lunedì 25 febbraio 2019
Questa tartaruga gigante non è estinta. Dopo 100 anni ritrovata nelle Galapagos
Dopo più di un secolo dall’ufficializzazione della sua estinzione, una tartaruga gigante endemica dell’isola Fernandina è stata ritrovata nel meraviglioso Arcipelago delle Galapagos.
Inserita dall’Unione internazionale per la conservazione della natura (Iucn) nella lista degli animali estinti nel lontano 1906, si tratta una femmina adulta appartenente alla specie Chelonoidis Phantasticus, individuata da una spedizione di esperti del Parco nazionale delle Galapagos e dell’Ong statunitense Galapagos Conservancy e per ora trasportata in un centro di riproduzione sulla vicina isola di Santa Cruz.
Gli esperti ritengono che non sia la sola, perché sarebbero evidenti le tracce e l'odore di altre tartarughe probabilmente della stessa specie.
La tartaruga gigante Fernandina è una delle 14 specie di tartarughe giganti originarie delle isole Galapagos e molte di esse sono in pericolo di estinzione.
Le tartarughe sono state uccise negli ultimi due secoli ma questa scoperta costituisce un buon motivo per sperare in un futuro migliore.
“Questo ci incoraggia a rafforzare i nostri piani di ricerca per trovare altri (tartarughe), che ci permetteranno di avviare un programma di allevamento in cattività per recuperare questa specie”, racconta Danny Rueda, direttore del Parco Nazionale delle Galapagos.
L'arcipelago delle Galapagos comprende 19 isole nell'Oceano Pacifico a circa 1.000 km dalla costa ecuadoriana.
Fernandina, la terza più grande e più giovane delle isole, rimane la più vulcanicamente attiva.
Le Galapagos furono dichiarate parco nazionale nel 1959 e patrimonio mondiale dell'Unesco nel 1978 e ad oggi qui ci sono ben undici specie di tartarughe giganti: cinque a Isabela, una a San Cristobal, due a Santa Cruz, una a Espanola, una a Pinzon e una a Santiago.
Speriamo che questo posto magnifico si ripopoli di queste centenarie abitanti!
Germana Carillo
venerdì 22 febbraio 2019
I nativi americani utilizzavano reti di condivisioni simili ai nostri social media
Anche i nativi americani utilizzavano delle reti di condivisioni che ricordano molto i social media della nostra generazione, chiaramente con strumenti diversi.
A stabilirlo è un nuovo studio pubblicato su PNAS.
Molto tempo prima che Snapchat, Instagram, Facebook e persino l’indimenticabile MySpace entrassero a far parte della nostra quotidianità, anche i nativi americani degli Appalachi meridionali utilizzavano dei sistemi di comunicazione e delle reti di condivisioni che ricordano (con le dovute accortezze del caso) i nostri canali social.
La ricerca è stata condotta dalla Washington University di St. Louis.
“Proprio come abbiamo le nostre reti di ‘amici’ e followers su piattaforme come Facebook e Twitter, anche i nativi americani tra il 1200 e il 350 avevano le loro reti di condivisioni”, spiega Jacob Lulewicz, docente di archeologia nel Dipartimento di Antropologia in Arte e Scienze.
Lo studio ha trovato il modo di ricostruire tali reti di comunicazioni sostenendo che queste hanno gettato poi la base per lo sviluppo di sistemi politici successivi.
Vediamo allora come funzionava questo sistema che univa amici e famiglie di villaggi vicini ben prima dell’arrivo degli esploratori europei.
Chiaramente non parliamo di giga, di post su Facebook o di tweet, ma di un archivio di messaggistica che avveniva tramite tavolette di ceramiche ritrovate a dozzine nei siti vicino al Mississippi.
I frammenti in ceramica rappresentano un patrimonio incredibile: 276.626 sono stati trovati in 43 siti nel Tennessee orientale e 88.705 frammenti in 41 siti nel nord della Georgia.
