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giovedì 22 novembre 2018

Un Hotel Abbandonato Che Sembra Uscito Dal Set Cinematografico Di Walking Dead


Un grande hotel abbandonato in Giappone sembra davvero la scena un episodio di walking dead con stanze completamente devastate e altre in perfetto stato.


 L’Hachijo Royal Hotel è un hotel abbandonato situato a Hachijō-jima, un’isola vulcanica situata a circa 300 km da Tokyo.
 Questo hotel, in stile barocco francese, è stato inaugurato nel 1963 e, a causa del declino del turismo, è stato chiuso nel 2006. 
 Non è chiaro il perché di questo fallimento, forse una cattiva strategia imprenditoriale vista la posizione lontana dalla spiaggia. Certo è che questo, era uno degli hotel più grandi e prestigiosi del Giappone.
 Prima del fallimento furono anche fatti alcuni tentativi di recupero che però non ebbero successo.


Oggi l’hotel è completamente abbandonato e vistare l’interno dell’edificio suscita una certa emozione. 

A differenza di altri edifici abbandonati, questo hotel presenta ambienti completamente rovinati e altri perfettamente intatti.
 In certe stanze sembra che si sia fermato il tempo.
 Suppellettili, arredi, mobili, televisori sono lì, perfettamente integri e al loro posto.
 Verrebbe da pensare che vi alloggino ancora clienti.




Altre stanze invece sono completamente devastate con tavoli rovesciati, materassi sbrindellati ed in alcuni casi troviamo stanze invase dalla vegetazione.


Contrasti molto forti insomma, che sono resi in maniera davvero professionale dalla fotografa polacca Natalia Sobańska che ha scattato foto sorprendenti mostrando a tutti la gloria sbiadita di uno dei più grandi hotel del Giappone. 

 Fonte: zibaldoneweb.it
 Foto : deadinside.eu

mercoledì 21 novembre 2018

Sull'Isola di Man sono apparse in una notte decine di minuscole case delle fate


Apparse magicamente in una sola notte. 

L'isola delle fate ora ha delle case su misura per accoglierle: su tutta la costa dell'Isle of Man sono spuntate decine di residenze in miniatura. 
Misurano in media 30 centimetri e sono super accessoriate, con tanto di mobilio, quadri e tappeti su misura, tutto fatto a mano. 

Opere d'arte in grado di incantare, «rivendicate» dal collettivo di street artist Anonymouse Mmx.


E i bizzarri rifugi creati appositamente per il Piccolo Popolo - il regno segreto formato da fate e folletti, gnomi ed elfi - hanno stupito tutti, spopolando sui social e attirando in pochi giorni l'interesse dei residenti e soprattutto dei turisti.


 Si perdono nella notte dei tempi le origini del Piccolo Popolo collegati all'Isola di Man, situata proprio fra Irlanda e Gran Bretagna.
 Leggenda vuole che sia stata formata dal gigante irlandese Fionn mac Cumhail durante una battaglia a distanza col suo rivale scozzese, scagliando nel Mar d'Irlanda un'enorme porzione di terreno, creando a sua volta anche il lago Lough Neagh.

 Un'origine mitologica per un'isola incantata, dai paesaggi che sembrano essere usciti proprio da un libro di favole.
 Ed è proprio a queste scenografie che gli artisti si sono ispirati per creare le case delle fate: il rifugio di Bradda Head, ad esempio, assomigliare alla retrostante torre del XIX secolo e al suo interno ha anche un tavolo da banchetto con alte sedie regali.


«Ci siamo ispirati alle storie di Astrid Lindgren e ai film di Walt Disney e Don Bluth», spiega uno degli artisti del collettivo svedese, celebre per le sue scenografiche case per topi.
 «Amiamo immaginare che ci sia un mondo parallelo in cui i piccoli - animali o creature mitologiche che siano - vivano proprio come noi».


Le case ora rimarranno esposte per almeno quattro mesi. E per permettere a tutti di ammirarle, l'ufficio del turismo dell'isola sta creando una mappa con i sentieri da seguire per localizzarle più facilmente. 

 Fonte: lastampa.it

Nel nord della Spagna, c’è una bellissima opera di Gaudi che i turisti ignorano


Quando si sente il nome di Antoni Gaudi, il pensiero corre subito a Barcellona: Casa Battlò, Casa Milà, il Parco Güell. E, soprattutto, quell’incredibile capolavoro che è la Sagrada Familia.
 Tuttavia, nel nord della Spagna, c’è un’altra (spettacolare) opera firmata dal famosissimo scultore, pittore e designer spagnolo: è Villa Quijano e si trova in Cantabria, località Comillas. 

