giovedì 13 dicembre 2018
Vasa: il Veliero intatto del XVII secolo soprannominato il “Titanic Svedese”
Si chiama Vasa (Nave di sua Maestà) è fu uno dei maggiori velieri della storia, che andò incontro a una sorte tragica quanto beffarda. Varato il 10 agosto 1628, la nave compì soltanto una sortita di un miglio nautico fuori dal porto di Stoccolma per poi finire rovinosamente inghiottito dal mare, rimanendo sul fondo del mar Baltico per oltre 3 secoli.
La storia di questo veliero, e del motivo del suo affondamento, è interessante e ottimo metro di giudizio per quella particolare epoca storica.
Nonostante le tragedie del mare siano frequenti nella storia dell’uomo, basti vedere quella del moderno Titanic, nel 1912, un disastro navale a soli 150 metri dalla costa risulta strano, persino per il XVII secolo.
Il veliero fu costruito su ordine del Re Gustavo II Adolfo di Svezia, che voleva realizzare un simbolo della propria potenza. Il maestro carpentiere realizzò i disegni dello scafo, e si iniziò la costruzione.
Ma a Gustavo II non bastava
Il sovrano scandinavo seppe che altri velieri di stazza simile erano in costruzione in tutta Europa, e pretese l’ampliamento del progetto iniziale.
Sfortunatamente il mastro carpentiere morì proprio in quei giorni, lasciando ai suoi giovani apprendisti l’onere di confrontarsi con il Re.
Questi (ovviamente) non osarono contraddire Gustavo II, che ottenne un significativo allungamento dell’imbarcazione e il suo innalzamento, con l’aggiunta di una seconda fila di bocche da fuoco, che resero il Vasa uno fra i più imponenti velieri della propria epoca.
Oltre che imponente, la nave era anche instabile
Alzata e allungata in modo tecnicamente errato, la nave aveva un baricentro troppo alto, e sarebbe stata certamente suscettibile a inclinazioni pericolose anche con i venti più deboli.
Durante la prova di stabilità, che un tempo si svolgeva facendo correre da una sponda all’altra della nave 30 marinai, l’imbarcazione mostrò la sua assoluta inadeguatezza a prendere il mare, ma i responsabili della costruzione assecondarono il re, che chiedeva che il Vasa fosse varato quanto prima.
Il vascello fu adornato per le grandi occasioni con statue, quadri, oggetti preziosi, cannoni e molto altro per spiccare nei confronti dei concorrenti europei.
Il 10 Agosto del 1628 si imbarcarono circa 150 persone, comprese mogli e figli dei marinai e dei notabili presenti.
Il Vasa partì dal porto di Stoccolma, fece una prima virata, poi si inclinò pericolosamente, ma il timoniere riuscì a controbilanciare la spinta del vento.
Con i portelli dei cannoni aperti, la seconda inclinazione iniziò a far entrare una marea d’acqua nelle stive, e il Vasa iniziò a inabissarsi.
Nel giro di pochi minuti il veliero affondò
Dei 130/150 presenti morirono almeno fra le 30 e le 50 persone, fra cui diverse donne e bambini, che non riuscirono a trarsi in salvo.
Il Vasa aveva completato poco più di un miglio marino, ma la sua inadeguatezza al mare lo aveva condannato al disastro.
Negli anni immediatamente successivi vennero recuperati molti cannoni in bronzo e altri oggetti, rompendo parti dello scafo, ma la nave rimase praticamente immersa in acqua.
Col passare del tempo del Vasa si persero le tracce, e la sua storia finì dimenticata.
Fu solo oltre 3 secoli dopo, nel 1961, che l’archeologo navale Anders Franzén pensò a un suo recupero, e grazie all’aiuto della Marina Svedese e alle nuove tecniche di immersione sottomarina si riuscì a trarre in salvo quasi tutto l’antico veliero, che era ancora in posizione verticale e che celava al suo interno i resti di 25 persone.