La collezione rappresenta tavolette in ceramiche creata tra l’800 e il 1650 d.C., un periodo che ha visto l’emergere graduale e il successivo declino di intere dominazioni che controllavano i villaggi locali.
Gli scienziati si sono concentrati sull’evoluzione e sui cambiamenti di queste ceramiche, ovvero la loro forma, i simboli culturali utilizzati per decorarli e via dicendo arrivando alla conclusione che questi reperti rappresentano una mappa cronologica dettagliata delle connessioni esistenti tra diverse comunità.
Lo studio si concentra sui villaggi raggruppati attorno al sito di Etowah nella contea di Bartow, in Georgia, un’importante comunità Mississippiana dove c’erano perfino grandi edifici cerimoniali.
Uno di questi serviva come sede regionale del potere sociale, politico, economico e religioso di tutta la regione.
E ancor prima che arrivassero gli europei, la leadership di chi stava al potere era fortemente influenzata proprio da ciò che veniva inciso su queste ceramiche.
“Quello che abbiamo dimostrato in questo studio è che mentre i domini e i capi cambiavano, le fondamenta della società così come la rete di parentela e amicizia con le persone dei villaggi vicini, rimanevano intatte, grazie a questo tipo di comunicazione”, scrive Lulewicz nello studio.
Questa scoperta suggerisce che i legami sociali hanno sempre giocato un ruolo importante nell’aiutare le società a coalizzarsi con o contro i leader e le classi dominanti.
E’ proprio per questo motivo che i ricercatori rimandano al ruolo dei social network attuali.
“Queste reti di comunicazione sono state una costante sociale per queste persone e hanno permesso alle loro culture di persistere per migliaia di anni anche attraverso trasformazioni che avrebbero potuto essere catastrofiche”.
Dominella Trunfio
In Svizzera c’è una città devota al numero 11
Undici chiese, undici fontane, undici torri.
E poi ancora undici musei, undici pozzi e un orologio con undici numeri.
In Svizzera c’è una città devota al numero 11: si tratta di Soletta, città romana dalle fattezze barocche, l’undicesimo stato della Confederazione nella lista dei cantoni.
La storia della città di Soletta è inestricabilmente legata al numero undici, a partire dalla cattedrale di Sant’Orso e San Vittore (o St. Ursenkathedrale) costruita tra il 1762 e 1783 (in 11 anni!) dall’architetto di Ascona Gaetano Matteo Pisoni.
Il campanile misura 6 metri per 11.
Sulla torre sono appese undici campane mentre all'interno ci sono undici altari, visibili tutti insieme solo da un posto : dall’undicesima pietra nera della navata.
Le scale sono formate da 11 gradini e il numero delle pipe dell’organo sono multiplo di 11.
Gli abitanti di Soletta chiamano persino la loro birra Oufi, che nel dialetto regionale significa appunto undici.
Il «numero magico» compare poi in molti nomi e viene celebrato in modo speciale nelle ricorrenze famigliari, per i compleanni e gli anniversari. Vietato qui non celebrare gli 11 anni, i 22, 33, 44 e così via.
Fra le cose da non perdere in città c’è senz’altro la torre dell’orologio con il suo quadrante astronomico e l’antico carosello con un cavaliere, uno scheletro e un re con un berretto da giullare che ad ogni rintocco - tutti i giorni dal 1545 - rovesciano la clessidra.
Ma il «vero» orologio di Soletta non si trova nella piazza principale, bensì sulla facciata di una banca, in piazza Amthauspl: un'opera di 3 metri creata dall’artista Paul Gugelmann Gretzenbach con un quadrante a undici ore, che suona la canzone di Soletta alle 11 e a mezzogiorno, poi nuovamente alle 17 e alle 18.
Fonte: lastampa.it
mercoledì 20 febbraio 2019
Un eccezionale affresco di Narciso a Pompei
Nella domus dove pochi mesi fa era stato rinvenuto il quadretto di Leda e il cigno, è stato scoperto uno splendido affresco del mito di Narciso.
