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giovedì 7 febbraio 2019

Apre per la prima volta al pubblico il maestoso giardino segreto della Città Proibita di Pechino


Gli angoli più segreti della Città Proibita di Pechino presto saranno aperti al pubblico.
 Entro il 2020, seicentesimo anniversario del palazzo imperiale delle dinastie Ming e Qing, apriranno per la prima volta al pubblico quattro aree completamente restaurate del maestoso giardino privato di Qianlong che da oltre vent'anni è al centro di un importante lavoro di recupero. 


 Questo parco fu costruito tra il 1771 e il 1776 in previsione del ritiro dell'imperatore di Qianlong, con l'intenzione di fungere da mini Città Proibita all'interno della Città Proibita.
 E' composto da quattro cortili con elaborati giardini rocciosi incastonati fra 27 edifici a pagoda. 
Una architettura incredibile, adottata nel 2001 dal World Monuments Fund che l'ha descritta come «uno dei luoghi più significativi e squisitamente progettati per sopravvivere rimasti invariati dai tempi della Cina imperiale».




Gran parte del «palazzo più grande del mondo» è stato abbandonato dopo che l'ultimo imperatore Pu Yi lo lasciò dopo il colpo di stato del 1924.

 Per il ruolo che ha avuto nello sviluppo dell'architettura e cultura cinese, la Città Proibita è stata dichiarata patrimonio dell'umanità nel 1987, ma da allora questo è il primo grande restauro che permetterà al pubblico di accedere in aree mai viste, come ad esempio il padiglione Juanqinzhai, considerato «una delle parti più impressionanti del complesso», fra pannelli di bambù, pareti di seta e affreschi trompe-l'oeil. 

 Ad oggi già si possono visitare il belvedere Fuwangge, il lodge di bamboo Zhuxiangguan e il pergolato Yucuixuan. 

Il restauro degli interni e degli esterni degli edifici nel primo, secondo e terzo cortile è attualmente in corso e le aree apriranno man mano che i lavori verranno terminati, sino alla grande inaugurazione prevista il prossimo anno.





Fonte: lastampa.it

martedì 5 febbraio 2019

Le antiche e suggestive casette a forma di barca rovesciata dell'isola di Lindisfarne


Com’è possibile riciclare barche? 
Un modo c’è ed è quello di crearne delle capanne.


 Nella regione di Northumberland, al largo della costa nord orientale d’Inghilterra e a un tiro di schioppo dalla Scozia, sorge Lindisfarne, un’isoletta di poco più di 150 abitanti, per lo più pescatori, che si sono inventati un modo proprio per recuperare le vecchie imbarcazioni da pesca.

 Due volte al giorno isolata dalle maree, la Holy Island, per dirla con gli inglesi, o "Isola sacra", è un luogo magico e misterioso. Qui, chiunque venga deve fare i conti col mare, perché quest’isoletta pianeggiante viene praticamente sommersa da potenti maree più volte in una giornata, conferendo a questo luogo un qualcosa di veramente unico. 

 E proprio qui, a quanto pare, i pescatori locali hanno ritenuto un vero peccato mandare le barche dismesse alla discarica e hanno invece trovato un modo per trasformarle in perfetti e piccoli depositi per le loro reti, gli strumenti e le altre attrezzature. 

 Quel che ne è venuto fuori è una serie meravigliosa di capannoni in legno decisamente unici. 
Ma la loro storia è tutt’altro che recente.




Il porto di Lindisfarne ha avuto un ruolo cruciale nella vita dei residenti locali, la cui esistenza dipendeva quasi esclusivamente dalla pesca.
 Ma il porto era anche strategicamente importante per la monarchia inglese e nel corso dei secoli vi furono costruiti molti forti difensivi, tanto che ancora oggi l’isola ospita uno dei castelli più fotografati d’Inghilterra. 

 Nel 19esimo secolo, la pesca dal porto di Holy Island era al suo apice.
 Secondo alcune fonti alla fine del secolo, la flotta dell’isola consisteva di circa 36 pescherecci. 
Tuttavia, le grandi imbarcazioni per la pesca delle aringhe, che furono introdotte all’inizio del 20esimo secolo, gettarono in disuso le barche di legno e fu allora – su idea dell’architetto Sir Edwin Lutyens, nel 1908 – che molte di queste navi furono trasformate in capannoni di deposito dai pescatori e ad oggi sono ancora utilizzate per immagazzinare le attrezzature.