Le acque del Baltico, poco salate e a temperature glaciali, avevano conservato in modo integro il legno dell’imbarcazione, che venne interamente ricomposta in quello che oggi è il Vasamuseet, il Museo Vasa a Stoccolma, costruito sull’isola Djurgarden proprio di fronte al porto della città, che quasi 4 secoli orsono aveva visto andare a picco il suo più grande Vascello.
La nave fu ricomposta per circa il 95% con pezzi originali, ancora decorato con le sculture ornamentali del giorno del varo, normalmente eliminate durante i mesi successivi per rendere la nave più pratica.
Il vascello costituisce l’unico veliero al mondo del XVII secolo conservato al giorno d’oggi, e rappresenta una delle attrazioni più visitate di Stoccolma.
Se nel viaggio inaugurale il Vasa aveva condiviso il suo destino con quello del Titanic, oggi è un orgoglio della Svezia e un reperto storico visitabile dal valore incommensurabile.
Fonte vanillamagazine.it
mercoledì 12 dicembre 2018
Che cos’è il pendolo di Foucault?
Si tratta del grande pendolo sferico (un cavo di oltre 60 m al quale era attaccata una sfera di 28 kg) che fu appeso nel 1851 da Léon Foucault (1819-68) alla cupola del Panthéon di Parigi, per dimostrare con un esperimento l’esistenza della rotazione terrestre.
Se infatti la Terra fosse ferma, il pendolo dovrebbe tracciare un’unica linea sul pavimento coperto di sabbia.
Nel corso dell’esperimento, il fisico lasciò oscillare il pendolo e vide che disegnava delle linee sotto di esso.
Poiché il piano di oscillazione libera di un pendolo non cambia nel tempo, le linee stavano a indicare che era il terreno sottostante a muoversi.
Foucault dimostrò che l’angolo che raggruppava queste linee era da mettere in relazione alla latitudine del luogo. All’equatore, infatti, l’angolo è nullo e al Polo Nord è di 360°.
In Italia l’angolo è di 254°.
Perché?
Si pensi al pendolo al Polo Nord: la Terra ruota sotto di lui facendo in 24 ore un giro completo, dando l’impressione che sia invece il pendolo a ruotare.
All’Equatore la rotazione “non c’è” perché il piano del pendolo è perpendicolare all’asse di rotazione terrestre.
Fonte: focus.it
lunedì 10 dicembre 2018
Lo splendido e raro cucciolo di renna bianca avvistato in Norvegia
Stava facendo una passeggiata quando si è imbattuto in un rarissimo esemplare di renna bianca.
Un fotografo fortunato l'ha immortalata in Norvegia.
Mads Nordsveen, 24 anni, di Oslo, ha avvistato il cucciolo col suo candido manto bianco che quasi si mimetizzava in mezzo al paesaggio innevato, durante una passeggiata nel nord della Norvegia.
Le foto, pubblicate su Instagram, hanno subito fatto il giro del mondo, così come il video postato da Mads, che ha parlato dell'incontro con la renna come di un'esperienza da favola, un momento magico.
Il giovane ha raccontato all'agenzia di stampa Caters di aver individuato la "piccola, meravigliosa creatura" mentre camminava sulle montagne.
Condividendo le immagini sui social, ha detto: "Era quasi scomparsa nella neve!"
La renna bianca, alla vista di Nordsveen e dei suoi amici, sembrava quasi essersi messa in posa.
"È venuta molto vicino a me e ci siamo guardati negli occhi, era molto calma quando ha visto che non avevo cattive intenzioni", ha detto il fotografo.
Questi animali sono molto rari. L'ultimo avvistamento risaliva al 2016, a Mala, nel nord della Svezia.
Il loro aspetto insolito è dovuto a una condizione genetica che toglie il pigmento dalla loro pelliccia.
L'animale ha lasciato il ragazzo e i suoi amici dopo pochi minuti, quando è tornata dalla madre ai margini della foresta.
Secondo alcune tradizioni scandinave, individuare una renna bianca è considerato un segno di buona fortuna.
Mads è stato doppiamente fortunato!
Francesca Mancuso
Un tuffo nell'altra Olbia, l'antica città greca andata perduta in Francia
Leggi Olbia, pensi Sardegna. E invece ne esiste una anche in Francia, sulla Costa Azzurra. E anche se si trova sott'acqua, è l'unica città greca ritrovata su suolo francese conservata interamente.
