martedì 12 febbraio 2019
Insetti, rischiano l'estinzione entro fine secolo per colpa dei pesticidi
Entro un secolo potremmo dire addio agli insetti.
La maggior parte correndo pericolosamente verso l'estinzione, minacciando un catastrofico collasso degli ecosistemi della natura. Lo rivela uno dei più grandi studi mai condotti sul tema, anticipato in esclusiva dal Guardian.
Si tratta della prima revisione scientifica condotta a livello globale. Stando all'analisi, più del 40% delle specie di insetti sono in declino e un terzo è in pericolo.
Il tasso di estinzione è otto volte più veloce di quello di mammiferi, uccelli e rettili.
In totale il numero di insetti sta precipitando del 2,5% all'anno.
Ormai è certo.
Il pianeta è all'inizio della sesta estinzione di massa nella sua storia, con enormi perdite già segnalate negli animali più grandi, più facili da studiare.
Ma gli insetti sono di gran lunga gli animali più numerosi e vari. Basti pensare che superano l'umanità di 17 volte.
Sono essenziali per il corretto funzionamento di tutti gli ecosistemi, sono cibo per altre creature, sono alla base dell'impollinazione e del nostro stesso nutrimento e sono anche riciclatori di nutrienti.
Anche se precedenti studi avevano segnalato cali drastici in Germania e a Portorico, la nuova revisione indica che la crisi è globale.
I ricercatori hanno esposto le loro conclusioni in termini insolitamente forti per un documento scientifico sottoposto a peer review: "Le tendenze [degli insetti] confermano che il sesto evento di estinzione principale sta influenzando profondamente le forme di vita sul nostro pianeta.
A meno che non cambiamo i nostri modi di produrre cibo, gli insetti nel loro insieme percorreranno il sentiero dell'estinzione in pochi decenni.
Le ripercussioni che ciò avrà per gli ecosistemi del pianeta sono a dir poco catastrofiche".
Secondo lo studio, il tasso di perdita annuale del 2,5% negli ultimi 25-30 anni è fin troppo rapido.
La nuova analisi ha selezionato i 73 migliori studi fatti fino ad oggi per valutare il declino degli insetti.
Le ricerche messe a confronto sono state condotte nell'Europa occidentale e negli Stati Uniti, in Australia, in Cina, in Brasile e in Sud Africa.
Le farfalle e le falene sono tra le più colpite.
Ad esempio, il numero di specie di farfalle è diminuito del 58% su terreni coltivati in Inghilterra tra il 2000 e il 2009.
Il Regno Unito ha subito le maggiori perdite di insetti registrate nel complesso.
Anche le api sono state seriamente colpite.
Se si considera, l'Oklahoma rispetto al 1949, nel 2013 il numero di bombi risultava dimezzato.
Le colonie di api negli Stati Uniti erano 6 milioni nel 1947, ma da allora ne abbiamo perse 3,5 milioni.
Conosciamo oltre 350.000 specie di coleotteri ma molti di essi sono in declino, soprattutto scarabei stercorari.
Ma ci sono anche grandi lacune nella conoscenza, con pochissime conoscenze su molte mosche, formiche, afidi e grilli.
Gli esperti dicono che non c'è motivo di pensare che stiano meglio delle specie studiate.
Uno dei maggiori impatti della perdita di insetti riguarda uccelli, rettili, anfibi e pesci che mangiano insetti. "Se questa fonte di cibo viene portata via, tutti questi animali moriranno di fame", spiegano gli scienziati. Tali effetti a cascata sono già stati osservati a Portorico, dove un recente studio ha rivelato un calo del 98% degli insetti terrestri nell'arco di 35 anni.
Anche se alcune specie si stanno adattando aumentando, si tratta di numeri limitati, non sufficienti a contenere le grandi perdite. Secondo uno degli autori, Francisco Sánchez-Bayo, dell'Università di Sydney, in Australia, la causa principale del declino è l'intensificazione agricola. L'agricoltura intensiva ha portato al disboscamento di alcune aree e al trattamento con fertilizzanti sintetici e pesticidi per adattarle ad altre coltivazioni.
