la modifica del nome e lentamente sta guadagnando il sostegno del governo che è già in procinto di valutare 60 nomi proposti dall’opinione pubblica.

 I cittadini saranno chiamati dunque a un referendum, ma qualunque sarà il nome dovrà rappresentare l’identità Maori della Nuova Zelanda. 
Per adesso non ci sono indiscrezioni anche se qualcuno ipotizza che in realtà verrà solo aggiunta la parola Maori a Isole Cook. 

 In passato si era già tentato di fare il cambio, ma non tutti i erano d’accordo così la mozione era stata respinta. 

Adesso Mataroa dice che tutti e 12 i capi delle isole abitate del paese stanno partecipando al processo e la spinta al cambiamento è più forte che mai. 

Dominella Trunfio

martedì 5 marzo 2019

La fine (graduale) di Angkor


Ci si interroga spesso, sulla fine di potenti e misteriose civiltà del passato: quella di Angkor, centro nevralgico dell'Impero Khmer, in Cambogia, sarebbe sfumata più per un graduale declino nell'occupazione del territorio, che per un improvviso collasso demografico. 

 Sulle cause dell'abbandono di Angkor, avvenuto definitivamente nel 1431 d.C., si è a lungo dibattuto: si è parlato dell'aggressività e delle mire espansionistiche del vicino regno di Ayutthaya (che comunque occupò per un periodo la capitale Khmer), ma anche del collasso di opere idrauliche, della perdita di controllo politico e di un'improvvisa implosione demografica.


A fare chiarezza ci pensa un nuovo studio pubblicato su PNAS che ha preso in analisi l'intensità dello sfruttamento di terra nella capitale Angkor Thom, la più grande e più recente tra le cittadelle fortificate del sito. 

Alcuni ricercatori dell'Università di Sydney hanno esaminato carotaggi di sedimenti estratti dal fossato che circondava la città, che hanno permesso di ricostruire come veniva utilizzato il suolo nel passato. 
 L'erosione del terreno, la perturbazione delle foreste e i roghi diminuirono progressivamente a partire dai primi decenni del 14esimo secolo: oltre 100 anni prima dell'abbandono definitivo di Angkor, le attività commerciali e amministrative nel cuore nevralgico dell'impero erano già in diminuzione.

 Alla fine del 14esimo secolo, il fossato era ormai ricoperto di paludi e vegetazione fluttuante: nessuno se ne stava più prendendo cura, e il centro del potere era ormai fuori dal centro della capitale.




La città simbolo del popolo Khmer non visse dunque un improvviso crollo demografico dovuto a un'aggressione o al cedimento repentino delle infrastrutture, ma piuttosto un graduale abbandono da parte della classe dirigente, che migrò altrove. 

«Il nostro studio - spiegano gli autori - suggerisce che gli abitanti non lasciarono Angkor perché le infrastrutture cedettero. 
Piuttosto le infrastrutture cedettero perché la classe dirigente urbana se ne era già andata». 
E non c'era più nessuno che potesse mantenerle, o ripararle. 

 Fonte: focus.it

Casa Batlló come non l’avete mai vista: arriva una passerella sospesa per camminare lungo la facciata


Colori sgargianti, vetrate fantasiose e ringhiere stravaganti in un susseguirsi di art nouveau, gotico e combinazioni oniriche che evocano la natura. 

Casa Batlló, a Barcellona, è una delle opere più emblematiche di Antoni Gaudì e presto la sua facciata sarà “visitabile” grazie a una passeggiata a 30 metri di altezza.

 Sottoposta a restauro completo dopo 18 anni, la novità che segnerà la “nuova” Casa Batlló sarà infatti la Skywalk, una passerella che percorrerà la parte esterna da un capo all’altro per poter osservare da vicino le decorazioni e il celebre tetto, raffigurante un drago in piastrelle colorare dedicato a San Giorgio, santo patrono della Catalogna.


Molto probabilmente si tratterà di una delle stesse impalcature coinvolte dai lavori di pulizia della facciata.


Secondo un processo che ricorda un po’ la Sagrada Familia, infatti, anche Casa Batlló è attualmente sottoposta a interventi di pulizia e conservazione (in programma fino a giugno). 

A essere rivisti sono i rivestimenti del Piano Nobile, si stanno cioè recuperando lo stucco originale di pareti e tetti del piano principale della Casa, dove viveva la famiglia Batlló.
 Contemporaneamente, sono iniziati i lavori di conservazione e manutenzione della facciata.
 In questo modo, durante la visita, si assiste a un restauro unico al mondo e si può vedere come lavora il team di restauratori.