Quella che una volta era la Olbia fortificata fondata dai Massalioti, utilizzata come scalo commerciale nelle rotte da Marsiglia verso l'Italia e la Grecia, si trova lungo la Plage de l'Almanarre di Hyeres, a pochi metri dalla costa.
Con i suoi quattro chilometri di sabbia, la spiaggia di Almanarre è una mecca per gli amanti del sole e dei kitesurf. Ma il suo più grande tesoro non è visibile a occhio nudo: il sito archeologico è infatti subacqueo e custodisce i resti del porto dove duemila anni fa attraccavano le barche.
E per ammirarlo bastano maschera e pinne.
Per secoli la città era stata considerata perduta. Non si conosceva la sua esatta ubicazione, solo che si trovava lungo la costa francese, fra Marsiglia e Nizza.
La conferma che si trovasse proprio sotto Hyeres è arrivata all'inizio nel Novecento, grazie ad alcuni sondaggi archeologici che hanno riportato alla luce una incontrovertibile iscrizione che affermava di trovarsi a Olbia.
Il porto di Olbia risale al primo secolo dopo Cristo e ha un molo lungo cento metri usato solo per 80 anni.
Secondo l'archeologo marino Lenaic Riaudel, che guida le visite dei resti che si trovano vicino alla riva, «ha sofferto a causa della sua posizione, completamente esposta al vento da maestrale, ma soprattutto per la concorrenza di Tolone, che si trova a 20 chilometri di distanza».
Oltre al porto, di Olbia rimangono anche bagni termali, abitazioni, negozi e le fortificazioni, le uniche non inghiottite dalla marea, proprio perché si trovano su un promontorio a picco sul mare.
Gran parte dei resti sono ricoperti di madreperla e colonizzati da alghe e ricci di mare, ma alcuni si trovano anche a pochi centimetri di profondità, proprio dove tutti fanno il bagno, inconsapevoli di dove si trovano.
Fonte: lastampa.it
venerdì 7 dicembre 2018
Parco Ma'u Henua: le splendide terre ancestrali restituite agli indigeni rapa nui dopo 129 anni di controllo cileno
Rapa Nui, la celebre isola di Pasqua, ospita uno splendido parco naturale dove di recente è avvenuto un cambiamento che ha fatto la storia.
Qui, infatti, le terre ancestrali sono tornate nelle mani degli indigeni da quasi 2 anni.
Proprio così! Il governo cileno ha ridato la gestione del territorio patrimoniale di Rapa Nui alla comunità dell'isola, e ora il ministro dei Beni Nazionali, Philip Ward, ha di recente annunciato la proposta di estendere la zona di conservazione gestita dalla comunità indigena polinesiana.
Il Parco Nazionale Rapa Nui è un'area naturale protetta situata sull'isola di Pasqua, a 3700 chilometri dal Cile.
La sua superficie totale corrisponde a 7150,88 ettari, suddivisi in nove zone indipendenti, dove sono presenti i resti archeologici della cultura di Rapa Nui, flora e fauna, rappresentazioni geologiche come grotte e scogliere, ma anche una varietà di vulcani e lagune d'acqua dolce.
Un vero e proprio paradiso naturale.
Come Parco Nazionale, nacque nel 1935 e a luglio dello stesso anno venne dichiarato Monumento Nazionale.
Nel 1976, incorporò gli isolotti adiacenti in un unico Santuario della Natura.
L'8 dicembre 1995, l'UNESCO lo dichiarò Patrimonio Mondiale dell'umanità nella categoria del "bene culturale".
Il suo attuale sistema amministrativo è governato dalla Co-Amministrazione di due entità, la Rapa Nui People, rappresentata dalla Comunità indigena di Ma'u Henua e dalla National Forestry Corporation CONAF, che rappresenta lo Stato del Cile.
Entrambe le istituzioni collaborano alla manutenzione, al recupero, al ripristino, al'imboschimento e alla cura dei siti del Parco.