La scomparsa degli insetti sembra essere iniziata all'alba del 20° secolo, accelerando negli anni '50 e '60 e raggiungendo"proporzioni allarmanti" negli ultimi 20 anni.
Le maggiori responsabilità ricadono soprattutto sulle nuove classi di insetticidi introdotte dalla fine degli anni '90 a oggi, compresi i neonicotinoidi e il fipronil, particolarmente dannosi visto che sono molto diffusi e persistono nell'ambiente.
Tra le altre cause del declino degli insetti, gli scienziati elencano le specie invasive e, neanche a dirlo, i cambiamenti climatici.
Questi ultimi sono particolarmente rilevanti nelle regioni tropicali, ma interessano solo una minoranza di specie nei climi più freddi e nelle zone montane delle zone temperate.
"Un ripensamento delle attuali pratiche agricole, in particolare una seria riduzione dell'uso di pesticidi e la sua sostituzione con pratiche più sostenibili ed ecologiche, è urgente e necessario per rallentare o invertire le tendenze attuali, consentire il recupero di popolazioni di insetti in declino e salvaguardare i servizi vitali dell'ecosistema da loro forniti.
Inoltre, dovrebbero essere applicate tecnologie efficaci di bonifica per pulire le acque inquinate sia in ambienti agricoli che urbani" si legge nella sintesi dello studio.
Tocca a noi invertire questa drammatica tendenza prima che sia davvero troppo tardi.
Francesca Mancuso
lunedì 11 febbraio 2019
Una spada medievale nel centro di Aalborg
Due operai hanno scoperto una spada del XIV secolo in una strada del centro di Aalborg, in Danimarca, durante dei lavori idraulici.
È stata curiosamente trovata per terra, sopra allo strato più antico della pavimentazione di una strada.
La spada, integra e ben conservata, venne persa o abbandonata.
Jannic Vestergaard e Henning Nøhr, dopo aver effettuato la scoperta, avevano contattato il Museo storico dello Jutland settentrionale.
Dopo un’attenta analisi, l’archeologo Kenneth Nielsen ha concluso che è di origine medievale del XIV secolo.
La spada era semplicemente per terra, sopra allo strato più antico di pavimentazione di Algade, una delle strade in centro.
«Qui le scoperte indicano in generale il 1300, quindi la spada deve essere finita per terra in quel secolo», ha detto Nielsen.
La spada ha un “livello di lavorazione estremamente alto”, con dettagli che solo i fabbri altamente qualificati potevano creare.
Tra questi vi era lo sguscio, una scanalatura longitudinale progettata per ridurre il peso dell’arma, che è lunga 1,1 m e pesa poco più di 1 kg.
Le spade erano oggetti costosi nel Medioevo, e solo i più benestanti come i nobili potevano permetterseli.
È sorprendente averne trovata una in una normale strada cittadina: per tradizione per i guerrieri venivano sepolti con le loro armi. Secondo Nielsen, la spada potrebbe essere stata persa sotto violenti disordini, dato che il 1300 fu un periodo di instabilità nella storia danese con una serie di lotte di potere interne.
«La spiegazione migliore che possiamo dare è che il proprietario fosse stato sconfitto in una battaglia e che, nel tumulto, la spada cadde nello strato di fango della strada.
Ora ci sarà un intervento di conservazione e poi verrà esposta nel Museo Storico di Aalborg, che si trova proprio nella strada di Algade dove la spada venne persa secoli fa.
Fonte: ilfattostorico.com
venerdì 8 febbraio 2019
Apre ai visitatori la Petra dell’Arabia Saudita
Esiste un’altra “Petra”, in Arabia Saudita, e fino a poco tempo fa di fatto impossibile da visitare per i turisti occidentali.
E’ il sito archeologico di Madain Saleh, vicino alla città di Al-Ula, una centro costruito duemila anni fa, anzi scavato nella roccia come la ben più famosa gemella in Giordania.
Sono rovine, dalle tombe maestose, che testimoniano il livello raggiunto dall’antica civiltà dei Nabatei, la stessa popolazione semitica che ha avuto il suo centro più importante e conosciuto in Petra e ha prosperato sulle vie commerciali fra la penisola arabica e il Mediterraneo fino all’arrivo dei romani.