Il team di architettura specializzato nel restauro di edifici storici che ora è a lavoro ha scoperto il rivestimento originale nascosto sotto diversi strati di vernice che era formato da uno stucco di calce in diverse tonalità.
 Su di esso, dopo i tre strati richiesti da uno stucco tradizionale, vennero effettuate incisioni per disegnare il craquelé caratteristico del piano nobile. 
Successivamente, le incisioni vennero nuovamente riempite con una malta di calce e rifiniti con colori a cera.
 In più, è venuta fuori la rifinitura del vecchio ufficio del Signor Battló, dove le giunture delle incisioni sono state riempite in pane d’oro e la distribuzione dei toni e ancora più completa e sorprendente.


“Per migliorare ancora la nostra conoscenza delle decorazioni originali abbiamo svolto un’ulteriore analisi che ha risolto un altro enigma – spiega l’architetto Xavier Villanueva – alcune immagini storiche mostravano un’armatura di legno che oggi non ci sono più. Al di sotto è stata scoperta l’esistenza di rifiniture in gesso e di note a matita che segnalavano e disegnavano l’ondulazione superiore dello zoccolo, fatte nella fase di costruzione dell’opera di Gaudí”. 

Della spettacolare passerella Skywalk di Casa Batlló mancano ancora dettagli precisi, ma si potrà accedere acquistando il biglietto “gold priority” da 35 euro per visitare la casa.

 Germana Carillo

lunedì 4 marzo 2019

La Piramide di Bomarzo: un luogo incantevole e misterioso della Tuscia


Non occorre andare in Egitto per ammirare le piramidi. 
Anche negli angoli più suggestivi della nostra Italia è possibile farlo. 

Di recente infatti è stata scoperta una misteriosa piramide di origine etrusca nei boschi della Tuscia, nel cuore del suggestivo Parco dei mostri di Bomarzo. 
 Un luogo già di per se affascinante ma che oggi si carica di un'ulteriore valenza artistica e storica.

 Bomarzo è nota soprattutto per il celebre parco caratterizzato dalle gigantesche statue e dai volti mostruose, ma anche la misteriosa piramide etrusca gioca un ruolo di primo piano. Nascosta tra i boschi, e avvolta dalla vegetazione della Tuscia, essa venne scoperta oltre 100 anni fa, nel 1911, ma non fu mai studiata in modo approfondito dall’archeologia ufficiale. 

 Per anni, questo luogo carico di mistero rimase abbandonato ma nel 2008 lo studioso Salvatore Fosci decise di prendersene cura, occupandosi sia della vegetazione che della manutenzione dei sentieri per raggiungerlo.




La forma del suo tronco ricorda quella degli altari religiosi ma quella di Bomarzo è una vera e propria piramide, dalla datazione ancora incerta. 

Tradizionalmente chiamata “sasso del predicatore” o “altare piramidale”, sorge in una zona ricchissima di reperti archeologici risalenti sia al periodo etrusco che a quello preistorico.


Essa si può ammirare entrando dall’ingresso principale de La tagliata delle Rocchette. Una volta percorso tutto, occorre addentrarsi nel bosco seguendo il sentiero più grande per circa 400 metri, fino a raggiungere il doppio segnale in salita tra gli alberi. A quel punto la piramide apparirà facilmente agli occhi del visitatore attraverso le due rampe di scale. Una volta in cima, si raggiunge l’ara maggiore in cui probabilmente i sacerdoti etruschi officiavano i riti agli dei degli Inferi.



Francesca Mancuso

Trovata in Egitto una sfinge a testa di ariete scolpita nell’arenaria più di 3000 anni fa


Scavando nell’antica cava di Gebel el-Silsila vicino ad Assuan, in Egitto, archeologi e operai hanno portato alla luce, da un profondo pozzo di detriti di cava scaricati lì durante l’epoca romana, una sfinge di 3,5 metri di altezza.

 La sfinge era situata in un antico laboratorio di intaglio, dove la squadra di archeologi ha trovato anche centinaia di frammenti di pietra contenenti geroglifici e una scultura raffigurante un cobra arrotolato che una volta incoronava la sfinge. 

La presenza della statua nella cava è qualcosa di misterioso, ma potrebbe essere stato l’ordine annullato di qualche grande commessa, ha detto Maria Nilsson, un’archeologa all’Università di Lund in Svezia e direttrice dello scavo di Gebel el-Silsila.
 Le prove suggeriscono che la sfinge è stata scolpita intorno alla fine del regno del faraone Amenhotep III (il nonno di King Tut). Quando il faraone è morto, le sculture che aveva commissionato potrebbero essere state abbandonate. 