Dopo 129 anni di controllo cileno, nel 2016 l'Isola di Pasqua tornò nelle mani degli indigeni.
Nel 2016, la presidente cilena Michelle Bachelet restituì ufficialmente il controllo delle terre ancestrali e dei siti archeologici ai nativi, trasmettendoli a un'entità locale chiamata Ma'u Henua.
Fino alla fine del 19° secolo, gli abitanti di Rapa Nui popolavano l'isola resa celebre anche dalle imponenti e misteriose statue dei moai.
Nel 1888, l'isola fu annessa al Cile, che la affittò a un'azienda dedita alla tosatura delle pecore. Di conseguenza, i nativi furono costretti a lasciare le loro case e si trasferirono in quella che divenne l'unica città dell'isola - Hanga Roa.
Qualcosa inizia a cambiare nel 1986 quando la Nasa estende e migliora l'aeroporto, consentendo in tal modo ai passeggeri di visitare l'isola, incrementando il turismo.
Per minimizzare l'impatto, la Chilean national forest corporation (CONAF) ha tenuto sotto controllo i siti archeologici negli ultimi decenni.
Nel 2016 la svolta: Michelle Bachelet ha ufficialmente restituito il controllo di questi siti archeologici alle popolazioni locali.
"Il primo cambiamento che avverrà da ora in avanti è che tutte le decisioni riguardanti l'isola saranno prese dalla popolazione di rapa nui", furono le parole di Camilo Rapu, direttore di Ma'u Henua che oggi nutre grandi speranze per il rimboschimento dell'isola con piante endemiche per restituirle l'aspetto che aveva mille anni fa.
Una splendida isola tornata nelle mani dagli indigeni che da sempre la popolano.
Francesca Mancuso
giovedì 6 dicembre 2018
Perché facciamo l’albero di Natale? Grazie a un miracolo di 1300 anni fa
Perché ogni anno facciamo l’albero di Natale?
Alberi e piante sempreverdi sono stati usati per celebrare le feste invernali per migliaia di anni, molto prima dell’arrivo del cristianesimo.
I pagani in Europa usavano rami di abeti per decorare le loro case durante il solstizio d’inverno.
I primi romani usavano sempreverdi per decorare i loro templi durante i Saturnali, mentre gli antichi egizi giunchi di palma per adorare il dio Ra.
Ci sono diverse teorie e leggende sul modo in cui l’abete è diventato un simbolo del cristianesimo.
Una delle più diffuse vede protagonista il monaco benedettino inglese Bonifacio, famoso per il suo lavoro da missionario in Germania durante l’VIII secolo.
Secondo la leggenda San Bonifacio incontrò alcuni pagani tedeschi in procinto di compiere dei sacrifici di fronte a una possente quercia sacra al dio Thor. Il santo afferrò l’ascia e tagliò l’albero per fermarli.
Secondo il mito da quella quercia nacque un albero di abete. Essendo di forma triangolare, tipica rappresentazione della trinità, divenne simbolo di Cristo e di nuova vita.
Nella storia moderna l’albero di Natale iniziò a diventare popolare durante il XVI secolo nella Germania occidentale.
I cristiani cominciarono a portare gli alberi nelle loro case per decorarli con pan di zenzero, noci e mele.
L’usanza si diffuse poi nelle corti reali e tra i nobili di tutta Europa all’inizio del XIX secolo.
La regina Vittoria d’Inghilterra e il principe Alberto la resero popolare tra il 1840 e il 1850.
A tramandare la tradizione alla Regina fu sua madre che era di origine tedesca.
Grazie a un disegno della famiglia reale che celebrava il Natale attorno a un albero decorato nel Castello di Windsor in ogni casa britannica ne spuntò uno.
La stessa immagine fu pubblicata due anni dopo negli Stati Uniti e presto l’albero di Natale entrò in voga anche lì.
In Cina e Giappone gli alberi di Natale sono ormai tradizione. Ma furono introdotti dai missionari occidentali nel XIX e nel XX secolo decorati con intricati disegni di carta.