Soprannominata “El Capricho” (Il Capriccio), fu progettata nel 1883 da Gaudi e costruita sotto la direzione dell’architetto Cristobal Cascante. 
Perché questo soprannome? Perché, il termine “capriccio”, in ambito musicale indica una composizione libera. Il committente della villa, tale Máximo Díaz de Quijano, era un grandissimo appassionato di musica: così, ecco spiegato il nome di “El Capricho”.


Originale e splendida da vedere, come ogni altra opera firmata da Antoni Gaudi, Villa Quijano ha colori sgargianti, forme estroverse, e fu studiata in modo che le attività quotidiane potessero seguire gli spostamenti del sole: stanze per le attività mattutine rivolte a sud, stanze per le attività pomeridiane a ponente.
 Un po’ come fosse un girasole, ma in formato casa (peraltro, i girasoli fanno largamente parte dei motivi decorativi della villa).


Concepita per ospitare la famiglia, i domestici e persino le carrozze, El Capricho si caratterizza per quella torre cilindrica che somiglia ad un albero e per le colonne dei portici. 
L’architettura è vagamente arabeggiante, come in tutte le prime opere di Gaudi: qui la pietra incontra la ceramica, i mattoni si sposano coi coppi e con il ferro.
 La facciata è coloratissima, eclettica, dinamica. Ci sono strisce di piastrelle orizzontali, che si contrappongono alla verticalità della torre e delle mensole della cornice. 
E poi, come decorazione, elementi rubati alla musica.



Fonte: siviaggia.it

martedì 20 novembre 2018

Pompei, straordinaria scoperta "a luci rosse": l'affresco di Leda e il Cigno


Sono rimasti sepolti per millenni sotto una via di Pompei.
Due degli amanti più celebri della storia, Leda e il Cigno, sono riapparsi in una camera da letto di Via del Vesuvio.
 Un affresco più unico che raro, che mostra molto chiaramente il sensuale abbraccio tra i due.


Una nuova immagine femminile riaffiora dai nuovi scavi della Regio V, arricchendo le recenti scoperte effettuate a Pompei. 

Dopo aver ammirato i raffinati volti di donna dipinti nei medaglioni di alcuni ambienti lungo via del Vesuvio e dopo aver assistito al ritrovamento di un altro affresco, quello di Venere e Adone, oggi è una scena di sesso risalente all'antichità a destare scalpore. 

L'affresco, scoperto durante i lavoro di scavo nel cubicolo di una casa lungo via del Vesuvio, racconta e mostra il mito di Leda e del cigno senza troppi preamboli né censure.
 Una scena che trasuda sensualità e che con vividi colori, resistiti al tempo, rivela il congiungimento tra Giove, sotto forma di cigno, e Leda, moglie di Tindaro re di Sparta.


Secondo leggenda, Giove si innamora della donna. Così si trasforma in cigno per accoppiarsi con lei sulle rive del fiume Eurota.
 È questa la scena raffigurata dall'affresco. 
Nella stessa notte, Leda ha un rapporto anche col marito Tindaro. Da queste unioni, tramite delle uova nacquero i Dioscuri, Castore e Polluce, ma anche Elena, futura moglie di Menelao re di Sparta e causa della guerra di Troia e Clitennestra, che sposerà e ucciderà Agamennone, fratello di Menelao.


"A Pompei l’episodio di Giove e Leda gode di una certa popolarità, poiché è attestato in varie domus, con diverse iconografie (la donna è in genere stante, e non seduta come nel nuovo affresco, e in alcuni casi non è raffigurato il momento del congiungimento carnale)" spiegano gli autori della scoperta. 

 Francesca Mancuso

lunedì 19 novembre 2018

L'epica città di Tenea esiste davvero


Per la prima volta è stata scavata una parte dell’antica città greca di Tenea, vicino a Corinto. 

Gli archeologi hanno trovato i resti di alcune abitazioni e sette nuove tombe datate dal 300 a.C. al 400 d.C., piene di reperti, gioielli e monete ellenistiche e romane.

 Gli studiosi conoscono la posizione generale di Tenea almeno dal XIX secolo – vicino all’odierno villaggio di Chiliomodi – ma finora gli scavi avevano interessato solo il cimitero fuori dalla città. La campagna archeologica di quest’anno si è concentrata su due siti principali: un cimitero di epoca ellenistica e romana, e la zona residenziale identificata come l’antica Tenea.