 Il sito di Gebel el-Silsila si trova lungo le rive del Nilo. Il sito in questione era una volta una cava, ma recenti scavi hanno rivelato che era anche sede delle abitazioni dei lavoratori delle cave e le loro famiglie. 
Nilsson e il vice direttore del progetto John Ward hanno trovato una necropoli per uomini, donne e bambini in loco .
 Hanno anche trovato statue scolpite di funzionari benestanti e una tomba senza tombini piena di una zuppa acquosa di resti umani .


La sfinge appena dissotterrata è cosiddetta “criosphinx” o sfinge a testa di ariete. (Il termine completo per le più famose sfingi a testa umana trovate in Egitto è “androsphinx”.) 

La cima rotta della testa della sfinge è rimasta attaccata alle macerie che la ricoprivano sin dall’antichità, ha detto Ward. All’inizio dell’anno scorso, i lavoratori dello scavo hanno estratto tonnellate di macerie per portare alla luce l’intera statua fino alla base o al basamento della stessa. 

Alla base della statua, la squadra di archeologi, ha trovato il cobra scolpito e rotto, noto come ureo, che era un simbolo della regalità. Hanno anche trovato una “sfinge baby”, praticamente una piccola sfinge che un apprendista potrebbe aver scolpito per fare pratica. Intorno alle statue, c’erano piccoli frammenti di ferro da scalpelli e schegge di arenaria molto fini, lasciati da artigiani intagliatori 3.370 anni fa. 

 Vicino alla sfinge, la squadra ha trovato centinaia di frammenti da un “naos” o “santuario” crollato di Amenhotep III. 
Questo faraone, figlio di Thutmose IV, governò l’Egitto dal 1390 aC circa fino ad approssimativamente il 1350 aC, durante l’era del Nuovo Regno. 
Un grande frammento di pietra con un testo scritto in ocra rossa che risale all’apertura della cava, è stato trovato tra i resti della struttura; gli epigrafi stanno lavorando per tradurlo, ha detto Ward. 

La sfinge massiccia sarebbe stata scolpita da un blocco di arenaria del peso di 10 tonnellate, ha detto Ward. 
Assomiglia ad una versione incompleta delle sfingi rinvenute nel tempio Khonsu a Karnak, un sito di rovine non lontano da Luxor. 

Non c’è alcuna ragione ovvia per cui la sfinge sia stata abbandonata alla cava, ha detto Nilsson.
 Ha una fessura sottile sul davanti, ma è improbabile che il danno sia abbastanza grave da rovinare una statua così grande, ha detto. È possibile che quando Amenhotep III morì e suo figlio salì sul trono, i vecchi progetti di lavoro del faraone furono fermati. 
“Uno degli aspetti che stiamo considerando è se sia stata interrotta la sua costruzione o meno, a causa del cambio di governo”, ha detto Nilsson. 

Una grande quantità di lavoro rimane da fare per scavare le macerie della cava attorno alla nuova sfinge, ha detto Ward. 
Le macerie sono spesse circa 3,5 m sopra lo strato che risale alla creazione della statua. 
“Abbiamo un compito immenso davanti a noi per ripulire tutto questa quantità pesantissima di residui di cava al fine di portare alla luce la totalità dello strato risalente del Nuovo Regno”, ha detto Ward. 

Tratto da www.livescience.com

venerdì 1 marzo 2019

Dubai batte se stessa e apre il più alto salotto del mondo, a 575 metri da terra


Benvenuti nel salotto più alto del mondo. 
Dove? Sulla cima del grattacielo più alto al mondo, il Burj Khalifa di Dubai.

 Con i suoi 575 metri di altezza, il salone che ha appena aperto fra i piani 152, 153 e 154 si è appena giudicato il vertiginoso primato, promettendo di offrire a tutti esperienze da settimo cielo. 

 Oltre ad estendersi su tre piani, The Lounge ha anche una terrazza esterna, che è di 30 piani più alta del precedente detentrice del record mondiale. 
Dubai è famosa per aver sempre «alzato l'asticella», anche se la sfida questa volta era con se stessa.


Il nuovo locale è aperto al pubblico tutto il giorno, ma in particolare offrirà tre esperienze giornaliere: il Tè tra le nuvole, dalle 12,30 alle 16, abbinato a torte e dessert tipici; il Bubbly sundowner, un tramonto a base di bollicine e tartine gourmet dalle 17,30; e infine il Cocktail sotto le stelle, dalle 21, con dj-set.