Il pezzo forte del sito sono le tombe scavate nell’arenaria rosa, che all’alba e al tramonto assumo sfumature incantevoli e ora sono state restaurate in collaborazione con una missione francese.
Ma soprattutto Al-Ula è stata scelta come destinazione turistica di punta nel piano lanciato principe ereditario Mohammed bin Salman per trasformare l’Arabia Saudita in una potenza turistica, “fra le prime dieci del mondo”.
Il sito ha una potenzialità da milioni di visitatori all’anno, e si trova nel Nord dell’Arabia, non lontano dalla Giordania e dal Mar Rosso. E’ destinata a diventare il perno di una offerta che combinerà resort da sogno sul mare ancora incontaminato e gioielli archeologici.
Al-Ula, o meglio Madain Saleh, era la capitale del regno di Lihyan e ha conosciuto la massima prosperità nei primi secoli dell’era cristiana, lungo la via dell’incenso che partiva dall’attuale Yemen e arrivava sulle sponte orientali del Mediterraneo ma era connessa anche all’India e all’Asia meridionale.
Nel settimo secolo, nonostante il declino, era ancora abitata ed è citata nel Corano, perché Maometto passò di lì nella sua spedizione militare contro la città settentrionale di Tabuk.
Oggi, oltre alle tombe, rimangono una fortezza e un labirinto di case costruite in mattoni di fango.
I lavori continueranno per renderla all’altezza di Petra.
Al-Ula è anche vicina a un altro mega progetto, quello di una città iper-tecnologica sulla sponda settentrionale del Mar Rosso, battezzata Neom, e dove verranno investiti parte dei 500 miliardi di dollari previsti nel piano di modernizzazione del Regno da qui al 2030.
Il principe Bin Salman ha anche vinto le perplessità degli ulema che fin qui avevano espresso una posizione critica sull’apertura al turismo.
Dopo una prima apertura nel 2012, il sito era stato chiuso di nuovo dopo che una scolaresca aveva detto di aver visto un “jinn”, uno spirito.
Ora però i dubbi sono stati superati. E gli spiriti dei Nabatei dovranno convivere con i turisti occidentali.
Fonte: lastampa.it
giovedì 7 febbraio 2019
Apre per la prima volta al pubblico il maestoso giardino segreto della Città Proibita di Pechino
Gli angoli più segreti della Città Proibita di Pechino presto saranno aperti al pubblico.
Entro il 2020, seicentesimo anniversario del palazzo imperiale delle dinastie Ming e Qing, apriranno per la prima volta al pubblico quattro aree completamente restaurate del maestoso giardino privato di Qianlong che da oltre vent'anni è al centro di un importante lavoro di recupero.
Questo parco fu costruito tra il 1771 e il 1776 in previsione del ritiro dell'imperatore di Qianlong, con l'intenzione di fungere da mini Città Proibita all'interno della Città Proibita.
E' composto da quattro cortili con elaborati giardini rocciosi incastonati fra 27 edifici a pagoda.
Una architettura incredibile, adottata nel 2001 dal World Monuments Fund che l'ha descritta come «uno dei luoghi più significativi e squisitamente progettati per sopravvivere rimasti invariati dai tempi della Cina imperiale».
Gran parte del «palazzo più grande del mondo» è stato abbandonato dopo che l'ultimo imperatore Pu Yi lo lasciò dopo il colpo di stato del 1924.
Per il ruolo che ha avuto nello sviluppo dell'architettura e cultura cinese, la Città Proibita è stata dichiarata patrimonio dell'umanità nel 1987, ma da allora questo è il primo grande restauro che permetterà al pubblico di accedere in aree mai viste, come ad esempio il padiglione Juanqinzhai, considerato «una delle parti più impressionanti del complesso», fra pannelli di bambù, pareti di seta e affreschi trompe-l'oeil.
Ad oggi già si possono visitare il belvedere Fuwangge, il lodge di bamboo Zhuxiangguan e il pergolato Yucuixuan.
Il restauro degli interni e degli esterni degli edifici nel primo, secondo e terzo cortile è attualmente in corso e le aree apriranno man mano che i lavori verranno terminati, sino alla grande inaugurazione prevista il prossimo anno.