Fonte: lastampa.it
martedì 4 dicembre 2018
Le 100 torri della Bologna medioevale
La città di Bologna è chiamata la “dotta”, perché qui nacque la prima università del mondo occidentale, la “grassa”, per la tipica cucina non propriamente “dietetica”, la “rossa”, per il colore dei mattoni con cui sono costruiti i palazzi del centro storico.
Ma Bologna è anche la “turrita”, per le numerose torri che nel medioevo rendevano il suo panorama tanto inconsueto quanto spettacolare.
Tra il 1200 e il 1300, la città vide spuntare circa un centinaio di torri, o addirittura 180, secondo Giovanni Gozzadini, che nel 19° secolo condusse delle ricerche negli archivi cittadini.
Le stime odierne parlano di un numero di torri, più o meno alte, che doveva aggirarsi tra 90 e 100, costruite dalle più nobili famiglie della città, per scopi che fino ad oggi non sono ancora stati chiariti. Forse erano un simbolo di ricchezza e potere, ma anche uno strumento di offesa e difesa, in un’epoca nella quale era forte il conflitto tra Papato e Sacro Romano Impero, e tra coloro che si schieravano da una parte o dall’altra.
Non ebbero certamente una funzione residenziale, ma solo di temporaneo rifugio in caso di pericolo.
Torre Azzoguidi
C’erano poi le case-torri, certamente meno alte, ma pur sempre imponenti, simboli di prestigio sociale, oltre che luogo di rifugio per gli abitanti delle case vicine.
Torresotto di San Vitale
E poi c’erano i caratteristici “torresotti”, porte fortificate a protezione della seconda cerchia di mura della città medioevale.
In origine erano 18, ma oggi ne restano solo quattro, insieme a poche vestigia della cinta muraria chiamata la “Cerchia del Mille”.
Torresotto di Strada Castiglione
Già durante il 13° secolo molte torri crollarono o furono abbattute, mentre altre furono “abbassate”, per motivi di sicurezza.
Nel corso dei secoli furono poi utilizzate per scopi diversissimi: prigioni, abitazioni, negozi…
Torre Prendiparte
Delle 100 e più torri di Bologna, oggi ne restano solo una ventina. Queste vestigia della città medioevale furono abbattute anche in epoca relativamente recente, durante una stagione di ristrutturazione urbanistica non proprio felice: nel 1918 fu demolita la Torre Conforti, e nel 1919 le torri Artenisi e Riccadonna, che sorgevano nel Mercato di Mezzo, vicino a quelle che oggi sono il simbolo della città, la torre degli Asinelli e della Garisenda.
Nel 14° secolo fu realizzata una passerella aerea che univa le due torri, distrutta da un incendio nel 1398, forse voluta da Giovanni Visconti, duca di Milano, per tenere d’occhio il Mercato di Mezzo: la nobile famiglia milanese governava la città, dopo la decadenza dei precedenti signori, i Pepoli, ma i bolognesi non amavano i Visconti, i quali temevano per questo lo scoppio di improvvise rivolte popolari.
Molti hanno paragonato la turrita Bologna medioevale allo skyline dell’odierna Manhattan, ma la bellezza antica della città medioevale probabilmente avrebbe facilmente vinto il fascino moderno del più famoso quartiere degli Stati Uniti.
Fonte: vanillamagazine.it
lunedì 3 dicembre 2018
Un mini villaggio in giardino per topini nelle foto di Simon Dell
Recentemente, il fotografo naturalista Simon Dell si è imbattuto in una famiglia di topini che abitavano nel suo giardino, ma invece di mettere delle trappole per catturarli, ha costruito un villaggio in miniatura e i topini riconoscenti lo hanno ripagato posando davanti alla sua macchina fotografica.
In un'intervista Dell racconta:
"Ero fuori in giardino a scattare foto agli uccelli e avendo appena tagliato l'erba ho notato qualcosa che si muoveva per terra.
Ho puntato la mia macchina fotografica in basso e sono rimasto scioccato, ma molto felice, nel vedere un piccolo topolino, molto carino, in piedi proprio nell'erba appena tagliata.
Ho intuito subito era una star!