 «Tenea è menzionata nei testi di autori antichi come Strabone e Pausania e nei testi di alcuni autori più recenti.
 Alcune iscrizioni menzionano gli atleti di Tenea, ma in genere non si sa molto di questa antica città», ha spiegato Elena Korka, direttrice degli scavi, a National Geographic. 

Tenea è anche il luogo dove il re di Corinto Polibo crebbe il giovane Edipo, protagonista del celebre mito, prima che questi affrontasse la sfinge e avverasse le profezie dell’oracolo di Delfi. 

Lo storico greco Pausania scrisse nel II secolo d.C. che gli abitanti di Tenea si ritenevano discendenti dei Troiani, catturati dai Greci durante la guerra e lì deportati.

 La città chiamata Tenea è lontana al più sessanta stadi (da Corinto). Il popolo che l’abita dice essere Troiano di origine, i quali furono fatti prigionieri dai Greci e da Tenedo furono portati là, dove fu loro concesso di restare da Agamennone.
 Per questa ragione, tra gli dèi onorano specialmente Apollo. 

Pausania, Descrizione della Grecia (2.5.4) 

 «Siamo sicuri che sia Tenea perché abbiamo trovato i resti di edifici elaborati, estesi e diacronici. Sappiamo che sono abitazioni grazie a un tubo d’argilla che portava l’acqua. 
Abbiamo anche trovato sepolture infantili in una stanza (sotto le fondazioni dei muri), un magazzino e oltre 200 monete di periodi diversi», spiega Korka.

 Gli scavi hanno scoperto sette nuove tombe (i cui resti scheletrici appartengono a due uomini, cinque donne e due bambini), tre ellenistiche e quattro romane.
 Al loro interno vi erano ancora le offerte funebri: vasi, gioielli in osso, in bronzo e in oro, e anche le prime monete della Corinto romana (44-40 a.C.).
 Spiccano in particolare una lucerna romana con la rappresentazione di Igea, la dea della salute e dell’igiene, e un anello romano di ferro con l’immagine del dio Serapide seduto su un trono e il cane Cerbero ai suoi piedi.






L’analisi dei resti archeologici suggerisce che Tenea ebbe una crescita economica durante il regno dell’imperatore romano Settimio Severo (193-211 d.C.). 
La prosperità di Tenea, tuttavia, durò fino al IV secolo, quando il numero di manufatti sembra diminuire.

 Tenea venne colpita dalle incursioni del re dei Visigoti Alarico tra il 396 e il 397 d.C., e durante il VI secolo sembra essere stata abbandonata. 

Fonte: ilfattostorico

venerdì 16 novembre 2018

Piove nel deserto di Atacama: mai così tanta acqua da 500 anni


Nel cuore del deserto di Atacama, uno dei luoghi più aridi della Terra piove come mai era accaduto.
 Un nuovo studio ha scoperto che la presenza di precipitazioni mai così abbondanti negli ultimi 500 anni ha alterato le condizioni che hanno permesso ai microbi di vivere nel deserto.

 Solitamente si pensa che l'arrivo dell'acqua in un luogo arido porti la vita, ma non sempre è così come rivela la ricerca condotta dal Centro spagnolo per l'astrobiologia (CAB).
 La grande quantità di pioggia ha devastato la comunità microbica. La vita sulla Terra non può esistere senza acqua, vero, ma per i microbi che si sono adattati alle condizioni aride, l'improvvisa introduzione di acqua in queste quantità può essere devastante.

 Nel suolo erano presenti organismi appartenenti a tutti e tre i domini della vita (batteri, archaea ed eucarioti) che dopo essersi evoluti per milioni di anni, erano riusciti a creare un loro habitat adattandosi alle condizioni estreme.
 Ma le recenti piogge, come rivela lo studio, invece di innescare la vita hanno portato la morte, uccidendo le specie microbiche che popolavano l'area da millenni.


Il deserto di Atacama, nel nord del Cile, è il più secco e antico della Terra. 
Da almeno 500 anni non c'erano piogge nella parte più arida ma ciò non aveva impedito ai microrganismi di sopravvivere. 
 Tuttavia, negli ultimi tre anni, è accaduto qualcosa.
 La pioggia fin troppo copiosa, essenzialmente legata al clima che cambia, ha creato delle lagune ipersaline durate per mesi.