Fonte: lastampa.it
martedì 5 febbraio 2019
Le antiche e suggestive casette a forma di barca rovesciata dell'isola di Lindisfarne
Com’è possibile riciclare barche?
Un modo c’è ed è quello di crearne delle capanne.
Nella regione di Northumberland, al largo della costa nord orientale d’Inghilterra e a un tiro di schioppo dalla Scozia, sorge Lindisfarne, un’isoletta di poco più di 150 abitanti, per lo più pescatori, che si sono inventati un modo proprio per recuperare le vecchie imbarcazioni da pesca.
Due volte al giorno isolata dalle maree, la Holy Island, per dirla con gli inglesi, o "Isola sacra", è un luogo magico e misterioso. Qui, chiunque venga deve fare i conti col mare, perché quest’isoletta pianeggiante viene praticamente sommersa da potenti maree più volte in una giornata, conferendo a questo luogo un qualcosa di veramente unico.
E proprio qui, a quanto pare, i pescatori locali hanno ritenuto un vero peccato mandare le barche dismesse alla discarica e hanno invece trovato un modo per trasformarle in perfetti e piccoli depositi per le loro reti, gli strumenti e le altre attrezzature.
Quel che ne è venuto fuori è una serie meravigliosa di capannoni in legno decisamente unici.
Ma la loro storia è tutt’altro che recente.
Il porto di Lindisfarne ha avuto un ruolo cruciale nella vita dei residenti locali, la cui esistenza dipendeva quasi esclusivamente dalla pesca.
Ma il porto era anche strategicamente importante per la monarchia inglese e nel corso dei secoli vi furono costruiti molti forti difensivi, tanto che ancora oggi l’isola ospita uno dei castelli più fotografati d’Inghilterra.
Nel 19esimo secolo, la pesca dal porto di Holy Island era al suo apice.
Secondo alcune fonti alla fine del secolo, la flotta dell’isola consisteva di circa 36 pescherecci.
Tuttavia, le grandi imbarcazioni per la pesca delle aringhe, che furono introdotte all’inizio del 20esimo secolo, gettarono in disuso le barche di legno e fu allora – su idea dell’architetto Sir Edwin Lutyens, nel 1908 – che molte di queste navi furono trasformate in capannoni di deposito dai pescatori e ad oggi sono ancora utilizzate per immagazzinare le attrezzature.
Questo metodo si espanse un po’ in tutta l’Inghilterra nord-orientale, ma Lindisfarne è rimasto uno dei pochi luoghi in cui sopravvivono ancora queste tradizionali casette, diventate nel corso del tempo una parte importante del patrimonio dell’isola e una delle sue principali attrazioni turistiche.
Ad oggi, i residenti sono responsabili dei nuovi capannoni aperti al pubblico.
Germana Carillo
lunedì 4 febbraio 2019
Terminati i restauri: la tomba di Tutankhamon ora risplende come 3.000 anni fa
Più splendente che mai.
Ci sono voluti dieci anni, ma i risultati parlano da soli.
Sono terminati i lavori di restauro e preservazione della tomba di Tutankhamon di Luxor condotti dal Getty Conservation Institute su richiesta del Supreme Council of Antiquities egiziano.
Restauri che in questi anni hanno portato a chiusure tecniche e ingressi limitati, e che ora restituiscono completamente al pubblico la tomba «maledetta» di uno dei più celebri faraoni.
Un tesoro immenso, scoperto nella Valle dei Re nel 1922 e aperto al pubblico dagli Anni 30, dove sono tuttora esposti il sarcofago di pietra, la fragile bara esterna fatta di legno dorato e i dipinti murali che fornivano al giovane re le istruzioni per raggiungere l'aldilà, compromessi da «preoccupanti» macchie marroni che non erano state trovate in nessun'altra tomba.
Fortunatamente non si trattava di funghi ma di microbi già morti quando la tomba sotterranea è stata ufficialmente aperta al pubblico.