Così tornai di corsa in casa per prendere un paio di noccioline per lui. Poi mi sono seduto lì ad aspettare.
Erano passati solo pochi minuti che tornò fuori per i dolcetti.
Fu a quel punto che pensai di costruirgli un piccolo riparo, un posto sicuro dove nascondersi e nutrirsi.
Il topolino se ne andò all'inizio della primavera di quest'anno, forse per trovare una compagna.
Quindi ho sperato nel suo ritorno.
All'inizio c'era solo un topo.
Aveva un taglio su un orecchio e noi lo abbiamo chiamato George. Nel frattempo, sperando nel suo ritorno ho accatastato dei piccoli tronchi attorno a una scatola per preparargli una casa e l'ho anche coperta con muschio e paglia.
Ho anche fatto un piccolo recinto di protezione in modo che eventuali gatti o altri animali possano raggiungere la piccola abitazione.
Qualche giorno fa ho notato del movimento e mi sono reso conto che forse c'era più di un topo.
Infatti ce erano alcuni e quindi ho continuato ad ingrandire il piccolo villaggio per loro.
I topi sembrano amare le casette di legno e non hanno perso tempo a trasferirsi.
Sono animali selvatici, quindi scappano ancora se mi avvicino o mi muovo troppo velocemente, ma spesso riesco a sedermi a pochi metri di distanza con uno zoom e sembrano felici di entrare e uscire dai loro rifugi per un seme.
I topi sono ancora qui e vivono una vita molto felice.
Ora le giornate sono più brevi ed escono meno spesso. Una volta che fa buio, può essere difficile vederli.
Tuttavia, durante il giorno, li vedo uscire infatti il mattino dopo il cibo è sempre sparito.
Oltre al cibo, frutta e semi, ultimamente ho aggiunto anche una manciata di piume tolte da un vecchio cuscino e loro le prendono naturalmente soddisfatti per rivestire i loro letti e tenersi al caldo in queste fredde notti del Regno Unito".
Fonte: tulipanorosa
Scoperto l’anello di Ponzio Pilato: potrebbe averlo indossato alla condanna di Gesù
Tra le centinaia di reperti recuperati nel 1968 e nel 1969 dal sito archeologico dell'Herodion, in Cisgiordania, se ne nascondeva uno dall'incredibile valore storico: l'anello di Ponzio Pilato.
L'oggetto, in bronzo e deteriorato, fino ad oggi era considerato di scarso interesse, ma grazie a un macchinario di ultima generazione un team di scienziati israeliano è riuscito a decifrarne le criptiche iscrizioni.
Shua Amurai-Stark del Dipartimento di Arte ed Estetica presso il Kaye Academic College e Malcha Hershkovitz dell'Università Ebraica di Gerusalemme a fianco della coppa centrale hanno rilevato il nome di Ponzio Pilato.
Fu il famigerato prefetto di Gerusalemme (all'epoca provincia romana) che governò in Giudea tra il 26 e il 36 dopo Cristo, noto per aver a processato e condannato Gesù alla crocefissione, in base a quanto riportato dai testi sacri.
Non c'è l'assoluta certezza che l'anello appartenesse proprio a questa controversa figura, tuttavia ci sono diverse prove a sostegno. Innanzitutto, come dichiarato dal professor Danny Schwartz sul quotidiano israeliano Haaretz, “quel nome era raro nell’Israele di quei tempi”, aggiungendo che non conosce nessun altro Pilato di quel periodo.
L’anello mostra inoltre che il proprietario era una persona di “rango e benestante”, anche se il gioiello era tutto fuorché raffinato. Probabilmente, spiegano gli studiosi, Pilato lo indossava tutti i giorni, e lo avrebbe avuto anche quando fece il gesto di lavarsi le mani davanti alla folla, sostenendo di non essere responsabile del sangue (della morte) di Gesù pur condannandolo.
Proprio dal suo gesto deriva il detto di lavarsi le mani, ovvero di non interessarsi a una questione e non prendere una decisione al riguardo.
Poiché non è possibile stabilire l'età esatta dell'anello, gli archeologi debbono affidarsi al luogo in cui è stato trovato.