Questo metodo si espanse un po’ in tutta l’Inghilterra nord-orientale, ma Lindisfarne è rimasto uno dei pochi luoghi in cui sopravvivono ancora queste tradizionali casette, diventate nel corso del tempo una parte importante del patrimonio dell’isola e una delle sue principali attrazioni turistiche.
 Ad oggi, i residenti sono responsabili dei nuovi capannoni aperti al pubblico. 

 Germana Carillo

lunedì 4 febbraio 2019

Terminati i restauri: la tomba di Tutankhamon ora risplende come 3.000 anni fa


Più splendente che mai.
 Ci sono voluti dieci anni, ma i risultati parlano da soli. 

Sono terminati i lavori di restauro e preservazione della tomba di Tutankhamon di Luxor condotti dal Getty Conservation Institute su richiesta del Supreme Council of Antiquities egiziano. 
 Restauri che in questi anni hanno portato a chiusure tecniche e ingressi limitati, e che ora restituiscono completamente al pubblico la tomba «maledetta» di uno dei più celebri faraoni.






Un tesoro immenso, scoperto nella Valle dei Re nel 1922 e aperto al pubblico dagli Anni 30, dove sono tuttora esposti il sarcofago di pietra, la fragile bara esterna fatta di legno dorato e i dipinti murali che fornivano al giovane re le istruzioni per raggiungere l'aldilà, compromessi da «preoccupanti» macchie marroni che non erano state trovate in nessun'altra tomba. 
 Fortunatamente non si trattava di funghi ma di microbi già morti quando la tomba sotterranea è stata ufficialmente aperta al pubblico.
 E il minuzioso lavoro portato a termine dai restauratori ha regalato colori più brillanti e meno polverosi, merito anche di un nuovo sistema di filtrazione dell'aria e di ventilazione che espelle la polvere e il biossido di carbonio dalla tomba, riducendo anche l'umidità «portata» sottoterra dai visitatori.


Con solo quattro camere, quella di Tutankhamen è una delle tombe più piccole della Valle dei Re.
 Le sue dimensioni la rendono insolita, ma di fatto è anche l'unica ad avere una camera funeraria decorata. 
E per tutelare i dipinti murali più preziosi è stata creata anche una terrazza panoramica sulla camera funeraria che permette di ammirarla in tutta la sua bellezza senza danneggiarla, involontariamente o meno.

 «Ora la tomba di Tutankhamen è destinata a durare ancora più a lungo nel futuro», afferma l'egittologo Zahi Hawass : «La conservazione è importante per il futuro, per questo patrimonio e questa grande civiltà per vivere per sempre». 

 Fonte: lastampa.it

venerdì 1 febbraio 2019

Nel Delta del Nilo riaffiora un’azienda vinicola di 2000 anni fa


La missione archeologica dello SCA (Consiglio Supremo delle Antichità) ha scoperto sul Delta del Nilo un’azienda vinicola risalente al periodo greco-romano con tanto di celle di stoccaggio suddivise da muri di mattoni di fango.

 Il ritrovamento è stato effettuato nel sito archeologico di Tel Kom Trogy (nei pressi di Abu el-Matamir), nel Governatorato di Beheira (o Buhayra), la regione nordoccidentale del Delta distante circa 135 km dal Cairo.
 La scoperta consiste per la precisione nel ritrovamento di resti di un complesso architettonico composto da un’area adibita alla conservazione dei prodotti e da una struttura edilizia amministrativa adiacente alla cantina. 

 L’azienda vinicola rappresenta un esempio distintivo del processo di vinificazione e l’area di stoccaggio ha uno stile architettonico molto particolare: le celle, di diverse dimensioni, furono scavate nel terreno e rivestite da spesse pareti in mattoni di fango di diverso spessore; tra i mattoni, al livello delle fondamenta, furono inseriti dei piccoli e irregolari blocchi di pietra calcarea ivi collocati, probabilmente, per controllare la temperatura di conservazione del vino e mantenerla ottimale per la migliore resa.