E il minuzioso lavoro portato a termine dai restauratori ha regalato colori più brillanti e meno polverosi, merito anche di un nuovo sistema di filtrazione dell'aria e di ventilazione che espelle la polvere e il biossido di carbonio dalla tomba, riducendo anche l'umidità «portata» sottoterra dai visitatori.
Con solo quattro camere, quella di Tutankhamen è una delle tombe più piccole della Valle dei Re.
Le sue dimensioni la rendono insolita, ma di fatto è anche l'unica ad avere una camera funeraria decorata.
E per tutelare i dipinti murali più preziosi è stata creata anche una terrazza panoramica sulla camera funeraria che permette di ammirarla in tutta la sua bellezza senza danneggiarla, involontariamente o meno.
«Ora la tomba di Tutankhamen è destinata a durare ancora più a lungo nel futuro», afferma l'egittologo Zahi Hawass : «La conservazione è importante per il futuro, per questo patrimonio e questa grande civiltà per vivere per sempre».
Fonte: lastampa.it
venerdì 1 febbraio 2019
Nel Delta del Nilo riaffiora un’azienda vinicola di 2000 anni fa
La missione archeologica dello SCA (Consiglio Supremo delle Antichità) ha scoperto sul Delta del Nilo un’azienda vinicola risalente al periodo greco-romano con tanto di celle di stoccaggio suddivise da muri di mattoni di fango.
Il ritrovamento è stato effettuato nel sito archeologico di Tel Kom Trogy (nei pressi di Abu el-Matamir), nel Governatorato di Beheira (o Buhayra), la regione nordoccidentale del Delta distante circa 135 km dal Cairo.
La scoperta consiste per la precisione nel ritrovamento di resti di un complesso architettonico composto da un’area adibita alla conservazione dei prodotti e da una struttura edilizia amministrativa adiacente alla cantina.
L’azienda vinicola rappresenta un esempio distintivo del processo di vinificazione e l’area di stoccaggio ha uno stile architettonico molto particolare: le celle, di diverse dimensioni, furono scavate nel terreno e rivestite da spesse pareti in mattoni di fango di diverso spessore; tra i mattoni, al livello delle fondamenta, furono inseriti dei piccoli e irregolari blocchi di pietra calcarea ivi collocati, probabilmente, per controllare la temperatura di conservazione del vino e mantenerla ottimale per la migliore resa.
Infatti, nell’antichità, l’area era molto conosciuta per la produzione di vino di alta qualità e durante il Periodo Greco-Romano il “nettare” di questa zona era così apprezzato da essere considerato uno dei più pregiati.
Sono stati trovati anche frammenti di intonaco colorato, alcune porzioni degli affreschi che una volta ricoprivano le pareti di un edificio, e parti di un mosaico che probabilmente ne rivestiva il pavimento; ciò significa che nelle vicinanze dovrebbe esserci la presenza di un’altra struttura forse destinata agli uffici amministrativi della cantina, ambienti comunque destinati ai supervisori e ai contabili lì impiegati.
Inoltre, all’interno delle strutture sono stati trovati diversi forni e resti di manufatti in ceramica utilizzati nella vita quotidiana (prodotti sia localmente che importati) e datati anche a periodi storici successivi: dal Periodo Tolemaico si arriva a quello Islamico.
La collocazione temporale è stata ipotizzata anche grazie alla presenza di monete coniate in epoche differenti: la più antica risale al regno di Tolomeo I, ma ne sono state trovate alcune emesse dall’Imperatore romano Domiziano (51-96 d.C.) e altre ancora diffuse nell’era islamica.
I reperti archeologici scoperti nel sito di Tel Kom Trogi testimoniano una serie di rapporti commerciali intrattenuti tra la città di Trogi ed alcune città dell’antica Grecia come Cnido e le isole di Cipro e Rodi.
Ne sono la prova i sigilli stampati sui manici dei vasi di ceramica scoperti in sito e alcuni reperti in avorio molto utili anche per la comprensione delle possibilità economiche degli abitanti di questa zona.
Fonte: mediterraneoantico.it
mercoledì 30 gennaio 2019
Un ingegnere ha inventato il portachiavi lampeggiante che salva la vita ai pedoni
Flare è una torcia in miniatura arricchita da diverse sorgenti di luce.