Il Burj Khalifa svetta a 828 metri d'altezza dal gennaio del 2010 ed è il palazzo dei primati in tutti i sensi: ha gli ascensori più lunghi del mondo, regala il più grande (e il più alto) spettacolo di luci e suoni ed è probabilmente l'edificio che vanta più record architettonici al mondo in assoluto.
 The Lounge è una stella in più, da abbinare alla visita del Burj Khalifa Sky che sinora è stata la destinazione più iconica di Dubai. 

 Fonte: lastampa.it

giovedì 28 febbraio 2019

I lupi sono salvi! Salta la votazione sulla legge che voleva abbatterli


I lupi non si toccano e almeno per ora sono salvi. 
Al consiglio regionale Veneto, salta la votazione sulla cosiddetta ‘legge ammazzalupi”, grazie alla pressioni e alla sensibilizzazione di migliaia di persone che finora hanno protestato contro il progetto di legge. 

 “Continueremo a vigilare perché non vengano avanzate proposte di Legge finalizzate a consentire l'uccisone di lupi, né in Veneto, né altrove: i lupi non si toccano!”, scrive la Lav fiduciosa. 

 Ecco cos’era successo. 

Parliamo spesso dei lupi, animali da sempre bistrattati e considerati nemici. 
Alcune regioni italiane avevano proposto un abbattimento controllato. In particolare, nelle province autonome di Trento e Bolzano, a luglio scorso, erano state varate due leggi, una per i lupi, una per gli orsi, che ne prevedevano l’abbattimento. Fortunatamente il Consiglio dei ministri si è schierato a favore degli animali, impugnando le leggi regionali davanti alla Corte Costituzionale, perché chi detta legge sono le direttive europee e “non le velleità di chi intende sacrificare gli animali selvatici per ricevere consensi.

 Il ministro Costa, a settembre scorso, aveva detto “le impugnerò, uccidere non serve” e promettendo che per le specie protette a livello europeo non potrà esserci alcun abbattimento forzato perché la competenza sulla fauna selvatica, in particolare quella protetta o in via d’estinzione, è dello Stato.


La fauna è un bene indisponibile dello Stato e la gestione delle specie più importanti e minacciate va fatta almeno su base nazionale, avendo una visione complessiva e non localistica della loro conservazione, tanto da essere regolata da Direttive Europee e internazionali.

 Adesso, arriva un’altra buona notizia, la votazione nell’Aula del Consiglio Regionale, sulla Proposta di Legge Regionale “Misure di prevenzione e di intervento concernenti i grandi carnivori”, fortemente voluta dalla maggioranza, è saltata e per adesso i lupi sono salvi. 
 Una votazione che diciamolo, non avrebbe avuto tanto senso visto che è stato conclamato che ci sono gravi profili di illegittimità costituzionale e che secondo la Lav sarebbe stata “esclusivamente un’operazione di propaganda politica voluta da alcuni rappresentanti già noti per le loro posizioni antilupo, visto che è già risaputo che la legge non potrà mai produrre effetti”. 

 Dominella Trunfio

Pantanal, il volto più selvaggio del Brasile


Il Pantanal è la più grande pianura alluvionale del pianeta, un ecosistema unico che ricopre una superficie di circa 200mila Kmq tra gli stati brasiliani di Mato Grosso e Mato Grosso do Sul, il nord del Paraguay e la Bolivia orientale. 

Si tratta della più vasta zona umida della terra, sommersa per circa 9 mesi l’anno dalle acque del Rio Paraguay e dei suoi numerosi affluenti. 


 Il nome Pantanal deriva dalla parola portoghese “pantano” e nonostante le eterne paludi e le estese zone fangose che rendono questa zona un ambiente poco ospitale per l’uomo, qui si trova la più alta concentrazione di flora e fauna del Sud America.
 Un vero paradiso ecologico che ospita la più grande varietà di piante acquatiche del mondo e che conta ben 650 specie di uccelli, 102 specie di mammiferi, 270 di pesci e oltre 250 specie tra rettili, anfibi e insetti. 
Re incontrastato di questa impervia foresta pluviale, oltre alle numerose varietà endemiche a rischio estinzione, è senza dubbio il Giaguaro.


Durante la stagione delle piogge (ottobre-febbraio) l’intera area rimane inondata e gli animali si rifugiano nei luoghi rialzati. 

Tra aprile e maggio le acque iniziano ad abbassarsi e solo a settembre la natura esplode in tutta la sua bellezza.

 Il continuo ricambio delle acque trascina con sé il nutrimento essenziale per ogni forma animale e vegetale, regolando il ritmo della vita e assicurando loro un habitat ricco di risorse.