Infatti, nell’antichità, l’area era molto conosciuta per la produzione di vino di alta qualità e durante il Periodo Greco-Romano il “nettare” di questa zona era così apprezzato da essere considerato uno dei più pregiati. 

 Sono stati trovati anche frammenti di intonaco colorato, alcune porzioni degli affreschi che una volta ricoprivano le pareti di un edificio, e parti di un mosaico che probabilmente ne rivestiva il pavimento; ciò significa che nelle vicinanze dovrebbe esserci la presenza di un’altra struttura forse destinata agli uffici amministrativi della cantina, ambienti comunque destinati ai supervisori e ai contabili lì impiegati.


Inoltre, all’interno delle strutture sono stati trovati diversi forni e resti di manufatti in ceramica utilizzati nella vita quotidiana (prodotti sia localmente che importati) e datati anche a periodi storici successivi: dal Periodo Tolemaico si arriva a quello Islamico.

 La collocazione temporale è stata ipotizzata anche grazie alla presenza di monete coniate in epoche differenti: la più antica risale al regno di Tolomeo I, ma ne sono state trovate alcune emesse dall’Imperatore romano Domiziano (51-96 d.C.) e altre ancora diffuse nell’era islamica.




I reperti archeologici scoperti nel sito di Tel Kom Trogi testimoniano una serie di rapporti commerciali intrattenuti tra la città di Trogi ed alcune città dell’antica Grecia come Cnido e le isole di Cipro e Rodi.
 Ne sono la prova i sigilli stampati sui manici dei vasi di ceramica scoperti in sito e alcuni reperti in avorio molto utili anche per la comprensione delle possibilità economiche degli abitanti di questa zona.


Fonte: mediterraneoantico.it

mercoledì 30 gennaio 2019

Un ingegnere ha inventato il portachiavi lampeggiante che salva la vita ai pedoni


Flare è una torcia in miniatura arricchita da diverse sorgenti di luce. 

Riprendendo le luci a bordo delle biciclette – preziose per la visibilità di chi pedala nelle ore notturne – l’ingegnere Carmelo Fallauto ha messo a punto un portachiavi in miniatura che, acceso, diventa un lampeggiante per incrementare la sicurezza dei pedoni. 


Da chi cammina o staziona ai bordi della strada in attesa del bus, agli sportivi che si concedono una corsa serale, fino a chi si trova ad attraversare un incrocio, il dispositivo sarà utile a tutti: è elementare nell’uso, poiché è sufficiente tenere premuto un pulsante sulla parte anteriore per accendere la luce rossa o quella bianca (da 100 lumen), mentre in caso di necessità sul posteriore si può attivare un laser o raggi ultravioletti (sono tre le versioni disponibili).

 Con una batteria agli ioni di litio ricaricabile via Usb e la possibile aggiunta di accessori come braccialetti elastici, supporto per la bicicletta, anello e moschettone, Flare ha superato i 20mila euro prefissati nella raccolta fondi su Kickstarter e si può prenotare a 19 euro, con spedizione in programma a maggio.

 Fonte: wired.it

Dubai sfida Singapore per la piscina a sfioro più alta del mondo


Una nuotata a 200 metri sopra l’iconica palma di Dubai.

 Lo skyline dell’emirato presto si arricchirà di un nuovo grattacielo di 52 piani con una incredibile infinity pool al cinquantesimo piano. La Palm Tower sta sorgendo proprio di fronte all’isola artificiale di Palm Jumeirah, quella del Burj al- Arab, il grattacielo a forma di vela simbolo di Dubai.
 I primi 18 piani faranno parte dell’albergo St. Regis Dubai, gli altri saranno appartamenti e uffici. Ma la vera particolarità saranno le tre piscine che il resort gestirà sul tetto del grattacielo, inclusa una vertiginosa piscina a sfioro che circonderà il terzultimo piano della torre, con una vista a 360 gradi sulla costa.


La data di inaugurazione non è stata ancora rivelata, ma l’impresa ha tutti i numeri per far già parlare di se: ci vorranno 930 mila litri d’acqua per riempire la piscina di 775 metri quadrati che si troverà al cinquantesimo piano, pronta a guadagnarsi il record di piscina più alta del mondo, essendo una manciata di metri più su della famosa piscina del Marina Bay Sands di Singapore. 