 La ricerca, pubblicata sulla rivista Nature Scientific Reports, indica che le piogge abbiano causato enormi devastazioni nelle specie microbiche che vivevano in questi luoghi.
 Questi microrganismi infatti sono scomparsi a causa dello stress osmotico causato dall'improvvisa abbondanza di acqua in un luogo prima arido.


"Questo nuovo studio serve a stabilire, quindi, un'analogia con ciò che potrebbe accadere su Marte nel momento in cui il suo cambiamento climatico globale ha causato la scomparsa di acqua liquida dalla sua superficie. 
Inoltre, aiuta a spiegare il destino di una possibile biosfera primordiale marziana" spiegano gli autori. 

 Il deserto di Atacama non è stato l'unico ad aver sperimentato piogge abbondanti e anomale. 
È successo di recente anche in Arabia Saudita, dove ci sono state scene fuori dal comune, con strade allagate, 30 persone uccise e quasi 4mila evacuate. 

 Scene surreali, che dimostrano ancora una volta gli effetti dei cambiamenti climatici sulla Terra. 

 Francesca Mancuso

giovedì 15 novembre 2018

Mummie di gatti e scarabei: nuove sorprendenti scoperte dall’antico Egitto


L’Egitto e la sua antichissima civiltà non finisce mai di stupire. 


Anche se è noto da molto tempo che per gli egizi i gatti erano animali sacri, che venivano abitualmente mummificati e addirittura allevati a questo scopo, trovarsi di fronte a dozzine di mummie di gatti, sepolte all’interno di una tomba risalente a 4500 anni fa, deve aver lasciato gli archeologi senza parole.


La tomba, scoperta nel corso di una campagna di scavi iniziati ad aprile di quest’anno, si trova a Saqqara, la necropoli della città di Menfi.
 All’interno c’erano, oltre alle mummie, anche un centinaio di gatti in legno dorato, e una statua in bronzo di Bastet, la dea egizia dall’aspetto di gatto.


Non è raro trovare mummie di animali nelle tombe egizie, anzi: era una pratica piuttosto comune quella di portare i propri animali domestici nell’aldilà, tanto comune quanto l’abitudine attuale di accendere una candela in chiesa, secondo l’archeologo Salima Ikram.
 È rarissimo però trovare degli scarabei mummificati, come quelli rinvenuti nelle tombe recentemente scoperte a Saqqara.


Due grandi scarabei, avvolti in teli di lino e posti all’interno di un sarcofago di pietra calcarea dal coperchio decorato, sono una scoperta sorprendente, perché, secondo il segretario generale del Supremo Consiglio delle Antichità, Mostafa Waziri, “lo scarabeo (mummificato) è qualcosa di davvero unico”. 
Oltre al sarcofago di pietra ne è stato trovato uno più piccolo, contenente altri scarabei.


Si tratta di una scoperta rara e preziosa, come afferma sempre Waziri all’agenzia Reuters: 
“Un paio di giorni fa, quando abbiamo scoperto quelle bare, erano bare sigillate con disegni di scarabei. 
Non ne ho mai sentito parlare prima.”


Oltre ai gatti mummificati e agli scarabei, nelle tombe di Saqqara sono state trovate anche statue di un leone, una mucca, un falco, un cobra e due coccodrilli, e poi centinaia di amuleti in maiolica. 
 Ma non basta: gli archeologi hanno trovato una tomba, probabilmente risalente alla V Dinastia dell’Antico Regno, apparentemente sigillata, che potrebbe quindi riservare molte sorprese. 

 Il Ministero delle Antichità egiziano ha dato grande rilevanza alle recenti scoperte, nel tentativo di dare nuovo impulso al turismo, che negli ultimi anni è stato in forte calo. 

 Fonte: vanillamagazine

mercoledì 14 novembre 2018

Le spettacolari immagini del lago australiano che omaggia Torino


Cosa ci fa un po' di Torino nel deserto australiano? 
Stiamo parlando del Lake Amadeus, un enorme lago salato situato nell'angolo sud-occidentale del Northern Territory dell'Australia che dà il nome a un bacino ancora più grande, creato dall'erosione più di 500 milioni di anni fa. 

 A causa dell'aridità, il lago Amadeus rimane asciutto e ricoperto da una spessa crosta di sale bianco brillante per la maggior parte dell'anno. 
Ma nel periodo delle piogge si trasforma, regalando delle incredibile sfumature che s'insinuano nella sabbia rossa.