In questo caso si tratta di un giardino con ruderi, la cui costruzione non è sicuramente superiore al 70 dopo Cristo.
Di conseguenza, l'epoca di riferimento abbraccia anche quella in cui avrebbe governato Ponzio Pilato e sarebbe stato crocifisso Gesù.
L'anello faceva parte di una collezione di centinaia di reperti recuperati dall'archeologo Gideon Foerster circa mezzo secolo fa, che scavò con la sua squadra – dopo la Guerra dei Sei Giorni – in una sezione della tomba di Erode e nell'omonimo palazzo.
Dopo aver celato a lungo il suo segreto, l'anello si è improvvisamente trasformato in uno dei pezzi più pregiati emersi dal complesso archeologico.
I dettagli sono stati pubblicati nel volume 68/2 della rivista scientifica Israel Exploration Journal a cura della storica Israel Exploration Society .
Fonte: https://scienze.fanpage.it/
Una piccola Babele su un'isola australiana
La comunità di Warruwi sull'isola di South Goulburn, un fazzoletto di terra ricoperta di foreste al largo della costa settentrionale australiana, è uno degli ultimi luoghi al mondo in cui convivono, in una stretta porzione di territorio, diverse lingue indigene: addirittura 9, per l'esattezza, su una popolazione di circa 500 abitanti.
Una è l'inglese, ma poi ci sono il Mawng, il Bininj Kunwok, lo Yolngu-Matha, il Burarra, lo Ndjébbana e il Na-kara, il Kunbarlang, l'Iwaidja, il creolo dello Stretto di Torres.
Come ci si parla, a Warruwi?
Non, come ci si potrebbe aspettare, esclusivamente in inglese. E neppure si tratta di un'isola di poliglotti.
Gli abitanti del luogo riescono a comprendersi perché ciascuno capisce alcuni o tutti gli altri idiomi, ma continua a rispondere nel proprio: un fenomeno diffuso e noto come multilinguismo recettivo, che a Warruwi trova una delle sue massime espressioni.
Molti anglofoni che vivono in zone di confine negli Stati Uniti, per esempio, comprendono lo spagnolo perché vi sono stati esposti, anche se lo parlano poco. E molti immigrati di seconda generazione parlano e scrivono la lingua del Paese in cui vivono, anche se continuano a capire la lingua dei genitori.
Ruth Singer, linguista dell'Australian National University, ha recentemente studiato il multilinguismo recettivo a Warruwi e riportato le sue osservazioni in un articolo su Language and Communication.
«Quando ho iniziato a lavorare al multilinguismo e a prestare attenzione a come le persone utilizzavano i diversi linguaggi, ho iniziato a sentire conversazioni in multilinguismo recettivo in tutta Warruwi, per esempio tra due uomini che lavoravano per riparare una staccionata, o tra due persone in un negozio», spiega Singer all'Atlantic.
In questa comunità le diverse lingue sono associate ad altrettante origini territoriali, e la lingua è considerata "una proprietà" del clan di origine.
Passare a un idioma diverso dal proprio (nella fattispecie da quello trasmesso dal padre) significa reclamare qualcosa che non appartiene - si può parlare una lingua soltanto se si ha "il diritto" di farlo.
Nessuna restrizione vige, al contrario, sulla possibilità di comprendere una lingua diversa dalla propria: ecco perché a Warruwi si è diffusa questa forma di comunicazione "mista", che sembra funzionare e tutelare allo tempo diversità culturale e convivenza pacifica.
Anche se il multilinguismo recettivo è diffuso e istituzionalizzato anche altrove (per esempio in Svizzera, dove le lingue ufficiali sono quattro: tedesco, francese, italiano e romancio), la particolarità di Warruwi è che anche la comprensione è considerata una abilità linguistica di tutto rispetto, "da curriculum", e non una sorta di apprendimento a metà di una lingua che non si sa (o non si può, in questo caso) parlare.
Fonte: focus.it
Iscriviti a:
Post (Atom)






