Il dipinto si trova nell’atrio della lussuosa casa, a fianco delle figure di menadi e satiri.
Narciso è raffigurato secondo l’iconografia classica, nell’atto di specchiarsi nell’acqua, rapito dalla sua immagine.
Gli scavi di questa domus hanno portato alla luce un ambiento ricco e raffinato.
Già il corridoio di ingresso accoglieva gli ospiti con l’immagine vigorosa e di buon auspicio di Priapo.
La stanza con l’affresco di Leda era invece una camera da letto: le decorazioni in IV stile mostrano delicati ornamenti floreali, intervallati da grifoni con cornucopie, amorini volanti, nature morte e scene di lotte tra animali.
Ora è tornata la luce anche una parte dell’atrio della casa, con pareti dai colori ancora vividi e un magnifico affresco di Narciso al centro di un muro.
Anche il soffitto, rovinosamente crollato durante l’eruzione del Vesuvio, era decorato con affreschi.
I frammenti sono stati recuperati e i restauratori cercheranno di ricomporne la trama.
Su un muro sono ancora visibili le tracce delle scale che conducevano al piano superiore.
Ma ancora più interessante è quel che c’era nel sottoscala, utilizzato come deposito: una dozzina di contenitori in vetro, otto anfore e un imbuto in bronzo.
Una situla bronzea (un secchio per liquidi) è stata invece rinvenuta accanto all’impluvio.
«La bellezza di queste stanze, evidente già dalle prime scoperte, ci ha indotto a modificare il progetto e a proseguire lo scavo per portare alla luce l’ambiente di Leda e l’atrio retrostante – dichiara la Direttrice Alfonsina Russo – Ciò ci consentirà in futuro di aprire alla fruizione del pubblico almeno una parte di questa domus.
Lo scavo è stato possibile nell’ambito del più ampio intervento di messa in sicurezza e riprofilamento dei fronti di scavo, previsto dal Grande Progetto Pompei, che sta interessando gli oltre 3km di perimetro che costeggia l’area non scavata di Pompei.
Nel rimodulare la pendenza dei fronti che incombevano minacciosamente sulle strutture già in luce, sono venute fuori questi eccezionali ritrovamenti.
In questa delicata fase, il collega Massimo Osanna sta proseguendo la direzione scientifica dello scavo per fornire il suo prezioso e competente supporto e garantire una linea di continuità scientifica alle attività di scavo».
«Proseguono le straordinarie scoperte di questo cantiere – dichiara Massimo Osanna – Si ripropone nell’atrio della casa la scena di un mito, quello di Narciso, ben noto e più volte ripetuto a Pompei. Tutto l’ambiente è pervaso dal tema della gioia di vivere, della bellezza e vanità, sottolineato anche dalle figure di menadi e satiri che, in una sorta di corteggio dionisiaco, accompagnavano i visitatori all’interno della parte pubblica della casa.
Una decorazione volutamente lussuosa e probabilmente pertinente agli ultimi anni della colonia, come testimonia lo straordinario stato di conservazione dei colori».
Fonte: ilfattostorico.com
martedì 19 febbraio 2019
200 cani destinati al macello salvati da un allevamento di carne in Corea del Sud
Una situazione che andava avanti ormai da otto anni e che finora non era mai stata cambiata.
A salvare 200 cani tra chihuahua, bulldog francesi, Yorkshire terrier, barboncini e meticci è stata la HSI, un ente di beneficenza per animali che da anni si batte per i diritti degli amici a quattro zampe.

Così non solo i cani sono stati salvati da una fine ignobile, ma la fattoria è stata finalmente chiusa, evitando così che altre vittime innocenti, finissero nelle mani di allevatori senza scrupoli. Parliamo di cani che non avevano mai conosciuto la libertà, che non avevano mai corso felici nell’erba.
Vivevano in gabbie di ferro poggiate sul cemento, esposti a lampade e senza mai vedere la luce del sole.