Nonostante le condizioni ambientali non abbiano mai consentito alcun sfruttamento di questo territorio i suoi abitanti, i pantaneiros, vivono da generazioni in sintonia con la natura selvaggia del luogo, allevando bovini e cavalli.

 Una parte del Pantanal brasiliano è entrata a far parte del Parco nazionale Pantanal Matogrossense e nel 2000 è stato inserito nell’elenco delle Riserve della Biosfera e in quello dei Patrimoni dell’umanità dell’UNESCO.




Un ecosistema incontaminato e lussureggiante, dal quale trae beneficio il mondo intero. 

 Fonte: http://mybestplace.com

mercoledì 27 febbraio 2019

PolarBearDay: così l'uomo sta cancellando gli orsi polari dalla faccia della terra


Oggi 27 febbraio è il Polar Bear Day, la Giornata internazionale dell'Orso Polare. 

Creature forti, capaci di resistere alle bassissime temperature dei Poli ma anche molto fragili, minacciati dalle conseguenze dei cambiamenti climatici e dello scioglimento dei ghiacciai. 
Una specie a rischio, che sta facendo le spese della pesante impronta umana sulla Terra. 
 Suo malgrado, infatti, l'orso polare è diventato proprio il simbolo della lotta ai cambiamenti climatici e dei catastrofici impatti sul nostro pianeta, a partire proprio dal Polo Nord.

 Per gli orsi dell'Artico la lotta per la sopravvivenza si contrappone al più grande problema ambientale del nostro tempo, contro il quale questi animali non possono fare molto se non nulla. 
 Negli ultimi 30 anni abbiamo perso tre quarti della calotta polare e sono anni che il centro di ricerca statunitense National Snow and Ice Data Center registra un preoccupante record negativo dell'estensione della calotta artica. 
Pare che non se ne possa più uscire: il riscaldamento globale scioglie i ghiacciai che aiutano a raffreddare la temperatura della Terra, rendendo il nostro pianeta ancora più caldo.

 Gli orsi, purtroppo, stanno sperimentando gravi effetti. 
Sono cambiate le loro abitudini alimentari, ad esempio. 
Per la prima volta essi si sono visti costretti a mangiare i delfini.


Ma c'è di peggio. Sempre più immagini mostrano orsi polari denutriti, costretti a scavare tra i rifiuti per trovare il cibo o addirittura morti di fame. 

Un'immagine triste è quella della fotografa Kerstin Langenberger che in un'isola dell'arcipelago delle Svalbard, nel Mar Glaciale Artico, ha fotografato un orso magrissimo, emaciato. 

 Un recente studio, condotto dagli scienziati dell'Università della California Santa Cruz in collaborazione con l'US Geological Survey, ha scoperto che gli orsi polari stanno affrontando una crescente lotta per trovare cibo a sufficienza per sopravvivere mentre i cambiamenti climatici trasformano costantemente il loro habitat.
 Di fatto, la loro estinzione potrebbe essere più vicina di quanto pensiamo. 

 Due anni fa, Jenny E. Ross dell'International League of Conservation Photographers (ILCP), ci ha mostrato cosa accade a Manitoba, in Canada dove gli orsi vanno a caccia nelle discariche.


A novembre 2016, il fotografo Lars Ostenfeld dopo 12 anni è tornato a visitare la baia di Hudson, in Canada, nota da sempre come la capitale degli orsi polari.
 Ebbene, non c'era più neve.


O ancora, succede anche che gli orsi finiscano per diventare creature da mettere in bella mostra, com'è accaduto in un centro commerciale cinese.


Anche noi, nel nostro piccolo, possiamo fare per qualcosa per salvare i meravigliosi orsi polari.
 Basta seguire alcune semplici accortezze che indirettamente riducono la nostra "impronta" sul pianeta: regoliamo sempre il termostato di casa o dell'ufficio a pochi gradi. 
Ricordiamoci che 20 gradi, con 2 di tolleranza, è il limite massimo di temperatura stabilito da una normativa nazionale (DPR 412/1993 modificato dal DPR 551/99) per abitazioni, uffici, scuole e negozi. Per ogni grado di temperatura oltre questa soglia, per tutto l'inverno, la spesa di riscaldamento aumenta del 6 o 7%. 
E di conseguenza aumentano le emissioni nell'ambiente. Investiamo, inoltre, in efficienza energetica, usiamo poco l'auto e tanto la bici. 
 E, soprattutto, insegniamo ai nostri figli a vivere una vita sostenibile! 

 Fonte: greenMe.it
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