Riprendendo le luci a bordo delle biciclette – preziose per la visibilità di chi pedala nelle ore notturne – l’ingegnere Carmelo Fallauto ha messo a punto un portachiavi in miniatura che, acceso, diventa un lampeggiante per incrementare la sicurezza dei pedoni.
Da chi cammina o staziona ai bordi della strada in attesa del bus, agli sportivi che si concedono una corsa serale, fino a chi si trova ad attraversare un incrocio, il dispositivo sarà utile a tutti: è elementare nell’uso, poiché è sufficiente tenere premuto un pulsante sulla parte anteriore per accendere la luce rossa o quella bianca (da 100 lumen), mentre in caso di necessità sul posteriore si può attivare un laser o raggi ultravioletti (sono tre le versioni disponibili).
Con una batteria agli ioni di litio ricaricabile via Usb e la possibile aggiunta di accessori come braccialetti elastici, supporto per la bicicletta, anello e moschettone, Flare ha superato i 20mila euro prefissati nella raccolta fondi su Kickstarter e si può prenotare a 19 euro, con spedizione in programma a maggio.
Fonte: wired.it
Dubai sfida Singapore per la piscina a sfioro più alta del mondo
Una nuotata a 200 metri sopra l’iconica palma di Dubai.
Lo skyline dell’emirato presto si arricchirà di un nuovo grattacielo di 52 piani con una incredibile infinity pool al cinquantesimo piano. La Palm Tower sta sorgendo proprio di fronte all’isola artificiale di Palm Jumeirah, quella del Burj al- Arab, il grattacielo a forma di vela simbolo di Dubai.
I primi 18 piani faranno parte dell’albergo St. Regis Dubai, gli altri saranno appartamenti e uffici. Ma la vera particolarità saranno le tre piscine che il resort gestirà sul tetto del grattacielo, inclusa una vertiginosa piscina a sfioro che circonderà il terzultimo piano della torre, con una vista a 360 gradi sulla costa.
La data di inaugurazione non è stata ancora rivelata, ma l’impresa ha tutti i numeri per far già parlare di se: ci vorranno 930 mila litri d’acqua per riempire la piscina di 775 metri quadrati che si troverà al cinquantesimo piano, pronta a guadagnarsi il record di piscina più alta del mondo, essendo una manciata di metri più su
lunedì 28 gennaio 2019
Le misteriose sfere di ferro che ricoprono lo Utah
Milioni di piccole sfere di ferro incastonate nella roccia o liberamente radunate in cavità del terreno.
Queste incredibili formazioni si chiamano Moqui Marbles: si trovano in grandi quantità nella lande desertiche dello Utah, negli Stati Uniti occidentali, dove sono conosciute come pietre degli sciamani, ma incredibilmente anche a 57.590.630 chilometri dalla Terra, su Marte.
La scoperta di sfere molto simili a quelle di Moqui, poi ribattezzate Martian Blueberries (mirtilli marziani), si deve alle immagini inviate sulla Terra dal rover Opportunity della Nasa.
Una somiglianza stupefacente, per delle «pietre» considerate da sempre speciali.
Queste concrezioni di ferro hanno dimensioni che variano da due a dieci centimetri, con eccezioni anche decisamente più grandi.
Non tutte sono perfettamente sferiche, ma nella maggior parte dei casi sembrano delle biglie con al loro interno un cuore di arenaria navajo, la sabbia rossa che da 180 a 190 milioni di anni fa ricopriva Utah, Arizona, Colorado, Wyoming, Idaho, Nevada e New Mexico.
A fare da «scudo», e a conferire il colore nero, uno strato molto sottile di ematite, minerale del ferro.
Moqui è la parola con cui la tribù indiana Hopi chiamava i morti: leggenda vuole che gli spiriti degli antenati tornino di notte sulla Terra per giocare con queste sfere per poi lasciarle al mattino vicino ai loro parenti per rassicurarli.
Sono conosciute con decine di nomi differenti, da Indian Balls a Navaho Cherries.
Ma nonostante le credenze non hanno nulla di surreale e sono opera di Madre Natura.
Fonte: lastampa.it
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