Carne da macello, insomma, in attesa di essere servita nei ristoranti locali.
L’operazione è iniziata il 13 febbraio e adesso i cani saranno trasferiti in Stati Uniti e Canada in attesa di essere adottati.
Questa storia ha un bellissimo lieto fine, ma in Corea del Sud ogni anno circa un milione di cani viene mangiato.
Una tradizione che indigna, ma che purtroppo continua ad esistere.
"Questi cani non sono diversi dagli altri, adesso hanno bisogno di cure amorevoli", ha detto a AFP Kelly O'Meara, un funzionario della HSI.
Questa fattoria è la 14esima chiusa dal 2015 per gli stessi identici motivi.
Dominella Trunfio
lunedì 18 febbraio 2019
Kylemore Abbey, fuga d’amore in Irlanda
Il San Valentino è appena passato ma non per questo bisogna rinunciare alla ricerca di dimensioni (e situazioni) magiche che urlano romanticismo.
L’amore, il più nobile dei sentimenti, è come una fiamma: deve essere alimentato per rimanere acceso. E non di certo una solta volta l’anno.
Chi ha voglia di emozionarsi ed emozionare può prendere di mira l’Irlanda più autentica, ovvero la regione del Connemara , soprannominata luogo di “selvaggia bellezza” da Oscar Wilde, per scoprire con i propri occhi un vero e proprio gioiello: la Kylemore Abbey .
Questa meravigliosa tenuta custodisce una bella, anche se tragica, storia d’amore che rimanda alla fine dell’800: quella tra Margaret Vaughan e Mitchell Henry, un medico inglese originario di Manchester che, alla morte del padre (commerciante di cotone di origini irlandesi), ereditò una fortuna.
Dopo aver abbandonato la carriera medica, si dedicò alla politica: era convinto che, con il suo operato, potesse apportare grandi benefici tanto al territorio quanto ai locali fortemente provati dalla grande carestia che aveva colpito il Paese. E aveva ragione. Trasformò migliaia di ettari di terra aspra e inospitale in zone agricole produttive, creò nuovi posti di lavoro e, addirittura, una scuola per i figli dei suoi dipendenti.
Una volta convolato a nozze, decise di acquistare quel padiglione di caccia che tanto aveva colpito la moglie, nel 1852, durante la luna di miele per trasformarlo nella casa dei sogni.
La Kylemore Abbey rappresentava il posto ideale in cui crescere i loro figli lontano dal caos di Londra e, soprattutto, dall’inquinamento delle città industriali inglesi dell’epoca. Purtroppo però nella vita reale le cose non vanno sempre come si legge nelle più belle fiabe in cui tutti vissero felici e contenti.
Era il 1874 quando la famiglia Henry si recò in Egitto ma quella che doveva essere una vacanza si rivelò un incubo.
Margaret infatti, a causa della dissenteria, morì a soli 45 anni.
La notizia spezzò il cuore di Mitchell che, pur di averla sempre accanto, fece imbalsamare il corpo della sua amata per riportarla a Kylemore e collocarla in un mausoleo costruito nei boschi.
Proprio qui il suo amato la raggiunse, nel 1910, quando venne a mancare.
Successivamente la tenuta passò prima nelle mani del nono duca di Manchester e poi, nel 1929, venne acquistata dalle monache benedettine scappate dal Belgio dopo che l’abbazia di Ypres venne distrutta durante la Prima Guerra Mondiale.
Ebbene sì proprio qui venne istituita, nel 1923, la Girl’s Boarding School, un collegio femminile la cui fama fece il giro del mondo tanto da richiamare l’attenzione di innumerevoli studenti stranieri. Tra le più famose studentesse si ricordano l’attrice americana Angelica Huston nonché due principesse indiane, nipoti di Sua Altezza Maharaja Ranjit .
Nel 2010 la scuola venne chiusa ma la struttura è rimasta comunque un punto di riferimento per le religiose che, tutt’oggi, grazie a donazioni e all’aiuto di volontari, portano avanti le loro attività.