 Al 51esimo piano del Palm Tower ci sarà un ristorante, mentre il 52esimo sarà un punto di osservazione sulla città - e sulla piscina - che sarà aperto a tutti i visitatori.

 L’intero progetto è stato ideato da Nakheel, a cui si deve la costruzione di alcune delle più grandi strutture per il tempo libero di Dubai tra cui le Dragon Towers e lo shopping mall l’Ibn Battuta. 

 Fonte: lastampa.it

lunedì 28 gennaio 2019

Le misteriose sfere di ferro che ricoprono lo Utah


Milioni di piccole sfere di ferro incastonate nella roccia o liberamente radunate in cavità del terreno.
 Queste incredibili formazioni si chiamano Moqui Marbles: si trovano in grandi quantità nella lande desertiche dello Utah, negli Stati Uniti occidentali, dove sono conosciute come pietre degli sciamani, ma incredibilmente anche a 57.590.630 chilometri dalla Terra, su Marte.

 La scoperta di sfere molto simili a quelle di Moqui, poi ribattezzate Martian Blueberries (mirtilli marziani), si deve alle immagini inviate sulla Terra dal rover Opportunity della Nasa.
 Una somiglianza stupefacente, per delle «pietre» considerate da sempre speciali.


Queste concrezioni di ferro hanno dimensioni che variano da due a dieci centimetri, con eccezioni anche decisamente più grandi. 
Non tutte sono perfettamente sferiche, ma nella maggior parte dei casi sembrano delle biglie con al loro interno un cuore di arenaria navajo, la sabbia rossa che da 180 a 190 milioni di anni fa ricopriva Utah, Arizona, Colorado, Wyoming, Idaho, Nevada e New Mexico. 

A fare da «scudo», e a conferire il colore nero, uno strato molto sottile di ematite, minerale del ferro. 

 Moqui è la parola con cui la tribù indiana Hopi chiamava i morti: leggenda vuole che gli spiriti degli antenati tornino di notte sulla Terra per giocare con queste sfere per poi lasciarle al mattino vicino ai loro parenti per rassicurarli.

 Sono conosciute con decine di nomi differenti, da Indian Balls a Navaho Cherries. 
Ma nonostante le credenze non hanno nulla di surreale e sono opera di Madre Natura.



Fonte: lastampa.it

venerdì 25 gennaio 2019

Arrivano le prime uova prodotte senza uccidere pulcini maschi


In Germania sono già in vendita nei supermercati delle catene Rewe e Panny. 
Si tratta delle uova – le prime al mondo – prodotte senza sacrificare alcun pulcino maschio.

 Già, perché negli allevamenti intensivi di galline ovaiole i pulcini di sesso maschile sono considerati un sottoprodotto: non depongono uova e allevarli per la carne è antieconomico. 
Dunque, appena nati, vengono tritati vivi e destinati alla produzione di mangime animale.


 L’azienda tedesca Seleggt ha però messo a punto una soluzione per evitare questa inutile – e crudele – mattanza che ogni anno, solo in Germania, causa la morte di oltre 47 milioni di pulcini maschi. 
 Le uova salva pulcino sono frutto di anni di studio.

 Come spiegato in un video dalla stessa azienda, il sistema permette di individuare il sesso del pulcino prima della schiusa delle uova. Tra l’ottavo e il decimo giorno di incubazione alle uova è praticato un microforo da dove viene estratto il liquido.
 Il sistema funziona un po’ come un test di gravidanza: se lo stick diventa rosso il pulcino sarà di sesso femminile. Se diventa blu, si tratterà di un maschio. 
In questo caso, l’uovo viene scartato e destinato alla produzione di mangime animale.
 Infine, vengono fatte schiudere solo le uova contenenti pulcini femmina. 

 E i costi? Secondo l’azienda, l’impiego di questo metodo costa, al consumatore finale, 1 o 2 centesimi di Euro in più a uovo.

 FONTE: RIVISTANATURA.COM

giovedì 24 gennaio 2019

Isola di Pasqua, svelato il mistero dei Moai: segnalavano la presenza di acqua potabile


Uno dei misteri più affascinanti dell'Isola di Pasqua potrebbe essere vicino alla soluzione. 
Un nuovo studio ha rivelato che le celebri statue dei Moai furono costruite in prossima di fonti d'aqua dolce.