Il lago Amadeus ha una forma allungata che raggiunge i 180 chilometri di lunghezza per dieci di larghezza e può contiene sino a 600 milioni di tonnellate di sale, che non può essere «raccolto» a causa della remota posizione del bacino.
 Insomma, una stazza e una location che rendono le immagini aeree e satellitari l'unico modo per apprezzare questo paesaggio atavico nella sua interezza.


Il lago fu scoperto nel 1872 dall'australiano Ernest Giles: originariamente l'esploratore intendeva onorare il suo benefattore, il barone Ferdinand von Mueller, nominandolo Lago Ferdinando. Tuttavia Mueller prevalse su Giles per omaggiare invece il torinese Amedeo Ferdinando Maria di Savoia, ovvero re Amedeo I di Spagna, figlio del primo re d'Italia Vittorio Emanuele II, che in precedenza aveva conferito onore a lui.

 Un omaggio praticamente sconosciuto che ha portato un pezzetto di Torino nel cuore del deserto australiano. 

 Fonte: lastampa.it

martedì 13 novembre 2018

Il canguro degli alberi non si è estinto!


Un simpatico marsupiale dalle orecchie appuntite che ama vivere tra gli alberi: il dendrolago di Wondiwoi (Dendrolagus mayri) è un canguro arboricolo raro che tutti pensavano non esistesse più. 
E invece, un botanico amatoriale britannico l’ha avvistato e fotografato in una zona montuosa della Nuova Guinea. 
 È in Indonesia, infatti, che l’inglese Michael Smith, con l’aiuto di quattro assistenti provenienti dalla Papua, di un cacciatore locale che faceva da guida e di Norman Terok, uno studente dell’Università di Papua, si è avventurato nella giunga a luglio scorso facendo questa incredibile scoperta, confermata da un team di esperti mondiali di canguri arboricoli.


Era il lontano 1928 quando questo mammifero fu descritto per la prima volta per opera del biologo evoluzionista Ernst Mayr, che nello stato indonesiano della Papua occidentale, in Nuova Guinea, prelevò un frammento della pelle dell’animale inviandolo al Museo di Storia naturale di Londra, che nel 1933 descrisse a sua volta l’esemplare come una nuova specie: Dendrolagus mayri.

 Da allora non è stato più avvistato, tanto che si temeva fosse ormai estinto.


“È uno dei mammiferi meno conosciuti al mondo - afferma Mark Eldridge, biologo dell’Australian Museum di Sydney esperto di marsupiali.
 È straordinario poter dimostrare che questo animale esiste ancora. Il luogo esplorato è così remoto e difficile da raggiungere che non ero certo che qualcuno sarebbe mai riuscito ad avvistarlo”.

 I canguri arboricoli sono marsupiali tropicali strettamente imparentati con i canguri terricoli e con i wallaby.
 Questi marsupiali di medie dimensioni sono dotati di avambracci muscolosi utili per sollevarsi sui tronchi degli alberi e muoversi tra i rami, in un'insolita alternanza fra salti e arrampicate. 

 Si tratta di un gruppo molto vario, comprendente 17 fra specie e sottospecie: due vivono nell'estremo nord dell'Australia, le altre nella grande isola della Nuova Guinea.

La specie è classificata in pericolo critico dalla Lista rossa della Iucn e secondo gli scienziati ci sarebbe una popolazione estremamente ridotta.

 Molti canguri arboricoli della Nuova Guinea stanno in effetti scomparendo a causa della caccia, del disboscamento, delle piantagioni di olio di palma e dell'attività mineraria.

 E allora la base dalla quale ripartire rimane che “se permettiamo a questi animali di vivere nel loro habitat senza che le attività umane interferiscano, non saranno più a rischio estinzione”, come conclude Roger Martin dell'Università australiana James Cook, nel Queensland. 


 Germana Carillo
 Foto di Micheal Smith

lunedì 12 novembre 2018

La foresta fossile di Dunarobba


La Foresta Fossile di Dunarobba, nei pressi di Avigliano, è uno dei più antichi boschi esistenti al mondo.
 Già dal 1600, per opera del Principe Federico Cesi, si era a conoscenza di ritrovamenti di legni fossili nelle campagne di Avigliano Umbro.


 Dunarobba, il cui nome deriva probabilmente dal latino Gens Dunnia, fece parte di quel vasto territorio che Ottone I re d’Italia donò il 13 febbraio 962 ad Arnolfo, capostipite degli Arnolfi, una delle più importanti famiglie del Medioevo. 