Si dedicano infatti alla produzione di saponi e del cioccolato e ancora della manutenzione dei giardini e della tenuta stessa.
Tutti possono ammirare con i propri occhi quella che è stata definita ‘la più grande attrazione turistica dell’Irlanda Occidentale’: alcune delle stanze, infatti, sono aperte al pubblico come le sale da ricevimento e quelle da pranzo.
E che dire poi degli spazi esterni? A incantare è la ricca tavolozza di colori che caratterizza il Victorian Walled Garden dove, in una superficie di circa 6 ettari, è possibile ammirare antichissime piante, le serre, gli alberi da frutta nonché il giardino delle erbe aromatiche.
Ma non solo, il punto di partenza è ideale per godersi romantiche passeggiate alla volta di affascinanti percorsi naturalistici che, tra laghi e boschi, sono in grado di mozzare il fiato.
A regalare una romantica pausa è poi la Tea House, molto più che un semplice bar, è un vero angolo di quiete avvolto in un contesto unico così come il Mitchell’s Café e il Craft&Design Shop dove concedersi un delizioso pasto e acquistare qualche souvenir per portare sempre nel cuore il ricordo di questo magico luogo.
Non in ultimo, degna di nota l’incantevole chiesa neogotica fatta costruire da Mitchell stesso in onore della sua Margaret.
Non aspettatevi però mostri di pietra come i famosi Gargoyles perché, al loro posto, ci sono bellissimi angeli sorridenti.
E’ proprio con il sorriso che bisogna ricordare questo posto magico frutto di una bellissima storia d’amore.
Fonte: lastampa.it
venerdì 15 febbraio 2019
Scoperto lo scheletro di una giovane ragazza egiziana alla base di una piramide di 4.600 anni fa
La scoperta è stata fatta alla base della piramide di Meidum, un sito archeologico a circa 100 chilometri a sud del Cairo, a pochi passi dal fiume Nilo, secondo un annuncio fatto questa settimana del Ministero delle Antichità di Egiziano .
Anche se non ci sono ancora prove che suggeriscano quando fu sepolta, la piramide alla cui base è stato fatto il ritrovamento, è stimato sia stata costruita 4.600 anni fa, all’incirca nel periodo in cui furono costruite le prime piramidi in Egitto.
Basandosi su uno studio delle ossa, gli archeologi ritengono che i resti appartenessero a una femmina adolescente, forse di età intorno ai 13 anni.
Un piccolo muro di mattoni circonda il sito di sepoltura, suggerendo che la zona fosse un tempo un cimitero.
Attualmente è un mistero chi fosse questa adolescente, tuttavia ci sono alcuni suggerimenti intriganti con cui i ricercatori potranno lavorare.
Lo scheletro era situato accanto a tre piccoli vasi e un papiro sigillato, che gli archeologi stanno attualmente tentando di decifrare.
Curiosamente, la tomba conteneva anche i teschi di due tori. Ancora una volta, è sconosciuto il motivo per cui si trovano esattamente questi due teschi, ma la figura del toro compare spesso nell’antica mitologia egizia.
Apis , ad esempio, era una divinità che veniva spesso rappresentata come un toro per rappresentare forza e fertilità.
Questo da solo non ha molto rilievo, ma di solito le persone che sono state sepolte accanto a tali simboli, e in una posizione così prominente, probabilmente avevano uno status sociale rispettato o privilegiato.
Meidum sarebbe stata iniziata sotto Huni, l’ultimo faraone della III dinastia , il cui regno terminò intorno al 2600 aC, ma fu completata sotto il suo successore Sneferu.
Come si può vedere nelle immagini, la struttura non è simile alla tipica piramide. In effetti, ricorda a malapena una piramide dopo secoli di rovine, quindi viene spesso definita “el-haram el-kaddab”, che in arabo significa “Falsa Piramide”.