 A sostenerlo è un team di ricercatori guidati dall'antropologo Carl Lipo della Binghamton University, che ha studiato le potenziali relazioni tra luoghi di costruzione, orti agricoli, vicinanza al mare e fonti di acqua dolce, le tre risorse più importanti di Rapa Nui. L'isola è nota per la sua elaborata architettura rituale, in particolare per le sue numerose statue, i moai, e le piattaforme monumentali che le sostenevano, chiamate ahu. 
Da tempo, gli scienziati di tutto il mondo cercavano di capire il significato di questi emblematici volti e soprattutto il motivo della loro posizione in determinate località dell'isola, considerando anche il tempo e l'energia necessari per costruirli. 

 I risultati della nuova ricerca sembrano gettare nuova luce sul mistero e suggeriscono che le posizioni delle ahu sono dovute alla vicinanza alle limitate fonti d'acqua dell'isola. 


 "La questione della disponibilità di acqua (o della sua mancanza) è stata spesso menzionata dai ricercatori che lavorano a Rapa Nui/Isola di Pasqua", ha detto Lipo. 
"Quando abbiamo iniziato a esaminare i dettagli dell'idrologia, abbiamo iniziato a notare che l'accesso all'acqua dolce e la posizione delle statue erano strettamente collegati tra loro. 


 Quando gli scienziati della Binghamton University hanno iniziato a esaminare le aree intorno alle ahu, hanno scoperto che la loro posizione era esattamente collegata ai punti in cui emergeva la fresca acqua di falda.
 Più guardavano, più lo schema si ripeteva: i luoghi senza ahu e moai non mostravano acqua dolce mentre quelli in cui erano presenti indicavano vicine fonti di acqua potabile.
 Secondo Terry Hunt dell'Università dell'Arizona, la vicinanza dei monumenti all'acqua dolce dice molto sull'antica società isolana. 

 "I monumenti e le statue si trovano in luoghi con accesso a una risorsa fondamentale per gli isolani su base giornaliera, l' acqua fresca: in questo modo, i monumenti e le statue degli antenati divinizzati degli isolani riflettono generazioni di condivisione, centrata sull'acqua, ma anche cibo, famiglia e legami sociali". 

Nonostante le risorse limitate, gli isolani hanno avuto successo condividendo attività, conoscenze e risorse per oltre 500 anni fino a quando i contatti con gli europei ne hanno interrotto la vita con malattie straniere e scambi di schiavi.

 I ricercatori attualmente dispongono solo di dati completi sulla presenza di acqua dolce nella parte occidentale dell'isola e intendono effettuare un'indagine completa per continuare a testare la loro ipotesi sulla relazione tra ahu e acqua potabile. 

 Lo studio è stato pubblicato su PlosOne.

 Francesca Mancuso

Popcorn Bay: la Spiaggia di Fuerteventura con la Sabbia a forma di Pop-Corn


Le spiagge raccontano spesso la natura che le circonda, come i granelli di sabbia a forma di stella di Okinawa o le lucciole bioluminescenti della spiaggia Brava in Uruguay. 

Nell’isola di Fuerteventura, nei pressi della città di Corralejo, nelle Canarie, si trova una spiaggia la cui sabbia sembra essere fatta di freschissimi Pop Corn.
 Nel posto è conosciuta come “Popcorn Beach” o “Popcorn Bay”, e da lontano non è diversa da qualsiasi altra spiaggia dell’isola spagnola, ma quando ci si avvicina si osservano milioni di piccoli sassolini a forma di pop corn.
 Gli strani frammenti sono in realtà dei piccoli pezzi di corallo bianco giunti sino in riva. Questi si mescolano con le rocce vulcaniche e la sabbia nera della spiaggia, e il risultato è un mix fra popcorn e pepe nero.


Il fenomeno della spiaggia a popcorn non è nuovo, ma ultimamente sono stati diversi gli Instagrammers a pubblicare immagini divenute virali con in mano una manciata di coralli/popcorn. Nonostante sembrino identici all’alimento, la sabbia corallina non è ovviamente commestibile, ma fa un sicuro effetto nelle fotografie dei turisti dell’isola.


Fonte: vanillamagazine.it
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