Tra il 1282 e il 1284 questa località fu depredata dai Narnesi che effettuavano improvvise scorrerie, poi sconfitti e dispersi dalla cavalleria Todina. 
Come tutti i castelli del tempo, anche Dunarobba doveva risolvere problemi di difesa: a tal proposito si legge nelle “riformanze” che nel 1591 il Comune di Todi dette licenza, tramite i Massari, di costruire una porta con ponte levatoio. 


Particolarmente curiosa è una storia che racconta che nel 1605 a Dunarobba viveva una certa donna Ursina, figlia di un tal Gregorio, la quale con parole segrete ed attraverso l’uso di medicinali, sciroppi e pozioni da lei preparati riusciva a curare mali ritenuti incurabili dai medici del tempo. 
 Da questa attività Ursina trasse una certa ricchezza per sé e la sua famiglia, attirandosi però addosso i sospetti di essere una strega. 


Dunarobba rimase sotto la giurisdizione del Comune di Todi fino al 1816 quando sotto il nuovo Comune di Montecastrilli, col quale restò fino al 1975, anno in cui si costituì il Comune di Avigliano Umbro.
 Una importante miniera dì lignite ha determinato l’economia di Dunarobba e dei centri vicini fino agli anni ’50.


 La Foresta Fossile di Dunarobba fu rinvenuta nei primi anni Settanta durante gli scavi effettuati nella cava d’argilla che serviva ad alimentare una fornace di laterizi.


La Foresta di Dunarobba è vissuta 3 milioni di anni fa, alla fine del Cenozoico e precisamente nel Pliocene superiore, quando fra i Monti Amerini ed i Martani si estendeva un vasto specchio lacustre cui è stato dato il nome di Lago Tiberino.
 Sulle sponde di questo immenso lago, che solcava tutta l’Umbria, si sviluppava una rigogliosa foresta di clima temperato-caldo-umido, dove vivevano mammuth ed altri animali preistorici. 
La specie arborea dominante era rappresentata da una grande conifera. 
 Si trattava di alberi imponenti che superavano i 30 m di altezza; l’ambiente preferito era quello degli acquitrini, di estesi pantani posti ai margini del lago vero e proprio, più profondo. 


I tronchi sono ancora formati dal loro legno originario che ha permesso, tramite studi sia istologici sia dei pollini, dei frutti e delle impronte delle foglie, di poter dire con certezza che si tratta di un bosco di conifere del genere Taxodion, probabilmente una forma estinta di Sequoia molto simile all’attuale Sequoia sempervirens. Il paesaggio della Foresta di Dunarobba è stranamente “lunare”: gli enormi tronchi grigi misurano oltre un metro e mezzo di diametro, per più di otto metri di lunghezza. 

 Le maestose piante furono probabilmente sopraffatte da un avvenimento catastrofico quando avevano ormai raggiunto un’età da misurarsi in millenni. 

Verso la fine del Pliocene, poco dopo i due milioni d’anni fa, un raffreddamento globale del clima, accompagnato da un abbassamento del livello marino e dal sollevamento del territorio, ha innescato un consistente processo d’erosione sui versanti montani, fino a produrre l’apertura di un varco nei Monti Amerini, attraverso il quale sono defluite a mare le acque del Lago Tiberino che, alla fine, s’è svuotato ed ha lasciato il suo spazio ad un fiume che sfociava in mare in corrispondenza del Passo di San Pellegrino (sulla Strada Amerina in territorio di Narni).
 Questa crisi climatica e lo svuotamento del lago, con i conseguenti mutamenti dell’ambiente e del paesaggio, hanno determinato l’estinzione della Foresta di Dunarobba: con essa sono scomparse definitivamente le grandi conifere dallo scenario europeo. 


L’eccezionalità del ritrovamento è dovuta al fatto che i tronchi della foresta fossile mantengono la posizione eretta e sono a struttura lignea non pietrificata; non sono “pietrificati”, ossia la loro sostanza originale non è stata sostituita o mineralizzata da altri composti chimici.






Inglobati dalle argille, tali reperti hanno subito un processo di fossilizzazione che gli ha consentito di mantenere pressoché inalterata la struttura lignea; si tratta di una fossilizzazione avvenuta per un processo di mummificazione, in altre parole per una disidratazione del legno.

 La particolarità della Foresta di Dunarobba è che gli alberi si sono fossilizzati in posizione verticale e non orizzontale come nelle altre foreste fossili, già di per se molto rare, giunte fino a noi.
 Questo alimenta la teoria che un’inondazione abbia sommerso gli alberi in vita, conservandoli fino a nostri giorni nelle condizioni reali del tempo.



Cinzia D’Antonio
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