Si pensa che i lavori di costruzione siano iniziati come una piramide a gradoni, come molte delle prime piramidi egizie, ma fu trasformata poi in una vera piramide.
Vi sono numerose teorie sul perché siano stati cambiati i piani a metà della costruzione, tuttavia, secondo Live Science, alcuni suggeriscono che questa piramide mostra uno dei primi tentativi degli egiziani di creare una vera piramide usando tentativi ed errori. Ciò è davvero notevole se si considera che il successore di Sneferu, Khufu, è stato accreditato di aver commissionato la Grande Piramide di Giza , il monumento colossale considerato la più alta struttura costruita dall’uomo nel mondo per oltre 3.800 anni.
Tratto da www.iflscience.com
giovedì 14 febbraio 2019
L'albergo di ghiaccio ispirato a Game of Thrones, per sentirsi come a Grande Inverno
Dormire nel gelo artico, tra creature leggendarie e simboli magici: se siete in fissa con Game of Thrones questo “albergo” fa per voi. Dovete solo amare in maniera smisurata il ghiaccio. Sì perché per il secondo anno consecutivo lo Snow Village Lapland Nordic, in Lapponia per l’appunto, è stato realizzato utilizzando 400 tonnellate di ghiaccio.
In attesa della nuova e ultima stagione della celeberrima saga tratta dai romanzi di George R.R Martin, è possibile pernottare qui, tra luoghi riprodotti in fede e atmosfere decisamente fantasy.
Ben 12 artisti provenienti da Lettonia, Lituania, Russia, Polonia, Finlandia e Ucraina hanno infatti dato vita a sale ispirate ai palazzi della casata dei Lannister e degli Stark, ai vessilli dei regni che si sfideranno per arrivare al potere e a sculture assortite, tra cui l'esercito di morti, draghi e terribili lupi.
Come accaduto lo scorso anno, l’albergo sarà aperto fino al prossimo 8 aprile, quando comincerà a sciogliersi.
L’operazione è stata realizzata anche grazie ad Hbo Nordic, società dell'emittente televisiva Usa che produce la serie.
Germana Carillo
mercoledì 13 febbraio 2019
Le terribili immagini degli orsi polari costretti a cercare cibo nelle discariche dei villaggi
Sono immagini incredibili quelle che vengono da Belushya Guba, nell'arcipelago di Novaya Zemlya al largo della costa nord-orientale della Russia, dove la popolazione di circa 2500 abitanti, dal 9 febbraio è costretta a convivere con 52 orsi polari.
Gli orsi si spingono fino alle abitazioni in cerca di cibo, frugano tra la spazzatura, adesso i funzionari locali hanno dichiarato lo stato di emergenza visto che non sono mancati episodi in cui gli orsi sono entrati perfino all’interno delle case.
Non è la prima volta che parliamo delle conseguenze dei cambiamenti climatici degli orsi polari costretti a cambiare perfino la loro dieta perché ormai costretti a recarsi sulla terraferma a causa della perdita di ghiaccio marino.
Cercano cibo come bacche, uccelli e uova, frugano tra i rifiuti e la plastica.
La Rosprirodnadzor, l’ente di protezione delle risorse naturali russo, ha categoricamente vietato di sparare anche ‘agli esemplari più aggressivi’, per questo sono state organizzate pattuglie nei villaggi per spaventare gli orsi, senza però causare loro nessuna grave conseguenza di sopravvivenza.
Le persone hanno paura, ma gli orsi sono protetti in Russia, per cui si cerca una soluzione che vada bene a tutti: effetti luminosi, cani, recinti più resistenti.
I residenti giurano che gli orsi, mai prima d’ora, si sono spinti così vicino alle abitazioni, ma come dicevamo la perdita di habitat, spinge questi animali a comportarsi in maniera del tutto anomala.
Mentre le autorità locali stanno cercando di sedare gli orsi e riportarli tra i ghiacciai, rimane l’emergenza: nessuno è autorizzato a uscire da solo o a spostarsi a piedi.
Dominella Trunfio
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